Cantoni il volontario

Chapter 4

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Egli a nulla più pensò, nulla più vide senonchè il suo giovine amico a terra ed il quasi trionfante e gonfio delle proprie gesta pettoruto, bravo del Sanfedismo. Una nube di sdegno e di risentimento abbagliò i suoi occhi, e colla velocità del fulmine volò sull'insolente, lo colpì con un pugno nel volto, che lo mandò gamba all'aria, s'impossessò della clava e dopo avere amministrato alcune busse al caduto, la infranse, e ne scagliò i rottami sull'indicente quasi cadavere. Quindi sollevata Ida nelle robuste sue braccia, la strinse al seno come una madre fa del bambino, e scomparve per una via di traverso, fra l'ammirazione e gli applausi di tutta quella gioventù incantata.

CAPITOLO XI.

IL DUELLO.

È una barbarie, ma pure l'uomo disonorato deve vendicarsi o morire.(_Autore conosciuto._)

Era una tetra mattinata di novembre, non pioveva, ma la nebbia scivolando sulla pianura, dell'Italia orientale, inumidiva gli abiti, i capelli, la barba come se fosse pioggia, ma d'un modo più dispiacevole, compenetrandovi d'un freddo brivido, ed obbligandovi a continuo moto per non intorpidire.

Perchè non istarvene a casa in sì bruttissimo tempo nella vostra stanza e nel vostro letto ben riscaldato, con al capezzale la vostra Perpetua, che vi somministri una tazza di saporito cioccolate, e vi si mostri in sè stessa come tutte le Perpetue, un vero ben di Dio di carne e di gentilezze, direbbe uno dei nostri santi bottegai, che hanno la modestia di chiamarsi _Uomini di Dio_, che vi comunicano la parola di Dio, e che vi mercanteggiano Dio al prezzo che voi volete pagarlo.

Ad altri, questi sacerdoti della menzogna abbandonano le cure e gli stenti della vita; ad altri affrontare tempeste di terra e di mare, solcare col sudore della fronte l'uno e l'altra per estrania la sussistenza propria, quella della prole, e quella pure della pianta ingorda e parassita che si chiama prete.

Sudate, faticate, cretini minchioni! ed il prete vi aprirà la via del paradiso, ricevendovi al vostro ingresso nella vita, collegandovi al destino della donna, congedandovi a quella transizione della materia che si chiama morte, e raccomandandovi alla misericordia dell'altissimo, per colpe che non sono vostre. Il prete s'è appropriato il monopolio in tutte le più solenni circostanze della vita, e vive grassamente, e voi, canaglia! sudate e portate l'obolo nella sua bottega per la _maggior gloria di Dio_. Poi gridate ai quattro venti, che siete popolo civilizzato! Il prete è ministro di Dio, il prete, almeno lo dice e voi lo credete, con Dio confabula, ne riceve il suo mandato di prete, l'autorità sua, i suoi attributi. E voi lavorate, gregge! sudate sul vertice dei marosi dell'Oceano, e se non portate la decima al prete, se la vostra donna con lui non consolasi della vostra assenza, voi andrete all'inferno:--sempre gregge! canaglia!

Eran sei in quella tetra mattinata di novembre sulla spianata di Cesena; quattro, dopo d'aver con una punta di pugnale segnata una riga sul terreno, contavano venticinque passi, percorrendo una perpendicolare alla linea suddetta. Gli altri, due col sigaro acceso, sembravano aspettare con impazienza il termine dell'operazione dei quattro.

Con impazienza essi anelavano al mortale momento: Ramorino non potendo più vivere sotto l'incubo d'un oltraggio: Risso, senza dubbio, pentito d'aver vilipeso un fratello, ma troppo altiero per confessar la sua colpa, era pure impaziente di terminare, comunque fosse, la terribile situazione e farla finita.

La distanza è segnata: i padrini, mesti nel volto e dopo d'avere inutilmente sollecitato un accomodamento, presentano ad ogni competitore un fucile.

Un fucile? diranno i duellanti scandalizzati--e perchè no? un fucile, quando si ha voglia di ammazzarsi, basta che sieno armi uguali, e poi sia pure un cannone.

Dunque un fucile, e gli avversari marciano l'uno contro l'altro collo stesso sangue freddo con cui avrebbero camminato ad un pubblico passeggio. A dieci passi Ramorino si ferma, e punta il suo fucile al corpo di Risso, questi più veterano, e forse più destro e forte dell'altro ha già la bocca dell'arma nel petto dell'avversario; ma un sentimento di rimorso, quello giungere all'insulto l'omicidio, lo fa titubare, l'arma è rialzata, e la palla sfiora appena la parte superiore del capo. Non così Ramorino, la sua palla colpisce e traversa il cuore del competitore; povero Risso! egli, avanzo di tanti combattimenti, coperto di tante onorevoli cicatrici¹, cade per non più rialzarsi e muore senza un solo lamento.

¹ Storico; nella pugna delle tre Cruces a Montevideo, Tommaso Risso aveva ricevuto una ferita, quasi mortale nel capo, e solo la robustezza della sua fisica costituzione potè salvargli la vita.

Il 3 giugno 1849, in Roma, Ramorino, mortalmente ferito da una palla bonapartesca, chiede ai compagni perdono per la morte del suo fratello d'armi, a cui aveva tolto l'onore immortale di cader sul Gianicolo, alla difesa della Roma ideale!

Della Roma ideale! non di quel putrido postribolo, che la menzogna, l'odio straniero e la corruzione hanno ridotto in un ammasso di pestilenza tale da ammorbare non l'Italia sola, già da tanto tempo infetta, ma il mondo intero.

CAPITOLO XII.

I VOLONTARI NELL'ESERCITO ROMANO.

Libertà non fallisce ai volenti. (ALFIERI.)

I Volontari! Ognuno non deve voler la libertà del suo paese? Il suo paese onorato e non insudiciato da soldati stranieri, da preti e da traditori? Perchè si deve affidare l'esistenza della patria ad un pugno di militi obbligati, e ad un altro di Volontari? Ad alcune migliaja infine, mentre siamo in tanti milioni collo stesso obbligo, collo stesso interesse?

Eppure va sempre così, ed i pochi e i migliori marciano eroicamente al martirio per la causa di tutti, mentre le moltitudini si affaccendano in isterili schiamazzi e dimostrazioni, o si occupano indifferenti dei loro affari. Dal 48 al 68, i Volontari fecero qualche cosa, ma il loro numero fu sempre insufficiente. Nel 60, periodo più brillante della loro carriera e dopo la splendida battaglia del Volturno, essi non giunsero ai quattordicimila, numero insufficiente per poter segnar la via del dovere ad un governo sempre ipocrita, sempre perverso e sempre nemico e disposto all'esterminio dell'elemento volontario, ove questo avesse voluto resistere all'indole dispotica e prostituta dello straniero. Ne abbiamo una prova nel famoso dispaccio del Cialdini al Buonaparte:

«Noi marciamo su Napoli con quarantamila uomini, a combattervi la rivoluzione personificata in Garibaldi».

E che dovevano fare i Volontari? imberbi la maggior parte, poco organizzati, e già minati in ogni modo dal più corruttore dei Governi con agenti suoi d'ogni specie?

A Palermo, il Governo sardo, col pretesto dell'annessione, aveva già suscitato il popolo per arrestarvi i Volontari, e d'intelligenza col Borbone, che tradiva, e del Bonaparte, che inviava i suoi vascelli nello stretto di Messina, quel miserabile Governo tentava di soffocare nella culla la stupenda impresa, che doveva finalmente costituire l'Italia, aspirazione nazionale di tanti secoli, e rendere inutili gli sforzi del despotismo davanti alla coraggiosa risoluzione d'un pugno di prodi. Allora il Governo sardo ammucchia tutt'i suoi cagnotti in Napoli, e mentre inganna il Borbone con volpine trattative diplomatiche, fomenta una rivoluzione per rovesciarlo e per annientare l'azione dell'esercito del popolo dieci volte vincitore.

I destini d'Italia però la volevano costituita e contro la ferrea volontà dei Mille di Marsala infrangevansi tutte le astute gesuitiche trame del consesso dei Sanfedisti. E non credo ingannarmi dicendo: _consesso dei Sanfedisti_. Sotto il loro capo naturale, il 2 dicembre, poichè la meta della spedizione non si limitava certamente a Napoli, bensì mirava a Roma, e quindi a Venezia, se il popolo italiano, anzichè pascersi di ciarle e di evviva, l'avesse presa sul serio.

Meno dunque l'inesperto Francesco II, tradito dalle volpi del settentrione, che lottava debolmente per il suo trono, tutto il despotismo e sanfedismo d'Europa era contro noi; e senza saperlo l'esercito italiano andava a pugnare contro fratelli, ad impedire che si facesse l'Italia. A Napoli, spettacolo unico! sette individui dell'esercito liberatore, innoltravansi nella maggior metropoli d'Italia, ed i soldati del Borbone, stupiti da tanta baldanza, presentavano loro le armi. I Volontari intanto non erano quattordicimila mentre avrebbero dovuto oltrepassare i centomila. Le Marche e l'Umbria, la cui liberazione altro non fu che una conseguenza delle stupende vittorie dei Volontari, non ne fecero nemmeno una parola, anzi acclamarono i grandi trionfi della monarchia. Il resto d'Italia, invece d'obbligare il Governo a lasciar proseguire i Volontari vincitori, almeno sino a Roma, si trincerò nel dolce far niente, e le botteghe dei preti si stiparono di devotissima ciurmaglia, sino negli atrii e vestiboli, per rendere grazie a Dio d'aver conservato all'Italia il suo maggior nemico, la causa di tutte le sue vergogne e sciagure.

Dopo la morte del Rossi, i Volontari furono dunque accolti nell'esercito romano, ossia esercito del Papa. Ma il Papa l'iniziatore delle riforme? il Papa liberatore? Il monte Bianco va a moversi e marciare avanti, almeno così credevano i nostri stupidi concittadini. E lo vedremo tra poco scappar vestito da donna, andare a congiungersi al suo collega di Gaeta e dimandar perdono al mondo d'essere stato capace d'un'idea generosa, o d'averla finta.

Ciocchè fosse il Governo di Roma nel periodo che seguì la morte del Rossi lo provano i fatti seguenti:

Mentre i Volontari erano accolti nell'esercito romano, sotto il nome di 1.ª legione italiana, il Governo di Roma imponeva loro di non oltrepassare i cinquecento, e quindi di sospendere l'arruolamento, ma siccome quel numero era già superato, un nuovo ordine del ministero della Guerra ordinava di non passare i mille. Di più! (non vi è trama che non fosse ordita contro i Volontari dal Governo dei preti) ordinava di lasciarli mancare d'ogni cosa necessaria, di calunniarli nello spirito delle popolazioni, dipingendoli come un accozzaglia di ladri, briganti e rotti ad ogni sfrenatezza. _Nemici della religione_, era il titolo più mite. Talchè dovendo essi passare per Macerata nella loro gita a Roma, questa chiuse loro le porte. Promettere loro le armi, e non darle mai, sotto uno, or sott'altro pretesto; così le vestimenta; chiamarli a Roma, ma mentre erano in marcia, farli retrocedere sulla via di Fermo; infine, accoglierli per non urtare l'opinione pubblica favorevole ai Volontari, ma fare ogni sforzo per screditarli ed annientarli se possibile. Tale era la condotta del governo.

In tali condizioni, e colla pazienza d'uomini risoluti a servire la causa santa del loro paese, la 1.ª legione italiana organizzavasi, e preparavasi all'epopea gloriosa della difesa di Roma ove, sovente vincitrice, essa doveva finalmente soccombere sotto il peso di quattro eserciti nemici, mantenendo però alto onore del vessillo italiano.

CAPITOLO XIII

LA SCOPERTA,

Passa la bella donna e par che dorma. (TASSO.)

Non era morta Ida, ma svenuta sotto il colpo brutale dello sgherro del prete; Cantoni, come abbiam veduto precedentemente, l'avea sollevata dal suolo, dopo d'averla vendicata, e la trasportava nelle braccia come una madre la sua creatura.

La trasportava, ma i bàttiti del cuore della fanciulla, giungevano nel fondo dell'anima sua con un effetto irresistibile. Esso aveva presentito il suo carico! E quando, deposta sul letticciuolo d'una fruttaiuola, la cui bottega aperta aprivasi per la prima a Cantoni; quando sciolta la rossa camicia, egli scopriva i pomi eburnei, che con mano maestra aveva scolpito natura, quel collo, quelle carni delicate, quel declivio di spalle che con qualche cosa di virile, avea pure tutta la squisitezza della più bella delle figlie d'Eva, oh! allora l'anima del giovine volontario nuotò in quel mare di delizie, che si solca nei primi stadi della vita, forse unicamente felice, del primo amore, ove tutto sorride, ove i godimenti sognati si presentano avvolti dall'involucro divino della speranza e dell'ideale, scevri dalle brutture d'una realtà che sfuma, si dilegua, s'annienta, come il fumo di un sigaro, lasciando dietro sè lo sconforto, e sovente l'indestruttibile rimorso. Poichè, che sono i godimenti della vita?

Cantoni si sentì indissolubilmente vincolato alla bellissima creatura che gli giaceva davanti, e rimase ivi a custodirla come un tesoro. Com'era egli superbo d'averla difesa, salvata! Chi avrebbe allora osato insultare ancora quella sovrana del suo cuore? Oh! l'uomo sotto la potenza del primo amore, vale dieci. E quel sentimento, decrepito come sono, mi risospinge verso un'età, in cui anch'io mi sentiva moltiplicato, impavido a qualunque evento, ed ora davanti a me, terribile realtà! le avventure, le speranze, le glorie crollate sotto il peso degli anni e dei disinganni...

Quando, passato lo svenimento, Ida riaprì gli occhi alla luce, essi si fissarono in quelli passionati del suo liberatore, e con un moto spontaneo protese le sue braccia verso di lui. Cantoni inchinossi al delizioso invito, le sue labbra collaronsi sui coralli della bella bocca, ed un nettare d'essenza divina si trasfuse nelle arterie di due esseri fortunati. Sarà questo la vita? Oh sì! il resto è miseria!

Questa interessantissima scena non era sfuggita all'occhio penetrante della buona Teresa, la fruttajuola. Essa le ricordò forse alcune scene della sua vita giovanile, e godette del contracambio amorosissimo della bellissima coppia. Con tale prevenzione dell'ospite, non fu difficile a Cantoni d'interessarla alla sua giovine amante; Teresa incaricossi volonterosa di custodire Ida nella convalescenza, e Cantoni, pieno di gratitudine per quella donna, staccossi alfine dal suo tesoro, e corso al suo posto nella Legione, ove lo chiamavano le trombe a raccolta.

Egli col cuore lacero seguiva il corpo dei Volontari verso Roma, ove lo lasceremo assaporando l'odio, le calunnie e le velenose insinuazioni dell'astuto nemico d'Italia, il prete.

CAPITOLO XIV.

LA CONFESSIONE.

Invenzione diabolica, la confessione è il mezzo più potente di corruzione del Chercuto. (_Autore noto._)

Sì! la confessione è l'arma più terribile nelle mani della Negromanzia. Colla confessione il prete padroneggia la donna e possiede il segreto delle famiglie. Con ciò egli serve il suo Ordine non solo, ma il despotismo, di cui è la vera polizia segreta, il più solido piedestallo. Teresa, la fruttajola era un carattere buono, compassionevole, stimata da quanti la conoscevano. Ma che serve essere buoni in questa povera Italia, ove il prete è _curatore delle anime_? Il prete curatore delle anime, equivale a pervertitore, e così è spiegata l'opinione del grande Astigiano, che teneva la _pianta uomo_ in Italia per robustissima, ma suscettibile dei più grandi delitti. Così in Spagna, ed in tutt'i paesi dominati dal prete. La buona Teresa, dunque, era devota, come lo sono la maggior parte delle nostre donne del popolo, e aggravata nella coscienza per l'ospitalità data a due scomunicati (tali eran chiamati i Volontari dal Sanfedismo e dai suoi addetti), Teresa non mancò al dì seguente di andare a prostrarsi ai piedi del confessore, il parroco della Cattedrale, a chiedergli perdono ed assoluzione del suo peccato.

La povera Teresa era stata combattuta tutta la notte, tra la generosità della sua natura, e gli scrupoli, che con tant'arte ingenerano i neri nell'anima delle ignoranti donnicciuole. Infine gli scrupoli la vinsero e la trascinarono nella bottega, ove si vendono la _remissioni_ de' peccati, a prezzi correnti, ed in ragione, diretta o composta del merito e dell'età della penitente.

Il prete, dopo d'aver udito le parole di pentimento dell'infelice donna, disse che non valeva pentimento di parole, perché il peccato era troppo grave, ma astinenza non so per quanti mesi, e recitare una infilzata di _Ave_ e di _Pater noster_ da far perder la pazienza a dieci Gesù Cristi. Poi, in considerazione della di lei assiduità alle funzioni religiose ed alla parola divina (cioè la parola del prete, e presto vedremo quanto divino era questo furfante), la raccomandava alla misericordia di Dio, senza però concederle l'assoluzione, ch'ei riservava per il compimento delle sue penitenze e l'espulsione della scomunicata da casa sua.

A pranzo, seduti in fronte l'uno dell'altro, don Cortlin parroco della Cattedrale, e la vecchia nostra conoscenza, Gaudenzio (che dopo la catastrofe del giorno antecedente, s'era rifugiato in casa del confratello). Tra un fiasco e l'altro d'eccellente Bertinoro, cogli occhi accesi ed il naso rosso come un peperone, impegnarono la seguente conversazione:

«Ma sai, Gaudenzio, che oggi tra le nostre stupide pecore, me n'è capitata una veramente graziosa? Una buona fruttajuola per nome Teresa mi ha confessato d'aver accolto in casa sua due di quegli scapestrati di Camicie Rosse, e che uno di essi, dopo d'essere passato per le fasi d'uno svenimento, si scoperse esser una fanciulla di circa quattordici anni, d'una bellezza rara, che il maschio lasciò la femmina in custodia della Teresa, e partì colla Legione per Roma.

«Corpo di bacco! esclamò il Gesuita, illuminandosi alla narrazione del compagno. Ma quella ragazza è un boccone da sessanta, amico mio, nonchè degna di noi, ma degna del primo prelato della Metropoli. Io non ho mai veduto forme più svelte, ed un viso! che se fossimo ancora ai tempi beati, in cui i cherubini scendevano sulla terra, io la crederei un messo di Dio!»

Cortlin, da vero corsaro pratico in tali faccende, spalancando tanto d'occhi, rispose a Gaudenzio:

«Ma questa è preda, che non dobbiamo lasciarci scappare, fratello mio; essa viene proprio dal cielo, e tanto più benvenuta e saporita, che queste nostre donne ci hanno proprio condannato alla continenza, dacchè tutta la canaglia d'Italia ha preso il fucile o la sciabola. Le femmine, accese anch'esse di spirito bellicoso, non vogliono più sapere di sottane, abbenchè noi siamo i veri liberatori d'Italia.»

«Trovato!» esclamò il Gesuita, scintillando di lascivia e di vino, e radiante per il concetto infernale, che finiva di solcargli la mente, gettò la destra sul calice pieno, e dopo di averlo tracannato d'un sorso, così continuò!

«Caro Cortlin, io già vi devo gratitudine per l'ospitalità sì generosamente concedutami, e voglio ricambiarvi col servigio della mia pratica, in quest'avventura veramente deliziosa; solo chiedo per guiderdone alle mie fatiche la mia parte di preda.»

«Ma vi pare, mio caro Gaudenzio, ch'io sarei tanto egoista da privarvi della vostra parte! Anzi a voi la più squisita, maestro mio!»

«Oh no! gridò Gaudenzio avvinazzato, io sono sempre per l'umiltà cristiana, e mi contenterò di poco.»

E nell'anima loro, i due perversi, meditavano l'inganno reciproco.

CAPITOLO XV.

IL RATTO.

La più grande guerra, nella più remota antichità fu cagionata dal ratto di Elena. (_Autore conosciuto._)

Pioveva dirottamente, anche questa era una rigida notte di novembre, e nelle vie di Ravenna, massime dopo la partenza dei Volontari, poca o nessuna gente s'incontrava fuori di casa alle 10 pomeridiane.

Ravenna ha una popolazione seria, non chiassona. Benchè al mezzogiorno dell'Eridano, essa ha tutta la fisionomia dei popoli più settentrionali dell'Italia.

Eran dunque le 10 della sera, quando una carrozza a due cavalli si fermava davanti la porta della fruttajola Teresa. Tre uomini ne scendevano avvolti nei loro mantelli, salivano la gradinata del porticato, ed al coperto della pioggia, passeggiavano di fronte alla porta suddetta, conversando a voce sommessa, da non potersi distinguere le parole a poca distanza.

Una vecchia donna, scendeva pure dal veicolo, anch'essa nascosta in un grande sciallo di lana e giunta appena alla porta di Teresa, bussò tre colpi colla mano, e porse l'orecchio, per accertarsi s'era stata intesa di dentro.

Nessuna risposta, e la vecchia ripeteva le busse, ma invano. Alla terza prova finalmente essa fu più felice, ed un «Chi è?» rispose alle sue battute. «Son io! monna Teresa,» rispose con voce melata l'ambasciatrice del Don Cortlin. «Ma chi è? io non vi conosco, ed a quest'ora non apro.» Si rispondeva recisamente di dentro.

«Io sono Perpetua, e mi manda qui Don Cortlin, per comunicarvi cose di grande importanza e che riguardano voi, mia cara Teresa.»

Il nome di Perpetua, ch'essa conosceva, di Don Cortlin, e massime le comunicazioni importanti che stimolavano la sua curiosità donnesca, fecero sì che la nostra fruttajola, dimenticando ogni scrupolo sull'inviolabilità di casa sua nella notte, spalancò la porta, ed ammise in casa la vecchia.

Ma questa non entrava sola, poichè quasi pestandole la gonna, seguiva il gesuita Gaudenzio, e dietro a lui, due malandrini, il di cui ceffo, benchè a metà nascosto dal tabarro, li costituiva degni seguaci del Lojolesco.

Teresa diede un grido nel vedersi la casa invasa da quella masnada. Ma la vecchia per prevenire ulteriori scene, avvicinò subito la fruttajuola, e con piglio amichevolissimo esclamò: «Non vi sgomentate, mia buona Teresa, che questa è tutta gente da bene, gente con _timor di Dio_! ed incapace di farvi alcun male. Noi siamo inviati dal signor Curato, che ben sapete quanto vi stima, e che non permetterebbe certo che vi si toccasse un capello.»

«Ma per amor di Dio, Perpetua, ditemi allora subito di che si tratta, poichè non vorrei si dicesse domani per Ravenna, che la mia onorata casa, sia stata di notte frequentata da tanta gente sconosciuta.»

«Ma vi ripeto; insisteva Perpetua, ch'è onoratissima gente,» ed andava a proseguire una filastrocca in elogio della gesuitica comitiva e del suo padrone, quando Gaudenzio, impaziente di venire in possesso della sua preda, urlava con voce stentorea:

«Ma finitela, vecchia pettegola, che non siamo venuti qui per udire i vostri squarci d'eloquenza, ma per ubbidire agli ordini del reverendo Curato Cortlin, e salvare l'anima di questa sua pecorella dalle mani del demonio.» E siccome nella sua breve dimora in quella stanza, egli già aveva scoperto il ricovero d'Ida, dietro un'alcova, su d'un modesto lettuccio, fece un segno ai due malandrini di avvicinarlo, e così facendo lui stesso, essi in un momento furono in possesso della fanciulla, che fasciarono in un mantello, e trasportarono subito nella carrozza, trovandosi soltanto i tre con Ida, e lasciando la Perpetua coll'incarico di persuadere Teresa, che salvatori mandati dal cielo eran venuti per il bene dell'anima sua, gravemente compromessa dall'aver dato rifugio ad una giovine scomunicata.

Tale è l'impudenza di questa razza scellerata di vipere, e tale è l'infernale malizia con cui sanno maestrevolmente coprire col manto dell'ipocrisia ogni orribile delitto, compiendo in faccia al mondo le loro lascivie, le loro nefandezze, nascoste da un pretesto di tendenze al bene, alla moralità, e consacrate dal nome dell'onnipotente, che questi sacrileghi deturpano e prostituiscono incessantemente!

Tali questi ministri di Satana. Attizzavano i roghi, vi precipitavano migliaja d'innocenti, ed ascendevano poi il pulpito, ove proclamavano al mondo la loro pietà religiosa, e gli atti atroci che avevan commesso per la maggior gloria di Dio! E ci sarà ancora una donna italiana che vada a prostarsi ai piedi di questi velenosi nemici del genere umano!

CAPITOLO XVI.

LA CATTIVITÀ.

Les cloitres, les cachots ne sont point son ouvrage, Dieu fit la liberté, l'homme a fait l'esclavage. (CHENIER.)