Chapter 2
È vero che nel 48 il Papa era stato iniziator di riforme, e se, per ventura dell'Italia, non tornava egli presto alla sua natura di cocodrillo, stavamo freschi,--e coll'impostore clericume sul collo per altri secoli!
Sedea dunque in fondo alla mensa il rubicondo frà Gaudenzio--mezzo frate mezzo prete--e gesuita sino nella midolla delle ossa. Egli avea acquistata la fama di prete a _manica larga_. Le sue messe erano corte, andante e tollerantissimo il suo confessionale, massime quando le penitenti erano giovani, belle e tolleranti. La sua biblioteca di bottiglie era scelta con gusto, ed un tatto particolare aveva egli poi per la squisitezza delle sue Perpetue.
I due occhi di lince del _Nero_ fissavansi spesso sulle fisionomie del Comandante e del suo giovane amico. Egli col suo sguardo scrutinatore volea penetrare in quelle anime generose e strapparne i sensi, le mire, i progetti,--raccogliere il significato delle varie conversazioni, che circolavano fra quella gioventù animosa, per poi fare la sua delazione al capo--il Generale de' Gesuiti sedente in Roma.
«Io brindo alla Repubblica Italiana!» urlava il prete, in un momento di calma del bisbiglio della brigata.--E siccome, benchè Republicani di cuore, forse non accetto dalla generalità era allora in Italia il sistema Republicano--ossia il Governo della gente onesta¹, i più dei convitati si astennero di far eco al brindisi del Gesuita. «Morte ai retrogradi!» urlava ancora a squarcia gola il negromante, pieno di vivande e di vino--e quasi indispettito del modesto contegno de' commensali, scaraventava il bicchiere, che aveva innalzato, contro la parete--E di nuovo: «Sieno fatti a pezzi come questo bicchiere, gl'infami che non vogliono la Republica!» Qui male per il prete, essendo passato il bicchiere sulla testa di Franchi ed avendogli imbrattato nel viso di vino e di più macchiato un bellissimo fazzoletto a tracolla, regalo d'una vezzosa Bolognese.
¹ Chiamo il Republicano «Governo della gente onesta» perchè caddero le Republiche di tutti i tempi quando divennero disoneste e corrotte.
Il nostro Bresciano diè di piglio a una bottiglia d'Asti, che si trovava davanti, e te la infranse sul muso del prete, sconquassandogli naso, bocca, denti, e rovesciandolo svenuto sul pavimento.
«Bel colpo!» esclamarono molti dei nostri,--perchè un prete è sempre un prete, cioè un nemico dell'Italia--e più sommessa una voce s'intese pure con queste parole di vero: «Vile chercuto, almeno le tue delazioni saranno ora balbettate!» Ma il Comandante, che per la sua posizione voleva mantenere l'ordine tra l'irrequieta sua comitiva, e che come tutti i Comandanti aveva pure la sua dose di pedagogia, benchè nel fondo godesse anche lui della lezione amministrata al prete, ammonì Martino con severissimo rimprovero. Frattanto alcuni pietosi sollevarono Gaudenzio dal suolo ed il buon Ripari, chirurgo della Legione, dimenticando ogni giusto rancore contro la setta scellerata, dopo d'averlo medicato alla meglio, lo fece condurre in una stanza della Locanda, ove lo lasceremo in letto, meditando vendetta sul suo feritore e su tutta quanta quella canaglia, com'ei diceva, di scapestrati rompicolli.
Il buon umore, i brindisi, le ciarle del banchetto ebbero un termine colla catastrofe del prete, ed ognuno dei tanti che si promettevano di brindare, improvvisare, declamare poesie, diferirono ogni cosa per miglior occasione.
CAPITOLO V.
IDA
Bella come il sorriso della natura, in una serena e tranquilla mattinata di maggio.
(_Autore conosciuto_.)
O donna! creatura privilegiata, riverita, adorata dall'uomo di cuore--sovente manomessa dal codardo.
Angelo della vita!--L'uomo nella sua presunzione ideò Dio colle proprie forme: eppure l'Onnipotente dovrebbe avere la sembianza d'una donna, s'egli potesse aver forme. Se lo spirito deve comandare alla materia--l'intelligenza alla forza brutale--l'uomo all'elefante--la donna dovrebbe dirigere la famiglia umana.
Se al composto informe d'ermafroditi, che comandano all'Italia, si sostituisse una donna, essa certamente non consentirebbe a tante umiliazioni. Lo straniero, grazie alla concordia degli odierni reggitori, calpesterebbe forse ancora le nostre contrade, ma almeno con la donna governante, non complice, non traditrice de' propri concittadini!
Ida, la bellissima tra le fanciulle di Felsina, la Bulla¹ a 14 anni, aveva veduto il nostro Cantoni nel suo ingresso a Bologna, ed aveva consacrato la sua bella, la sua giovine esistenza al più avvenente dei Volontari. Colle donne bisogna essere belli, bisogna essere valorosi! La bellezza, figlia della natura, non si comanda.--E che colpa ho io se non nacqui bello? Ebbene tranquillatevi, non belli,--siate almeno valorosi, buoni, gentili--e la donna generosa passerà sulle ingiustizie capricciose della natura.
¹ Bulle si chiamano le belle fanciulle di Bologna.
Ida in Cantoni aveva indovinato l'eroe--eroe futuro, poichè egli, anelante di pugne, a pro della Causa Santa del suo paese, ancora non aveva assistito ad un campo di battaglia; ma la marziale fisionomia del Romagnolo non ingannava certo, e col suo tatto d'intelligenza donnesca, la bella fanciulla aveva scandagliata sino nel fondo quell'anima privilegiata.
Il giorno in cui i Volontari da Bologna si dirigevano verso Ravenna, un ragazzo sui quattordici anni avvicinava la staffa del Comandante e diceva: «Comandante arruolatemi tra i vostri militi»--«Come vuoi arruolarti, bambino. Tu sei troppo giovine!»--E quello in uno scoppio di pianto, ma sì sentito, sì commovente da intenerire una tigre,--e certo non era una tigre il Comandante de' Volontari,--talchè mosso a compassione dell'addolorato giovinetto, rivolto al Cantoni, disse: Ebben che venga, esso stia con Aguilan ai bagagli.»
Ida, vestita da uomo, seguiva così Cantoni alla coda della colonna, ove Aguilan trovavasi con un cavallo di rimonta del Comandante ed un mulo carico dei poveri bagagli dello stesso.
Dio mio! che bella coppia camminava silenziosa l'uno accanto all'altra! Cantoni, benchè d'un anno solo più avanzato, superava quasi di tutta la testa la sua vezzosissima compagna.--Egli di quando in quando l'adocchiava, sentiva un indefinito interesse per lei, ma altro non era; chè nei suoi sogni di battaglie, di glorie il giovine Forlinese poco si curava d'affetti che non fossero di bellicosa natura.
Altro era l'affetto sentito da Ida.--Nel suo cuore d'angiolo l'amore era stato originato da quel santo sentimento ch'è la libertà patria, la sua indipendenza dallo straniero, il suo onore ogni giorno contaminato da una casta di codardi che l'educazione pretina ha impiantato in Italia sotto il titolo di Moderati. Ed in Cantoni essa credeva (e non s'ingannava) d'aver trovato il suo ideale, cioè il giovine insofferente di vergogne, pronto sempre a correre ove era chiamato dalla causa sacrosanta dell'Italia.--Poi quella figura del Romagnolo era così bella! così marziale, che non è strano se immenso amore e voluttà s'eran diffusi nel cuore della giovinetta, e fervevano nel suo seno, mentre avvicinavasi e camminava a fianco di colui, che colla velocità dell'elettrico, dal suo occhio scintillante avea stillato nell'anima sensibile della sua adoratrice tutto il fascino d'un assoluto impero.
Essa pure adocchiava il suo idolo camminando, ma il suo occhio d'improvviso s'adombrava, i suoi piedi più non sentivano il suolo calpestato--e barcollando, quasi precipitava boccone sul davanti della via senza la robusta destra del Romagnolo che la sorreggeva. Ida era confusa, ma felice! e di quella felicità più pura, più sublime, direi quasi, la sola: quella che risiede nella immaginazione e nella speranza! E qual altra felicità esiste sulla terra!
Aguilan, il nero, era uno di quelle paste d'uomini che natura formò per essere amati. Tranquillo, buono, freddo al pericolo era prevenente per tutti coloro che sapevano destare la sua simpatia.--Il suo colore era il puro nero ebano, senza mescuglio, colore che vale il biondo ed il bruno delle diverse razze europee. Aguilan era di forme atletiche e perfetto cavaliere, non di quei ridicoli cavalieri, di cui son sempre piene le quarte colonne del giornali ufficiali, e che non si sa perchè diavolo sieno stati creati cavalieri, ma cavaliere nel vero senso della parola, cioè di coloro che quando inforcano un cavallo, v'innamorano per la leggiadria ed il garbo con cui si lanciano e si posano in sella.
Egli era nero, ma non africano; nato nella campagna di Montevideo da genitori africani, possedeva la venustà delle forme caratteristiche del creolo. Destinato sin dall'infanzia per domatore di cavalli nella Estancia¹ dal generale Aguilan,--di cui i parenti del nostro nero erano schiavi, poi liberati dall'avvenimento della Republica--egli avea passata tutta l'attiva sua gioventù in quell'arduo e marziale maneggio. Domatore di cavalli non era strano ch'egli fosse perfetto cavaliere. E chi ha percorso l'America Meridionale ricorderà, che gran parte dei domatori appartengono alla razza nera, certo indebitamente per tanto tempo disprezzata e manomessa.
¹ Estancia stabilimento pastorizio.
Aguilan ricevendo gli ordini del suo capo--trasmessi da Cantoni--fissò i grandi e foschi suoi occhi nella bella figura del nuovo assistente e con un sorriso benevolo lo accolse. Poi una lagrima cristallina discese dalla sua pupilla, di fuoco.--Forse l'incantevole volto della giovinetta lo trasportava in quell'istante tra le bellissime creole d'una patria ch'egli non doveva rivedere mai più. Povero Andrea!
Aguilan cominciò subito ad iniziare Ida nei doveri dell'acquistata carica, cioè: la conduzione e cura dei bagagli del quartier generale.
Grande era la felicità della nostra eroina! essa aveva ottenuto il suo intento e trovato l'adorato de' suoi pensieri.--Viveva una vita d'avventure, di pericoli, di gloria accanto a colui che padroneggiava l'intiera sua anima e la cui vista era divenuta il supremo bisogno della sua esistenza.
In quei giorni sui giornali di Bologna si leggeva il seguente avviso:
«Chi potesse dar notizie d'una giovinetta sui quattordici anni--di statura media--occhi e capelli neri--viso regolarissimo--svelta e robusta della persona, infine di bellezza piuttosto rara, non solo solleverà una famiglia onesta di questa città da immenso cordoglio, ma riceverà una ricompensa adequata al servizio reso.»
Io lascio pensare a qual disperazione trovaronsi i genitori della fanciulla quando un giorno si succedeva all'altro senza veruna nuova di lei che idolatravano.--Ida, o non lesse l'avviso, o leggendolo si contentò di bagnarlo d'alcune lacrime di reminiscenza e di rimorso, ma non cambiò di proposito. I figli generalmente poco o nulla corrispondono all'amore degli autori della lor vita...
CAPITOLO VI.
FISIOLOGIA ITALIANA.
La pianta uomo nasce più robusta in Italia che in qualunque altra terra. Gli stessi atroci delitti che si commettono ne sono una prova. (ALFIERI.)
E ben diceva il grande Astigiano!
Nella storia dei popoli nessuno certamente può vantare tanto genio, tanta grandezza--e nello stesso tempo tanta abbiezione e tanti misfatti come questo pezzo della superficie del globo tanto favorito dalla natura.
A canto della Roma antica,--la più splendida, la più stupenda parte della storia umana,--la Roma moderna!... quell'amalgama informe pestilenziale di menzogne, di prostituzione, di servaggio, di degradazione umana!
A canto delle grandissime figure degli Archimedi, dei Camilli, dei Galilei, degli Alfieri--il miserabile spettacolo di buffoni negromanti e d'un popolo in preda alle più vili superstizioni, sempre venduto e sempre prostrato ai piedi dei neri trafficatori della sua libertà e dell'onor suo, e per ciò sempre disprezzato, sempre servo e sempre vile!
A canto a una schiera di volontari, di martiri, d'eroi--da onorare il genere umano--una turba di codardi, di prezzolati, di prostituti, sempre pronti ad inginocchiarsi davanti a tutte le tirannidi!
Una plebe poi a nessuna seconda per intelligenza e per malizia, ma che oggi ancora si affolla come molti secoli indietro, non solamente nella bottega del prete, troppo angusta per contenerla, ma nell'atrio, nel peristilio, e stendendo sovente la sua coda cenciosa e sudiciosamente cattolica, sino ben lontano nella strada o sulla piazza.
Nella fisiologia della nostra penisola, perciò che riguarda la parte fisica del nostro popolo, vi sono pure dei contrasti sorprendenti.
Voi trovate degli individui ben formati e robusti in ogni provincia siccome degli aborti, dei gobbi e dei deformi. Un po' di colli torti nella generalità, ma ciò non è strano coll'educazione del prete, atto per eccellenza ad insegnare l'ipocrisia, i baciamani e le genuflessioni.
Tale enorme differenza poi degli individui, nel fisico e nel morale proviene anche dal sistema di privilegio che signoreggia nella penisola. Mentre, per esempio, si muore di fame nel mezzogiorno, si scialaqua, si festeggia, si fan tornei al settentrione.--E guai a chi ardisse di entrare nelle sale e dire che piove! Convien dire: «_che vi ha bagnato il sole_» foste voi stato schiacciato dalla grandine!
Comunque sia l'Italia solo abbisogna d'un Governo--poichè tale non può chiamarsi quel conventicolo d'uomini miserabili che la ressero sinora. Con un Governo essa potrebbe paragonarsi alle prime nazioni in mare ed in terra. E se le masse sono ignoranti, superstiziose od imbelli, ogni provincia produce sempre uomini che onorano l'umanità per genio, per valore e straordinaria intelligenza.
E sicuramente mentono coloro che per scusare la perversità o la nullità del Governo, vi cantano su tutti i tuoni che in Italia mancano uomini. È anzi il privilegio di questa terra infelice d'aver prodotto delle colossali individualità ne' suoi tempi anche più depressi e più abbietti. E se ne volete una prova, cercatela in quei tempi non di grandezza--ov'essa non tollerava paragoni sulla superficie del globo,--ma ne' bassi tempi, quando divisa in cento parti, solcata da vari e numerosi eserciti stranieri, essa vi gettava ancora sulla bilancia degli uomini illustri i Dante, i Doria, i Montecuccoli, i Filiberti--e finalmente il gran zio del piccolo bastardo--che oggi ha aggrapato la sua mania di tirannide, alla vile tirannide del prete proprio nel cuore della penisola.
Bologna mantiene giustamente il primato sulle altre città delle Romagne. La sua forte e numerosa popolazione ha dato in ogni circostanza prove d'energia e di patriottismo da collocarla non seconda a nessuna delle Metropoli Italiane.
Nell'8 agosto del 1848 Bologna aveva imitato ben degnamente la superba Capitale della Liguria nel 1746;--e nel 1849 essa combattè valorosamente ancora contro gli stessi nemici, e se non fossero state le cabale di quegli sciagurati uomini che si chiamano Moderati--e che nel solo Bene sono Moderati davvero--Bologna avrebbe schiacciato una seconda volta gli esosi soldati dell'Austria. Ma ecco un altro contrasto un'altra anomalia di queste nostre Città Italiane. A canto ad un popolo valoroso e liberalissimo, voi trovate _un'altra classe_ reazionaria e vigliacca con tanta energia nel male quanta ne ha nel bene il povero popolo.
Tale è Bologna.--Non così Ravenna. In quest'ultima città, quasi unica in Italia, io ho trovato un'armonia tra ogni ceto di cittadini da far meraviglia certamente.
Bologna aveva due circoli--in quei tempi di animazione generale (1848)--uno Nazionale e l'altro Popolare, in guerra accanita l'uno coll'altro, e due giornali _malva_ entr'ambi, perchè sostenuti dai moderati. Ravenna aveva un circolo solo, un giornale solo, un ceto solo, spettacolo unico in Italia ove tante discordie esistono sempre. Non spie, poichè se fatalmente una ne compariva, giustizia era presto fatta.
Tutti sanno quanto i Ravennati sieno buoni cacciatori; pochi ve n'è che non sieno muniti del fucile a due colpi con cui si esercitano nella vicina Pineta, nei laghi, e nelle valli. Comparisce una spia, e non è difficile a sapersi in una città ove la popolazione è così concorde ed unita, s'istituisce un comitato segreto incaricato di vigilarla, ed accertarsi delle sue funzioni. Una volta certi ch'è una spia, si tira a sorte a chi tocca prender l'impegno di sbarazzarne la città. E non è di notte nè col pugnale che si castiga una spia, ma in pieno giorno, frammezzo alla popolazione, che conscia per lo più, o presentendo la sorte del colpevole, lo sfugge come cosa pestifera. Un colpo parte ed attraversa il cuore del maledetto agente della tirannide, ed il feritore mette il suo fucile in ispalla e torna a casa. Non v'è pericolo di trovare un delatore in quel popolo: esso farebbe presto la fine della spia.
CAPITOLO VII.
DA BOLOGNA A RAVENNA.
La calunnia è un venticello (_Il Barbiere._)
Masina, il bello e prode figlio di Bologna, s'era unito ai Volontari, e ne fu sino alla morte il più audace e più valoroso commilitone. Masina, fortissimo soldato della libertà, avea fatto la guerra di Spagna, giovanissimo, e vi si era distinto. Esso era uno di quelle nature per cui il mondo è angusto. Idolatra delle avventure guerriere, vi si gettava a testa bassa, e certo il suo eroico valore dovea presto vedovarne l'Italia! Masina moriva sui gradini di Villa Corsini il giorno 3 giugno 1849, nell'assalto dato dalla I. Legione Italiana e dai bersaglieri di Manara, e cadeva primo fra i primi in quell'infausta mattinata, ove con un tradimento¹ Oudinot decideva della sorte di Roma. Amato e riverito dai Bolognesi, Masina aveva proposto al Comandante dei Volontari di attaccare le truppe papaline co' suoi e il popolo. Ma questi non aveva creduto a proposito di farlo. Il movimento non sarebbe stato d'impossibile riuscita, ma si credeva troppo isolato e non si fece.
¹ I Francesi, battuti ed inseguiti sino al Castel Guido, il 30 aprile, tornarono su Roma, ingrossati a più di 40 milia uomini, e mentre avevan trattato un armistizio sino al 4 giugno, assaltarono traditoriamente gli avamposti Italiani nella notte dal 2 al 3 e per sorpresa s'impadronirono di Villa Corsini, chiave della difesa di Roma, e che non fu più possibile di riprendere, assaltandola tutto il giorno 3.
All'incontro si accettarono le proposizioni del Governo Pontificio che furono le seguenti: «Dirigersi a Ravenna e di là a Porto Corsini, ed imbarcarvisi per Venezia a spese di detto Governo.»
Ma la calunnia di quei maestri d'ogni inganno e d'ogni impostura, che si chiamano preti, avea già deturpata la riputazione dei Volontari Italiani, dipingendoli come un'accozzaglia di banditi, rotti ad ogni vizio e spensieratezza. Dimodochè si seppe subito che il Governo di Manin, a Venezia, avea fatto sapere a Ravenna che i Volontari non sarebbero stati ricevuti. Saputasi dal popolo di Ravenna cotesta decisione, quei bravi popolani, sdegnarono di vedere una mano di giovani, consacrati alla libertà italiana e venuti sì da lontano, obbligati di rifugiarsi in Turchia, perchè tutti i sedicenti governi liberali d'Italia li cacciavano. E tale sarebbe stata la loro sorte se una circostanza imprevista non la cangiava, come vedremo più avanti.
In una stanza del palazzo Guiccioli di Ravenna, ove abitava il Legato Pontificio, cardinale Sardella, trovavansi a colloquio collo stesso il generale Latour e don Gaudenzio, il prete liberale che già conosciamo.
«Questo popolo mi mette in fastidio, diceva l'astuto prelato.--Esso fa poche parole, poche millanterie, ma se si mette in capo d'eseguire qualche cosa, la fa a dispetto di qualunque pericolo.--Così non sono molte delle popolazioni Italiane:--molto chiasso, molte ciarle e fatti pochi.»
«Ecco adesso incaponirsi a non voler lasciar imbarcare i Volontari; ma vi sembra, generale! Cosa diavolo voglion far qui di quella banda di scapestrati?»
«E così li abbiam dipinti io ed i miei agenti, eminenza! sclamava il rubicondo don Gaudenzio,--l'esaltato gesuita republicano--siccome ladri, gente rotta ad ogni vizio e sopratutto, nemici acerrimi della religione.--(E qui stava sul suo cavallo di battaglia il negromante.) «Ma questi romagnoli sono teste dure che solo col piombo ponno ammollirsi e se non si pigliano delle misure energiche, io temo che questo nostro triregno versi in grande pericolo.»
«Alla sordina, ed un poco ogni notte, noi abbiam riunito in questa città i due reggimenti che occupavano le Filigari e Bologna» diceva il generale Latour. «E si può contare astutamente su questi stranieri; essi sono i più fidi alla Santa Sede; e quando si sa che alcuno si ammala del morbo di libertà--oggi venuto in moda,--esso s'invia al corpo di spedizione per Venezia. Quando Vostra Eminenza dunque, voglia giungere a qualche fatto energico ponga pure ogni fiducia nelle mie truppe.»
«Oh, generale! voi non sapete che razza sono questi Romagnoli. Poi ai Volontari si son riuniti quel fazioso di Masina co' suoi lancieri, quel furioso di Bonnet da Comacchio ed un capitano Mambrini con molti Mantovani.--Non è vero don Gaudenzio?»
«Non solamente è vero» rispondeva la spia in sottana, «ma vi so dire che in Ravenna giorno e notte si stanno fabbricando cartuccie¹, e che vi esistono fucili sufficienti per armare Volontari e popolazione.»
¹ Storico.
A queste spaventevoli notizie gli occhi del grasso prelato ruotavano nell'orbite foschi ed infuocati: quasi per istinto appoggiò le due mani sui lati del seggiolone in atto di alzarsi e fuggire, ma sopraffatto dal peso corporeo, si lasciò ricadere, e le polpute sue mani sostaronsi a sostegno della pancia (santuario della negromanzia) alquanto scomposta dall'unico movimento, e vi rimasero come per proteggere quel fetente ricettacolo, ove finalmente vanno ad avvolgersi e seppellirsi, sotto gli auspicii della menzogna, pudore, coscienza e dignità umana! Vedendo Sua Eminenza spaventata l'astuto Gesuita volle profittarne: «E non vi sarebbe modo» diceva il birbante «di sbarazzarsi di tutta questa canaglia, colla volontà e permesso di Dio» (sacrilegio perenne di questi assassini che fanno Dio complice dei loro misfatti?) «Non vi sarebbe, dico, qualche mistura nel cibo da provvedersi? La causa della nostra religione è tanto santa, tanto gradita al Padre Eterno che l'olocausto di alcuni rompicolli sarebbe a lui piacevole.» E qui citò in latino un buon numero di passi delle loro favole--ove Dio per fare piacere ad un popolo di vagabondi usurai sacrificava altri popoli innocenti.
Il prelato, spalancando tanto d'occhi al ritrovato infame del suo perverso collega, raggrinzò le labbra fingendo disapprovazione, ma dagli occhi suoi traspariva certo godimento dell'anima sua da cocodrillo. Al mercenario pure non dispiaceva la gesuitica scoperta, ma per mantenere quella presuntuosa superiorità che la dappocaggine dei discendenti degli Scipioni ha concesso ai mercenari stranieri in questo sventurato paese: «Viva Dio, esclamava, alzandosi dal seggiolone in tutta l'altezza della sua statura al disopra dell'ordinario,--«Viva Dio! le carabine de' miei soldati potranno presto mettere all'ordine questi briganti! (e se non avesse parlato in presenza di due indigeni egli avrebbe magnificato il suo discorso con _brigands d'Italiens_, frase favorita con cui ci onorano generalmente i nostri vicini d'oltr'Alpi.)
«Sì, ma questi briganti, signor Generale (ripigliava il Loyolesco), sono gente risoluta che conoscono ed hanno odorato la polvere un tantin più che l'ha fatto Vostra Signoria Illustrissima al pacifico servizio e viver beato di Sua Santità. E poi sono sostenuti da una popolazione che non burla e di cui sino i bambini sanno maneggiare il fucile.»
Il soldato in livrea colla solita aria di Rodomonte lisciava i baffi, sollevava il capo e sembrava minacciar le nubi.--Il porporato continuava a fissare spaventato il Gaudenzio, ma un sintomo evidente di terrore invadeva il concistoro.