Cantoni il volontario

Chapter 13

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Nel centro le cose andavano diversamente, la colonna di fanteria s'avanzava impavida per lo stradale. Lo squadrone di cavalleria in testa, incontrossi con pochi esploratori a cavallo dei nostri, si caricò, e dopo alcune sciabolate, i pochi voltaron faccia, e spinti dal nemico alle reni i loro cavalli novizi si abbandonarono a furia ad una fuga a carriera, senza più poterli frenare.

Chi scrive trovavasi a cavallo col suo fedele Aguilan nella strada incassata tra le linee nostre di fanteria e la poca gente a cavallo. La corsa dei Repubblicani sembrò ad esso poco dignitosa, ed egli assieme al suo valoroso assistente attraversarono i cavalli in corsa per fermare i fuggiaschi. Imprudenza che quasi gli costò la vita, e quella del suo compagno. Giacchè i cavalli infuriati che giungevano sul luogo a carriera, trovando gli ostacoli di cavalli attraversati, rovesciarono cavalli, cavalieri, e cadendo alcuni dei fuggenti stessi formarono un gruppo informe a catafascio, che naturalmente divenne facilissima preda al nemico.

E veramente i Borbonici sopraggiunti inseguendo i fuggenti, cominciarono a menar sciabolate a gente incapace di difendersi, ed a gridare: «Arrendetevi!» I caduti eran tutta gente poco disposta alla resa, e sbarazzati dai cavalli, essi si atteggiarono a menar le mani. Ma cosa avrebbe potuto un numero sì sproporzionato? morire da forti. Così però non l'intendevano Cantoni ed Ida. Essi non perdevano di vista l'amato loro capo, ed accennando il pericolo, al bravo capitano Airoldi, in riserva con una compagnia di ragazzi¹ tutti si precitarono alla riscossa.

¹ Io fui sempre d'avviso per la formazione di corpi di ragazzi, e sono persuaso che con essi si possono avere i migliori militi. In questa circostanza mi salvarono la vita, in ogni città Italiana v'è sempre una esuberanza di fanciulli, orfani o con poveri parenti. Organizzati ed istruiti, essi potran formar il nerbo dell'esercito nazionale, e togliere dalla società l'elemento corrotto, Italia lo farà quando avrà un Governo.

Cantoni pel primo, saltando al dissopra dell'informe catasta, gettossi tra me ed un nemico che mi travagliava da vicino, e contro cui io difficilmente mi difendevo essendo rotto dalle contusioni, e mentre il Borbonico mi feriva, forse con un colpo sulla testa, la sciabola liberatrice lo colpiva e bestemmiando si ritirava col braccio penzolone.

Ida armata della lancia d'un lanciere caduto, tempestava a fianco dell'amante. Io giammai avrei creduto la bellissima fanciulla capace di tanto eroismo; essa somigliava un demone colla faccia d'angelo. La svelta schiera dei giovinetti, come se fosse in un campo di ricreazione, lanciavasi a corpo perduto, ed al grido di _Viva l'Italia!_ maravigliava quanti nemici si trovava davanti.

Intanto l'ala destra nostra, vittoriosa obbligava anche il centro e la destra del nemico, che potevan esser tagliate, a ritirarsi precipitosamente. Cosicchè tutto l'esercito borbonico fu ricacciato in Velletri. Mentre la vanguardia dell'esercito repubblicano trovavasi impegnata, il corpo di battaglia e la retroguardia dello stesso, che erano stati ritardati per aspettare i viveri, s'avanzavano, ma non giungevano che molto dopo la ritirata del nemico.

Qui, ad istruzione della gioventù italiana, io devo accennare ad un inconveniente ben grave nella guerra nostra. A me risuona ancora nell'orecchio, il maledetto grido: _di pagnotta e paga_, con cui mi salutavano i miei primi votontari nel 48. A me assueffatto coi valorosi Americani, ai quali un pezzo di carne era sufficiente alimento, doveva veramente sorprendere di trovarmi obbligato a condurre dei carri per le montagne, per dar tre pasti al giorno ai miei soldati. Meglio desistere dalle aspirazioni di libertà e di indipendenza, se non si è capaci di passare per le privazioni inseparabili dalla vita dei campi.

Io so esser bene: che il milite abbia, se possibile, il pane ogni giorno, la sua minestra con vino, ecc. Ma, per esempio, quando vi sia del pane solo, o della carne sola, si deve per ciò far meno il proprio dovere?

Per il mercenario che vive della pagnotta, e altre aspirazioni non ha che la pagnotta ed il soldo, io capisco le mormorazioni, ed anche il rifiuto di servizio; ma per il milite patriota, per il volontario al servizio della causa santa del suo paese, ciò non dovrebbe essere, perch'egli deve andar superbo di qualunque disagio sofferto.

Potendo vivere di carne sola un esercito qualunque si trae d'impedimento, valgano ad esempio gli eserciti agguerriti del Rio de la Plata che non conducono secoloro un solo carro; non proviande, quindi non carri, non un mondo di addetti alle commissarie, alle distribuzioni ecc., e certamente meno furti e dilapidazioni. Con una truppa di bovi, proporzionata ad ogni corpo, o di pecore, ecc., facili a moversi in ogni senso sui fianchi, o nella retroguardia, la gente non si trova mai affamata, se tal servizio è fatto con intelligenza ed avvedutezza.

Ciò non toglie che in tempi meno urgenti, non vi debbano esser carri, marmitte, pentole, pane, vino, ecc., e tutta quella ciurma d'imbarazzi, che accompagnano un esercito nostro, e che ne disturbano e sovente paralizzano i movimenti.

Accennando al solo alimento di carne, io alludo all'America meridionale ove tale costume è generalizzato. Io so però che non ebbi difficoltà ad Assueffarmivisi, siccome chiunque appartenne alla Legione Italiana di Montevideo, e credo quindi non difficile assueffarvi la gioventù nostra, destinata a passar ancora per delle forti e disagiate prove, prima di poter gridar al mondo: Noi siamo i padroni della nostra terra, e l'Italia ha cessato d'esser una menzogna.--Il 67 nell'agro Romano, ove vi fu veramente dell'eroismo per parte della gioventù nostra nelle varie pugne, si mancò al solito di costanza, non si volle adattarsi a mangiare carne sola, abbondantissima in quelle contrade, si volle pane ad ogni costo, e non si poteva ottennerne per tanti motivi, cioè, per non aver forni sufficienti, e per esser intercettato il pane nostro dal sediciente governo italiano. E a tutto ciò diede l'ultimo crollo in quella gloriosa e sventurata campagna, il tradimento del governo e dei dottrinari!

Nella circostanza che abbiam descritto (Velletri 1849) successe dunque che il corpo principale dell'esercito Romano, fermo a Zaccarolo in aspettativa delle razioni da Roma, perdette un tempo prezioso e ciò fu il motivo d'aver potuto il re di Napoli far la sua ritirata non disturbato. La vanguardia all'incontro, coi suoi pochi cavalieri montevideani, avea trovato nelle tenute cardinalesche, bestiame ad esuberanza con cui fece lauto pasto. E dalle informazioni prese dai viandanti, e gente del paese, il vecchio ed esperto Marrocchetti, conoscendo che l'esercito borbonico preparavasi a ritirarsi, sollecitò come abbiam veduto, e raccolse ciò nonostante sui campi di Velletri un bel frutto della campagna. L'esercito repubblicano giunse tardi alla vista di Velletri, la ritirata era già cominciata, al che l'esercito borbonico attese più marcatamente dopo la sua sconfitta coll'invio sulla via Appia che conduce a Terracina, di tutte le grosse artiglierie e bagagli. La cavalleria nemica, scaglionata a destra e sinistra della strada per proteggere la ritirata, e i suggerimenti di quanto s'era saputo ed osservato non valse a persuadere il generale in capo delle intenzioni del nemico. Dimodochè alla mattina seguente l'alba rischiarava l'esercito borbonico, lontano, lontano sulla via Appia, marciando precipitosamente verso Terracina.

CAPITOLO XLII.

ANCORA VELLETRI.

La pluralità dei governanti nei tempi urgenti è la rovina della Republica.--

Uno degli errori commessi dal Governo Romano fu certamente d'aver concentrato in Roma tutte le forze della Republica. Certo ciò era desiderato dal Buonaparte e compagni, e rese facile il compito della loro infame campagna. Se essi non avessero avuto abbastanza di quaranta mila uomini per assaltar la capitale ne avrebbero inviato cento mila. Dopo le vittorie di Palestrina e Velletri sull'esercito borbonico, quell'esercito era intieramente demoralizzato, dir basti che i suoi soldati furon fatti uscir di notte da Velletri senza scarpe per non far rumore, e si sapea positivamente ch'essi fuggivano ognuno cercando di guadagnar la propria casa. Che occasione per impadronirsi del regno e dar la mano alla Sicilia eroicamente lottante!

A Bocca d'Arce, ove s'inviò un distaccamento nostro, all'apparire dei bersaglieri di Manara una divisione borbonica, comandata dal generale Vial, fuggiva.

Le deputazioni delle provincie Napoletane giungevano ad invitarci d'invadere, assicurandosi delle buone disposizioni a favor nostro in ogni parte del regno.

La Sicilia intiera era ancora un altro non ultimo motivo che doveva spingere ad invadere il Napoletano.

In luogo di localizzare la guerra in una città indifesa, con diciotto miglia di circuito, potevasi far la guerra nazionale nella campagna con dei mezzi immensi esistenti allora in Roma, trasportando la sede del governo in un punto forte, come Orvieto, per esempio, o altro, che non mancano nelle falde dell'Apennino, oppure marciando il Governo colle colonne Repubblicane, com'è successo in tante parti d'America, ed allora la perdita della Filadelfia¹ Italiana non solo sarebbe stata insignificante, ma avrebbe servito d'imbarazzo al nemico, obbligato di tenervi forte presidio.

¹ Nelle guerre d'indipendenza degli Stati Uniti, essendo allora Filadelfia la capitale, minacciata dagli Inglesi, il Governo abbandonò la città e si ritirò coll'esercito nell'interno del paese.

Nulla di tutto ciò si fece, si richiamarono in Roma una divisione esistente in Bologna, l'esercito vittorioso a Velletri, il distaccamento già entrato nel regno per Bocca d'Arce ed infine tutte quante le forze esistenti sul territorio della Repubblica, e così si diede agio al nemico di finire con un bel colpo!--Dementi che potevano sostenersi indefinitivamente e con buon successo se sparsi sul vasto e montuoso territorio dell'Italia del centro e del mezzogiorno!

Di più ci fu tolto l'onore di cadere per gli ultimi, se cader si doveva, nella gloriosa tenzone sostenuta dall'Ungheria, da Venezia e Roma.

CAPITOLO XLIII.

SAN SILVESTRO.

Les cloitres, les cachots ne sont point son ouvrage; Dieu fit la libertà, l'homme a fait l'esclavage. (CHENIER.)

Come già dicemmo, la Legione Italiana era acquartierata in Roma nel Convento di San Silvestro, che fu già di monache, e come dissero alcuni scrittori ragionati un'_harem_ dei moderni sacerdoti di Venere e Bacco, che per isventura d'Italia governano Roma.

Il lettore ricorderà che nella notte dell'auto-da-fè dei confessionali il gesuita Gaudenzio era stato rinchiuso in detto quartiere.

Che i Legionari non fossero poi quei carcerieri, conosciuti massime dai detenuti politici, e sì famosi per crudeltà e vigilanza, tutti ponno supporre, ma si sapeva pure che Gaudenzio era stato chiuso nei sotterranei del convento, ove gli si passavano i viveri necessari, e da dove sparì una bella mattina, non essendo stati mossi i catenacci del portone, e non trovandosi nello stesso indizio alcuno di violenza. L'antipatia dei giovani militi per il prete era troppo grande da lasciar supporre, che si fosse favorita la fuga del malvivente, poi le chiavi non eran mai uscite dalla custodia dell'ufficiale di guardia.

Tutte queste considerazioni eran passate per la testa del nostro Martino Franchi, che Zambianchi accusava d'aver lasciato fuggire il sorcio.

Comunque fosse le spedizioni di Palestrina e Velletri, avevano impedito ai nostri amici di occuparsi del Gesuita; tornata però la Legione in quartiere, dopo Velletri, e giuntavi di sera, Franchi invitò Zambianchi e Cantoni ad una investigazione nei sotterranei.

Muniti delle chiavi e di torcie, i quattro amici (diciamo quattro perchè Ida colla sua curiosità donnesca, non aveva voluto perdere sì propizia occasione, per conoscere i segreti d'un convento da donna: poi trattavasi di quel misterioso individuo che già tante volte l'avea tribolata, perseguitata e che giustamente ella poteva chiamare il suo malefico tentatore),--i quattro amici dunque s'avanzarono verso il portone, lo aprirono e cominciarono a discendere in quella bolgia, ove la carità cristiana avea precipitato cristianamente un numero immenso d'innocenti vittime, la maggior parte per non più tornare a riveder il firmamento. Al chiarore dell'apertura del portone i pipistrelli schifosi svolazzavano nell'oscuro spazio, ed alcuni avean profittato del momento per sprigionarsi e solcare l'atrio colonnato del convento.

Colle mani diradavansi le ragnatele che non solamente ne ingombravano gli angoli della scalinata, ma spesso attraversavano la discesa ai viandanti posandosi spiacevolmente sul loro volto. Il topo, che probabilmente credevasi il naturale padrone del sotterraneo, appena movevasi dall'immondo pasto, per aprir un varco agli esploratori. Esso era senza dubbio il discendente dei mangiatori di cadaveri, in tempi in cui questi erano numerosi e così numerosi i conviti. Al suo dente roditore dovevasi certamente la diminuita quantità di scheletri esistenti, ciò che menomava quindi i corpi di delitto della razza reproba, che avea presieduto alle carneficine umane.

Le catacombe e i sotterranei di Roma sorprendono colla loro frequenza ed estensione; essendo però il terreno composto di un tuffo facilissimo a scavare e tenace abbastanza da potervisi praticare volte senza pericolo, agevole ne diventava l'esecuzione.--Tanto più frequente, poi esserne dovea questa ove si ponga mente alla ricchezze accumulate dai nipoti dei padroni del mondo, che dovevano cercar ricoveri da nasconderle, e sovente anche per salvare la vita dalle irruzioni sì frequenti e terribili dei nemici di Roma.

Ai discendenti degli antichi Romani, successi i preti, anche ricchissimi, diffidenti per il malo acquisto, e scopritori di quei raffinati supplizi, di cui solo un chercuto è capace, i sotterranei vieppiù si moltiplicarono, massime sotto i conventi¹, sotto le chiese, sotto le abitazioni di prelati e dei principi. Il sotterraneo di San Silvestro era dei meno importanti; non vi mancavano però celle per i condannati e le condannate in quantità ragguardevole e tutte scavate nel tuffo.

¹ Con cui i conventi dei maschi comunicavano con quei delle femmine.

Di queste celle alcune erano chiuse, altre aperte. Tutte mandavano fetore di cadavere, e se il sotterraneo non si fosse aperto in un spazio assai vasto, i nostri amici eran forse obbligati di tornare addietro per non poter resistere a tanta pestilenza.

I quattro non eran gente da spaventarsi di poco, ed innoltratisi al chiaror delle torcie in un corridojo più spazioso, essi poterono osservarvi cose da loro non mai viste, e che avrebbero intimorito chiunque meno assuefatto ai perigli ed alle nequizie degli scellerati sedicenti servi di Dio! Qui, e là appesi alle pareti ogni specie d'istromenti di tortura: la cuffia del silenzio¹, e non pochi eran gli scheletri, che la conservavano ancora nell'informe loro teschio; le tenaglie immense con cui fratturavansi le ossa, i cavalletti di metallo, su cui sedevano gli sventurati dopo d'averli resi roventi con fuoco interno, i ceppi, come tormenti preparatori a tormenti maggiori, le corde insaponate con nodi scorsoj da appiccare per il collo o per qualunque della membra, botti con chiodi a punta interna, ove si rotolavano gli sventurati, che forse avevan dubitato dell'infallibilità del Papa; e per gli innocenti, a cui si volevan togliere, i soldi, la figlia o la donna! E quando si pensa che esiste ancora questa canaglia nel consorzio umano, in questo secolo di civilizzazione,--che dico esiste! anzi trionfa nelle miserie dei poveri popoli, grassamente sovvenuta dai potenti!!...

¹ Era uno strumento che impediva alla vittima di aprire la bocca.

E credon forse le genti che, potendolo, i preti non tornerebbero ancora alle torture ed ai roghi? Sicuro, con tanta alacrità come nel Medio Evo. E qui bisogna confessarlo: se l'umanità non progredisce come dovrebbe, essa almeno ha fatto un gran passo, togliendo ai chiercuti il potere di pascersi di carne umana!

Tra gli stromenti di tortura appesi alle pareti, esistevano teschi ancor attinenti al busto per gli ossami del collo, e che accusavano i patimenti infiniti sofferti in quelle terribili murature.

Ida, piegando sotto la sensibilità squisita della sua natura di donna, quasi sveniva nelle braccia di Cantoni all'orrendo spettacolo, ma la rauca voce di Zambianchi che gridava: «Venite qui,» la ridonò ai suoi sensi, e barcollando essa seguiva l'amante verso l'amico, che da destra del corridoio invitava i compagni, a condividere l'inaspettato ed orrendo spettacolo da lui scoperto.

Era questo l'ossario... Alla destra del corridojo, incavato nel tuffo, eravi una specie di rettangolo alto circa 10 piedi dalla superficie del suolo, e forse colla stessa profondità al dissotto. Tale fossa era piena d'ossami e dalle dimensioni degli stessi, essi appartenevano tutti a neonate creature!¹.

¹ Storia.

Ad Ida svanì la sincope, e come un'ossessa, colle mani alla chioma, si lanciò a strepitare per il corridojo, urlando: Infami! Scellerati! e si sarebbe forse infranta il cranio contro il tuffo, senza l'agilità di Cantoni, che giunse in tempo a trattenerla. Tali sono i santuari di queste bordaglie, che predica mansuetudine alle genti, e che coperta di ogni nefando delitto, continua, protetta dalla tirannide, di cui è vile stromento ad ingannare e mantenere nella sventura questo sventurato nostro popolo!

A canto sull'ossuario, ove erano acatastati ossami informi, scorgevansi alcune nicchie con dentro piccoli scheletri, meglio conservati che nell'ossuario, ciocchè si doveva probabilmente alla pietà d'alcune giovani madri, che furtivamente avean potuto collocare in un giaciglio men confuso, il corpiccino del loro amato! Poichè il prete ha potuto giungere al punto di degenerare il più grande dei popoli della terra, esso può fare un cretino un imbecille d'un essere intelligente, ma per astuto, pravo e scellerato, ch'egli sia non giungerà mai a far tacere nel cuore della più perfetta delle creature, il maggiore di tutti gli affetti, l'amore di madre!

I quattro amici giunsero così presso al termine del corridoio, spinti e sollecitati dall'orrendo spettacolo, e come abbiam detto essere non grande il sotterraneo, in breve pervennero ad altra scalinata, che ascesa alquanto fece loro scoprire la luce del cielo. Solo alcuni cespugli intercettavano l'uscita, e diradati dalle robuste braccia di Zambianchi e di Martino, essi con grande soddisfazione trovaronsi all'aperto nell'orto del convento, illuminato dalle stelle.

Il problema della fuga di Gaudenzio era sciolto, e Zambianchi, volto al Bresciano gli diceva: «Vedi? se lasciavi a me il sorcio, esso certamente non mi fuggiva, e molto male si sarebbe risparmiato al nostro povero paese.»

Franchi stava per rispondere, ma un suono vivissimo di tromba della Legione, chiamava a raccolta, ed il suono, distintissimo nella notte, di cannonate e fucilate verso porta San Pancrazio, fecero cessare la conversazione e spinsero gli esploratori a raggiungere la Legione, che si formava e marciava immediatamente sul campo della pugna.

CAPITOLO XLIV.

IL 3 GIUGNO.

Il 3 giugno fu il giorno più fatale alla libertà Italiana ch'io mi ricordi: Oudinot, degno del suo padrone, commise uno di quei tradimenti che pochi paragoni hanno nella storia militare.

Sconfitto il 30 aprile, egli s'era ritirato verso Castel Guido, per aspettare nuovi rinforzi, e per paura d'essere attaccato in circostanza sfavorevole, esso patteggiò un armistizio col governo Romano. Armistizio con dei ladri! «Sgombrate! si doveva dire: e poi tratteremo. Tornate da dove veniste!...» Ma in Italia, sventuratamente si trattano i ladri coi guanti. L'armistizio doveva terminare il 4 e nella notte dal 2 al 3, il predone Buonapartesco, con forze molto superiori attaccò i nostri avamposti, li debellò uno dopo l'altro per sorpresa e s'impadronì della forte posizione dei Quattro Venti (Villa Corsini), che domina intieramente tutte le altre posizioni di Roma, e poco mancò che l'esercito nemico non s'innoltrasse la stessa notte nella capitale.

La Legione, stanca della marcia da Velletri, fu svegliata verso mezzanotte, e le si ordinò di marciare. Essa ebbe per riposo una tremenda giornata di pugna. Certo non v'era tempo da perdere, e si corse subito alla riscossa verso il punto attaccato.

All'alba quand'io vidi il nemico padrone dei quattro Venti¹ dissi tra me: «La sorte di Roma è decisa.» E veramente tutto l'eroismo dei difensori della città eterna non valse a cacciarlo da quella chiave dell'assedio, in cui esso, imprese subito a fortificarsi, avendo a sua disposizione corpo di genio e cannoni quanti ne abbisognava.

¹ Prima di partire per Velletri, avevamo combinato col Generale Avezzana, di fortificare quella chiave della difesa di Roma, ma il vecchio guerriero, forse il solo idoneo a comandar l'esercito, fu sacrificato, e con futile pretesto inviato dal Ministero della guerra alla difesa d'Ancona, ove non abbisognava.

La Legione, il corpo di Manara, la Legione Romana, quella di Melara, e quanti corpi di volontari si trovano o vennero dopo in Roma, fecero prodigi di valore, ma invano. Oudinot con un esercito di quarantamila uomini, aveva rubato la fortissima posizione, e la tenne col nerbo delle sue forze. Masina, Daverio, Mameli, Morosini, Peralta, Ramorino, Davide e la parte più brillante dell'Ufficialità Italiana fu mietuta in quel giorno. Immensi furono i feriti e dei migliori.

La Legione Italiana sola perdette ventidue ufficiali tra morti e feriti. Da quel giorno fu uno scheletro e non la riconobbi più. Il magnifico battaglione di Manara fu anche decimato. E così successe alla maggior parte dei corpi della difesa.

In tutto il giorno 3, dall'alba sino alla notte, fu un combattimento continuo, tra i Repubblicani Romani, ed altri sedicenti Repubblicani del Buonaparte. Da porta San Pancrazio a Villa Corsini il terreno era seminato di cadaveri,--ivi giacquero le speranze d'Italia!--La colonna che prima assaltò Villa Corsini, era guidata da Masina, e quel valorosissimo, la condusse sino dentro alle stanze terrene del Palazzo.

Ivi s'impegnò una zuffa tremenda, corpo a corpo, ma i pochi furono alla fine soperchiati dai molti, e quasi tutti soccombettero.

A canto al cadavere dell'invitto loro duce, distinguevansi due caduti di rara bellezza. Uno sembrava il minor fratello dell'altro. Essi verso il tramonto, in cui il fuoco dei cannoni e dei moschetti s'era rallentato, furono adocchiati da un prete, da uno di quei tanti traditori del loro paese, che nella notte antecedente avean guidato le colonne nemiche, quel prete, chi l'avesse osservato, avrebbe veduto nell'occhio suo maledetto, un riverbero d'anima d'inferno.

Egli si guardò attorno geloso che alcuno contemplasse la sua preda. Poi, vedendo di non essere osservato, si fregò le mani, e rincantucciossi mormorando tra sè: «Ora, per Dio, non mi fuggiranno!» Egli alla sua scelleraggine del pensiero, aveva associato il sacrilegio!

Il lettore avrà indovinato senza dubbio, che si tratta di Cantoni, di Ida e dello scellerato tentatore Gaudenzio. Questi, appena scomparso dall'orizzonte il gran luminare, e colle prime tenebre lasciò il cantuccio, e presentandosi all'ufficiale di guardia al portone, si fece conoscere, e chiese di poter uscire, per amministrare gli ultimi sacramenti a qualche moribondo.

Egli avea notato il sito in cui giacevano le sue vittime, ed era suo interesse particolare d'assicurarsi se Ida non fosse ben morta, e se v'era speranza di salvarla. Per l'altro, il suo pugnale avrebbe terminato un avanzo di vita se pur ne restava.

Tali erano i santi sensi, che guidavano quella perla di servo di Dio! Ma egli aveva fatto il conto senza l'oste.