Cantoni il volontario

Chapter 12

Chapter 123,659 wordsPublic domain

I nostri Legionari, cari ai matreros, e che da loro come da tutti s'eran meritato il nome di _valenties_ in cento combattimenti, furono accolti con amore. In poco tempo cento fuochi erano accesi, e fregiati con dei bellissimi açados¹. E se ne intendevano di carne buona di vaquillonas, quegli svelti e coraggiosi figli del deserto, assuefatti alla carne abbrustolata senza verun altro alimento. Un barile d'acquavite era la sola eccezione, tra tanta gente, vissuta della parca vita del campo.

¹ Açados, arrosto.

Il capo degli indipendenti, Tuan de la Cruz, era il vero tipo di quella razza. Alto di statura, con un pajo di spalle da Ercole, la testa coperta di folta e nera capigliatura che corrispondeva perfettamente alla irta sua barba ed alle pupille sue arcate e nerissime.

Bello e regolare il suo volto; dagli occhi suoi partiva quel tale sguardo che non è dato a creatura umana di sostenere. Egli compiacevasi nel vedere le destrezze dei suoi uomini a preparare il festino, e la cordiale famigliarità degli stessi cogli Italiani loro fratelli d'armi.

Un nembo minaccioso da mezzogiorno cominciava ad illuminare l'atmosfera con ripetuti lampi ed il tuono scuoteva la terra coll'invadente suo rimbombo. E veramente, appena collocatisi a canto ai fuochi, e cominciando ciurasqueau¹ una tempesta di vento, grandine e pioggia disturbò non poco i preliminari del banchetto, ma come gente assueffatta a tali carezze degli elementi, matreros ed Italiani ripresero ben presto la consueta ilarità, e lavando la gola con un trago² d'acquavita, essi furono subito all'ordine.

¹ Prender dei pezzetti di carne, gettarli nel fuoco, mangiare l'esterno arrostito, e rigettarli ancora al fuoco. ² Trago, sorso.

Un'antica ed altissima pianta, situata vicino al quartier generale, fu accesa con qualche fatica da prima, ma poi, quando erano in fuoco il legno corroso dagli anni, essa illuminava il campo lottando contro la pioggia che la voleva estinguere ed il vento che l'attizzava. Tale luminaria non mancò di divertir molto i giovani Legionari, che battendo con pezzi di legno l'annosa pianta la facean scintillare e spruzzare faville sui più vicini che, mezzo ridendo e mezzo brontolando, finivano per maledirli. Troppi legami di fratellanza però esistevano in quella prode brigata perchè vi potessero nascere delle risse.

Come si ebbe mangiato a sazietà dell'eccellente carne e vuoto il barile dell'acquavita, il temporale sembrò molto meno fastidioso, tanto più che esso s'era ridotto in una continua, ma soave pioggia.

Juan de la Cruz il valoroso comandante dei matreros, dopo d'aver pulito il suo coltello sugli stivali¹ e dopo d'avere scosso il suo poncio² dalla pioggia, fu il primo, a richiesta dei Legionari a rompere il silenzio comandato dalla fame, e a raccontare per passare il tempo, il modo in cui aveva vissuto per molti anni l'errante sua vita, e come avea potuto disciplinare quegli indipendenti selvatici, ed insoffrenti di qualunque dominio, come lo Stallone de Las Pampas.³

¹ Uso di quei paesi, ove mangiando solo carne, bisogna possedere un buon coltello ed averne molta cura, nettandolo sugli stivali che sono generalmente di cuojo crudo, e chiamati botas siatro (puledro). Si ha anche il vantaggio d'ingrassarli. ² Poncio, mantello. ³ Pampas, immense pianure sulla destra del Rio de la Plata.

«Questi valorosi, che voi avete conosciuto ed ammirato in dieci combattimenti, e che il mondo crede nemici d'ogni disciplina, sono la gente più disciplinabile che vi sia. Essi hanno scelto questa vita errante, piuttosto che rimanere al capriccio dei candillos¹ che sotto il nome di Repubblicani, altro non eran che capi assoluti della Repubblica, non meno despoti dello stesso tiranno di Buenos-Ayres. Lo Statuto era per loro un patto che serviva solo a velare il loro dispotismo ed a far sancire dai sedicenti rappresentanti del popolo, da loro stessi creati, ogni specie di nefandezze.

¹ Candillos, capi militari.

»Io li ho raccolti in questi deserti e vi assicuro che in quindici anni che ne sono capo, non ebbi a lamentarmi una sola volta di loro.

»Noi scansiamo quanto possibile incontri con gente del Governo, ma certamente ogni volta che fummo cercati, ci trovarono, e la mia gente in nessuna circostanza combatte tanto volentieri quanto contro le livree.

»A noi un buon cavallo serve per ogni cosa, e quando è stanco, ne troviamo subito un altro in questi immensi campi ricchissimi di ogni sorta di bestiame.¹

¹ Io ho veramente veduto quelle campagne dell'America meridionale, coperte di vaccine, cavalli, pecore, scimie da far meraviglia.

»I momenti d'ozio noi li occupiamo a far selle, lacci, bolle¹, maniadores² e tutto che ci abbisogna per la vita materiale. E voi capite quanto sia necessario di tener in regola ogni nostro arnese indispensabile ad ogni ora per vivere e combattere.

¹ Le palle di ferro ricoperte di cuojo e rannodate con coreggia, di cui gli Americani si servono con gran destrezza. ² Coreggia più lunga per legare i cavalli.

»Anche la vita morale è qui in onore, e tra noi si trova sempre qualche avanzo dalle scuole cittadine, che insegna a leggere e scrivere a chi non sa, e nelle nostre serate campestri qualche vecchio, sperimentato da lunghi anni alla nostra guerra d'indipendenza, racconta alcune volte novelle e favole, ma sempre argomenti che possano adornare la vita intellettuale di chi le ascolta.

«Io sono qui il capo, ma per l'elezione liberissima de' miei compagni, che, dopo d'avermi eletto, d'altro non si curano, e la mia volontà è legge, mentre i veri rappresentanti del popolo, eletti come me in ogni centuria, non si presero mai pensiero di avvertirmi che un altro è destinato a sostituirmi. Qui non preti, non prefetti, non birri, non dottori, non quell'ammasso di leggi scritte, che finalmente s'interpretano sempre dai potenti, come a loro fa comodo. Ma quando occorre qualche differenza tra gl'Indipendenti (cosa rara) essi ricorrono a me ed in poche parole la contesa è regolata, senza spese e cartastraccia.

«Abbiamo le nostre donne (e Juan de la Cruz ne avea una bellissima), un matrimonio d'affetto, e non v'è esempio d'infedeltà o di risse per esse. Esse, che vanno a cavallo, come qualunque di noi, hanno cura de' nostri cavalli di riserva, li conducono in tempo di marcia sul fianco meno esposto al nemico, con una destrezza unica.

«Noi non marciamo sempre a cavallo, benchè i cavalli nostri sieno assueffatti a passare i fiumi: alcune volte ci serviamo di canoe (barche) il maneggio delle quali intendiamo quanto l'equitazione, e ben ci valgono tra questi immensi corsi d'acqua, poichè noi passiamo con esse da questi colli orientali, nell'Entrerios, a Corrientes, e sino nelle vastissime pianure de las Pampas.

«La fama della Legione Italiana si era sparsa tra questi nostri coraggiosi compagni, squisiti estimatori del valore; e quando si seppe che eravate, rimontando l'Uruguay, per combattere le orde di Oribes e di Rosas, essi ardevano dal desiderio di riunirsi a voi e poco faticarono a risolvermi, essendo io stesso già amico vostro prima di conoscervi.

«Comunque fosse essendo l'Uruguay ancora infestato da baleniere¹ armate da Rosas, e non potendo avvicinare il fiume a cavallo, io spesso mi avventuravo in una canoa, e cercavo con essa di recarmi in siti, ove senza essere scoperto, potessi osservare il vostro arrivo. E veramente fu dalla chioma d'un grand'albero ch'io scopersi il maggiore Cavalho amico mio, che veniva in cerca di me mandato dal vostro capo.

¹ Sono generalmente barche leggiere che servono alle navi destinate alla pesca della balena. Ma nei fiumi del Plata, spesso le stesse servono armate in guerra.

»Dall'alto del maestoso e follamente chiomato figlio della selva ove fosse stato un nemico che m'insidiasse, io lo avrei colpito a morte come una gazzella, senza che si vedesse d'onde partiva il colpo. Naturalmente però mi contentai di spaventare l'amico, con un--Alto là! un po' ruvido veramente, ma siccome seguito dal nome del Maggiore da me conosciuto, ciò ne modificò l'asprezza.

»Da quel momento la sorte de' miei compagni e la mia, fu indissolubilmente vincolata alla brillantissima spedizione, ove di tanta gloria fu fregiato il nome Italiano. E certo nessun potere sulla terra, sarebbe giunto a magnetizzare come voi, questi miei liberi figli del deserto.»

»Il Colonnello Angani¹ Comandante della Legione rispose al Comand. dei matrerosi; Prode Juan de le Cruz, è vero noi ebbimo brillanti fatti d'armi, che meritarono alla Legione Italiana gli elogi universali, e la destra dell'esercito Orientale. Onore che stranieri come noi, appena avrebbero sognato in un esercito giustamente stimato come valoroso. Ma senza di voi, l'estinto vostro compagno Mundels² e questi vostri leoni equestri, poco o nulla avremmo potuto fare, giacchè in questi vostri campi nemmeno si mangia senza cavalli, e noi partimmo da Montevideo con soli sei cavalli, mentre trovando voi, fummo subito padroni di ben mille con cui potemmo imprendere ogni operazione.»

¹ Il Colonnello Angani, Lombardo è il militare di più modesto ch'io m'abbia conosciuto.--Ad Angani la Legione dovette la sua bella organizzazione, e le pagine le più brillanti della sua storia.--E se Angani avesse vissuto, e fosse stato apprezzato come lo meritava, certo l'esercito italiano sarebbe stato degnamente comandato. ² Mundels, figlio d'un inglese e possidente al Queguary--uno dei confluenti dell'Uruguay--fu uno dei più valorosi capi de' matreros che accompagnarono la Legione Italiana.

Era bello, veder la gara di questi valorosissimi attribuendosi l'un l'altro il merito d'una splendida campagna, in luogo di scendere a basse gelosie. Tale è l'indole del vero merito, della vera bravura. E la modestia che adornava questi militi del diritto è certamente il più bel elogio dell'essere umano.

Al silenzio dei capi, successe subito il ronzio delle turbe, che non potendo dormire, naturalmente dovevano occupare il tempo a qualche cosa. Dopo d'aver attizzato il fuoco, ed aggiuntovi della legna, abbondantissima in quei boschi, dopo d'aver tormentato la vecchia pianta accesa, luminaria del campo, per farle spruzzare delle scintille e fiamme, ognuno si strinse a canto al fuoco, ove qualche narratore occupava l'attenzione dei compagni, e spesso ne suscitava l'ilarità.

Io non tedierò il lettore colle moltiformi storie che uscivano da questa gioventù ammirabile per coraggio, e dei fatti compiuti a pro della libertà dei popoli, ma che forse si risentiva un po' della vita sciolta a cui era assueffatta da tempo. La maggior parte dei racconti alludevano alle galanterie degli scarafaggi (preti) dei loro paesi, così astuti nella seduzione delle donne, massime nei villaggi. Ed anche con episodi di questa brutta gente non voglio nauseare chi legge. Farò cenno soltanto di alcune narrazioni di quella notte, che provano l'indole della gente che mi accompagnava.

CAPITOLO XXXIX.

NELLO E CARBONIN.

L'ardue imprese non temo, l'umili non sprezzo. (TASSO).

Nello, uno dei forti Liguri che formavano il nucleo principale della Legione Italiana di Montevideo, raccontava le molte miserie, e patimenti sofferti in casa di sua madre, per la brutalità d'un patrigno.

»La mia infanzia, egli diceva, fu una serie di dolori. Battuto atrocemente per il minimo motivo, e sovente messo fuori di casa di notte, anche nell'inverno coi nostri monti coperti di neve, io ero obbligato di cercarmi un ricovero nel deposito delle foglie di castagne che si raccoglievano e farmene lettiera. La mia povera madre, che mi amava teneramente, era sovente essa stessa vittima di quel mostro. E guai s'essa avesse avuto l'aria di difendermi. Ciò più mi feriva ancora dei maltrattamenti usati al mio corpiccino da quello scellerato, perchè anch'io amavo tanto la mia buona genitrice.

»Il mio patrigno era un cocchiere e teneva vettura d'affitto. Non occorre dire che appena mi sentii capace di guidare un veicolo, egli stesso m'imbarcava sopra il sedile, se no eran staffilate peggio dei cavalli. Colla differenza ch'egli non stimava abbastanza il progresso delle mie membra, dovuto alla mia forte costituzione, all'esercizio quasi continuo in cui vivevo, e finalmente alla buona cena con cui mi trattavo nelle osterie della via, sempre propense a favorire i cocchieri, colla speranza d'aver viaggiatori. Una sera, secondo il suo solito, dopo d'aver bevuto oltremodo, egli cominciò a maltrattare mia madre, pria con parole, e poi con schiaffi e pugni. Avevo quindici anni--e questo pugnale, acquistato nei miei viaggi, mi batteva la cintola, come se vi avessi un cilicio; i miei occhi s'intorbidirono, e non vedevo che sangue. Avevo la sinistra al colletto del malvivente inclinato sulla giacente mia madre, la punta del mio ferro già passava la clavicola ed io certo lo immergevo sino alla guardia come se fosse stato nel burro!

»Un grido di mia madre mi trattenne. Essa aveva veduto luccicare l'acciaro nella mia mano. Allora mi contentai di rovesciare sul pavimento l'ubbriaco.

»Sollevai mia madre, ed ambi piangemmo quasi tutta la notte insieme.

»Alla mattina, col pretesto di un viaggio vicino, attaccai un calesse col miglior cavallo, giunsi a Genova, vendei l'uno e l'altro, e presi subito passaggio per Montevideo.»

A Nello colla sua storia un po' seria subentrò Carbonin. Questi era proprio dell'interno della città di Genova, del celebre quartiere di Portoria, e faceto fu veramente il suo racconto nel grazioso dialetto genovese.

»Io all'incontro ebbi un eccellente padre, cominciò Carbonin; e l'amor suo per me contribuì forse a farmi più _bimbolo_ che non lo fossi per natura.

»Tra le facezie da me perpetrate al mio buon genitore, io conterò solamente la seguente;

»Un giorno non avendo soldi da divertirmi presi il _rescentà_¹ di casa ed andai a venderlo a Sottoriva².

¹ Rescentà.--Specie di secchia in rame. ² Specie di strada coperta o Bazar ove si compra e si vende ogni cosa.

»La nostra casa era al mercato del pesce e tra questa e Sotto-riva vi è un pozzo comune ov'io soleva attinger acqua per uso di casa.--Il _rescentà_ mi è cascato nel pozzo! io esclamai presentandomi a mio padre con finte lagrime.

»Non piangere, mi disse quell'eccellente cuore, noi andremo col rampino e lo pescheremo.

»Ci vuol'altro, pensavo tra me, per pescare il _rescentà_, e facendo il gnorri e l'afflitto seguitai mio padre, che alacramente ricammminavasi verso il pozzo col rampino, quasi certo di raccogliere presto lo smarrito utensile. Giunto al pozzo, mio padre gettò il rampino e dopo vari infruttuosi tentativi, si fermò stanco, e fisse nei miei i suoi occhi.

»Io con quella ingenua furfanteria che mi conoscete--«Padre! dicevo con voce melliflua. Gettate un po' più sottoriva.

»Aggiungevo così lo scherno al delitto!

»Povero padre! conosco oggi, quanto bene mi voleva quella santa creatura. Egli senza alterarsi dopo d'aver faticato invano per un un bel pezzo, mi disse: Vieni, saremo più fortunati domani.»

A Nello e Carbonin successero altri narratori di cose facete, che lungo sarebbe raccontarle.--Tutte però provavano di che classe di gente era composto quel corpo. Prodi, sino all'eroismo, ma non roba d'ordine, come l'intendono i moderati, e sopratutto poco devoti a Madre Chiesa ed a' suoi ipocriti ministri, come lo provarono all'assalto della Colonia¹, avendovi fatto fare da cuoco al reverendo curato, fatta servire a tavola la casta sua Perpetua, ed essendosi rivestitisi quei bei musi di Legionari cogli abiti sacerdotali, con cui funzionarono quella notte, al chiarore delle sacre torcie, al suono dei sacri cantici e colla gola mediocremente lavata dal vino che correva per le contrade della città deserta².

¹ Paese sulla sponda sinistra del Plata--a circa cento miglia a tramontana di Montevideo.-- ² Istorico.--Il nemico avendo ordinato alla popolazione di evacuare la città, mise fuoco alle case, le soldatesche prima di abbandonarla ruotolarono fuori molte botti di vino e spiriti con cui si ubbriacarono e poi lasciarono spandere.

CAPITOLO XL.

PALESTRINA.

I fratelli hanno ucciso i Fratelli Quest'orrenda notizia vi do. (MANZONI.)

«Non odi? diceva il sergente Carbonin a Rota, suo luogotenente: «Non odi il rumore di gente che s'avanza alle nostre spalle: saranno nostri!»--E mentre il tenente porgeva l'orecchio per accertarsi del rumore, che veramente si facea sempre più vicino, un suono di tromba toccando alla carica, mise in tumulto tutto il campo dei Legionari Italiani e degli altri corpi formanti la prima spedizione uscita da Roma contro le truppe Borboniche nel 49. Il generale papalino Zucchi, conoscendo la forte posizione di Palestrina, tentò di assaltarla di notte per sorpresa, ed avendo preparate le sue colonne d'attacco al fronte della città verso mezzogiorno, mandò un corpo di Spagnuoli ad attaccare i Romani alle spalle del loro fianco destro verso settentrione, in meno scoscesa posizione.

I Romani ebbero sentore del movimento e si trovarono preparati a ricevere il nemico. Essi però non s'aspettavano ad un attacco alle spalle, ciocchè produsse qualche confusione nella nostr'ala destra, ove gli Spagnuoli caricarono risolutamente protetti dalle tenebre.

La confusione però durò poco e guidati da prodi ufficiali, e da alcuni sott'ufficiali avanzi delle guerre americane, i nostri Legionari, dopo d'aver piegato un momento, si precipitarono sul nemico, che sbaragliarono completamente. Ciononostante perdemmo alcuni valorosi in quel conflitto notturno, e l'alba rischiarando il campo della strage mostrava le marziali fisonomie di Rota e di Carbonin, distesi cadaveri, ed attorniati da cadaveri nemici.

Rota e Carbonin erano caduti al posto di guardia loro assegnato, senza cedere un palmo di terreno. Il loro petto era crivellato di ferite.

Assicuratosi che l'attacco sulla destra aveva avuto luogo, il generale Zucchi lanciò le sue colonne sul centro e la sinistra, ove, favoriti dalle posizioni e comandati dai valorosi Manara¹ e Zambianchi, i Romani ricacciarono gli assalitori nel piano con tanto impeto da non lasciar più loro il tempo di riordinarsi.

¹ Il colonello Manara di Milano, è una di quelle individualità militari, difficile da rimpiazzarsi. Egli avrebbe ben degnamente guidato l'esercito italiano a decisiva battaglia.

La vittoria fu completa, ma la celerità del nemico nel ritirarsi e la mancanza di cavalleria per parte nostra, resero i risultati di quel brillante fatto d'armi insignificante.

Comunque fosse il Borbone ed i suoi alleati di Spagna ebbero una prima lezione dai coraggiosi figli della Republica, che avean prima l'aria di disprezzare.

CAPITOLO XLI.

VELLETRI.

Les Republicans sont des hommes, Les esclaves sont des enfant. (CHENIER.)

Io non mi fermerò a narrare il bene e gli errori commessi da chi reggeva le sorti della Republica Romana. Ricorderò soltanto che quando uno straniero qualunque invade il paese, ogni soldato, dal piffero al generale in capo di quell'esercito straniero, dev'essere trattato come assassino, e non con i guanti di seta, come generalmente succede in Italia.

E qui mi colpisce ancora la desolante, la sciagurata idea del prete, che ha fatto di questa terra di delizie una villeggiatura allo sgherro straniero, e di questo popolo, che pure è stato qualche cosa nel mondo, una famiglia di servi e di prostitute.

Sì! li ho veduti io colle loro facce rubiconde dalle vivande e dal vino questi scarafaggi marciare davanti le colonne straniere col crocifisso alla mano, servendo loro di guida e sorridendo alla folla dei villani da loro ingannati come se avessero voluto dire: «Qui noi vi conduciamo i liberatori! E veramente i neri nel Croato e nel Bonapartesco trovavan sempre i liberatori del ventre, minacciato dallo sdegno e dall'insofferenza di questo popol tradito!

I sacerdoti dell'Incas, i Papas, gli Ulema, i Bonzi pugnano alla testa del loro popolo contro gli invasori stranieri: solo questa schiatta di traditori che fanno capo a Roma non pugnano perchè troppo codardi, ma vendono sempre allo straniero il loro nativo paese! «E Cristo teco alfine non s'adira! (Petrarca).»

A Velletri l'esercito borbonico fu una seconda volta snidato dai Repubblicani, ed il re in persona lo comandava allora.

L'esercito nemico, fortificato nell'antica Velitre dei Volsci, aspettò di piè fermo l'avanguardia dell'esercito republicano, il cui oggetto non era d'attaccarlo, ma di non lasciarlo fuggire, siccome annunziavano tutte le informazioni raccolte per via, e non credendo che il grosso dell'esercito nostro comandato dal generale in capo Roselli potesse tanto ritardare.

I Borbonici, molto superiori di forze e vedendo davanti a loro poca gente, tentarono una sortita, ove si distinse particolarmente la cavalleria napoletana, ad onta d'esser il campo di battaglia poco adequato per cavalli.

«Guarda, diceva Ida a Cantoni, ancora convalescente dalle sue ferite, con che furia caricano quei cavalieri napoletani i pochi lancieri di Masina¹ e come fuggono i nostri!» I nostri veramente non fuggivano, ma per vizio assai comune nei cavalli italiani male addestrati, essi non potevano trattenere i focosi animali spaventati dalle cannonate e dalle fucilate che mai non avevano udito.

¹ Masina è la più bella figura marziale, che io m'abbia veduto nell'esercito Italiano. Egli e Daverio furon gli eroi della giornata respingendo l'attacco del nemico con un'audacia degna de' tempi antichi. Ambi, Masina e Daverio, morirono il 3 Giugno; i loro cadaveri furono trovati in mezzo alle riserve dei quarantamila soldati del Bonaparte che ci attaccarono traditoriamente in quel giorno fatale. Daverio era moralmente e fisicamente il ritratto d'Anzani.

La strada, ove ebbe luogo quella carica di cavalleria era incassata, tagliando quasi ad angolo retto delle collinette coperte di vigne; sui ciglioni di quelle colline, erano scaglionati distaccamenti della Legione Italiana, e come riserve, alcuni uomini d'un reggimento pontificio allora al servizio della Repubblica.

Due pezzi d'artiglieria erano collocati indietro delle linee repubblicane, in posizione dominante.

Il terreno, occupato dai nostri, come si vede, era adequato per una bella difesa. Verso le 10 antim. l'esercito Borbonico prendeva le sue disposizioni per la sortita e l'attacco. Una forte colonna di fanteria sortiva per la strada principale, preceduta da uno squadrone di cavalleria, e sui suoi fianchi, numerose linee di tiratori s'avanzavano per le vigne attaccando a fucilate i nostri fianchi. Lo sforzo principale del nemico era sul fianco del nostro corpo, situato in posizione che tutto dominava e che si poteva chiamare l'obbiettivo del campo di battaglia. E veramente, padrone di quelle alture, il nemico, colle preponderanti sue masse, ci avrebbe avviluppati e minacciati nella nostra ritirata. Ma in quel punto trovavasi l'intrepido colonnello Marrocchetti¹, comandante della Legione Italiana, e di tutta la vanguardia. Con lui stavano Masina e Daverio, che valevano un esercito.

¹ Il colonello Marrocchetti avanzo delle guerre di Spagna, d'America e d'Africa, comandante la Legione Italiana a S. Antonio, ove fu ferito. Egli dopo di aver servito nella Legione molti anni fu uno dei 78 che da Montevideo vennero in Italia nel 48. Erano intrepidissimi militi.

Il colonnello Marrocchetti dopo d'aver ordinato ai Legionari di coricarsi, e lasciar avanzare il nemico senza far un tiro, quando questo giunse a breve distanza, ordinò la carica, e come leoni sulla preda, si precipitarono i Repubblicani sui Borbonici, e si portarono a bajonettate sino dentro Velletri.