Chapter 11
«Fermi!» fu il grido del maestoso veterano della libertà Italiana. «Fermi!» e frattanto, seguito da dieci cavalieri, il generale rompeva la folla col petto del cavallo, dirigendosi verso l'aggredito straniero ch'egli avea subito riconosciuto, ed indovinato il motivo dell'aggressione, fece scendere due ufficiali che ajutarono il nostro B. a montar a cavallo. E dopo poche parole che soddisfecero i popolani, la comitiva s'incamminò fuori di quella babilonia. Gaudenzio trovato svenuto al suolo quando la folla si diradò, fu raccolto da alcune pie Trasteverine, e trattato quale una vittima di patriottismo. Parecchi popolani dei rovesciati da B. narravano la stessa sera ai loro amici e famiglie; che se tutti avessero mostrato il coraggio e la risoluzione di quel tale dalla cicatrice sulla faccia (prodotto dal colpo di bottiglia di Franchi) la spia non sarebbe fuggita alla giustizia del popolo.
Ecco come vanno le cose del mondo, e come il più delle volte i birbanti sono portati in palma di mano!
CAPITOLO XXXV.
I CONFESSIONALI.
Ed i confessionali servissero a far bollire i maccheroni dei poveri...
--Che ve ne pare?
Una delle opere benemerite dell'umanità, che si attuarono in Roma in quel breve periodo di sovranità popolare, fu la bruciatura dei confessionali, e se ne deve l'iniziativa, come abbiamo detto, all'onesto e coraggioso tribuno del popolo, Angelo Brunetti, conosciuto col pseudonimo di Cicerovacchio.
Quando gl'Italiani saranno richiesti d'amicizia dall'Austria, ciocchè può succedere sotto questo spudorato governo (1869) ricordando Cicerovacchio e Bassi, assassinati vilmente dagli sgherri di quella nostra nemica, essi ne compiranno l'atto vituperevole e militeranno sempre a favore de' nemici di essa.
Stole, sottane, mitre e confessionali, e quanti emblemi delle vergogne Italiane, avrebbero dovuto passare per un auto da fè generale seguito dall'espulsione completa del pretismo, dal sacristano al Papa. Ma essi furono invece trattati coi guanti di seta, mentre spiavano e demoralizzavano quanto c'era di buono in Roma in tempo dell'assedio, e lo straniero invasore abbondava certamente d'agenti fidatissimi e zelantissimi nell'interno e fuori della città.
Il prete poi, essendo uno de' suoi attributi principali il fare la spia, la fa con una maestria insuperabile. Aggiungete a ciò il suo dominio sulle masse ignoranti e vedrete di quanto danno sia a questo povero paese la permanenza nel suo seno di questa congregazione d'uomini, la più scellerata che mai abbia vomitato l'inferno¹.
¹ A chi scrive successe di militare sul territorio Romano--Pare impossibile quali difficoltà s'incontrino per aver delle guide indispensabili in tempo di guerra.--Nemmeno prodigando l'oro è facile ottenerle.--E ciò si spiega essendo i contadini, gente idonea a far da guida, intieramente in mano dei preti.
La simpatica e maestosa figura del gran popolano di Roma risplendeva d'una luce celeste al chiarore dell'incendio dei tabernacoli di menzogna e di corruzione che si effettuava dalla moltitudine davanti al maggiore dei templi, sulla piazza immensa ove s'innalzano i superbi obelischi di Menfi.
«Vi sei finalmente arrivato, paron Angelo, alla meta del tuo desiderio, abbruciando tutte queste scandalose baracche, ove le nostre donne ingannate e fanatiche, andavano a servir di trastullo a quei buffoni maledetti di Dio!
«Ciocchè mi duole, Carbonaretto (amico del Brunetti), è che temo non sia questo un fuoco di paglia che, quando sparisce la fiamma, altro non resta se non se un mucchio di sudicia cenere, dispersa dal minimo soffio di vento.
«Sono i birbanti che contaminavano queste baracche con ogni sorta di vizio, che bisognava eliminare dalla terra classica delle grandezze umane da essi ridotta a cloaca.
«Temo non saremo capaci di tanto. Comunque sia ti prego a non lasciar avvicinare tanto quei ragazzi al fuoco, perchè non succeda qualche sventura.»
Tale era la risposta del grande patriota al suo interlocutore, non trascurando, mentre lo premevano alti pensieri per la salvezza della patria, la sua sollecitudine verso i monelli, ch'ei temeva in pericolo, e che pericolavano veramente nel voler troppo da vicino attizzare il fuoco alle baracche pretine.
«La Spagna, esclamava il nostro Zambianchi (anche lui intimo di Cicerovacchio e che non avea perduto una parola del dialogo suddetto), la Spagna precipitò i frati dalle finestre, son ora pochi anni, e per non aver estirpato totalmente questa gramigna si trova oggi più infratata che mai, colla guerra civile, e depressa all'ultimo posto delle nazioni. Se volessero lasciarmi curare quel cancro dell'Italia, vi assicuro che presto non si parlerebbe più di briganti, creati ed alimentati da questa canaglia e dal loro padron della Senna. Certo, non vi sarebbero più invasioni straniere e cesserebbe questa vita d'inferno, che si vive, per colpa di costoro, e di governi come loro pessimi, che li proteggono, e di una generazione d'imbecilli che li tollerano.
»Mio caro amico, ripigliava il venerando tribuno, tu hai ragione: se non si sana l'Italia dai chercuti, essa aspirerà invano a redimersi. Ma dimmi! non si potrebbe trovare il modo di reprimerli, senza ucciderli¹, per esempio occuparli allo scolo delle paludi Pontine, migliorare la condizione igienica della Sardegna, delle Maremme, infine a qualunque opera di utilità pubblica.»
¹ Quando pochi mesi dopo, gli Austriaci ed i preti fucilavano lui e i suoi due figli, Ugo Bassi e nove innocenti compagni, non facevan tante parole e considerazioni.
L'invito ed austero Romagnolo crollava il gran capo in segno d'incredulità. Egli aveva tanto sofferto nelle mani del negromantismo, che respirava vendetta da tutti i pori e vendetta di sangue! Il discorso, un momento sospeso, fu intieramente tronco da un chiarore straordinario. La gran piazza del Vaticano ne fu illuminata sino ai più reconditi siti del colonnato. Forse ciò proveniva da maggior numero di confessionali accatastati, o da qualcuno più ricco in pitture, e quindi i più incendiabile. Tale chiarore straordinario scoprì al Zambianchi, che dominava la folla di quasi tutta la testa, qualche cosa d'insolito nel vacuo del colonnato¹, ed egli si diresse a quella volta.
¹ La piazza del Vaticano è adorna d'un maestoso colonnato a destra e sinistra della porta del tempio.
Giunto vicino all'oggetto della sua mossa, egli scoprì tre individui affaccendati nell'accomodar qualche cosa sul lastrico, e benchè vestiti da borghese, Zambianchi riconobbe in essi tre servi del demonio.
Veder un prete e raccapricciare, e sentirsi il sangue montare al capo, era naturale al Romagnolo, vittima, come abbiam detto, della rabbia pretina, per esser uomo di liberi sensi ed amico del vero, quando trovava poi qualche nero fuori della via, egli temeva subito tradimenti e peggio. E qui era veramente il caso, dimodochè Zambianchi raddoppiò il passo quando si fu accertato della natura delle belve. Siccome poi questo colosso a bellissime forme, era diritto come un palo, ed aveva la spina dorsale inflessibile, quindi per compatta che fosse la folla, era probabile che i tre impostori vedessero il nostro amico sin dalla sua prima mossa.
Il lettore si persuaderà che i tre non aspettarono Zambianchi, che marciava verso di loro a passo celere. Tanto più che, come vedremo, trovavasi fra i tre un'antica conoscenza del terribile milite della dignità umana.
Zambianchi era li lì per metter la mano su quell'uno che somigliava alla visione veduta nella notte della catastrofe di San Leo. Ma sì! i tre negromanti, che avean tardato per acconciarsi certo arnese sulle spalle, scivolarono davanti al gigante da sembrar anguille. Il nostro amico indispettito di vedersi fuggir la preda raddoppia il passo e mentre toccava quasi con una mano che sembrava una palla da piroscafo, la spalla dell'ultimo fuggente, questo sparì dietro agli altri due, che spalancarono una di quelle porticine ad arazzi, ossia di stoffa che i preti usano per non esser molestati dal rumore che farebbero le porte di legno, aperte e chiuse dai fedeli imbecilli. Quella porticina dava adito a corridoj laterali del grandissimo tempio di Pietro, e Zambianchi imbarazzato nella porticina che s'era rinchiusa sul suo muso, quasi disperò dell'impresa sua. E se non succedeva quasi per miracolo una circostanza per essi avventurata, i tre preti erano bell'andati.
Ma la provvidenza voleva anche questa volta mostrare a questi nostri zucconi concittadini tutta la malizia di questi neri manigoldi del nostro paese. E con chi inciampavano i tre fuggenti nel corridojo del tempio, il lettore quasi lo stenterà a credere: ed io stesso che lo scrivo mi maraviglio sommamente di tale fatale coincidenza. Inciampavano nientemeno che con Martino Franchi, che i begli occhi di una trasteverina avean condotto in chiesa, luogo poco frequentato dal nostro spregiudicato Bresciano. I due primi lo scansarono lasciando il nostro amico stupefatto di veder portare tubi da razzi¹ in quel recinto. Ma il terzo! Dio me ne liberi! quando s'affacciò nella maschia fisonomia di Martino diede un grido di dolore e gli s'annuvolarono gli occhi.
¹ Razzi alla congreve e molto usati dagli Austriaci, e credo per spaventare gl'inesperti giovani Italiani, a cui essi mai non recarono danno. Ai preti probabilmente erano stati regalati dai loro imperiali amici questi razzi che si adoperarono nella sera descritta.
«Birbante!...» era la voce del nostro Franchi, affacciandosi al Gesuita, e l'eco, ossia la tremenda voce di Zambianchi, ripeteva a pochi passi. «Birbante!» Povero Gaudenzio! e dico anch'io povero benchè si tratti d'uno di questi malvagi neri e veramente lo lascio pensare ai lettori.
Meglio di costoro l'inferno con tutte le sue orribili scotature come è descritto da codesti adoratori del ventre e delle lussurie.
Giammai sotto l'ugne del leone o del tigre un innocente agnello trovassi a sì mal partito!
Il Gesuita fra quelle due bagatelle d'amici tremava da capo a piedi, e prima che veruna interrogazione gli venisse fatta, esclamò: «La vita! la vita!... per amor di Dio! (e ci tengono sì, alla pelle questi furfanti!)» Zambianchi e Martino con una mano ciascuno al colletto del malvivente, maneggiavan coll'altra il tubo, che avean raccolto da terra e lo contemplavano, Franchi che avea veduto gli Austriaci più da vicino disse: «Non è questo un razzo, venerando padre? ed il prete: Dio mi perdoni!... (E sempre con Dio, come se fosse roba esclusiva di questa sacrilega canaglia), Dio mio perdoni! Sì! sono razzi ed io vi conterò tutto, se mi date salva la vita.»--Ma tu chi andavi ad ammazzare con quest'istromento, sacco di delitti? diceva Martino, misurandoli il pugno sul ceffo.
Zambianchi, distratto sino a quel momento dalla vista del tubo, e seguendo l'esempio del compagno, preparavasi colla mano chiusa a lasciarla cascare sul capo della vittima, Gaudenzio era bello e spacciato, se riceveva quella pesante mazza sul cranio.
Ma Franchi più accorto, e forse più umano, esclamò: «No, amico mio, noi dobbiamo conoscer prima il filo di questa matassa. E trattandosi di prete, può esservi alcunchè d'importante per la Repubblica.
»Ove condurremo questo brigante, riprese Zambianchi: metterlo in mano dell'autorità, lo stesso vale di lasciarlo libero. Dunque? Il quartiere della Legione Italiana sembrami adeguato ad ingabbiare quest'uccello, rispose Martino.» E l'altro sospendendo il Gesuita per il colletto, e colla destra convulsa, crollandolo, gli fece mandar fuori un ahi!... che sembrava dover essere il suo ultimo, ed aggiunse:
«Anche i migliori tra i nostri si accingono a prottettori di questi mostri!» I tre, cioè, i due col perverso in mezzo, uscirono da dove erano entrati e quale fu la loro sorpresa vedendo l'aria illuminata da stelle cadenti, udendo un fracasso, nello stesso tempo, come d'un campo di battaglia. E la folla al solito rompevasi il collo per fuggire. «Era questo il trastullo che preparavate al vostro gregge, scellerati! urlavano i due nostri amici.--E Zambianchi che s'era incaricato del tubo dei razzi stava per scaricarlo sulla chierica del prete, quando la veneranda forma di Cicerovacchio si fece avanti e vedendo l'atto del Romagnolo, ne trattenne il braccio. Anche questa volta fu salvo quel nero avanzo di galera e conservato a nuovi misfatti. «È questa una notte d'inferno.» esclamò il nuovo venuto. E Franchi: «Proprio d'inferno quando infettano l'aria questi demoni armati di tali ordigni di carità cristiana». E Zambianchi mostrava al Brunetti il tubo trovato al Gesuita.
«Io, già l'avevo immaginato, è opera di questi assassini. E di chi doveva essere se non questo crittogamo del nostro infelice paese.» Così diceva il venerando tribuno: domani voi udrete gridare al miracolo da tutti coloro, e da quanti imbecilli nutra tra le sue mura questa vecchia e putrida donna del mondo. Con queste menzogne l'umanità è traviata da tanti secoli, immeserita, prostituita. Ed andate a dire all'ignorante contadino od alla vecchia avanzo di vizi e di dissoluzioni, che un prete è un impostore?
Noi siamo alla metà (1849) del diciannovesimo secolo e questa generazione che si millanta civile non si vergogna di udire ogni giorno i pretesi miracoli della meretrice setta! Coi razzi austriaci... eh! venivate a fare i miracoli, questa nera razza di Caino! E questa sventurata Italia non si risolverà a sbarazzarsi di voi manigoldi del genere umano!...
Lo stato del Gesuita lo lascio immaginare al lettore. Esso trovavasi fra tre custodi inermi, ma dei quali, il più vecchio e forse il men forte, era capace di ammazzarlo con un pugno, tutti e tre irritati dal modo nefando con cui i preti volevano spaventare la popolazione romana. E veramente non vi fu solo spavento, essendo la folla compatta e non potendo fuggire colla celerità richiesta, e perciò vi furono molti feriti, ma felicemente nessun morto.
Zambianchi non volle accompagnare il prete, e ben per lui, poichè difficilmente esso sarebbe giunto vivo a destinazione. Franchi ed il Carbonaretto se ne incaricarono.
CAPITOLO XXXVI.
LA DISCORDIA.
Non la siepe che l'orto v'impruna È il confin dell'Italia, o ringhiosi, Sono l'Alpi il suo lembo, e gli esosi Son gli sgherri che vengon di là. (BERCHET.)
Quando Paride scaraventò il fatal pomo nel consesso delle Dee, egli non si trovava certamente a Pietroburgo, ma in uno dei circoli di latitudine che passano per le tre penisole: la Greca, l'Italiana e l'Iberica, i cui popoli, con tradizioni illustri, con non comune svegliatezza di spirito potrebbero far chiamare le dette penisole teste dell'Europa. Ma che per lungo spazio d'intestine discordie, a cui sono propense queste meridionali nazioni, per le miserabili conseguenze politiche che ne risultano e che le posposero alla coda dei popoli civili, noi potremo chiamarle invece calcagne della vecchia armata guerriera.
Qui mi cade il paragone tra i popoli settentrionali e quelli del mezzogiorno: se questi fossero meno turbolenti, più concordi e costanti, ed inflessibili nei cimenti certo il vantaggio rimarrebbe ad essi, ma, succedendo il contrario, questi restano inferiori ai primi, non individualmente però, ma collettivamente. Se si aggiunge poi per l'Italia e per la Spagna l'influenza pestifera del clero, non si stupirà di trovare in coteste meridionali società un'inferiorità marcata. Si millantino quanto si vuole le glorie passate, il fatto sta che alla coda delle nazioni civili dell'Europa, minime per potenza, per istruzione e prosperità, stanno i popoli delle meridionali penisole.
Le tre nazioni sono propense alla discordia, ma certo nessuna supera l'Italiana. In nessuna, è vero, il rovente ferro della superstizione marcò con segno più indelebile le fatali sue opere. Sede della Negromanzia del mondo, non poteva succedere altrimenti. E vedete quindi i discendenti del più robusto ed altiero degli antichi popoli della terra mingherlini, piccini, curvi della schiena, non dal lavoro, essi amano il non far niente perchè deboli, ma ridotti tali dalle genuflessioni, dai baciamani e dalle umiltà insegnate dai preti. E qui ripeterò forse per la decima volta che se gl'Italiani hanno la dabbenaggine di perdonare ai neri le torture, gli auto-da-fè e d'essere stati venduti settanta e sette volte da loro agli stranieri, essi perdonar non potranno ai loro perversi precettori d'aver loro insegnato ad esser codardi¹.
¹ Quando vi danno uno schiaffo, voi porgete l'altra guancia, vi dicono.
Ritornando al mio tema delle discordie italiane, io non accennerò ad individui, poichè più che a coloro che parzialmente reggevano le sorti del nostro paese, nel 48 e nel 49, debbasi attribuire la colpa alla fatalità che da tanti secoli pesa sulla patria italiana, ed all'indole nostra, bisogna confessarlo, propensa alla discordia. Quand'anche si tolgano alcune difese e brillanti fatti d'armi di popolo e di esercito,--ma tutta roba parziale e di povere conseguenze,--l'Italia del 48 e 49 presenta dei risultati miseri, inconcludenti, fittizi che la rigettarono in una condizione vergognosa, forse peggiore da quella da cui si era emancipata con uno slancio sorprendente, fuoco di paglia però e senza consistenza.
E qui torno sulla poca nostra costanza nei cimenti, non essendovi una guerra italiana nei tempi moderni che conti sei mesi di vita.
Paragonatemi queste miserie coi magnifici fatti che adornano le lunghe resistenze degli Americani del settentrione e del mezzogiorno, dei Greci, dei Messicani, paragonatele e dovremo coprirci il volto di vergogna.
Termino questo ripugnante capitolo, che sarei troppo lungo e forse nojoso, se volessi enumerare le turpitudini di chi ha retto e regge questo nostro sventurato paese ed il pecoresco popolo che tanto si è lasciato malmenare.
CAPITOLO XXXVII.
L'OSPEDALE.
Anch'io provai La gentil voluttà d'esser pia. (BERCHET).
Oh donna!... se tu fosti veramente creata, certo fosti concepita in un istante di sorriso dell'onnipotente! e certo il creato sorrise all'apparizione tua sulla terra!
E che m'importano i tuoi cenci, le tue rughe, le tue malizie, figlie dell'educazione del prete! Io, ti voglio giovane, bella, pura come uscisti dalle mani del regolatore dei mondi!... casta, ideale, fantastica... E quindi, il primo, lo squisitissimo, l'incomparabile capo d'opera dell'Eterno!
Compagna e consolatrice dell'uomo, tu sei, quando buona, il più prezioso de' suoi tesori. E seduta, ansiosa di sollevarlo, pia, al capezzale del soffrente ferito, tu sei un angelo!
In tempo di guerra, cioè quando l'uomo cerca ogni mezzo possibile di distruggere l'uomo, gli assetati di sangue, sono generalmente assistiti da benefattrici che, oltre alla custodia dei serventi ordinari, consacrarono ai soffrenti la preziosa loro esistenza.
La principessa Belgioiosa primeggiava tra le pie donne, che porgevano la gentile loro assistenza ai feriti, e prediligeva l'ospedale, ove fu condotto il nostro Cantoni; quella rappresentante dell'alta aristocrazia italiana non sdegnava di dividere con Ida, la figlia del popolo, la cura del diletto del suo cuore.
La principessa avea assoldato a proprie spese un reggimento nell'Italia meridionale, ed ebbe la soddisfazione di vederlo distinguersi nella gloriosa giornata del 30 aprile. Tanto era il patriottismo di quella generosa addetta agli ospedali di sangue.
Accanto al letto di Cantoni trovavasi pure l'amico suo Leonida, ferito anch'egli il giorno 30, e curato dall'amante sua, la gentile Cecilia, che ricordiamo esser stata la principale attrice nella liberazione dei prigionieri di San Leo. Era veramente un sollievo per Ida la compagnia di così eccellente creatura, e così, al capezzale dei loro cari feriti, esse contrassero quell'amicizia, che quando ferve in anime ben nate, è la più deliziosa, è la durevole delle felicità umane.
Se eran ben governati i nostri feriti dal sesso gentile d'ogni parte d'Italia e d'ogni condizione che concorreva al sollievo di quei prodi sostenitori dell'onor italiano, non eran certo meno ben curati i due nostri amici dalle passionate fanciulle, che volentieri avrebbero dato la vita per essi.
Un giorno alla richiesta d'Ida, uno dei serventi maschi dell'ospedale le recò una minestrina, ch'era stata concessa al Cantoni, dopo molti giorni di dieta e brodo; Ida ricevè il piatto dalla mano del servente, ed in quell'atto, un movimento convulso della mano maschile fece spargere sul pavimento alquanto del liquido contenuto nel recipiente.
La fanciulla con sorpresa alzò gli occhi al volto dell'uomo e rimase come colpita dal fulmine. Gli occhi suoi si appannarono, e girandosi per non più vedere l'apparizione sinistra, essa inciampò nel bracco di Leonida, che trovavasi sdrajato a piè del letto del padrone, e barcollando per un pezzo rimase col piatto quasi vuoto, lasciando il povero Cantoni, che avea contemplato la scena, e che cominciava ad aver appetito, in un dispiacevole digiuno.
Il bracco non curando la confusione successa tra i bipedi, precipitossi sulla sparsa minestra, ed in un momento ebbe pulito il suolo; non appena però terminato il pasto, il povero cane, preso da un tremito mortale, cadde sul pavimento, e dopo d'aver stirato convulsivamente a varie riprese le gambe ed urlato alcuni lamenti disperati, morì cogli occhi sbarrati, diretti all'amato suo padrone, che lo contemplava amaramente compassionandolo senza potersi movere per soccorrerlo.
Il servente era sparito, e per quante indagini si facessero non si pervenne a rintracciarlo: Ida però disse a Cantoni: «Io ho ravvisato il sinistro ceffo del Gesuita, non so se con barba tinta o finta. Ma certo io conoscerò sempre tra le più folte moltitudini l'orribile sembiante del mio tentatore.»
Il perverso settario di Lojola era pervenuto ad eludere la vigilanza dei volontari nel quartiere di San Silvestro, e s'era presentato come servente nell'ospedale dei feriti, ove abbondavano signore d'ogni classe, ma si difettava del servigio d'uomini.
Egli avea adocchiato nelle sale e ricercato coll'avidità del bracco le sue prede. Una volta trovato il giaciglio di Cantoni, non tardò ad ordire per avvelenarlo, l'infernale trama che abbiam veduto non riuscire per la miracolosa eventualità di trovarsi sui suoi passi l'infelice animale.
Che mi vengano poi a cantare i melliflui e malvacei liberali d'ogni colore la loro libera Chiesa in libero Stato, separazione dello Stato e della Chiesa, e finalmente la semplice eliminazione del poter temporale. Io risponderò sempre a cotestoro che non v'è patto possibile coi lupi e colle vipere certamente meno nocivi del prete.
CAPITOLO XXVIII.
ANZANI E MUNDELS.
JUAN DELLA CRUZ
Non so se la civilizzazione presente colla sua massa di ministri, di prefetti, di birri e d'insopportabili tasse sia preferibile alla vita selvaggia, ma libera ed indipendente. (_Autore conosciuto,_)
Una sera al ritorno della gloriosa spedizione del Salto, la Legione Italiana di Montevideo, imbarcata sulla squadriglia Orientale¹, approdava al Rincon de las Gallinas², e giunta in quel punto essa contemplò il piacevole spettacolo di varii matreros³, che in virtù degli ordini anteriormente spediti da Juan de la Cruz loro capo, si presentavano sul lido con una quantità proporzionata di zez° nel laccio, ed in men che lo dico quelle vaccine erano rovesciate al suolo e macellate.
¹ La Republica di Montevideo, chiamasi Orientale di Uruguay ² Rincon, canto, angolo, specie di penisola formata dall'Uruguay e dal suo confluente il Rio-Negro. ³ Matreros, indipendenti. ° _Zez_, vaccina morta prima di macellarla.