Chapter 10
Il capitano Montaldi, uno dei migliori ufficiali di Montevideo, fu il primo che diradò le file di quei reduci valorosi. Alla testa della sua compagnia egli attaccò la destra nemica con tale impeto che la fece piegare sino sulle sue riserve. Ma vergognato di cedere davanti a sì picciol numero di Volontari, il nemico, rimesso dal suo stupore, caricò la compagnia con forza decupla, l'avvolse, ed il prode Montaldi cadde, vendendo ben cara la vita. Egli cadde nelle braccia di Cantoni, che sdegnoso di tenersi al quartier generale, avea accompagnato Montaldi, quando questi riceveva l'ordine d'attaccare. Il valoroso Martino Franchi, che trovavasi in ajuto di Montaldi colla propria compagnia, sostenne l'urto del nemico sino a raccogliere le reliquie dei compagni sopraffatti da sì numeroso nemico. Molti caddero di quella intrepida compagnia, e Cantoni, dopo d'aver sorretto il suo comandante, fu rovesciato egli pure da una palla alla tempia. Le colonne bonapartesche che s'avanzavano su Roma, eran tutte guidate da preti, che marciavano come guide alla loro testa, col crocifisso alla mano. Uno di queste guide, alto e corpulento, che precedeva la colonna del centro, fu da Cicerovacchio additata al generale Avezzana, e questi, che in quel momento trovavasi in una batteria comandata dal tenente Bovi, esclamò: «Bovi! che bel colpo», e Bovi che amava i preti come il diavolo l'acqua benedetta, appuntando un suo cannone da 9 in bronzo, lo diresse con tanta destrezza, e con tanta esattezza riuscì la mira, che la palla portò prete, sottana e crocifisso, tutto in un mucchio tra le fila della testa di colonna, ove fece una vera strage, e per compiere il miracolo, il crocifisso conficossi nell'occhio destro del colonnello Devot, che avea perduto il sinistro all'assalto di Costantina.
«Bravo Bovi! esclamò il fondatore di Tampico¹. Bravo! e se in tal modo fossero accolti il Papa e Bonaparte, questa povera Italia cesserebbe d'esser lacerata e disonorata.»
¹ Avezzana.
Il combattimento del 30 aprile durò molte ore: i Bonaparteschi, battuti di fronte dalla nostra artiglieria delle mura, e fucileria, di fianco dai corpi volontari che occupavano le posizioni esterne del Gianicolo, finirono per ritirarsi in disordine, lasciando nelle nostre mani 500 prigionieri circa.
Gl'Italiani videro le spalle dei loro boriosi nemici, e dovettero capire in quel giorno, che quando si è veramente decisi a battersi, per lo più si vince. Vi furono molti atti di bravura in quei nostri militi improvvisati. Io accennava alla gratitudine dell'Italia alcuni gloriosi nomi di morti, di cui si potrebbe, dire come Byron disse di Dante, di Galileo, Machiavelli, Michelangelo: Questi elementi di grandezza umana, basterebbero a Dio per una nuova creazione!--Ed io dirò: I prodi che caddero per l'onore italiano a Roma sarebbero un lievito sufficiente per una legione di liberatori! Panizzi, Masina, Mameli, Daverio, Davide, Montaldi, Peralta, Minuta, Ramorino, Manara, Melara, Morosini! Che uomini! che uomini!
Quando il carnefice di Roma, che alcuni eunuchi si contenterebbero di veder privo del temporale, innalzava un monumento ai suoi sgherri sulle ossa di quest'illustri martiri, non si trovò un nato di questa terra che tentasse di capovoldare il monumento infame, d'infrangerlo, d'imbrattarlo! Oh! è ben prostrato questo popolo! ben accovacciato! ben nullo!
Alle venture generazioni noi lasceremo dunque la cura di lavare quella culla delle maggiori grandezze del mondo da tanto nero sudiciume! E noi vanitosi impotenti! passeremo... avendo dato al mondo lo spettacolo miserabile di venticinque milioni d'esseri incapaci di scuotere il tarlato catafalco d'un vecchio indecente e di colpe macchiato e moribondo!
CAPITOLO XXXII.
IL RITROVO.
Mieux vaut mourir que vivre misérable, Pour un esclave est-il quelque danger? (_Muta di Portici._)
Cantoni, udito l'ordine al capitano Montaldi di assaltare il nemico di fianco, e non volendo esser accompagnato da Ida nell'impresa pericolosa ch'egli in cuor suo avea deciso di dividere, la inviò in città col pretesto di provvedere cibi per il Quartier generale. La bella fanciulla, assuefatta ad ubbidire all'amante, partiva ma con repugnanza, e cogli occhi umidi, avendo più caro, certamente di rimanere con lui in un giorno di battaglia. Ciò nonostante colla sveltezza de' suoi quindici anni, essa divorò la strada, adempì malamente alla sua missione e fu di ritorno al suo posto con tutta la celerità possibile.
Ma Cantoni era altrove! e siccome ognuno trovavasi al suo posto di combattimento, già impegnato, non fu facile alla nostra eroina di sapere la direzione del suo caro.
Ida era disperata! vagava tra le fila dei combattenti non curante della vita, e padroneggiata intieramente dall'unico pensiero di ritrovare Cantoni.
Mentre assorta in idee malinconiche e desolata dalle infruttuose sue ricerche, essa nulla vedeva e nulla udiva del fragore della battaglia, un piccolo colpo sulla spalla la rese a sè stessa, e volgendosi scoprì la bella e simpatica figura di Ugo Bassi, il sacerdote della giustizia e dell'onore italiano, l'uomo del sagrifizio, per cui il martirio era un trionfo, sempre adorno e risplendente dell'aureola dell'immortalità, figlia del dovere. Quando nel giorno fatale del giudizio il popolo italiano ricorderà i torti, le ingiurie, le prostituzioni, la corruzione, il servilismo cui lo dannò il clero, forse solo gli uomini come Ugo Bassi (e quanti sono?) saranno sottrati allo sterminio.
Ida guardò istupidita il sacerdote del vero, che ben noto a lei era e venerato, come da qualunque dei militi della causa santa.
«Chi tu cerchi, Ida, è lontano, e dorme a canto ai valorosi che primi scossero questi nostri boriosi nemici, e li fugarono. Meglio è morire che viver schiavo figlia mia!»¹
¹ Ben sapeva Ugo Bassi, quanto accadeva sul campo di battaglia avendo passato tutta la giornata del 30 a raccogliere feriti e soccorrergli. Talchè in quel suo pio lavoro egli fu all'ultimo fatto prigioniero dai nemici.
Bassi avea veduto Cantoni giacente sul cadavere di Montaldi, e lo avea creduto morto.
Ida fu come colpita del fulmine, impallidì e poco mancò che non stramazzasse a terra; un intuito però, un barlume di speranza la sostenne e da coraggiosa che era esclamò! «Per amor di Dio! segnatemi ove Cantoni è caduto!» Il venerando uomo non rispose, partì facendo un segno col capo, ed Ida con lui.
I nemici aveano principiato a ripiegare tempestati dai nostri, ma da soldati assuefatti alle pugne essi ritiravansi combattendo, protetti dalle loro artiglierie. Dimodochè lo spazio che dovea percorrere la simpatica coppia, benchè non più occupato dal nemico, era solcato da projetti d'ogni specie.
Chi ha veduto però il gran martire della libertà italiana in una pugna, senza combattere s'intende, poichè Bassi repugnava dal versare il sangue dal suo simile, chi l'ha veduto, ricorderà che nessuno più calmo ed intrepido di lui, in un campo di battaglia. Non dirò d'Ida, cui la speranza di trovar ancor vivo il suo Cantoni, l'avrebbe spinta risolutamente al maggior disprezzo della vita, se già non fosse stata da per sè stessa coraggiosissima. Così camminarono i due taciturni, e penetrati da santo dovere, così giunsero sul posto della strage, ove si scorgeva un mucchio di cadaveri. Ugo stupì di veder Cantoni in una posizione diversa da quella in cui l'aveva lasciato. Prima lo avea trovato bocconi sul cadavere di Montaldi, ora lo vedeva ad alcuni passi supino e col petto insanguinato da nuova ferita.
Il fatto era così accaduto. La ferita di Cantoni alla tempia l'avea stordito ma non era grave; egli dunque tornò in sensi alcun tempo dopo di essere stramazzato.
Il primo pensiero fu al suo fucile, che gli giaceva ai piedi, e con quello continuò a menar bajonettate ai nemici. Ma benchè in ritirata, e perseguitati dai nostri, uno di coloro a cui Cantoni attraversava il passo lo colpì nel mezzo del petto, il nostro eroe era rovesciato nuovamente, e calpestato dai fuggenti. In tale stato fu ritrovato da Ugo e da Ida, e mentre il primo contemplava distratto la nuova posizione del giacente, la giovane si precipitava sull'amante, e lo premeva sul cuore colla destra.
«Dio mio!... era il grido della fanciulla.--Egli vive!» Il grand'uomo, desto dalle sue distrazioni, capì subito l'intuitiva scoperta d'Ida, e ben contento avvicinossi a Cantoni per accertarsi dell'esistenza. «Egli pugnerà ancora per questa terra infelice!» esclamò Ugo, dopo d'essersi accertato che le ferite non erano mortali, e sciogliendo da tracollo un cantaro pieno d'acqua, inseparabile compagno nelle sue peregrinazioni umanitarie, egli cominciò a spruzzarne sulla fronte del giovine, e quindi a lavarne le ferite, occupazione, in cui questo vero apostolo del vero, era molto capace. La ferita del petto non mortale, era però molto grave, e Bassi, dopo d'averla lavata e medicata accuratamente, volse lo sguardo ad Ida con un sorriso rassicurante, ma nello stesso tempo con un dito sulla bocca accennava ad essa il silenzio.
Il nemico era scomparso. Gl'Italiani vittoriosi tornavano colla fronte alta a riunirsi alle proprie bandiere.
Com'eran belli quei giovani militi d'una causa santa! Sulla loro fronte altiera, era scolpita la preziosa soddisfazione di coscienza, che sola conosce il prode, adempiendo al più sacro dei doveri, insofferenza di vitupero nazionale, castigare la mano che vi offende, la lingua che v'insulta. Essi avean vendicato gli oltraggi di diciotto secoli!
A voi, preti della menzogna, che predicate la mansuetudine e la pazienza, a voi che oltrepassaste la ferocia della jena, il sarcasmo terribile del cocodrillo, a voi si deve l'abbrutimento di questo popolo, cui insegnaste i baciamani, le genuflessioni, la tolleranza dell'insulto. Voi siete maledetti.
CAPITOLO XXXIII.
LA VITTORIA.
... Vittorioso! E catafratto un popolo Dalla battaglia uscirne. (BERCHET.)
È pur bello un giorno di vittoria! E più bello per lo schiavo che ha debellato i suoi tiranni!
Che importan le zolle pregne di sangue, la terra seminata di cadaveri e di membra infrante, i lamenti del ferito ed il rantolo del morente... Che importano! Abbiam vinto! Domani le popolazioni festanti accoglieranno i vincitori con strepitose acclamazioni, con pioggie di fiori, e collo sventolare dei bianchi lini da mani, su cui si vorrebbe depor l'anima con mille baci. Ed il plauso, l'affetto delle donne sono certo i preziosi guiderdoni del valore. Sì! donne, ricevete colla scopa i codardi, quella canaglia che non arrossisce d'aver abbandonato i fratelli alle mani col nemico, i propri feriti agli insulti ed allo strazio del mercenario straniero!
Ma i valorosi, i vincitori dell'oppressore beateli! essi son degni di voi, del vostro sorriso, del vostro amplesso e dell'amor vostro! Essi sparsero il loro sangue, cimentarono la loro vita per non lasciarvi ludibrio a sgherri.
I conigli ai cani, al vituperio! E lo ripeto: battete la scopa sul loro codardo volto! Ma ve lo ripeto ancora, donne, e forse per la millesima volta: «Togliete i vostri figli dall'educazione del prete, se no, avrete la colpa voi d'avere dei figli vili, falsi e mentitori, non dei forti, coraggiosi, propensi al bello ed all'onesto, insofferenti di oltraggio, come dev'essere la gioventù italiana. Se voi vedete i vostri figli malaticci, curvi, gobbi, indifferenti al disonore nazionale, ne fu causa il bugiardo precettore che avete dato ad essi.
Avete veduto quel prete che guidando dei fanciulli vestiti da militi, e non sogghignaste di compassione? Un prete che insegnerà loro a far la spia, a porger la guancia sinistra, quando ricevono una schiaffo sulla destra, a non aver altra patria che il cielo, ben anche ad essere nemici di quei veri maestri della gioventù, che ponno guidarla alla santa religione del vero e del diritto.
Che educazione per allevare degli uomini forti che dovranno ricostruire una patria frantumata da tanti secoli, e liberarla dalla cupidigia delle aquile, degli avoltoj e di tutto il rifiuto del genere umano!
Eppure, prima della venuta del prete, da questa terra sorsero quelle Legioni che i dotti nostri ben ricordano, mentre serbano come reliquie le rovine degli archi di trionfo, innalzati dai nostri padri nelle loro capitali.
Solo il prete poteva trasformare il più virile, il più marziale di tutti i popoli nel più molle e più disprezzato.
La sera del 30 aprile 1848, fu una vera festa in Roma per l'incorrotta popolazione. Era un andirivieni strepitoso di gente per quelle superbe strade, ove da secoli non risuonava più l'inno della vittoria.
E se lo spirito della vecchia stirpe passeggia veramente, vergognato, tra le macerie dell'antica capitale del mondo, esso si sarà rallegrato allo spettacolo maestoso del popolo nipote che risorge!
Così fosse!... ma l'anima Italiana è incancrenita, il prete l'ha isterilita, precipitata in un'apatia tale che non sa distinguere se sia stupidità o demenza. Aspettiamo il trionfo della luce, della scienza, dicono: esse diraderanno le tenebre, ed il popolo educato scaraventerà all'inferno il maledetto.
Ma la dottrina, la scienza sono esse migliori dell'idiotismo? Gli archimandriti dei popoli sono essi per la maggior parte dottori, scienziati? Ed il popolo, a che diavolo, è stato anch'egli dotato d'un cervello nella zucca, per non capire che un prete è un impostore? Eppure è così: sfiatatevi a predicare la verità e sarete ascoltati dal popolino a bocca aperta, avrete anche qualche acclamazione ed evviva, ma se una schifosa pinzocchera al suono della musica pretina apre la marcia a prostrarsi ai piedi d'un negromante, il vostro uditorio vi pianterà lì per seguire la beghina ad uso pecora, ed avrete predicato al deserto.
Quel giorno felice i buoni incontrandosi, si stringevano la destra, si abbracciavano e molti avevano gli occhi umidi della contentezza.
Le donne, parte sempre più generosa della famiglia umana, acclamavano con entusiasmo febbrile i corpi dei Volontari che vittoriosi tornavano dalla pugna. I singoli individui che vestivano in una od altra foggia alla militare, e che sovente altro non erano che eroi da caffè, sorbivano anche essi il preziosissimo plauso del bel sesso;--millantatori, che giammai videro il volto al nemico, e che ad udirli, hanno spaccato le montagne, come se fossero di burro.
Accanto ai giocondi e buoni popolani, rari in Roma, ove la contaminazione è quasi generale, erano pure gufi d'ogni colore, ma non era difficile di distinguerli al lezzo ed al ceffo di volpe o di cocodrillo. E fu grave colpa del governo della Republica di non avere sbarazzato la capitale da tanta canaglia, e di non averla almeno inviata agli scoli delle Paludi Pontine. Poi come si poteva difendere quella povera Roma, che avea nel suo grembo tutto quanto c'è di orribilmente retrogrado nell'universo, tanto nei maschi che nelle femmine?
«Largo a los valientes» gridava Costa, che con Aguilan formava a cavallo la vanguardia d'un convoglio funebre alla cui testa si scorgevano due bare, la prima del prode Montalti, cadavere. La seconda mostrava scoperta la bellissima figura di Cantoni, pallida dal sangue perduto, ma esternando quella fiera soddisfazione della coscienza, che anche morendo distingue i valorosi.
«Largo!» e qui conviene informare il lettore sul Costa, che non conosciamo ancora, ma che ben conoscevano le Trasteverine quando all'alba si presentavano alla fontana di Montorio lui ed Aguilan a cavallo, lavando prima bene i loro destrieri ch'essi stimavan più di loro stessi, poi il proprio corpo, tergendolo da capo a piedi e pettinavan la bruna capigliatura, e pulitissimi tornavano al loro posto di battaglia. Giacchè può dirsi dall'assedio di Roma essere stato dal 3 giugno in poi un continuo battagliare.
Andrea Aguilan, già lo abbiamo descritto, era nativo di Montevideo, ma nero perfetto, Costa pure di Montevideo, era mulatto, cioè di quella casta che la civilizzazione europea partoriva e poi rinnegava, come indegna di appartenere alla famiglia umana. Oggi i Lincoln del secolo decimonono hanno infranto nella polve quell'avanzo di barbarie, quella vergognosa prerogativa d'indegni padroni ed hanno provato colla liberazione di milioni d'uomini, che davanti a Dio poco importa il privilegio d'esser nato bianco, nero od azzurro.
Costa ed Aguilan avean seguito la Legione Italiana di Montevideo in tutte le sue gloriose fazioni, ed erano tanto entusiasti degli Italiani, che non vollero abbandonarli alla loro partenza per l'Europa nel 1848.
Essi eran degni di venire annoverati fra i Legionari Italiani, ed a cavallo, come assueffati tutta la vita, e fortissimi, essi prestarono eminenti servigi.
Aguilan, più nobile, avea perduto alquanto di quella sanguinosa fierezza che distingue i gauci¹ del Rio della Plata, in guerre continue, ed altro non mangiando che carne macellata da loro stessi. Non così Costa, il mulatto, di carattere scherzevole, siccome col pericolo, scherzava anche con un nemico prima di spogliarlo.
¹ Uomini vaganti nelle immense campagne dell'America meridionale.
Un giorno, dopo il combattimento del Tassebi (America) si inseguiva il nemico fuggente. Un povero mulatto, ferito in una coscia e caduto trovasi disgraziatamente davanti al cavallo di Costa, che rabbioso d'esser giunto tardi sul campo di battaglia, voleva ad ogni costo mojar¹ la punta della lancia. Invano il caduto supplicava il feritore; Costa si ostinava sempre più a dar delle lanciate, ma non poteva mai raggiungere il corpo del nemico e la ragione n'era ovvia.
¹ Mojar, bagnare--I Sud-Americani tengono a disonore di non bagnare la punta della lancia, o della sciabola, nel sangue nemico nei combattimenti.
Ajutante del comandante della Legione, Costa conduceva un cavallo di battaglia di ricambio, legato al proprio. Ora si figuri il lettore: se un cavaliere che spingendo la lancia indietro per aver più slancio a vibrar il colpo in avanti, colla parte posteriore della lancia incontra il muso d'un cavallo legato alla coda del proprio e più forte, ne risulta necessariamente che il più forte cavallo, per non essere ferito nel muso, s'innalbera e trascina indietro cavaliere e cavallo.
La scena se non fosse stata tragica, era burlesca, ed il povero ferito dovette veramente la vita alla bravura del cavallo legato. Una voce autorevole giunse al Costa. Il mulatto ricordossi ch'egli apparteneva a gente che non colpiva i caduti, ed il ferito fu salvo. Comunquesia un pittore avrebbe trovato nella scena descritta da fare un quadro tragicomico non indifferente.
Largo! largo! urlavano i due militi di colore alla moltitudine d'ogni età e d'ogni sesso, affollata sulla via che percorreva il convoglio delle barelle. E chi avesse gettato uno sguardo scrutatore in quella folla commossa alla vista dei feriti, avrebbe osservato che non tutti si addoloravano a quello spettacolo.
Un volto schifoso di gesuita, che il vetro di una bottiglia aveva solcato, rivolto ad un suo compagno di malvagità, sorrideva e si fregava le mani di contentezza. Colui altro non era che Gaudenzio, che avea scoperto il pallido volto di Cantoni, e lo credea morente; quando il perverso s'avvide poi che la barella del ferito era accompagnata dalla bellissima fanciulla, un brivido di gelosia e di furore corse per tutto il corpaccio del prete, e co' pugni stretti, con un gesto da indemoniato, lanciossi verso il giacente e lo imprecava con diabolico modo. Atraz!¹--hiso de la grandissima!... era proferito dalla maschia voce d'Aguilan che impennando il suo cavallo, e ricordandosi d'esser stato domatore, voleva colle ugna del destriero calpestare l'impudente. Se il Gesuita si fosse trovato dalla parte di Costa, questo sicuramente mojava la lancia in quel sudicissimo sangue.
¹ Frase sovente accompagnata da voce di disprezzo, comunque sempre insultante.
Il prete, codardo quant'era malvagio, non aspettò certamente le zampe del corsiero che lo avrebbero infranto al suolo, ma precipitossi indietro sulla folla d'ogni sesso e d'età, schiacciando donne e fanciulli per salvar la pelle.
«Addosso alla spia!» questa voce colpì Gaudenzio come un fulmine, certo più spaventosa del cavallo d'Aguilan, ed egli accortosene impallidì da somigliar un cadavere. Era nient'altro che la terribile voce di Martino Franchi, che per caso tornava dal campo ove avea fatto prodigi di valore.
«Addosso alla spia!» fu ripetuto da cento voci, e la folla che prima impediva al convoglio dei feriti di procedere, ora lo lasciò libero e rovesciossi sul settario di Lojola.
CAPITOLO XXXIV.
L'EQUIVOCO.
La base dell'esistenza del prete è la malizia, la menzogna! (_Autore conosciuto_).
Gaudenzio si credette spacciato e stava veramente fresco, se la moltitudine, come abbiam narrato, in luogo di schiamazzare, confondersi, ondeggiare e rovesciarsi gli uni sugli altri avesse imitato la pacatezza di Franchi, e somministrato almeno al prete una pioggia di pugni.
Ma che volete, se il popolo considerasse con calma la propria potenza e ne sapesse con coscienza e tranquilla risoluzione trarre profitto, certo non vi sarebbero tiranni, non vi sarebbero impostori.
Il nostro Martino dopo di aver sudato, per avvicinare il gesuita, ma invano, dopo d'aver tentato d'arringar la folla ed invano ancora, stanco della giornata oltremodo laboriosa, pensò di ritirarsi per prendere qualche riposo.
Gaudenzio, che maestro era di ogni malizia, non udendo più la voce di Franchi, ch'egli avrebbe distinto nel furore d'una tempesta e che temeva molto più delle ugne del cavallo d'Aguilan, Gaudenzio, dico, profittando della presenza d'un alto personaggio davanti a lui, che colla sua gigantesca corpulenza più d'ogni altro lo impediva di fuggire, annientossi per un pezzo, abbassandosi quanto gli fu possibile, poi rialzandosi come un energumeno si mise a gridar a squarcia gola: «Addosso alla spia!» ed a battere coi pugni sui fianchi del mal capitato colosso, giacchè non lo poteva arrivare più in alto. Chi fosse l'uomo di smisurata statura, molti de' nostri lettori lo avranno forse conosciuto. Esso altro non era che il signor B. Busso, onestissimo repubblicano, che da pochi giorni trovavasi in Roma per assistere al ridestarsi d'un gran popolo.
Il signor B. da principio, non curava lo schiamazzo della plebe, e certamente non vi sognava d'esser lui l'oggetto dell'ira popolare, ma fattone accorto dalle busse del Gaudenzio e da altri che cominciavano ad avventarsi e seguire l'esempio del gesuita, oh allora egli cominciò a movere due braccia che sembravan due travi, e non potendo menar rovesci per la folla compatta, e per l'infinità degli assalitori, egli lasciò cader la destra sul capo del prete, che andò a dar del mento sulle proprie ginocchia. Prendendolo poi pel colletto, come se fosse stato un bambino, lo capovolse, lo afferrò per l'estremità delle gambe, e rotolandolo sulle teste degli avventati, fece in un momento de' suoi dintorni, un mucchio di giacenti accatastati gli uni sugli altri.
Però cosa poteva un solo contro una moltitudine fanatica, e tanto più fiera ch'essa si trovava in fronte un solo competitore? Poi, secondo abitudine romana, alcune daghe cominciavano a luccicare nell'aria, e guai se queste pervenivano ad avvicinare il nostro conosciuto, fortissimo uomo, ma disarmato. Per fortuna del nostro B. e dell'onore Italiano, una voce autorevole e terribile fece ristare la moltitudine, e tutti gli sguardi furono rivolti a quella parte. Il generale Avezzana, col suo stato maggiore, rientrava in Roma dopo di essersi coperto di gloria nella brillante pugna di quel giorno.