Chapter 1
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CANTONI
IL
VOLONTARIO
ROMANZO STORICO
DI
GIUSEPPE GARIBALDI
MILANO
ENRICO POLITTI EDITORE
1870
Proprietà letteraria.
Tip. GUGLIELMINI.
PREFAZIONE AI MIEI ROMANZI STORICI
Non potendo operare altrimenti, ho creduto ricorrere all'opera della penna:
1.º Per ricordare all'Italia molti de' suoi valorosi, che lasciarono la vita sui campi di battaglia per essa.--Alcuni son conosciuti, e forse i più cospicui, ma molti dormono ignorati, che non furono da meno dei primi. A ciò mi accinsi, come a dovere sacro.
2.º Per trattenermi colla gioventù italiana sui fatti da lei eseguiti, e sul debito sacrosanto di compire il resto, accennando colla coscienza del vero, le turpitudini, ed i tradimenti dei reggitori e dei preti.
3.º Infine, per ritrarre un onesto lucro dal mio lavoro.
Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato in un tempo in cui credetti meglio far niente che far male.--Nei miei scritti io quasi esclusivamente narro de' morti; de' vivi meno che mi sia possibile, attenendomi al vecchio adagio, «che gli uomini si giudicano bene dopo morti.»
Stanco della realtà della vita, ho creduto di adottare il genere Romanzo storico, stimando far bene.
In ciò che appartiene alla storia, credo d'esserne stato l'interprete fedele, almeno quanto sia possibile d'esserlo; poichè, massime negli avvenimenti di guerra, si sa quanto sia difficile il poterli raccontare con esattezza.
Circa alla parte romantica, se non ci fosse la storica, in cui mi reputo competente, e se non mi sentissi provocato dall'insofferenza dei vizi e nefandezze del pretismo e suoi protettori, io non avrei tediato la gente in un secolo in cui scrivono romanzi i Guerrazzi ed i Vittor Hugo.--Infine, propenso alla tolleranza, io scrivo più in odio al male, che affligge l'odierna Società, che agli uomini che la rappresentano colle denominazioni di ministri di Dio e della Corona.
_Caprera_, 15 _dicembre_ 1869.
G. GARIBALDI.
CAPITOLO I.
CANTONI IL VOLONTARIO.
Ce n'est pas vrai qu'aux rois nous ayons fait l'aumone: Nous servions l'Italie, nous ne servions personne. (_Autore conosciuto_)
Bello come l'Apollo di Fidia¹, come Milone di Crotona robusto², Cantoni, il coraggioso volontario di Forlì, destava l'ammirazione universale degli uomini quando alla testa de' suoi militi assaltava il nemico d'Italia, e quella delle donne,--e le donne sì che sanno apprezzare il bello e valoroso uomo. Sulle donne dunque egli esercitava quel delizioso fascino contro cui non varrebbero le gelose mura degli harem³, custodite dalle guardie di Neri e dagli Eunuchi del severo despotismo orientale, quel fascino che lega al destino del suo idolo la più debole, la più forte, la più virtuosa, la più depravata. ma comunque la più perfetta delle creature con cui Dio abbellì la famiglia degli esseri animati su questa terra.
¹ Esistente nel museo di Roma. ² Milone che con un pugno uccise un bue. ³ Negli Harem i Turchi tengono le loro donne.
Vi sono degli uomini, ai quali per quanto cara ti sia l'esistenza, l'affideresti come alla madre che ti portò in grembo.--A cotesti il cane fido di casa tua non abbaja; i tuoi bimbi, che lo videro per la prima volta, si rovesciano tra le sue ginocchia implorandone una carezza. Fidente nella virtuosa sua amicizia, tu non sei geloso della tua donna. Guai al protervo che attentasse di denigrare la tua riputazione in sua presenza!--E se giammai l'avversità amareggiasse l'anima tua, l'amico dividerà teco il suo pane e ti mostrerà gratitudine per averlo preferito nella sventura.
Tale era Cantoni, figlio prediletto delle Romagne, il volontario Cantoni, volontario e non soldato; egli serviva l'Italia, e solo l'Italia o la causa de' popoli oppressi; egli serviva l'Italia Nazione non i suoi reggitori, più o meno tiranni, più o meno prostituiti allo straniero.
Finita la guerra, Cantoni tornava alle delizie del suo campo non vasto, ma bastante alla sua esistenza, perchè lo coltivava con energica solerzia, perchè a Cantoni bastavano i frutti del suo sudore per soddisfare i propri bisogni.--«Conformandosi alla propria condizione non si è mai poveri» questa era sentenza che egli aveva imparato dall'onesto suo padre e che giammai non dimenticava.
Invano, innamorati della bella e marziale figura dell'Achille Italiano, i soldati di mestiere lo avevano accarezzato per attrarlo nella loro confraternita, indorata, grassa, pieghevole col potente e coll'oppresso proterva. Egli aveva rintuzzato la bramosia dei moderni bravi, che per soddisfare i molti loro bisogni furono obbligati di piegare la cervice ed il ginocchio davanti al nuovo e più potente feudalismo, di cui l'Europa altro non è che un appannaggio.
Il soldato di mestiere ha sacrificato sull'altare del ventre ogni sentimento onesto. Egli non deve, non può aver volontà, chè il padrone pensa e vuole per lui. Il soldato ubbidisce: il cittadino si deve legare, fucilare, sia pure l'amico, il fratello, il padre... Il soldato di mestiere conosce un sentimento solo, una sola legge: ubbidire!--Lo straniero calpesta la terra italiana, beve il vino italiano, stupra le fanciulle italiane,--una mano di prodi insofferenti di vergogna affronta le soldatesche d'un esoso tiranno, e pugna e muore perchè poca e male armata... il soldato italiano dall'alto dei colli (ove il padrone col più astuto gesuitismo lo ha collocato col pretesto di custodire l'onore italiano, ma in realtà per far da sgherro ai propri concittadini, ed abbandonarli soli alle mani con soldati stranieri), il soldato italiano, dico, contempla l'inegual pugna, dice d'essere commosso, ma non può dividere le glorie ed i pericoli dei fratelli, perchè al padrone vendette la propria libertà.--Esso ubbidisce!--E quando gl'Italiani giacciono affamati, egli ubbidisce al padrone che vietò loro l'ingresso del pane... Ubbidisce al padrone intercettando armi e munizioni ai militanti italiani, e quando questi, sudanti, spossati, sconfitti, sono cacciati dallo straniero, il soldato italiano ubbidisce incarcerandoli...
È pure umiliante di dover ubbidire sempre, anche quando vi ripugna alla coscienza! Sotto un governo eletto, la disciplina è non solo necessaria, ma onorevole. Non così sotto un governo imposto, ove la sorte della nascita vi dà irrevocabilmente un padrone.
Anche il volontario ubbidisce; ma quando è spinto dalla causa santa del suo paese, o dall'umanità, allora l'ubbidienza è sacra!
La patria è in pericolo, umiliata, vilipesa, i volontari accorrono da ogni parte della penisola, nè un solo capace di portar le armi deve mancare.--Il nemico è battuto, il pericolo scomparso, il volontario torna al suo focolare a lavorare al suo campo o ad attendere ad altre occupazioni che devono fruttargli la sussistenza.--Egli nelle veglie della sera racconta a' suoi cari la privazioni, i pericoli, le pugne indurate a pro' dell'Italia, e colla fronte alta dice: Io nessuno ho servito, ma il mio paese!
Com'è bella la vita dell'uomo indipendente! E per esserlo, basta conformarsi alla propria condizione. Ma i vizj, l'amore dell'oro e delle gozzoviglie conducono l'allettato sibarita all'umiliazione, alla dipendenza ed al vituperio.
L'Americana Nazione ha dato negli ultimi tempi un superbo esempio per il milite cittadino. Un formidabile esercito, d'oltre un milione di soldati, dopo d'aver liberata la patria, torna ai suoi focolari, ed i generali di quel brillante esercito ripigliano, senza nulla esigere, le loro antiche professioni coll'onesto guiderdone e soddisfazione dell'anima d'aver fatto il proprio dovere.
CAPITOLO II.
ALLE FILIGARI.
Passiamo presto e sulla punta dei piedi quel monticino di fimo e di sangue, che si chiama Papato. (GUERRAZZI).
Era una sera d'autunno; sulle cime e sul pendio orientale dell'Apennino fioccava la neve. Nel cielo non si scuopriva una nube, perchè opaco plumbeo e grigio dal riverbero delle argentate colline.--Il soffio temuto della Bora¹ udivasi come un lamento della sventura tra le secolari piante della foresta. E quel lamento era sovente frammischiato al rumore di passi di un cavallo che da Bologna per la strada di Firenze si dirigeva alle Filigari².
¹ Vento da Greco. ² Villaggio al confine dello Stato Pontificio verso la Toscana.
O notte tetra, fredda, terribile, come eri bella! come allettante per il giovinetto che batteva la via per raggiungere un pugno di Volontari, che nell'osteria delle Filigari ebbero dal Governo Pontificio il divieto di penetrare sul territorio Romano!
Quel giovine era Cantoni--Cantoni a quindici anni era un'uomo fatto e qual uomo fosse già lo abbiamo dipinto.--Via! Via! corsiero, il cavaliere non iscorge i tuoi fianchi insanguinati, non la bocca spumante.--Via! benchè fedele, coraggioso ed amato, egli a te non pensa.--Per la prima volta, incaricato d'importante missione, egli a te non pensa, ma compierla e sollecitamente. Soffi pure la bora e fiocchi la neve, più che dal mantello, coperto da' suoi quindici anni il cavaliere divora la via, e giunge finalmente alla porta dell'osteria delle Filigari.
«Alto!» grida una sentinella, situata alla porta, ove un fuoco continuamente ravvivato supplivagli ai panni estivi ond'era coperto.--E quella voce dall'alto pronunziata con molta energia era tutto quanto di militare poteva discernersi in quella poco militare caserma.
E veramente, chi gridava «alto!» colla stessa boria d'un veterano d'un principe, era vestito in borghese con pantaloni di tela, giacchetta di brunella ed un cappello di paglia.--Tuttociò componea l'uniforme, per fortuna però l'oste, che la facea da intendente generale, avevagli prestato una delle sue coperte, che serviva di mantello al volontario, cui toccava fare la guardia.
«Alto! Alto!» urlava quel dal cappello di paglia, vedendo come colui che giungeva poco caso facesse della sua consegna.--Gettata via la coperta, e dato di mano ad un forcone di legno che si trovava dietro la porta, lo presentò al muso del cavallo, che diede un salto indietro.
Qui successe un baccano.--Cantoni, rinvenuto dalla distrazione de' suoi pensieri, e vedendosi davanti quel _coso_ in cappello di paglia in tale notte che facea da militare, diede in uno scoppio tale di risa da svegliare quanti si trovavano dormendo nell'osteria.
Franchi--poichè la sentinella altro non era che il nostro bresciano Martino Franchi--indispettito dalle risa del nuovo arrivato era lì lì per forarlo col suo tridente--e con quelle bagatelle di braccia il nostro eroe stava fresco.
Per fortuna, alle risa dell'uno ed al chiasso dell'altro venne fuori dall'osteria una mano di Volontari che s'interpose tra il robusto Martino ed il suo giovine competitore. Cantoni profittò della calma, saltò da cavallo, dimandò del capo, a cui vi fu condotto, e rimise nelle sue mani un piego, ch'era stato il motivo della sua notturna cavalcata.
«Bravi! esclamò il Comandante. Questi Bolognesi sono un gran valoroso popolo! E se tutte le città italiane imitassero Bologna, l'Italia sarebbe presto al suo posto tra le Nazioni, e non ludibrio d'ogni mercenario straniero.»
«E l'hai proprio veduto penzolar dal balcone quel Latour, generale del Papa?
«Per Dio! rispose Cantoni, l'ho veduto io stesso, e con queste mani aiutato da un pugno di bravi giovinotti esso avrebbe capitombolato da un balcone del palazzo di città, in un modo da consolar l'anima del povero oppresso popolo. Ma quel brav'uomo di padre Gavazzi--sempre generoso, quanto è buon patriota--dopo d'aver suscitato il popolo con la sua fulminante eloquenza, si oppose alla realizzazione del volo che si volea far spiccare al vecchio mercenario della Negromanzia.
«Ebbe però bisogno di faticar molto ed impiegare tutta l'erculea sua forza per istrapparci la nostra preda.
Il Comandante dei Volontari osservava con compiacenza il bellissimo e robusto romagnolo mentre favellava, e sorridendo pensava:--Ecco la stoffa con cui senza dubbio, si formavano le antiche Legioni di Roma, che in tempi, ove la forza del braccio era tutto, passeggiarono sulla superficie del globo domando le più fiere nazioni!
Oh! i preti soli eran capaci di ridurre quel grandissimo popolo all'infimo della scala umana... Fortuna che alcun rampollo della stirpe antica, germoglia sempre dal seno di questa vecchia matrona, per ricordare ch'essa fu terra di Grandi!
CAPITOLO III.
L'INGRESSO.
Ainsi qua le tyran, L'esclave est un impie, rebelle à la Divinité! (CHENIER.)
Da quanto si disse si comprende essere stata la missione del nostro Cantoni quella di portare un dispaccio al Comandante dei Volontari, per ragguagliarlo di quant'era succeduto a Bologna e chiamarlo co' suoi militi in quella città.
E veramente il coraggioso popolo dell'8 agosto¹ sapendo trovarsi i militi di Montevideo alle Filigari, tumultuò, recossi al Palazzo di città e dopo d'aver minacciato il generale pontificio Latour di precipitarlo dal balcone, ottenne la chiamata in città dei fratelli relegati nelle nevi dell'Apennino e destituiti d'ogni più bisognevole di vitto e di vestiario.
¹ L'8 Agosto 1848 i Bolognesi cacciarono gli Austriaci da la loro città con eroismo sorprendente.
E n'era ben tempo. I pochi fondi, che individualmente possedevano i volontari, erano stati raccolti in massa, con mutuo consenso per la sussistenza comune, ed esausti.--L'imperversante stagione anticipava i rigori, e già non solo un palmo di neve inargentava le vette dei monti ma minacciava coprire la pianura. E con quella bagatella di panni da state--che per la maggior parte vestivano i volontari--v'era proprio da star freschi. Ma il SS. Padre, amorosissimo dei Cristiani, aveva ordinato che quella parte del suo gregge, non entrasse sul sacro territorio suo, e ciò dovea bastare.
Avanzo di cento pugne e penetrati della santa missione di redimere l'Italia dall'impostura e dalla tirannide, que' pochi avanzi di Luino e di Morazzone¹ erano veramente formidabili alla negromanzia.--L'Italia dal suo canto capiva sin d'allora che tra questi campioni del diritto e dell'onor italiano ed il prete, era questione di vita e di morte, e che se il disonesto deve finalmente soggiacere sotto la sferza della vera morale dei liberi, quella cloaca del Vaticano dev'essere finalmente purgata.
¹ Terre di Lombardia ove accaddero gli ultimi combattimenti di Garibaldi e de' suoi nella ritirata del 1848.
La maggior parte degli ufficiali appartenevano alla schiera dei prodi venuti da Montevideo, ove avevan lasciato bella fama di loro e fregiato il nome italiano con imperituro decoro.
Ove son essi i Settantatre Argonauti che traversaron l'Oceano per portar all'Italia non i loro tesori, ch'essi eran poveri, ma le loro destre, onorevolmente incallite nelle battaglie del Nuovo Mondo per la libertà delle Nazioni?
Ove son essi? Dimandatelo al bifolco romano quando ei rintuzza la punta del vomero nei teschi che imbiancano le zolle del suo campo, od al Ciociaro¹ quando bestemmia per gl'inciampi che il suo cavallo trova ad ogni passo sul vecchio Gianicolo! Le loro ossa?... Son seminate sulla Via Scellerata e non un sasso sorge sulla sepoltura di quei valorosi! Non un segno che mostri al passaggiero e che le distingua dall'infinita canaglia che germogliò e si spense sulla terra dei Cincinnati da circa diciotto secoli!
¹ Ciociaro--Pastore a cavallo.
Frattanto, Italia, sullo stesso sito ove giacciono calpestate ed insepolte le ossa dei tuoi prodi, il tuo vampiro, il tuo mal genio, il vituperevole prete innalza monumenti all'immorale schifoso mercenario che ti deturpa, santifica i carnefici, canta _Te Deum_ alle sue orgie di menzogne e di sangue!
E peggio ancora! Tu, meretrice fracida di prostituzione, ogni giorno vai a inginocchiarti ai piedi d'uno di questi assassini de' tuoi figli!!!
Sì! Montaldi, Masina, Daverio, Ramorino e tanti superbi e prodissimi figli di tutte le provincie Italiane, giacciono senza sepoltura sulla terra sventurata dei portenti e delle maledizioni!
È pur bello, massime per gli amanti di spettacoli, un ingresso in città italiana fra gli applausi della moltitudine e i nembi di fiori che oscurano ed imbalsano l'atmosfera!
In Bologna però--nell'ottobre del 48,--i fiori erano scarsi, ed al diffetto supplivano le bellissime figlie di Felsina collo sventolare dei candidi fazzoletti, e coi fervidi tramandati baci con cui esse beavano gli arditi e poverissimi Volontari--gli stessi che dovevan poi veder le spalle degli Imperiali Soldati del Papa, ma finire gloriosamente sotto le mura di Roma--grazie all'indifferenza di questo nostro popolo, sin ora almeno molto esaltato a scialaquare spettacoli e dimostrazioni, ma parco e restìo nell'aiutare i fratelli militanti contro lo straniero.
Lasciato l'albergo delle Filigari,--per la volontà dei fortissimi Bolognesi,--la brigata dei Volontari s'incamminò verso la fiera metropoli delle Romagne, e la gioventù generosa accorreva all'incontro dei nostri prodi con bandiere ed acclamazioni, ed anelante di congiungersi ai fratelli per finirla coll'abborrito governo dei preti.
L'ingresso fu una vera festa, i bravi popolani ed il bel sesso d'ogni ceto accoglievano i cari Volontari con affetto ed entusiasmo indicibile.
Solo alcune code¹ e neri, peste dell'umana famiglia, adocchiavano furtivamente lo spettacolo da dietro i vetri delle finestre, e si ritraevano cauti, tementi di contaminare gli occhi loro da rettili arrestandoli nelle franche e maschie fisonomie di cotesti nemici della menzogna e del despotismo, oppure tementi che il popolo, conscio delle loro scelleragini, non li scovasse e li precipitasse sul lastrico.
¹ Si chiamavano code i retrivi.
Molte carrozze, uscite dalla città all'incontro dei Volontari, li avevano accolti tutti, e così si effettuò pomposamente l'entrata in Bologna. Uno splendido banchetto, preparato all'albergo del Leon d'oro, completava la bella accoglienza fatta ai campioni del diritto italiano e quivi essi discesero per rifocillarsi.
«Abbasso i preti! Morte ai mercenari!» urlava il popolo, mentre difilavano verso i loro quartieri i Papalini che con due cannoni e molto apparato di forza tornavano dalle Filigari, ove avevan compita la missione d'impedire ai Volontari d'entrare sul territorio romano.
«Morte ai Papalini! Mettetevi alla nostra testa, Comandante, e vedrete come aggiusteremo quella canaglia!» ed i Bolognesi non burlano quando si tratta di fatti.
Il Comandante dei Volontari, a cui si dirigevano quelle parole tripudiava di contento nel vedere quel buon popolo così risoluto, ma non volle assumere la responsabilità della strage che poteva succedere, spingendo gente inerme contro truppe straniere armate di tutto punto.--Il banchetto proseguiva allegramente, ed i Volontari, che da tanti giorni erano stati ridotti a dieta, si confortavano ora con buoni cibi e con eccellenti vini delle Romagne.
Dopo la privazione si assaporarono veramente i cibi.--E che gusto hanno essi al palato del potente che nuota nell'abbondanza e nella lussuria, e che tanto abbisogna di stimolanti per inghiottire quelle vivande, forse frutto di mala vita o di prostituzione? L'abitudine costante di pietanze delicate a profusione ed il poco esercizio rendono le vivande insipide e disgustanti. L'uomo del lavoro invece, dopo aver faticato delle ore, assapora deliziosamente un tozzo di pane,--e quanto eccellente trova un bicchiere di vino se può averlo!--e se no, egli gradisce pure un gran sorso di acqua per dissetarsi, e torna cantarellando al suo lavoro.
L'esercizio è indispensabile all'umana famiglia:--il bimbo si muove, s'agita, s'impazienta se volete trattenerlo dal moto, anche quando è incapace di reggersi sulle proprie gambe. La gioventù è un movimento perpetuo: la vitalità delle membra e l'irrequietezza del suo spirito la portano ad intraprendere qualsiasi cosa. Essa si getta sull'immensità dell'Oceano, a cercar novità, fortune, avventure; se no guai ai tiranni ed agl'impostori!... Insofferente d'umiliazioni e di ceppi, la gioventù è loro naturale nemica, e cerca ogni modo di secondare le proprie propensioni generose a menar le mani contro gli sgherri. Solo la vecchiaia si posa;--presentendo quella transizione della materia che si chiama morte, cambia d'indole e sostituisce alle passate consuetudini di caccia, pesca, viaggi, avventure, gli studi, e quello specialmente della natura. Il vecchio zoppicante, quando può cava fosse; egli si avvicina così alla terra, a cui presto pagherà il tributo delle sue depredazioni. Egli si avvicina all'immobilità del cadavere, immobile sinchè la prole di vermi ch'ei genera venga a ravvivarlo ancora. Sfamandoli--diversa dal Saturno della favola che divorava i figli--questa prole divora il genitore, sinchè, esausto il cibo, essa, il padre, i suoi frantumi e la sua polve rientrano nell'infinito materiale, da dove furono tolti dalla mano Onnipotente dell'Infinito.
La morte! quell'idea mi sorride, e fu ben provvido chi la istituiva.--La morte! livellatrice della fortuna! asilo sicuro della sventura!
Com'è naturale il fine dell'onesto figlio del lavoro, che passa placidamente coll'anima tranquilla, dopo d'aver adempiuto ai suoi doveri di figlio, di padre, di cittadino! Paragonate la fine del giusto colla morte di cotesti oppressori delle genti, che si chiamano Papi, Imperatori, Re, e la cui vita germogliò sulla fame, sulla miseria e sulle sciagure del genere umano, e mi direte poi se non è santa l'istituzione della morte!
Cadaveri! distinguetemi lo stinco del povero da quello del ricco!--il teschio del mendico, dal teschio che portò corona!
E che sarebbe di noi, se a capo della mensa del negromante e del tiranno non sedesse la morte? Se essa non porgesse la sua testa scarna tra le pieghe indorate dei serici arazzi del gineceo e dell'harem?
La morte! questa trasformazione della materia, è anch'essa un composto di bene e di male: picchiando alla porta del potente sovente ne mitiga la ferocia.... Ed il prete, la volpe del genere umano, col suo fantasma, cogli orrori delle sue pitture trasformò questo nostro popolo sì grande, quando disprezza la morte, in una masnada d'imbelli tremanti davanti all'infallibile ed inesorabile sua falce!
CAPITOLO IV.
IL GESUITA.
Quell'antipatica--vostra figura, Desta, scusatemi,--rabbia e paura. (Opera _Chiara di Rosemberg_.)
Vi sono individui che incontrati per la via, tu li schivi per paura di contaminarti,--e se per sciagura ti trovi nello stesso crocchio e seduto alla stessa mensa, la mano ti corre quasi per istinto all'elsa del pugnale per difendere la tua vita che ti sembra insidiata da cotal ceffo sinistro.--Il Gesuita! il Gesuita! altra anomalia umana per la quale si diede il nome del Cristo alla più prava, alla più schifosa delle creature--il Gesuita.
Nella sala del banchetto, ove a splendida mensa stavano seduti i Volontari accompagnati e serviti da' migliori patriotti di Bologna, vedeansi a capo della mensa il Comandante con accanto, alla sua sinistra, Cantoni, in cui il primo avea già posto tutta la sua fiducia ed affetto.--Tale è l'attrazione della virtù, del bello, del coraggio;--ed il giovine per quel contracambio che si opera nel vero adagio: «amor d'amor si paga,» e per l'ammirazione che suscitavano nell'anima sua privilegiata, quegli avanzi di cento pugne venuti da un mondo all'altro per istrappare la loro patria dalle ugne della tirannide,--il giovine, dico, era in un estasi di felicità indescrivibile.--Nel fondo della mensa, dirimpetto ai due già descritti, sedea un prete, ed in quei giorni i preti si dicean liberali e buoni patriotti, come se la cicuta potesse dar degli aranci, e le jene degli agnelli--e la volpe la carità alle galline!