Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2
Part 8
Il Cardinale aveva risoluto di partire quella sera, di là[97], per portarsi ad una parrocchia vicina; ma partiva col dispiacere di non avere ancora potuto provvedere Lucia d'un asilo; e quantunque tutto paresse ivi sicuro per essa, pure il cuore del buon vecchio non era abbastanza tranquillo. Per avere la certezza che desiderava, egli non si rivolse a Don Abbondio, perchè teneva per fermo (e nessuno dirà ch'egli giudicasse temerariamente) che Don Abbondio per rispondere Monsignor sì, o Monsignor no, avrebbe consultato piuttosto l'interesse e la sicurezza sua propria, che quella di Lucia. Commise egli adunque al suo cappellano crocifero di aggirarsi fra il popolo e di osservare lo stato delle cose, la disposizione degli animi, di vedere se v'era rimasta in paese gente di mala intenzione, se insomma si poteva partire col cuore quieto, lasciando Lucia nel luogo dove alcuni giorni prima non era stata sicura. Il cappellano fece ciò che gli era stato imposto; parlò al sagrestano, agli anziani, al console, e da tutti fu accertato che nulla v'era da temere. Anzi, appena si ebbe sentore dì questa inquietudine del Cardinale, in un momento, giovani e vecchj s'offersero di guardare la casa di Lucia, con quella risoluzione, con quell'ardore con cui si veggono offrire le alleanze ad un principe vittorioso.--Son qua io, diceva l'uno--tocca a me, diceva l'altro--io son cugino, gridava un terzo--io, io che non ho paura di brutti musi, schiamazzava il quarto, e così fino al centesimo. Non si sarebbe potuto credere che Lucia pochi giorni prima avesse dovuto fuggire segretamente da quello stesso paese. Perchè costoro non si presentavano quando v'era il bisogno? Eh! perchè v'era il bisogno.
Avuta questa sicurezza, il Cardinale partì, facendo ancora ripetere a Lucia ch'egli non si sarebbe scostato da quei contorni prima d'aver provveduto alla sua sorte. Infatti, egli andò sempre in quei giorni ripensando al modo di compire questa sua opera e ricercando in ogni persona, in ogni circostanza se poteva farne un mezzo al suo benefico intento. A forza di attendere e di ricercare, l'occasione si presentò. Visitando una di quelle parrocchie, ricevette Federigo fra le altre visite, che accorrevano da ogni parte, quella d'una famiglia potente di Milano, che villeggiava in quelle vicinanze[98]. Don Valeriano[99], capo di casa, Donna Margherita[100], sua moglie, Donna Ersilia, loro unica figlia, e Donna Beatrice, sorella del capo di casa, rimasta vedova nel primo anno di matrimonio e ritornata a vivere ritiratamente in casa. Dei primi tre il Cardinale non aveva conoscenza molto vicina: sapeva soltanto che la famiglia, benchè molto distinta, pure non faceva terrore, che Don Valeriano non aveva riputazione di soverchiante e di tiranno; e questo merito negativo bastava in quei tempi a conciliare ad una famiglia potente la stima e la fiducia dei più savj. Oltre di che, Donna Beatrice era nota a Federigo assai più da vicino; le abitudini di una vita tutta consecrata alla pietà e alla assistenza dei poveri, le avevano data, senza ch'ella se ne curasse, una riputazione di santità, e il Cardinale, in più occasioni, incontrandosi con essa nelle stesse intenzioni e nelle stesse occupazioni, aveva avuto campo di accertarsi che quella riputazione non era menzognera. Quando adunque questa visita gli fu annunziata, propose egli di trovare il modo che Lucia andasse in quella casa; ma non dovette studiar molto a condurre il discorso dov'egli desiderava: perchè l'affare di Lucia era stato tanto clamoroso, che Don Valeriano non mancò di parlarne, per fare un complimento al suo liberatore. Questi allora, dopo d'aver modestamente rifiutate le lodi, ch'egli sapeva di non meritare, raccontando semplicemente il fatto e togliendone tutto ciò che la fama vi aveva aggiunto in suo onore, aggiunse che però tutto non era finito, che quella povera giovane, uscita da un tanto pericolo, non era pure in sicuro, non aveva un asilo, e che certamente avrebbe compiuta una opera incominciata da Dio chi l'avesse raccolta. Don Valeriano guardò in faccia a Donna Margherita, la quale assenti con una occhiata: Donna Beatrice, non guardata da loro, gli guardò entrambi con ansietà per vedere se avevano inteso, se avrebbero fatto vista d'intendere: Donna Ersilia continuò a guardare la croce del Cardinale, la porpora, a seguire con l'occhio la mano, per osservare l'anello, che erano le cose per le quali s'era fatta una festa di venire a far quella visita. Don Valeriano offerse al Cardinale di prendere Lucia al servizio della casa, o come il Cardinale avrebbe desiderato. Il Cardinale accettò lietamente: fece avvertire Lucia ed Agnese, le quali vennero all'obbedienza: Lucia fu consegnata a Donna Margherita e posta ai servizj di Ersilia. Don Valeriano fu molto contento d'avere esercitata una protezione: Donna Margherita di avere in casa una persona, alla quale potè metter nome: quella giovane che mi è stata affidata dal signor Cardinale arcivescovo; Donna Beatrice, di vedere in sicuro una innocente, e di poterla soccorrere e consolare; Donna Ersilia, d'avere una donna al suo servizio con la quale potere parlare senza che le fosse dato sulla voce. Lucia pure fu contenta di avere una destinazione che la toglieva da quel contrasto doloroso tra il voto e il cuore; Agnese, di vedere la sua figlia in salvo e in casa di signori; e finalmente il Cardinale, di aver messa quella pecorella al sicuro dalle zanne del lupo[101].
XVI.
IL TOZZO DI PANE E IL BICCHIER D'ACQUA DEL CARDINAL FEDERIGO.
Prima però di staccarci da Federigo non possiamo a meno di non raccontare un tratto accaduto nella visita da lui fatta in quei contorni[102]; perchè questo racconto, quale lo troviamo nel nostro manoscritto e altrove, serve assai a dipingere i costumi di quel tempo, tanto lontani dai nostri e osservabilissimi per una certa pienezza d'entusiasmo, per una esplosione dì sentimenti clamorosa, per un impeto veemente, come troppo spesso al male, così pure qualche volta verso ciò che era veramente stimabile. Oltre di che, Federigo è personaggio tanto amabile, nelle sue azioni anche le più comuni v'è sempre una tale espressione di gentilezza, di bontà, che fa riposarvi sopra la fantasia con diletto, e cogliere ogni pretesto per rimanere il più che si possa in una tale compagnia; che se qualche lettore osasse dire che noi ve lo abbiamo trattenuto troppo a lungo, osasse confessare d'aver provato un momento di noja, bisognerebbe concluderne delle due cose l'una: o che noi raccontiamo in modo da annojare, anche con una materia interessante, o che questo lettore ha un animo ineducato al bello morale, avverso al decente, al buono, istupidito nelle basse voglie, curvo all'istinto irrazionale. Ma il primo di questi due supposti è manifestamente improbabile a parer nostro. Veniamo al racconto.
Dalle chiese delle quali abbiamo parlato si era Federigo trasportato a visitar quelle della valle di San Martino, che era allora nel dominio Veneto e nella diocesi milanese; e per tutto dov'egli si andava fermando, oltre la folla dei parrocchiani, la chiesa, la piazza, la terra formicolavano di moltitudine accorsa dai luoghi circonvicini. In una di quelle terre, avendo egli sbrigate nella sera stessa del suo arrivo le principali faccende, aveva egli disegnato di partire prima del pranzo, per giungere più tosto alla stazione vicina. Era la chiesa, dov'egli si trovava, posta sulla cima d'un lento pendìo, che terminava in una vasta pianura. Celebrati i santi misteri, si volse egli dall'altare per favellare al popolo, e stendendo dinanzi a sè il guardo, che dalla elevazione dell'altare poteva trascorrere, per la porta spalancata, sul pendìo e nel piano sottoposto, vide, dalla balaustrata del presbitero, nella chiesa, sul pendìo, nel piano una calca non interrotta, come un selciato continuo di teste e di volti; se non che, al di fuori, quella superficie uniforme era interrotta da tende alzate, che facevano parere quel luogo un campo, o una fiera; guardando poi più fisamente, scorse fra quella moltitudine abiti diversi di ricchezza e di foggia, che dinotavano una varietà di condizioni e di paesi. Chiese egli a chi lo serviva più da vicino, che cosa volesse dire quel concorso; e gli fu detto, che era gente accorsa da tutta la diocesi di Bergamo, e dalla città stessa, per vederlo, per udirlo. E perchè, diss'egli, non gli accoglieremo noi gentilmente come si conviene con ospiti? Quindi dette alcune parole di insegnamento e di salute ai popolani, che non avendo avuto viaggio da fare avevano i primi occupata tutta la chiesa, propose loro che facessero gli onori di casa e cedessero il luogo a quegli estranei, che erano venuti da lontano per sentire un vescovo. La voce corse tosto per la chiesa e per lo spazio di fuori; questi uscivano e cedevano il luogo con pronta cortesia, quegli entravano con ritegno e con rendimenti di grazie: contadini e signori parevano in quel momento gente bene educata. Cangiata a poco a poco l'udienza, il Cardinale parlò a quei sopravvenuti come gli dettava la sua abituale carità e la simpatia particolare che aveva eccitata in lui quella ardente e comune volontà, la quale egli si sforzava di credere attirata in tutto dal suo ministero e per nulla da una inclinazione alla sua persona. Terminato il discorso, benedisse egli tutto quel concorso, lo accomiatò, e si dispose a partire. Salito sulla sua mula, si mosse col suo seguito, in mezzo a quella moltitudine, ma dopo alquanto viaggio, quando credeva d'abbandonarla, s'avvide che la moltitudine lo seguiva. Si volse egli allora, ristette in faccia a quella e la benedisse di nuovo, come per congedarla ultimamente. Ma rimessosi in via, s'accorse che non era niente, e che la processione continuava. Li fece pregare di ritornarsene e di non aggravare inutilmente la stanchezza del cammino già fatto, ma tutto fu inutile: gli era come un dire al fiume torna indietro. Si erano già fatte più miglia di cammino, l'ora era tarda, quando il Cardinale, che era digiuno e già da lungo tempo combatteva con la fame, sentendo mancarsi le forze e visto che quel giorno gli era forza desinare in pubblico, si fermò sulla cima d'una salita, dove vide spicciare una sorgente da una roccia che fiancheggiava il cammino e chiese, così a cavallo, che gli fosse servito il pranzo. L'ajutante di camera tolse da un cestello un pezzo di pane e glielo presentò. Federigo lo prese, indi chiese che gli fosse riempiuto un bicchiere a quella sorgente. Mentre questo si faceva, cominciò Federigo a banchettare, non senza un qualche pudore per tutti quegli spettatori, e chiuse il banchetto col bicchiere d'acqua, che gli fu porto. Quando tutta quella folla vide quali erano le mense d'un uomo così dovizioso e così affaticato, insorse un grido di maraviglia, un gemito di compunzione: e questi sentimenti crebbero quando, fra quegli accorsi, alcuni, i quali conoscevano più degli altri le costumanze del Cardinale, affermarono che questo era il suo solito pranzo quando doveva farlo in cammino, e che quello che gli era imbandito in casa non ne differiva di molto. I poveri si rimproveravano la loro intolleranza nel disagio, i ricchi la loro intemperanza; e quivi tosto molti fra questi distribuirono ai bisognosi i danari che si trovavano in dosso. Il Cardinale, così ristorato, pregò i più vicini che finalmente tornassero e persuadessero gli altri a tornare, e alzata la mano su tutta la turba, che egli dominava da quella altura, la benedisse di nuovo, stendendo poi verso di quella affettuosamente ambe le mani in atto di saluto. La turba rispose con nuove acclamazioni, e non osando più resistere al desiderio di quell'uomo, si rivolse e tornò addietro. Federigo proseguì il suo cammino.
Venga ora un uomo ben eloquente e si provi a dare uno splendore di gloria a quel pranzo del Cardinale, a renderlo un soggetto frequente di ammirazione e di memoria; non gli verrà fatto. È forse da dire che queste virtù di semplicità e di temperanza non danno mai alla fantasia degli uomini di che ammirare? non già, poichè si parla tuttavia delle magre cene di quel Curio mal pettinato, come lo chiamò Orazio; è viva e comune la memoria del salino di Fabricio e del suo piattello, sostenuto da un picciuoletto di corno. E perchè dunque il tozzo di pane di Federigo e il suo bicchier d'acqua non potranno ottenere una simile immortalità di gloria? Se alcuno ha in pronto una cagione ragionevole di questa differenza, la dica; per me non ho potuto trovarne che una, ed è: che il cardinale Federigo non ha mai ammazzato nessuno. La più parte degli uomini, parlo degli uomini colti, non consente ammirare le virtù frugali ed astinenti che in coloro i quali eccitano con virtù feroci un'altra ammirazione di terrore: non risguarda quelle come virtù, che quando sieno unite ad un profondo sentimento d'orgoglio e di disprezzo per qualche parte del genere umano. Se quel tozzo di pane fosse stato mangiato da un generale in presenza di ventimila cadaveri, sarebbe in tutti i discorsi, in tutti i libri; nessun fedele umanista avrebbe potuto evitare di farvi sopra almeno una amplificazione in vita sua. Eppure, la ragione dice che quel tozzo di pane, solo cibo d'un uomo che avrebbe potuto nuotare nelle delizie, e che se ne asteneva per un sentimento profondo della dignità umana, e per dar pane a chi ne mancava; quel tozzo di pane, mangiato tra le fatiche d'un ministero di misericordia, di pace e di pietà, dovrebb'essere una rimembranza più cara agli uomini che non quel salino e quel piattello, che copriva la mensa d'un uomo, che era sobrio per potere esser forte contra gli uomini[103]; che si accontentava di essere un povero Fabricio, perchè fosse un potente Romano. Le idee dì cui si componeva il sentimento temperante di questo erano superbe, ostili, sprezzanti, superficiali[104]; quelle di Federigo, umane, gentili, benevole, profonde. In quello stesso convito di Pirro, dove Fabricio dette quelle prove della sua fermezza e della sua astinenza, lasciò egli trasparire manifestamente quel suo animo: ivi, all'udire le dottrine epicuree esposte da Cinea, disse egli quelle atroci parole, tanto lodate dagli antichi, e, chi lo crederebbe? dai moderni[105]: Oh Ercole! (il santo era degno del voto) oh Ercole! diss'egli, fa che queste dottrine sieno ricevute dai Sanniti e da Pirro fin tanto che saranno nemici del popolo romano. Ma il nostro mangiator di pane avrebbe avuto orrore di sè, se avesse potuto anche un momento desiderare la perversità ai suoi nemici, ai nemici del suo popolo. Egli desiderava la giustizia, la fortezza, la sobrietà a tutti, la desiderava per loro, per sè, per la gloria del Dio di tutti, la desiderava, e tutta la sua vita fu spesa a promuoverla. La sua benevolenza non era nazionale, nè aristocratica, egli non aveva bisogno di odiare una parte del genere umano per amarne un'altra: si faceva povero non per insultare, non per dominare, ma per dividere la condizione dei suoi fratelli poveri e per migliorarla. A dispetto di tutta la storia, di tutta la morale, di tutta la rettorica, Federigo Borromeo era più grand'uomo che Fabricio, o, per meglio dire, Federigo era veramente grand'uomo, per quanto un sì magnifico epiteto può stare con un sì misero sostantivo[106].
XVII.
LA CARESTIA DEL 1628--RAGIONI, RIMEDI E MOTI DELL'OPINIONE PUBBLICA NELLE CARESTIE.
Era quello il secondo anno di scarso raccolto: nel primo era stata piuttosto scarsità che carestia: le provvigioni rimaste degli anni grassi antecedenti avevano supplito tanto o quanto al difetto di quello e la popolazione era giunta al nuovo raccolto non satolla e non affamata, ma certo affatto sprovveduta. Ora, il nuovo raccolto, nel quale erano riposte tutte le speranze, fu scarso, come abbiam detto, e lo fu d'assai più del primo, in parte per maggiore contrarietà delle stagioni, e in parte per colpa orrenda degli uomini. Si guerreggiava allora in Italia, e non lontano dal Milanese, il quale si trovò soggetto ad alloggiamenti di truppe e a gravezze straordinarie. Queste furono tanto intollerabili, e le estorsioni, le rubberie, il guasto della soldatesca portati a tal segno, che molte possessioni erano rimaste abbandonate, molte campagne incolte, e molti contadini erano andati accattando quel vitto che avrebbero procacciato a sè e ad altri col lavoro delle loro braccia[107]. E dove pure s'era coltivato, le seminagioni erano state scarse, perchè l'agricoltore, tentato dall'urgente bisogno, aveva sottratta e consumata una parte e la migliore del grano che doveva esser destinato a quelle. Ottenuto appena il raccolto, la guerra stessa, che era stata la principale cagione a renderlo scarso, fu la prima a divorarne una gran parte. Le depredazioni parziali, le provvigioni per l'esercito, e lo sprecamento infinito delle une e dell'altre fecero tosto un tale squarcio in quel misero raccolto, che la fame fu preveduta, quasi sentita sotto la messe stessa. I territorj che circondano il Milanese, in parte afflitti dalla guerra, e tutti dalla sterilità comune di quell'anno, non lasciavano speranza di cavarne ajuto di viveri. Sorse quindi quel sentimento di ansia e di terrore nei più, di gioja avara e crudele in alcuni, che nasce da una cognizione confusa, ma viva, della sproporzione tra il bisogno di nutrimento e i mezzi di soddisfarlo, tra il grano e la fame: e questo sentimento produsse il suo effetto naturale, inevitabile: la ricerca premurosa, e l'offerta stentata del grano; quindi il rincaramento.
Questa sproporzione è uno di quei mali che spaventano la terra, perchè pesano ad un tempo sur una moltitudine: quando un tal male esiste, i migliori mezzi per alleggerirlo, (giacchè toglierlo non è in potere dell'uomo) sono tutte quelle cose che possono diffonderlo più equabilmente, farne sopportare al maggior numero, a tutti i viventi, se fosse possibile, una picciola porzione, affinchè a nessuno ne tocchi una porzione superiore alle forze dell'uomo; fare che quel male sia un incomodo per tutti, piuttosto che l'angoscia mortale per molti; e la morte per alcuni. Quindi il primo, il più certo e il più semplice mezzo di alleggiamento comune è l'astinenza volontaria dei doviziosi, che si privino di una parte di nutrimento per lasciarne di più alla massa del consumo universale. Poi tutto quello che può aumentare nelle mani degl'indigenti i mezzi di acquistarsi il vitto, in proporzione dell'aumento delle difficoltà, cioè del rincaramento. Aumento quindi delle mercedi, e nuovi guadagni offerti per mezzo di nuovi lavori ai molti a cui cessano in quelle circostanze i lavori e i guadagni usati. Questo mezzo però sarebbe uno scarso rimedio, sarebbe anzi un accrescimento del male, se non fosse accompagnato dalla cura attenta, assidua di somministrare il vitto anche a quei molti che per debolezza, o per infermità, non lo possono ottenere col lavoro: si avrebbero allora dei lavoratori ben nutriti e degli impotenti morti di fame: e la beneficenza sarebbe crudele per molti[108]. A questi ultimi non si può provvedere altrimenti che con l'elemosina, tanto sapientemente comandata dalla religione: quella elemosina di cui molti scrittori hanno enumerati e censurati amaramente gli abusi. Nè a torto; poichè è utile scoprire e censurare gli abusi dovunque s'intrudano: è però cosa trista e dannosa che in soggetto di tanta importanza non si sieno quasi considerati che gli abusi; e sarebbe da desiderare che alcune pigliasse la bella e forse nuova impresa di ragionare del buon uso della elemosina, di mostrare com'ella sia uno dei mezzi più potenti, più semplici, e certo più irresponsabili a tutti quei fini[109] che si propone una saggia e ragionata economia pubblica.
Questi, che abbiamo accennati, sono certamente i principali e più sicuri rimedj alla penuria delle sussistenze; e quando si fossero posti in opera, il meglio da farsi sarebbe sopportare quella parte inevitabile di patimento con tranquillità e con rassegnazione, giacchè tutte le ire, tutte le declamazioni, tutti i falsi ragionamenti non ponno far nascere una spiga di frumento, nè accelerare di cinque minuti il nuovo raccolto, che deve mettere alla disposizione degli uomini una nuova massa di sussistenza.
Ma, oltre i mezzi per render tollerabile quel male, ve n'ha pur troppo, e moltissimi, per esacerbarlo, per accrescerlo, per rendere più trista e complicata una situazione che lo è già tanto per sè; e questi mezzi sono stati, per l'ordinario, più adoperati dei primi, e sì possono ridurre a due capi principali: le idee del popolo, e i provvedimenti dei magistrati. Nella epoca di cui parliamo, le idee e i provvedimenti concorsero potentemente a produrre quel tristo effetto in un grado singolare.
Nei tempi di carestia, la carestia è il soggetto di tatti i discorsi: fatto ben naturale, ma degno di molta osservazione e di commento. Tutti ragionano delle cause del male, tutti propongono i veri rimedj, tutti dissertano di principj generali, di commercio, di monopolio, di accapparramento, di importazione, di esportazione, di circolazione. Ma la maggior parte non si è occupata mai in vita sua di questa materia: i primi pensieri sono giudizj, e l'applicazione dei principj precede alla ricerca di essi. Guaj allora a quegli che hanno pensato a questi principj nel tempo in cui nessuno vi pensava; guaj a quegli che dànno più degli altri un senso preciso a quelle parole che tutti proferiscono; guaj a quegli che hanno esaminati con una vista generale i fatti che sono l'argomento della discussione comune! Essi soli non sono ammessi a parlare: essi debbono vedere pazientemente discorrere i sofismi precipitati e baldanzosi della ignoranza, perchè chi può fermare il sofisma? la ragione in bocca loro è paradosso, e quando non si avesse altro da opporle, basterebbe quella accusa che le si fa di essere stata sui libri. La parola che suona alto, che signoreggia in quelle dolorose circostanze è quella della irriflessione: ma cessata la carestia, cessano tutti i discorsi; nessuno ne vuol più parlare, nè sentire a parlare: i libri, se quell'epoca ne ha prodotti che trattino di quella materia, sono per lo più un soggetto di contraddizione per un momento, e rimangono dopo quasi dimenticati: la società è in quel caso simile ad un povero scapestrato, il quale, trovandosi all'estremo, non ha parlato d'altro che di novissimi e di penitenza; convalescente, accoglie ancora il prete per urbanità; guarito, allontana da sè tutti i pensieri di quel momento del terrore.