Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Part 7

Chapter 73,718 wordsPublic domain

All'indomani, alzatosi al solito di buon mattino, attese il Cardinale alle consuete operazioni, s'intrattenne alquanto col Conte del Sagrato, il quale non aveva mancato di venire a quella stazione della visita, come negli altri giorni, poscia andò nella chiesa, come era uso. Le funzioni non erano ancora terminate, che Lucia giunse con Agnese alla soglia della casetta paterna. Agnese aveva parlato per tutta la strada; la sua gioja, pel ritorno trionfale, la gioja di ricondurre salva a casa la figlia da tanti pericoli, la gioja d'esser divenuta conoscenza di Monsignore illustrissimo, l'aspettazione dell'accoglimento che le farebbero i parenti, i conoscenti, tutti i paesani erano sentimenti espansivi e distinti che si prestavano assai bene alla sua loquacità naturale. Ma i sentimenti di Lucia erano misti, intralciati, ripugnanti: erano di quelli sui quali la mente s'appoggia con una insistenza dolorosa per distinguerli e per assoggettarli; di quei sentimenti che non cercano di esser comunicati, nè trovano ancora la parola che li rappresenti. Rivedeva ella la sua casa, quella dove aveva passati tanti anni tranquilli, che aveva tanto desiderato e sì poco sperato di rivedere, ma quella casa che non era stata per lei un asilo, quella casa dove aveva data una promessa che non credeva di poter più attenere, dove aveva tante volte fantasticato un avvenire, divenuto ora impossibile. Era terribilmente in forse di Fermo: Agnese non le aveva potuto dire se non quello ch'ella stessa sapeva confusamente; che Fermo, cioè, dopo il tumulto di Milano del giorno di San Martino, aveva dovuto fuggire dalla città e uscire dallo Stato per porsi in salvo. E quand'anche Fermo fosse tornato tranquillamente, le ansietà di Lucia si sarebbero cangiate, ma non avrebbero cessato, perchè ella non poteva più esser sua. Tremava ancora nel pensiero che Fermo potesse essere informato del suo ratto, della sua prigionia, e non sapesse esattamente com'ella aveva fuggito ogni pericolo; la poveretta, mentre aveva rinunziato a Fermo, avrebbe voluto ch'egli sapesse ch'ella era in tutta degna di lui. Avrebbe voluto che Fermo fosse informato del voto ch'ella aveva fatto, senza ch'ella glielo dicesse, che egli l'approvasse con dolore, che non pensasse mai ad altra, nè più a lei, o per meglio dire, giacchè questa non era l'idea precisa di Lucia, avrebbe voluto che Fermo facesse tutti i giorni una risoluzione di non più pensare a lei; che si fosse ben ricordato che era suo dovere di dimenticarla. L'assenza del Padre Cristoforo accresceva ed esacerbava tutti questi cordoglj: le mancava l'ajuto e il consiglio; quegli a cui ella confidava anche i mezzi pensieri, quegli le cui parole la rendevano sempre più tranquilla e più conscia di sè stessa. Quanto a Don Rodrigo, egli era messo, almeno per qualche tempo, fuori del caso di far paura, e la rimembranza di quest'uomo, trista certo e orrenda per Lucia, non accresceva però le sue inquietudini. Pensava però che Don Rodrigo sarebbe tornato e rimasto e che il Cardinale non avrebbe potuto sempre aver l'occhio sopra di lei per difenderla, e da questo pensiero deduceva la necessità di trovare qualche dimora più sicura, e sperava che il Cardinale stesso ne avrebbe tolto l'incarico.

Così, dopo d'avere abbracciata la zia, che l'accolse piangendo, Lucia la lasciò con Agnese, che se ne impadronì per raccontarle tante tante cose, e si ritirò nella sua stanza. Ivi, dopo d'aver ringraziato Dio dell'averla ricondotta quivi, oltre e contra la speranza, si mise a rivisitare tutte le sue masserizie, come per provare se potesse ricominciare la sua vita passata; ma non v'era oggetto nella casa, non v'era angolo al quale non fossero associate idee divenute dolorose e ripugnanti. Lucia prese come macchinalmente il suo arcolajo e sedette a dipanare la matassa di seta che aveva lasciata a mezzo quando Fermo venne a pigliarla per la spedizione del matrimonio clandestino.

Dopo pochi momenti ecco giungere Perpetua affannata a dire che Monsignore, tornato di chiesa, aveva chiesto se Lucia era arrivata, e che udendo di sì, aveva ordinato che fosse tosto chiamata. Il signor Curato poi, aggiunse Perpetua sottovoce, mi ha imposto di dirvi, o Lucia, che vi ricordiate del parere che vi ha dato a Chiuso: ehm? sapete? di non dir nulla di quel tale affare; Agnese, m'intendete? del matrimonio, guardatevi dal parlarne, perchè, perchè i Cardinali passano e i curati restano. Le due donne si guatarono in viso, come per dire l'una all'altra: ora mò? non siamo più in tempo. Ma Agnese, fatta una faccia tosta, disse a Lucia: certo non bisogna dir nulla; e mettendo la bocca all'orecchio di Lucia continuò: del matrimonio clandestino. Guaj, vedi, è un guajo grosso. Lucia con queste due ingiunzioni, l'una delle quali era ineseguibile, e l'altra poteva dipendere dalle domande che il Cardinale le avrebbe fatte, s'incamminò, tutta pensierosa e agitata, con le due donne, alla casa del curato. Per la via incontrarono la folla, che uscita dalla chiesa si diffondeva nel contorno; e Lucia fu accolta con acclamazioni[86], e fermata ad ogni passo da saluti, fra i quali, vergognosa, con gli occhi bassi e gonfj, entrò nella casa parrocchiale, e fu tosto condotta nella stanza dov'era Federigo, il quale la ricevè con le solite precauzioni.

Dopo alcune inchieste cortesi sul suo viaggio, sul piacere ch'ella aveva provato nel rivedere la sua casa, Federigo la interrogò di nuovo sull'affare del matrimonio. Lucia dovette rispondere e raccontò tutta la faccenda fino al clandestino, dove si fermò come un cavallo che ha veduto un'ombra, e ristà con una sosta improvvisa e singolare, che non è quella solita d'allora che è giunto al termine del suo viaggio. Federigo, che s'avvide di qualche cosa, domandò a Lucia che risoluzione avesse presa ella, sua madre, lo sposo quando si videro chiusa la via a quella unione che desideravano e che chiedevano legittimamente. Agnese udendo questo, cominciò a far certi visacci a Lucia, cercando di non lasciarli scorgere al Cardinale (cosa non molto facile), e questi visacci volevano dire: rispondi: niente, abbiamo aspettato con pazienza. Lucia stava interdetta: Federigo, che vedeva tutto--l'avrebbe veduto un cieco nato--disse ad Agnese, con un contegno tranquillo e serio: Perchè non lasciate esser sincera la vostra figlia? e volto a Lucia: parlate liberamente, continuò: Dio vi ha assistita: dategli gloria con dire la verità. Lucia allora spiattellò tutta la storia del clandestino, e la narrazione divenne allora liscia, verisimile e ben congegnata.

--Avete confessata una colpa, disse tranquillamente Federigo: Dio ve la perdoni e... a chi v'ha dato una tentazione così forte di commetterla. Ma d'ora in poi, buona figliuola, e voi, buona donna, non fate più di quelle cose che non raccontereste volentieri.

Quindi passò a chiedere a Lucia dove fosse Fermo; che ora il matrimonio poteva e doveva esser tosto conchiuso.

Questo era un punto ancor più rematico. Le dirò io... cominciava Agnese, ma il Cardinale le diede un'occhiata, la quale significava, ch'egli sperava la verità più da Lucia che da lei, onde Agnese ammutì; e Lucia singhiozzando, rispose: Fermo, povero giovane, non è qui; s'è trovato in quei garbugli di Milano e ha dovuto fuggire; ma son certa ch'egli non ha fatto male, perchè era un giovane di timor di Dio.

--Ma che ha fatto in quel giorno? chiese ancora il Cardinale: quale è la sua colpa?

--Non ne sappiamo di più, rispose Lucia.

Il Cardinale, giacchè altri non v'era a cui domandare, si volse ad Agnese, la quale, rianimata, disse: Se volessi potrei inventare una storia per contentare Vossignoria illustrissima, ma sono incapace d'ingannare una gran persona, come Ella è; e non sappiamo proprio niente di più.

--Dio buono! disse il Cardinale: insidie, colpe, sciagure, incertezze, ecco il mondo dei grandi e dei piccioli. Ma voi, disse a Lucia, che pensate adunque di fare intanto?

--Io, rispose Lucia, io vedo che il Signore ha deciso altrimenti di me, che non mi vuole in quello stato, e ho messo il mio cuore in pace. E se trovassi dove vivere tranquillamente, fuor d'ogni pericolo; se potessi esser ricevuta conversa in un monastero... consecrarmi a Dio...

--Oh che furia! sclamò Agnese.

--Voi vi siete promessa, buona giovane, disse Federigo: vi siete allora risoluta a promettere senza riflessione, leggermente?

--Questo no, disse Lucia arrossando.

--Bene, disse Federigo, potrebbe ora dunque esser leggiero il ritrattarvi. Se quest'uomo fosse innocente, se potesse sposarvi, che mutamento è accaduto nelle vostre relazioni? Nessun altro che una serie di sventure ad ambedue, e non è questa una ragione per separarvi. Questo non è il momento di pigliare una risoluzione. Sospendete, fate ricerche, aspettate che Iddio vi riveli più chiaramente la sua volontà. L'asilo[87] intanto ve lo troverò io.

Lucia fu tentata più d'una volta di rivelare il voto, ma una vergogna insuperabile la ritenne. Federigo l'assicurò che non sarebbe partito da quei contorni prima d'avere stabilito qualche cosa per lei; e dopo qualche altra parola di consolazione e di avviso la lasciò partire con Agnese[88].

XIII.

VISITA DEL CONTE DEL SAGRATO A LUCIA

Abbiamo detto che il Conte del Sagrato era venuto ogni mattina a quella chiesa che il Cardinale visitava in quel giorno. Stava alquanto con lui in quell'ora di riposo che precedeva il pranzo, e poi ripartiva. Ma in questo giorno egli era venuto con un disegno, che fu cagione di farlo rimanere più tardi. Sapeva il Conte che Lucia doveva tornare alla sua casa: il Cardinale lo aveva informato di questo, anzi gliene aveva chiesto consiglio: perchè, dove si trattava di pericolo e di cautela, di bravi e di tiranni, non v'era uomo più al caso di dare un buon consiglio[89]: e il Conte aveva confortato il Cardinale ad installare pure sicuramente Lucia nel suo pacifico albergo. Prevedendo egli dunque che quel giorno Lucia si sarebbe trovata dal Cardinale, non vi si presentò all'ora consueta, ma stette nella chiesa, aspettando l'ora in cui il Cardinale era solito di desinare, e quando questa gli parve dover esser giunta, entrò nella cucina, dove Perpetua stava in grandi faccende, e le chiese, con umile affabilità, di potere ivi trattenersi ad attendere che il pranzo fosse finito, per chiedere udienza a Monsignore. Chi entra in una cucina in un giorno di cerimonie è sempre il mal venuto; ma il Conte aveva una antica riputazione di ribalderia e una recente di santità, che imposero anche a Perpetua, la quale, per levarsi dattorno nel modo più gentile quell'incomodo arnese, propose al Conte d'entrare nella sala del pranzo.--Si faccia avanti, diss'ella, sulla mia parola: Monsignore la vedrà molto volentieri; e anche il mio padrone e tutta la compagnia: non faccia cerimonie.

Ma il Conte disse di nuovo che desiderava di attendere ivi in un canto. Perpetua lo fece sedere al posto d'onore della cucina, nel banco sotto la cappa del cammino, dicendo: Vossignoria starà come potrà: veramente avrebbe fatto meglio d'entrare coi signori, che quello è il suo posto: basta, com'ella vuole: mi scusi se non posso fare il mio dovere a tenerle compagnia, perchè oggi ho tante faccende: ella vede. Il Conte sedette, ringraziò, e cavato un tozzo di pane[90], che aveva portato con sè, si diede a mangiare. Quando Perpetua vide questo, non lo volle patire.--Come? un signore suo pari! non sarà mai detto ch'ella faccia questo torto alla mia cucina. Ecco, si serva, mangi di questo: e lasci fare a me per mandare in tavola il piatto senza un segno: non faccia complimenti: che serve?--E come il Conte rifiutava, Perpetua gli si avvicinò all'orecchio e gli disse a bassa voce:--Via, signor Conte; che scrupoli son questi? so quello che posso fare; la padrona sono io qui.--Ma tutto fu inutile. Il Conte ringraziò di nuovo, e continuò a rodere ostinatamente il suo pane.

Quando poi da quello che accadeva in cucina s'avvide che erano cessati i cibi e levate le mense, fece chiedere udienza a Federigo, dal quale fu tosto fatto introdurre.

--Monsignore, diss'egli, quando gli fu in presenza, questo è un giorno di festa singolare per questo paese e per voi: ma in questa allegrezza comune, io, io ho una parte ben diversa da tutti gli altri; il gaudio puro e sgombro della liberazione d'una innocente non è per colui che l'aveva vilmente oppressa, angariata. A me conviene dunque un contegno e un linguaggio particolare; lasciate che io faccia oggi la mia parte; approvate che io vada ad implorare un perdono da quella innocente, ch'io mi umilj dinanzi a lei, che le confessi il mio orribile torto, e che riceva dalla sua bocca innocente dei rimproveri, che non saranno certo condegni alla mia iniquità, ma che serviranno in parte ad espiarla.

Federigo intese con gioja questa proposizione; e pel Conte, a cui questo passo sarebbe un progresso nel bene e una consolazione nello stesso tempo; e per Lucia, alla quale lo spettacolo della forza umiliata volontariamente, sarebbe un conforto, un rincoramento dopo tanti terrori; e pel trionfo della pietà, e per l'edificazione dei buoni; e finalmente perchè una riparazione pubblica e clamorosa attirerebbe ancor più gli sguardi sopra Lucia, e sul suo pericolo[91], sarebbe una più aperta manifestazione del soccorso che Dio le aveva dato, la renderebbe come sacra, e così più sicura da ogni nuovo attentato dello sciaurato suo persecutore. Approvò egli dunque con vive e liete parole la proposizione e aggiunse:--Dite: dite se l'offesa la più ardentemente bramata, la più lungamente meditata, la meglio riuscita reca mai tanta dolcezza quanto una umile e volontaria riparazione?

--Ah! la dolcezza sarebbe intera, rispose il Conte, se la riparazione potesse esserlo, se il pentimento, se l'espiazione la più operosa, la più laboriosa potesse fare che il male non fosse fatto, che i dolori non fossero stati sentiti.

--Ma v'è ben Quegli, rispose Federigo, che può far di più; che può cavare il bene dal male, dare pei dolori sofferti il centuplo di gioja, fargli benedire a chi gli ha sofferti. E quando voi fate per Lui e con Lui quel poco che v'è concesso di fare, Egli farà il resto: Egli farà che del male passato non resti a quella poveretta che un argomento di riconoscenza e di speranza, e a voi di una afflizione umile e salutare[92].

Detto questo, il Cardinale chiamò il curato, e gli impose che facesse avvisare Lucia del disegno del Conte, e le dicesse ch'egli stesso la pregava di accoglierlo. Partito il curato, Federigo richiese il Conte che aspettasse tanto che Lucia potesse essere avvertita.

Dopo qualche momento il Conte uscì dalla casa di Don Abbondio e s'avviò a quella di Lucia tra una folla di spettatori, fra i quali era già corsa la notizia di ciò che si preparava.

La forza, che spontanea, non vinta, non strascinata, non minacciata, si abbassa dinanzi alla giustizia, che riconosce nella innocenza debole un potere, e domanda grazia da essa, è un fenomeno tanto bello e tanto raro, che beato chi può ammirarlo una volta in sua vita. Quei buoni terrieri (in quel momento erano tutti buoni) non si saziavano di guardare il Conte, lo seguivano, lo circondavano in tumulto, lo colmavano di benedizioni. Tanta è la bellezza della giustizia: per tarda ch'ella sia, innamora sempre quando è volontaria: quelli che dopo aver fatti patir gli uomini si vendicano dell'odio loro, che gli tormenta, col fargli patire ancor più, non pensano che quell'odio è pronto a cangiarsi in favore, in riconoscenza, al momento che una risoluzione pietosa, un ravvedimento, anche senza confessione, faccia cessare i patimenti.

Il Conte camminava ad occhi bassi e col volto infiammato, tutto compunto e tutto esaltato, che poteva sembrare un re condotto in catene al trionfo, o il capitano trionfatore, e Don Abbondio camminava al suo fianco e pareva... Don Abbondio.

Giunti alla casetta di Lucia, il curato fece entrare il Conte, e con ambe le mani ritenne la folla, o almeno le comandò che si rattenesse, tanto che potè chiuder l'uscio, e lasciarla al di fuori.

Lucia, tutta vergognosa, condotta dalla madre, si fece incontro al Conte, il quale, trattenendosi vicino alla porte, nell'atteggiamento di un colpevole, le disse con voce sommessa: Perdono: io son quello che v'ha offesa, tormentata: ho messe le mani sopra di voi, vilmente, a tradimento, senza pietà, senza un pretesto, perchè era un iniquo: ho sentito le vostre preghiere, e le ho rifiutate: ho veduto le vostre lagrime, e son partito da voi senza esaudirvi. Vi ho fatta tremare che voi m'aveste offeso, perchè era più forte di voi e scellerato. Perdonatemi quel viaggio, perdonatemi quel colloquio, perdonatemi quella notte; perdonatemi, se potete.

--S'io le perdono! rispose Lucia. Dio s'è servito di lei per salvarmi. Io ero nelle unghie di chi mi voleva perdere, e ne sono uscita col suo ajuto. Dal momento ch'ella m'è comparsa innanzi, che io ho potuto parlarle, ho cominciato a sperare; sentiva in cuore qualche cosa che mi diceva ch'ella mi avrebbe fatto del bene. Così Dio mi perdoni, come io le perdono.

--Brava figliuola! disse Don Abbondio, così si deve parlare: fate bene a perdonare, perchè Dio lo comanda; e già quando anche non voleste, che utile ve ne verrebbe? Voi non potete vendicarvi, e non fareste altro che rodervi inutilmente. Oh se tutti pensassero a questo modo, sarebbe un bel vivere a questo mondo!

--È vero, disse Agnese, che questa mia poveretta ha patito molto... ma bisogna poi anche dire che noi poveretti non siamo avvezzi a vedere i signori venirci a domandar perdono.

--Dio vi benedica, disse il Conte, e vi compensi con altrettanta e più consolazione i mali che io vi ho fatti, tutti quelli che avete sofferti. Indi soggiunse titubando: Come sarei contento se potessi far qualche cosa per voi!

--Preghi per me, disse Lucia, ora ch'è divenuto santo.

--Quello ch'io sono stato, lo so pur troppo anch'io: quello ch'io ora sia, Dio solo lo sa, rispose il Conte... Ma voi, in questa vostra orribile sciagura... in questa mia scelleratezza... non avete avuto soltanto timori e crepacuori... La vostra famiglia... una famiglia quieta e stabilita... i vostri lavori, l'avviamento... voi avete sofferti danni d'ogni genere... se osassi... se osassi parlare di compensar questi, io che v'ho fatto tanto male, che non potrò compensar mai... ma Dio è ricco... frattanto datemi questa prova di perdono... accettate, e qui cavò, con peritanza quasi puerile[93], un rotolo di tasca... accettate questa picciola restituzione... non mi umiliate con un rifiuto.

--No, no, disse Lucia: Dio mi ha provveduta abbastanza: v'ha tanti poverelli che patiscono la fame: io non ho bisogno...

--Deh! non rifiutate, replicò il Conte con umile istanza: se sapeste! questa somma... questo numero... pesa tanto in mano mia... e sarei tanto sollevato se l'accettaste... Non mi farete questa grazia, per mostrarmi che m'avete perdonato? e vedendo che il volto d'Agnese esprimeva il consenso che il volto e le parole di Lucia negavano, presentò alla madre il rotolo, implorando, pur con lo sguardo, il consenso di Lucia[94].

--Grazie, disse Agnese al Conte; e tu, continuò rivolta a Lucia, ora non parli bene. Questo signore lo fa pel bene dell'anima sua, e noi poveri non dobbiamo esser superbi. Così dicendo svolse il rotolo e sclamò: Oro!

--Vostra madre ha ragione, disse Don Abbondio: accettate quello che Dio vi manda, e se vorrete farne del bene, non mancheranno occasioni. Così facessero tutti! Così Iddio toccasse il cuore a qualchedun altro e gli spirasse di compensare anche me, povero prete, delle spese che ho dovuto fare in medicine per quella maledetta... Voleva dire paura, ma ebbe paura di parlare imprudentemente e si fermò.

--Vi ringrazio della vostra degnazione, disse il Conte a Lucia, e del vostro perdono. E se mai in qualunque caso voi credete ch'io possa esservi utile, voi sapete... pur troppo... dove io dimoro. Il giorno in cui mi sarà dato di fare qualche cosa per voi, sarà un giorno lieto per me: mi parrà allora che Dio mi abbia veramente perdonato.

--Ecco che cosa vuol dire avere studiato! disse Agnese: appena Dio tocca il cuore, si parla subito come un predicatore.

Lucia ringraziò pure il Conte, il quale, dopo d'aver ripetute parole di scusa[95] e di umiliazione e di tenerezza, si congedò, uscì con Don Abbondio, e sulla porta si divisero. Il Conte, tra le acclamazioni della folla, prese la via che conduceva al suo castello, e Don Abbondio tornò a casa.

Appena le due donne furono sole, Agnese svolse il rotolo e in fretta in fretta si diede a noverare. Dugento scudi d'oro! sclamò poi; quanta grazia di Dio. Non patiremo più la fame certamente.

--Mamma, disse Lucia, poichè quel signore ci ha costrette ad accettare questo dono e ha preteso che fosse una restituzione... quei denari non sono tutti nostri. Non siamo noi sole che abbiamo sofferti danni... non sono io sola che abbia dovuto fuggire, intralasciare i miei lavori. Io sono tornata finalmente... e se non istarò qui, ho almeno chi pensa a me, chi non mi lascerà mancare di nulla... Un altro è lontano, e Dio sa quando potrà tornare. Mi parrebbe di aver rubati quei denari, se almeno almeno non gli dividessi con lui.

--Glieli porterai in dote, disse Agnese, studiandosi di rotolare come prima gli scudi, che, facendo pancia da una parte o dall'altra, sfuggivano dalle sue mani inesperte.

--Non parliamo di queste cose, mamma, disse Lucia sospirando; non ne parliamo. Se Dio avesse voluto... ah! le cose non sarebbero andate a quel modo. Non era destinato che fossimo... non ci pensiamo per carità.

--Ma s'egli torna, voleva cominciare Agnese.

--È lontano, è profugo, ramingo... ah! c'è altro da pensare: forse egli stenta, forse non ha pane da mangiare. Forse con questo ajuto egli potrà collocarsi bene altrove, farsi un avviamento, uno stato...

--Ohe! disse Agnese, tu non pensi più a lui?...

--Penso a toglierlo d'angustia e di bisogno, rispose in fretta Lucia. Questo lo possiamo fare; al resto provvederà Iddio.

Agnese era onesta e buona, e per quanto le piacessero quei begli scudi giallognoli, non avrebbe potuto possederli con un contento puro e tranquillo quando le fossero divenuti in mano un testimonio di dura e _bassa avarizia_. Consentì ella dunque a destinarne la metà a Fermo e promise a Lucia che avrebbe cercato tosto il mezzo di farglieli tenere sicuramente. Ma Agnese era rimasta colpita di quella nuova rassegnazione di Lucia all'assenza del suo promesso sposo, e non lasciò di tentarla con interrogazioni dirette, tortuose, calzanti, subdole, per venirne all'acqua chiara. Lucia però seppe per allora e per qualche tempo schermirsi dal soddisfare alla curiosità materna, allegando sempre che era inutile il pensare a cose che le circostanze rendevano impossibili[96].

XV.

CURE DEL CARDINAL FEDERIGO PER METTERE AL SICURO LUCIA.