Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Part 6

Chapter 63,561 wordsPublic domain

Lo Zaiotti, a cui non manca nè erudizione, nè urbanità, nè qualche acuta osservazione particolare, in fondo ammirava il Manzoni, ma come poeta e poeta lirico soprattutto. Fedele alla scuola de' classici, che proscrive in letteratura quanto non ha faccia d'antico, parlò del Manzoni tragico col preconcetto che fosse fuori di strada: «perchè vorrà egli ostinarsi ad esser meno di Sofocle, quando l'Italia gli offre la corona di Pindaro?» Parlò del Manzoni romanziere col convincimento che il romanzo storico sia da rigettarsi; e appunto perchè un grande ingegno si era dato a coltivarlo, gli parve una missione riparatrice flagellare quel nuovo genere senza pietà. A difesa del romanzo storico[67] si levò animoso Giuseppe Mazzini; pur confessando (ed era giustizia) che «l'autore dei due discorsi scrivendo a lungo del romanzo d'Alessandro Manzoni, il fece con sì gentile animo e tanto affetto del vero, da insegnare ad ognuno, come la critica debba trattarsi». Nota che lo Zaiotti, «prevalendosi della fama che circonda il caro nome del Manzoni, attribuisce unicamente a vizio del genere il difetto d'interesse e calore ch'ei trova nei _Promessi Sposi_. Forse il difetto si esagera, e più d'una donna gentile che ha palpitato sui casi dell'ingenua Lucia e impallidito al ritratto dell'Innominato, accusa il giudizio di rigidezza; ma foss'anche vero, che trame? L'ingegno del Manzoni è vastissimo; ma a nessuno è dato balzar fuori, in un genere nuovo, perfetto come Pallade dal capo di Giove. Fors'egli avrebbe dovuto scegliere i suoi e personaggi ideali in una condizione, che ammettesse, se non più amore, modi almeno d'esprimerlo più caldi, e mezzi maggiori d'azione. Fors'anco il fine ch'egli ebbe di rischiarare un oscuro periodo del secolo XVII si svela troppo apertamente ad ogni capitolo, sicchè n'è riuscita piuttosto una storia resa dilettevole da romanzesche avventure innestatevi, che un romanzo fatto utile dall'intreccio d'un quadro storico»[68].

Nell'esaminare l'_Adelchi_ lo Zaiotti ne propose un nuovo disegno, «dove il notabile si è che violando la storia, viensi a provare come la storia sia necessaria a poesia»[69]. Anche nell'esaminare i _Promessi Sposi_ suggerì de' mutamenti; questo, tra gli altri: «anche il luogo, in cui l'ottimo frate» [il P. Cristoforo] «viene ricondotto sopra la scena, ne sembra da collocarsi fra quelli che permettevano all'autore di aprire più largamente in suo volo... Era giusto che il tribolato servo del Signore raccogliesse finalmente la palma di quel suo lungo martirio, e felice era stata l'idea del Manzoni di presentarcelo afflitto di peste, e tuttavia occupato a confortare gl'infermi: anche l'aver colà ridotto don Rodrigo, ed uniti così l'oppressore, il difensore e le vittime, era degno di massima lode, perchè dava campo ai più gagliardi contrasti... Ma diremo noi che fosse impossibile il far meglio che raccontarci così in due parole le morti di don Rodrigo e di padre Cristoforo? Il Manzoni, meditando su quella situazione, avrebbe senza dubbio trovato qualche alto concetto, al quale noi non potremmo nè di lontano mai arrivare: tuttavia chi ne vieta di esporre anche un nostro pensiero? Renzo, che ha già rinvenuta la sua Lucia, torna dal frate per narrargli l'impedimento del voto ed implorarne l'aiuto: ma il frate, oppresso dalla gravezza del male, è caduto presso il letto di don Rodrigo che soccorreva, nè v'è più speranza ch'ei si possa rialzare. Le preghiere di Renzo gli vanno all'anima, ma la morte già vicina lo ha disteso su quella terra a cui sarà ricongiunto fra poco. Corri, egli dice coll'ultimo avanzo della cadente sua voce, corri da Lucia e qua la conduci, prima che venga la chiamata di Dio. Il povero Renzo vola alla capannetta della fanciulla, che con passi vacillanti, pallida pallida, lo segue, finchè giungono a quei due moribondi, che aspettano una sì diversa mercede. Ecco gli accusatori, il testimonio ed il reo: il Giudice sta più in alto, e fra pochi minuti l'irrevocabile sentenza sarà pronunciata. Gran Dio, non entrare in giudizio co' tuoi miseri servi! Noi non osiamo proceder più oltre, che l'ingegno ne cade innanzi a tanto orrore e a tanta pietà: ma che non avrebbe saputo fare il Manzoni? Gli effetti della Grazia erano già stati descritti nell'Innominato; qui rimaneva a mostrarci la disperata morte del reprobo, e il quadro riusciva perfetto, perchè lì presso ne consolava la placida dipartita del giusto. Una maledizione su gli sposi e sopra sè stesso è uscita da Rodrigo, padre Cristoforo ha sciolto il voto, e benedetti i due giovani. Un profondo silenzio è succeduto a quelle parole: tutto è finito. Si separino quei due corpi, che più non saranno vicini in eterno. Guai a chi non intende la muta lezione che s'innalza dalla polvere di quella capanna! È impossibile che i lettori non si dolgano pensando al maraviglioso partito che la mente e il cuore del Manzoni avrebbero tratto da tanta passione: ma anche qui è sempre necessario ripetere, che senza mutare l'orditura del romanzo non poteva arrischiarsi una scena sì viva. La narrazione degli avvenimenti successivi dopo quell'impeto d'affetti non era più tollerabile, ed ivi stesso, davanti a quel letto di morte, Renzo e Lucia doveano rinnovare il loro giuramento, abbandonata ogni più minuta conclusione alla fantasia de' lettori»[70].

Nell'ottobre del '27 mentre a Milano usciva alla luce il compimento di questi discorsi, Niccolò Tommaseo veleggiava per l'Adriatico, e parte negli ozi della traversata, parte in mezzo alle isole della sua Dalmazia e nel porto d'Ancona fece una quantità di postille[71] sopra un esemplare de' _Promessi Sposi_ donatogli dal Manzoni. Alcune sono in lode; le più in biasimo e non senza acrimonia[72]. Il Manzoni, raccontata la favola dello «scartafaccio», soggiunge: «Ed ecco l'origine del presente libro». Il Tommaseo chiosa: «Questo non iscusa la bugia. Si dirà che il Romanzo è tutto una bugia. Io rispondo che mentire non è mai bello». Ritiene «che più naturale sarebbe stato, invece di villani[73], scegliere una famiglia di città, povera, ma gentile, chè anche allora era modo di dar risalto anche ai quadri campestri». Trova «che don Abbondio in questo romanzo fa troppa figura, occupa troppo spazio»; gli sembra «scarso di sovrane bellezze tutto ciò che» nel secondo tomo «appartiene al cardinal Federigo e all'Innominato»; e giudica si convertisse «troppo rabbiosamente»[74]. Del resto, a mettere in evidenza i biasimi tutti, bisognerebbe trascrivere le postille in grandissima parte, e con le postille l'ostico giudizio che inserì nell'_Antologia_[75]; dove la lode è sempre misurata, il desiderio di censurare vivissimo sempre; e la lode rivolta non al libro, ma all'uomo, «grande e per cuore e per ingegno», «ingegno mirabile», «sovrano ingegno», «ingegno divino», «uomo divino», «genio e cuore apertissimo», «il giusto solitario», «il poeta del meglio», che si era perfino «abbassato a donarci un romanzo»; _divinizzazione_[76] che dispiacque ai Leopardi, «perchè ha dell'adulatorio, e gli eccessi non sono mai lodevoli».

Il Tommaseo a mano a mano andò temperando e modificando quel severo giudizio, e quando nel '43 ristampò ne' suoi _Studi critici_ il vecchio articolo dell'_Antologia_ molto vi tolse, non solo per condensar meglio il pensiero, ma anche per renderlo meno aspro e meno reciso[77]. V'aggiunse un accenno alla lingua adoperata dal Manzoni ne' _Promessi Sposi_; punto che fin allora non aveva toccato altro che in una lettera confidenziale a Cesare Cantù, scritta da Parigi l'11 gennaio del '37. Gli dice: «Godo che il Manzoni pensi a ristampare il romanzo, egli stesso; e tanto meglio se con mutazioni e con giunte. Non ponga indugio; non badi a' suoi scrupoli troppi, nè agli sdottoramenti dei consiglieri immancabili, de' quali è provveduto appunto chi non ne ha bisogno. Lasci stare ogni cosa, muti solo qualche parola o qualche modo, se vuole: e anche questo con carità, senza spellare vivi quel Renzo e quella Lucia»[78]. Le parole aggiunte al vecchio scritto son queste: «Nella dicitura senti meditazione e cura continua. Io non dirò se per tal cura Manzoni sia giunto a veramente italiana proprietà di linguaggio e snellezza di stile: ma certo è che ne' modi lombardi e francesi o non acconciamente toscani della prima stampa, quanto nelle docili e felici (sebbene non sufficienti) correzioni della stampa recente, è copia grande d'ammaestramenti agli amatori dell'arte»[79]. Il primo giudizio nella sostanza non lo mutò mai. Già vecchio, a un amico, che voleva scrivere intorno a' _Promessi Sposi_ dava per consiglio: «Com'egli» [il Manzoni] «senta e ritragga la natura visibile è altresì da notare; il cielo, i monti; gli alberi, le acque; i suoni, i colori; se non che alla freschezza del sentimento e alla maestria dello stile, in quanto lo stile è concetto, non direi corrispondere sempre, anzi di rado, la freschezza e franchezza dello stile in quant'è lingua e armonia». Poi soggiungeva: «All'arte proprio direi, che nell'esame di tale lavoro non sia da dare peso se non in quanto essa è moralità». Voleva «della lingua e del numero» de' _Promessi Sposi_ studiasse «quel che c'è di straniero, d'incerto, d'improprio, di prolisso senza necessità di chiarezza»[80].

Giambattista Bazzoni[81], uno degli emuli, volle egli pure dire la sua. «I _Promessi Sposi_ s'udirono annunziare tanto tempo innanzi che apparissero al pubblico, ch'ebbero tutto il campo di ricevere dalle mani abilissime del loro valente autore quella forbita, lucente e veramente nuziale acconciatura di cui egli seppe adornarli. V'ha in quei libri una inimitabile proprietà di vocaboli, espressioni fine, vere, calzanti: vi si trova per tutto una vita, un'indagine profonda del cuore, delle circostanze, delle cause; un nesso invisibile, ma universale, efficace, che offre pascolo a tutti i gradi d'intelligenza; è un complesso insomma di quadri affatto nuovi e sublimi. È vero però che vi si rinvenne un lato vulnerabile come il calcagno nel fatato corpo d'Achille; ma però le saette ad essi scagliate dai nostri Paridi non li ferirono sì addentro da togliere loro la vita, che durerà anzi sempre robustissima».

Ombra di Giambattista Bazzoni, che ti aggiri tra le rovine dimenticate del tuo _Castello di Trezzo_, metti il cuore in pace: non ebbero da quelle saette neppure scalfita la pelle; del resto, così dura, che sfida i secoli!

_Torino, 27 marzo 1905._

GIOVANNI SFORZA.

XI.

FUGA DI DON RODRIGO.

Ma quella dea che ha (mirabile a dirsi!) tanti occhi, quante penne, e tante lingue, quanti occhi, e (ma questo pare più naturale) tante bocche, quante lingue, e finalmente tante orecchie, quanti occhi, lingue e bocche (debb'essere una bella dea), questa ultima sorella di Ceo e di Encelado, partorita dalla Terra in un momento di collera; veloce al passo e al volo, che cammina sul suolo e nasconde il capo tra le nuvole, che vola di notte per l'ombra del cielo e della terra, nè mai vela gli occhi al sonno; e di giorno siede sui comignoli dei tetti, o su le torri, e spaventa le città, portando attorno il finto e il vero indifferentemente, costei aveva già, prima della notte, diffusa nei paesi circonvicini la storia delle avventure di quel giorno. Per fare intendere al lettore questa particolarità, abbiamo usurpato formole che, a dir vero, appartengono esclusivamente alla poesia, ma saremo scusati da coloro, i quali sanno che ad imprimere vivamente una immagine nelle fantasie il mezzo più efficace è l'allegoria, e singolarmente quella già nota e consecrata delle antiche favole: perchè quando si vuol fare immaginar bene una cosa, bisogna rappresentarne un'altra: così fatto è l'ingegno umano quando è coltivato con diligenza. Siccome però a voler cavare dalle allegorie il senso vero ed ultimo, quello che si vuol trasmettere, è necessario in ultimo pensare alle cose che le allegorie fanno intendere, così non lasceremo di dire che tutti gli abitanti del contorno, che erano convenuti quel giorno in Chiuso, tornando la sera alle case loro, raccontarono ciò che avevano veduto, ripeterono ciò che avevano inteso, commentando le circostanze che per sè non avrebbero bastato a dare idea d'un fatto compiuto, e inventarono gli episodj che erano indispensabili per dare continuità alla storia. Ma il fondo delle loro relazioni era vero; e questo fondo aveva abbondantemente di che eccitare una grande maraviglia e un grande interesse. Il Conte del Sagrato era nome d'una terribile celebrità nei contorni e assai più lontano, e una conversione tanto inaspettata e che doveva portare tanti cangiamenti, era argomento all'universale di una pia maraviglia, di esultazione, e di riconoscenza a Dio, e di nuova venerazione per l'uomo di Dio, che ne era stato lo stromento. E quello che rendeva ancor più interessante quella conversione era l'averne veduto un effetto immediato, un testimonio vivo, già tanto interessante per sè: una povera giovane restituita volontariamente dal carcere privato alla libertà e alle braccia di sua madre. Ma pei parrocchiani di Don Abbondio l'interesse era ancor più grande che per gli altri; per essi la povera giovane era Lucia, quella Lucia che avevano veduta fra loro modesta, bella, irreprensibile, allegra, che avevano pianta sommessamente smarrita, della quale si sussurravano mille notizie diverse e tutte lagrimevoli, della quale ora i suoi vicini potevano dire: l'abbiamo veduta noi oggi con Agnese andare dal Cardinale, che le voleva parlare in persona. Al mattino vegnente la fama si posò anche sul comignolo del castellotto di Don Rodrigo; ed è facile immaginarsi che la novella ch'ella portava fece sull'animo suo tutt'altro effetto che sull'animo di quella povera moltitudine. Quella Lucia, ch'egli aspettava da un giorno all'altro d'avere segretamente negli artigli, ora pubblicamente libera; sventate e divolgate ad un punto le sue trame abbominevoli, e quel suo alleato nel quale egli fidava, che con la sua cooperazione doveva dare l'autorità del terrore al fatto, e far morire il biasimo anche nelle bocche dei più arditi, ora disertato, divenuto un oggetto di fiducia per gli avversarj. Don Rodrigo si sforzava di ridere e guardava in faccia ai suoi bravi per attignere coraggio o indifferenza, ma s'accorgeva che i bravi guardavano in faccia a lui con la stessa intenzione; e per non trovare il coraggio il mezzo più sicuro è di essere in molti a cercarlo: anche quel poco che ognuno si sentiva se ne va: il Griso stesso[82] era avvilito. Costoro s'erano tutti radunati nel castello come in un asilo, perchè non pareva loro di star bene in nessun altro luogo. Girando il mattino, s'erano avveduti che tirava un'aria estrania, inusitata: avevano osservata su tutti i volti una esaltazione, una risolutezza, che aveva abbattuta la loro, che veniva in gran parte dall'abitudine di mostrarla soli. Prima d'allora quando un contadino s'avveniva in uno scherano, e vedeva in lui non solo la forza sua e le armi che portava, ma tutta la potenza dei suoi compagni e del capo, passava a canto con una umile riverenza; se fosse stato insultato lo avrebbe tollerato in pace, perchè era certo che gli altri che lo avessero veduto sarebbero stati molto contenti di esserne fuori e non avrebbe avuto un ausiliario: ma ora, l'occasione di esternare un sentimento unanime aveva fatta sentire a tutti una fratellanza, una comunione d'idee e di causa; ognuno era certo che la cosa era intesa da mille come da lui; e ognuno, comunicando agli altri il suo nuovo coraggio, ne riceveva da essi, per la ragione inversa di quello che era accaduto ai bravi e a Don Rodrigo. La conversione del Conte, la liberazione di Lucia era l'argomento dei discorsi di tutti quelli che s'incontravano; la gente si fermava in crocchj a parlarne; un bravo che passasse in veduta dei crocchj aveva tutti gli occhj addosso a sè, e la espressione di tutti quegli sguardi era una, quella dell'orrore. Tutti parlavano sicuramente della pietà che avevano provata, del timore che avevano avuto per quella innocente, mettevano fuori i pensieri che avevano compressi o comunicati sotto voce alla sfuggita, e trovando una conformità agli altri, sentivano che a quei pensieri era unita una forza. La giustizia aveva trionfato, il cielo s'era manifestato per l'innocente, e questa manifestazione, che pareva una promessa d'ajuto, accresceva ancor più l'animo di tutti. Un potente scellerato aveva pubblicamente abjurata col fatto la iniquità, e l'aveva così vilipesa e indebolita nello stesso tempo. L'iniquità era conosciuta, e perdendo un protettore terribile, aveva acquistato un nemico pur terribile, un cardinale, un santo, un nobile, uno che aveva mezzi di persuasione, di forza, di autorità, di aderenze. Quello poi che rinforzava l'effetto di tutte queste considerazioni era la notizia sparsa che il Cardinale veniva a visitare anche quella parrocchia, che si fermerebbe qualche tempo nei contorni, che vi sarebbe folla d'uomini condotti dallo stesso sentimento pio, avverso alla ingiustizia. E già si diceva che il castellano di Lecco, quello spagnuolo per cui il Podestà aveva tanta stima, si disponeva ad incontrare il Cardinale, in gran pompa, coi suoi soldati: tutta la forza, tutto lo splendore era per la pietà e per la giustizia. Ognuno pensava che gli scellerati avrebbero dovuto convertirsi come il Conte, o perdersi d'animo e fuggire.

Don Rodrigo, dopo non breve esitazione, prese quest'ultimo partito. La violenza quando è assistita dalla fortuna ama a mostrarsi, ella ha con sè come un argomento della sua bontà, o della sua ragionevolezza, poichè ottiene il suo intento; ma quando è abbandonata dalla fortuna, quando non valgono altri argomenti che quelli del diritto, del senso universale della giustizia, che le mancano quando appare non solo come ingiustizia, ma come sbaglio, allora la violenza vorrebbe nascondersi anche a sè stessa. Don Rodrigo pensava che cosa mai avrebbe potuto fare di conveniente che stesse bene in quei giorni, e non trovava nulla, nemmeno un soggetto di discorso con chi venisse a visitarlo. E, d'altra parte, s'immaginava bene che nessuno sarebbe venuto. Quei signori che lo avevano adulato fin'allora, si sarebbero allora avveduti ch'egli era un ribaldo, il Podestà doveva in quei momenti far dimenticare le sue relazioni con l'uomo, che avrebbe dovuto reprimere e punire; al più il dottor Duplica[83], il quale non voleva mai inimicarsi senza speranza un signore, sarebbe stato quei giorni a poltrire in letto, per potergli dire un giorno che una malattia gli aveva tolto il bene di ossequiare il signor Don Rodrigo. Questi non vedeva così distintamente tutte queste disposizioni, ma le sentiva confusamente come per istinto. D'altra parte, come condursi col Cardinale? Tutti i signori del contorno sarebbero andati a visitarlo, ed egli rimanersi solo a casa? Che direbbe lo zio del Consiglio segreto? Andare dinanzi al Cardinale, egli? gran Dio!

Ordinò dunque che tutto sì apparecchiasse pel ritorno in città, e al più presto. Quando la carrozza fu pronta, vi fece salire tre bravi: il Griso, come il più terribile[84], fu posto all'avanguardia sulla serpe, tutto armato; al resto della famiglia fu dato ordine di venire a Milano l'indomani, e si partì. Dopo i primi passi, Don Rodrigo vide coi suoi occhi la via piena di viandanti che andavano in folla a Maggianico, altri per vedere il Cardinale, per assistere alla solennità: giovani, vecchi, benestanti e poveri in quantità, che sapevano di non tornare con le mani vuote. Guardò alla sfuggita e conobbe in un punto su tanti volti quale era il sentimento universale per lui: fremette, si promise di vendicarsi, ma s'accorse che la menoma dimostrazione in quel momento poteva far nascere una guerra della quale l'evento finale non sarebbe stato dubbio: dissimulò dunque, ritirò la testa nella carrozza, guardò i suoi bravi e lesse sui loro volti pallidi il desiderio di esser fuori di quella processione e lontani dal paese. Sentì un romore dietro, stette in silenzio, tendendo l'orecchio, e comprese che erano urli e fischj. Allora mormorò fra i denti: vorrei che il Griso avesse giudizio, che non mi facesse scene. Avrebbe voluto dare al Griso questo consiglio della paura, ma la paura gli comandava di non muoversi, di non farsi vedere, e stette in quella ansietà inoperosa fino a che la carrozza, giunta al punto dove la strada si divideva, imboccò quella che conduceva a Milano e si separò dalla folla che teneva a Maggianico. Don Rodrigo e i suoi scherani respirarono allora dallo spavento, ma i pensieri che rimasero a Don Rodrigo non furono molto più sereni. Il cocchiere sferzò i cavalli per allontanarsi al più presto, e tutti i viaggiatori, senza dir motto, lo lodarono in cuore e si rallegrarono sentendo che la carrozza andava velocemente, senza impedimenti, in una strada solitaria. Buon viaggio[85].

XII.

RITORNO DI LUCIA AL SUO PAESE.

Ma se le accoglienze dei paesani dì Lucia al Cardinale non poterono essere più clamorose, nè più calde di quelle che gli avevano fatte per tutto attorno, avevano però una espressione di una riconoscenza speciale, che Federigo potè distinguere: anzi egli intese più d'una volta nelle benedizioni che gli erano date, unito al suo nome suonare quello di Lucia. Il buon vecchio tripudiò in cuore e per quella gioja che dà sempre agli onesti il vedere l'espressione pubblica d'un sentimento onesto ed umano e perchè con un tal favore del popolo gli parve che Lucia potesse con sicurezza tornare, almeno per allora, a casa sua. Ritiratosi pertanto, come abbiam detto, nella casa di Don Abbondio, il Cardinale s'informò da lui e da qualche altro prete su lo stato delle cose per rapporto a Lucia, e potè esser certo che ogni pericolo era cessato per lei, giacchè il suo gran nimico e gli scherani di questo se n'erano iti con la coda tra le gambe, e quand'anche fossero stati sfrontati a segno di rimanere, i difensori di Lucia sarebbero stati dieci volte in numero più del bisogno. Quando ebbe questa certezza, Federigo ordinò che l'indomani di buon mattino la sua lettiga andasse a prendere Lucia e la madre, e impose all'ajutante di camera che si portassero provvigioni di vitto alla casetta delle donne, perchè le poverette e Lucia principalmente non provasse quei mancamenti e quei disagj che le avrebbero renduti increscevoli i primi momenti del ritorno, e prolungato in certo modo il sentimento amaro dell'assenza.