Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2
Part 30
[167] Prima scrisse: «(ha detto un barbaro che di tanto in tanto esce in qualche bella scappata d'ingegno, ma che nel complesso non può non accontentar noi gente «di gusto raffinato, avvezza a composizioni così continuamente ragionevoli, così rigorosamente sensate)». Nel testo definitivo è rimasto: «Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di essa, (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure». Il _barbaro_ è Shakespeare, il quale espresse questo pensiero nell'atto secondo del suo _Julius Caesar_. Il reverendo Carlo Seven, che prese a tradurre in inglese i _Promessi Sposi_ appena vennero alla luce, arrivato a questo passo, dette in furore e scrisse al Manzoni una lettera stizzosissima, chiedendogli conto e spiegazione di un tal giudizio. N'ebbe la seguente risposta, che ha la data del 25 gennaio 1828. «Pregiatissimo Signore, Si ricorda Ella di quel personaggio della commedia, il quale, strapazzato e battuto dalla sua sposa, per sospetto geloso, si rallegra tutto di quegli sdegni, benedice quelle percosse, che gli sono testimonianze d'amore? Ora, pensi che tale, a un di presso, è il mio sentimento, nel veder Lei così in collera contro di me, per difendere il mio Shakespeare: giacchè, quantunque io non sappia un iota d'inglese, e quindi non conosca il gran poeta che per via di traduzioni, pure ne son sì caldo ammiratore, che quasi quasi ci patisco se altri pretende esserlo più di me. E un tempo ch'io me la pigliava più calda che non adesso per la poesia e pei poeti, non le so dire quanta rabbia mi facessero quelle così rabbiose e così inconsiderate sentenze di Voltaire e de' suoi discepoli sulle cose di Shakespeare. E forse più ancor delle ingiurie mi spiaceva quel modo strano di lodarlo dicendo che, in mezzo a una serie di stravaganze, egli esce di tempo in tempo in mirabili scappate di genio: come se la voce del genio, che in quei luoghi leva, per dir così, un grido, non fosse quella stessa che parla altrove; come se la stessa potenza, che ivi fa di sè una mostra straordinaria, non si mostrasse, con meno scoppio, ma con maravigliosa continuità, nella pittura di tante e tanto varie passioni, nel linguaggio di tanti caratteri e di tante situazioni, così umano e così poetico, così inaspettato e così naturale; linguaggio cui non trova se non la natura nei casi reali, e la poesia nelle sue più alte e profonde inspirazioni; come se la stessa potenza non apparisse nella scelta, nella condotta, nella progressione degli avvenimenti e degli affetti, nell'ordine, così negletto in apparenza e così seguito in effetto, che uno non sa se debba attribuirlo a un mirabile istinto, o ad un mirabile artificio: o piuttosto v'è straordinariamente dell'uno e dell'altro, etc. etc. E appunto contro quel sentimento di Voltaire (sul quale, del resto, è stato detto da altri, prima di me, meglio ch'io non saprei mai dire) io me la son voluta prendere con quella mia frase ironica; la quale, intesa da Lei in senso proprio, non maraviglia che l'abbia così scandalizzata. Ma, poichè Ella l'ha intesa così, mi domanderà certamente come io abbia creduto che Ella l'avesse a intendere altrimenti. Le dirò che mi son fidato, prima di tutto, nelle parole stesse; le quali, se Ella vi pon mente, son tanto strane, a pigliarle sul serio, che m'è sembrato che avvisassero per sè di doverle pigliare pel verso opposto. Quelli che han voluto metter più basso Shakespeare, lo hanno detto un genio rozzo, indisciplinato, ma tutt'altro che volgare: la mia proposizione, intesa secondo la lettera, verrebbe a dirlo un ingegno barbaro e mediocre. E un giudizio, così lontano da tutti i giudizi, riuscirebbe ancor più strano e inintelligibile nella circostanza in cui è messo fuori, a proposito cioè d'un luogo famoso, d'un passo che, anche da quelli che non apprezzano lo scrittore, è conosciuto e citato come uno dei più nobili di tutta la poesia. Oltracciò, io mi son fidato nella supposizione che i miei lettori (dei quali, com'Ella dee aver veduto, io pronosticava al mio libro un numero ben minore di quello che gli ha dato la sorte) conoscessero la mia ammirazione per Shakespeare, e da questa conoscenza fossero guidati a interpretare (se ve n'era bisogno) le mie parole. Ma come l'avevano a conoscere? mi domanderà Ella di nuovo. Per un mezzo che mi viene a punto per fare una mia vendetta, una vendetta proprio di quelle atroci, alla moda di noi altri italiani, per castigarla, s'Ella mi permette, dell'aver pensato così male di me. E il suo castigo sarà di leggere una mia lettera, in francese, intorno alle unità drammatiche, lunga di molte buone pagine e pubblicata già da qualche anno. Ma io veggo ch'Ella domanda misericordia, e non voglio esser crudele: ridurrò dunque la pena allo stretto necessario; e, per uscir di scherzo, la pregherò di guardare nell'edizione, fatta costì [_a Pisa_] da codesto sig. Capurro, di varie mie corbellerie, i luoghi di quella lettera dove è parlato di Shakespeare. E sono, alla pag. 409, un piccolo confronto tra il concetto generale dell'Otello e quello della Zaira di Voltaire. Poi, alla pag. 414, dove, confessando che non mi gusta la mescolanza del serio e del giocoso nei drammi di Shakespeare, Ella vedrà s'io rinnego l'uomo, e se dibatto punto della mia ammirazione per esso. Alla 421, dove, per la parte mia, Shakespeare non è quasi altro che nominato, ma vedrà come e in che compagnia: quivi poi son riferite osservazioni d'un mio amico, le quali Ella leggerà sicuramente con piacere. Finalmente, s'io ho ben frugato per tutto, alla pag. 429, dove comincia un transunto del Riccardo II; un transunto magro e atto forse a dimostrare che chi l'ha steso abbia poco veduto in Shakespeare; ma non certamente che vi abbia poco guardato. Ciò non di meno, l'effetto che la mia frase ha prodotto in Lei così contrario al mio intento, mi dà giusto sospetto di non essermi spiegato così chiaro come avrei dovuto, e mi fa temere che un effetto simile non sia prodotto nel più degli altri lettori ch'io avrò da Lei: sicchè, non solo io consento (come Ella gentilmente mi propone); ma la prego ch'Ella voglia prevenire ogni simile interpretazione in quel modo che le parrà migliore. Le rendo nuove grazie dell'onore che Ella mi fa coll'occuparsi della mia favola-storia; e sento lietamente la speranza che Ella mi da di potere presto aver quello di conoscerla personalmente e di esprimerle a viva voce la mia riconoscenza e i sentimenti dell'alta stima, coi quali mi pregio di rassegnarmele Dev.ᵐᵒ obb.ᵐᵒ servitore ALESSANDRO MANZONI».
Carlo Seven stampò la lettera a pp. XI-XVII della _Preface_ che sta in fronte al vol I. della sua traduzione, accompagnandola con queste parole: «This passage» (l'accenno al _barbaro che non era privo d'ingegno_) «contains a sentiment from Shakespeare; and i was struck, as every one who reads it must be, with the parenthetical remark; in which the author styles the King of Bards _a barbarian not entirely destitute of talent_, Indignant, as a loyal subject should be at the aspersions of a rebel, I dared to fling the gauntlet at his feet; and in a letter to M. Manzoni (to which I was encouraged by a previous communication), I charged him zealously if feebly, with his crime. In the reply, which I am permitted to annex at foot, he condescends to rebut the charge; and extend a friendly hand, where I looked for a hostile glaive. He alleges, as will be seen, that the passage is ironical--but I will not spoil the defence by garbling it. Let the Reader consider it with attention; and while attracted by the beauty of the Autor's style--the force and warmth of his panegyric on Shakespeare: while admiring the ingenious mode by which he deprecates our English prejudices--let him recommend to this highly gifted individual, henceforward to be less frugal of a note of admiration! And let him add, in the language of one among the consummate masters of Irony that England has had to boast
«_To statesmen when we give a wipe_, _We print it in Italic type_».
Cfr. _The betrothed lovers;_ | _a_ | _milanese tale of the XVIIth. century:_ | _translated_ | _from the italian_ | _of_ | ALESSANDRO MANZONI. | _In three volumes._ | _Vol. I_ | Pisa: | Niccolo Capurro, Lung'Arno | 1828; pp. VIII-X.
[168] Segue cancellato: «Un matrimonio clandestino era per Lucia Zarella quello che l'uccisione d'un dittatore per Marco Bruto». (Ed.)
[169] Segue cancellato: «Perpetua era salita a portar l'ambasciata a don Abbondio, il quale, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, stava sul suo seggiolone, con un libricciuolo aperto dinanzi. Il pover'uomo, tanto era lontano dal pensare alla burrasca che gli si addensava sul capo! andava cercando nella sua memoria chi fosse stato Carneade. Bisogna sapere che don Abbondio si». Il Manzoni nel correggere la copia per la Censura troncò qui il capitolo, e di quello che segue ne formò il principio del capitolo VIII. (Ed.)
[170] A proposito dell'accenno a Carneade il prof. NINO TAMASSIA [_Due note manzoniane_; in _Giornale storico della letteratura italiana_; XXI, 182] scrive: «chiedere perchè il Manzoni tirò fuori il nome di quel _letteratone del tempo antico_, sembrerebbe forse una stranezza bell'e buona: e pure non è così. Accostiamo alle parole messe in bocca di don Abbondio queste altre di un dialogo di Agostino [_Contra Academicos_, cap. III, n.º 7; in _Opera_, ed. Venet. 1833, I, p. 305]: _Tum Licentius: Carneades, inguit, tibi sapiens non videtur? Ego, ait, Graecus non sum, nescio Carneades iste qui fuerit._ Non coincide la domanda di don Abbondio: _Carneade! Chi era costui?_ con la frase di Agostino: _nescio Carneades iste qui fuerit?_ Il Manzoni aveva studiato il gran dottore africano, e ne fa fede la lettera sua al Poujoulat... nella quale, da par suo, cerca di determinare dove precisamente sorgesse il celebre _Cassiacum_, ove Agostino si era ritirato con la madre, il figlio e gli altri amici, per prepararsi al battesimo. E notisi che il dialogo _contra Academicos_ è opera nata dalla conversazione di Agostino e de' compagni, durante il tranquillo soggiorno di Cassiaco. Non parrà dunque più strana, dopo queste considerazioni, l'ipotesi che il Manzoni, scrivendo i _Promessi Sposi_, ricordasse il _nescio Carneades iste qui fuerit_, e lo facesse dire al povero don Abbondio, come saggio della non troppo ampia cultura del clero d'allora».
Proprio dopo le parole della seconda minuta, che ho stampate: «perchè Archimede ne ha fatte di così belle», il Manzoni scrisse, ma cancellò: «che non occorre esser molto erudito per saperne qualche cosa. _Ceda Carneade_, proseguiva poi il panegirico. Carneade! ruminava tra sè il lettore: chi era costui? mi par bene... Perpetua entrò ed espose la domanda di Tonio». È evidente: la fonte alla quale attinse il Manzoni, non si deve cercare nel passo di S. Agostino, ma nel «panegirico in onore di S. Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima». Il LUCCHINI [_Comentario dei_ Promessi Sposi, _ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi_, Lecco, 1904; pp. 129-130] afferma recisamente: «Il libro sul quale meditava in quel momento don Abbondio... era un panegirico in onore di S. Carlo... Quel panegirico... avea per titolo _La Fenice_, e il suo autore fu Lucio Giuseppe Avogadro della Congregazione di Somasca e professore di teologia a S. Maria Segreta in Milano, ove era prevosto». _La Fenice, oratione in lode di S. Carlo Borromeo... di Don_ LUTIO GIOSEPPE AVOGADRO, fu recitata _alli 4 di Novembre 1652_; venne stampata «in Milano» appunto nel MDCLII, e non c'è rammentato nemmen per sogno _Carneade_! Si tratta invece d'un altro panegirico, recitato nel 1626. Bisogna frugare per le Biblioteche di Milano e scovarlo. L'ho tentato, ma per ora senza frutto. Coraggio e avanti; la fortuna arrida al nuovo Colombo! (Ed.)
[171] Prima aveva scritto: «Beppo Calcarello» e «Anselmo Stacchi». (Ed.)
[172] Le parole: «bruna e distinta» furono aggiunte dopo, in margine. (Ed.)
[173] Nella copia per la Censura e nella stampa lo ribattezzò _Ambrogio_. (Ed.)
[174] È un brano del capitolo VII del tomo I della seconda minuta. (Ed.)
[175] Fin qui il brano è tolto dal foglio che il Manzoni numerò prima 90, poi 92, e che nella nuova numerazione a matita è il 68-69. Questo foglio appartiene al tomo primo della prima minuta. Il brano che segue è tolto dal foglio 91, numerato recentemente 66-67. (Ed.)
[176] Il Manzoni notò in margine: «Dolore speciale: la contemplazione della perversità d'una mente simile alla nostra: idea predominante in chi è afflitto dal suo simile». (Ed.)
[177] Si legge in margine del foglio già ricordato, che il Manzoni numerò prima 90, poi 92. (Ed.)
[178] Si legge nel capitolo VIII del tomo I della seconda minuta. In realtà è la terza stesura. (Ed.)
[179] Le parole tra parentesi quadre, in carattere corsivo, son quelle della vecchia edizione originale, che mutò. (Ed.)
[180] Il prof. GIOVANNI NEGRI [_Sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, commenti critici, estetici e biblici; premessovi uno studio su l'opinione del Manzoni e quella del Fogazzaro intorno all'amore_, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903; part. I, pp. 149-157] fa alcune osservazioni intorno a questo «Addio», piene di finezza e d'acume. (Ed.)
[181] L'autografo di questo brano forma il fascicolo secondo de' _Fogli staccati dai Promessi Sposi_. Il M. lo tolse via dal tomo II della seconda minuta, dove occupava il foglio 75 (già 93) e i fogli successivi 76-86. (Ed.)
[182] Ecco nel loro «bel latino» i passi del Ripamonti che riguardano l'Innominato: «Memorabo casum unius, qui procerum urbis quum haud sane ultimus esset, rura sibi urbem fecerat, ac magnitudine facinorum, iudicia, iudicesque et fasces ipsos imperiumque contemnebat. Posito in extremis provinciae finibus domicilio, solutam quandam ac sui iuris vitam agebat, receptator exulum et exul aliquandiu ipse, postea redux, eousque progressus, ut externi principis uxorem, cum ad maritum sponsa deduceretur, raperet sibique haberet, ac iusto denique matrimonio iungeret et nuptias illas innuptas celebrari nostra aetas vidit. Domus erat illa velut cruenta officina mandatorum, capite damnati servi et capitum obtruncatores: non coquo, non aquariolo cessare licitum erat: pueris imbutae sanguine manus: et facili in Cenomanos, Bergomatesve transitu, tanto magis contumax adversus edicta maiestatemque imperii huius familia tota erat. Herus ipse cum solum aliquando, nescio, qua de causa vertere statuisset, adeo modeste id, adeoque occultus, trepidusve fecit, ut per mediani urbem cum suis canibus haud sine tubae etiam sonitu transveheretur, regiaeque ipsi obequitaret, ac Regio Gubernatori dicenda convitia portae custodibus in transitu mandaret. De hoc homine fama erat, tanquam domitis etiam adversus Ecclesiae leges et mysteria fraenis, in praecipitia penitus ac derupta abiret. Sicut ingenia eiusmodi sunt, nunquam id obiisse mysterium aiebant, ut peccata confiteretur. Voluit iste accedere ad Cardinalem, cum haud procul terribili domicilio, visitationis ordine, incessuque constitisset. Facile benigneque admittitur. Duas amplius horas in colloquio retentus est. Quae dicta fuerint haud sane comperimus, quia neque Cardinalem interrogare quisquam nostrum super ea re auderet, neque alter ille quicquam est effatus. Tanta certe mutatio repente facta est animi et vitae morumque illius, ut mirifica et magna et nova res ad colloquii virtutem et efficaciam haud dubie referretur: opusque Cardinalis id familia tota illa gladiatorum agnosceret, ac, velut erepta sibi stipe, detestaretur. Etiam alia per utramque provinciam locis opportunis dispersa familia quam truculenti nutus et patratae vel patrandae caedes alebant, mansuefacto hero, duceque sensere damnum. Simul pleriqui procerum urbis multa et occulta consiliorum atrocium funestarumque rerum societate cum eo coniuncti postea quam ea quae communicata et inchoata facinora habebant, relinqui ab eo deserique senserunt, intellexere simul, id quod erat, diversa itinera vitae ingressum neque tantae rei mutationisque authorem ignoravere. Et externorum quoque Principum nonnulli, quibus particeps et minister alicuius saepe magnae caedis ex longinquo ipse fuerat, sive qui auxilia et ministros ei saepe miserant, cito sensere mutationem. Sed causam anxii exquirebant, donec hanc etiam pertulit fama et nuntiavit. Ego sicut augendae rei causa nihil ex vano attulisse velim: ita ne his quidem demere fidem debeo, quae comperta habemus. Vidi paulo post eum virum in cruda adhuc viridique senecta, nihil ex pristina ferocia retinentem praeter vestigia et notas, quarum argumento natura unumquemque nostrum insiti vitii rerum facit. Et has tamen ipsas recens assumpta mansuetudo castigabat scilicet atque inflectebat, ut quasi magno verbere victam et domitam esse naturam appareret». Cfr. IOSEPHI RIPAMONTI, _canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI_. Mediolani, ex regio Palatio, apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam, regios typographos, senza anno; pp. 308-311.
Dell'Innominato ne tocca anche Francesco Rivola, biografo di Federigo Borromeo. Ecco quello che scrive: «Così copiosi ed abbondevoli furono i frutti che dalla spiritual visita della sua diocesi colse Federico, che non mi dà il cuore di potergli qui tutti sotto gli occhi d'ognuno pienamente rappresentare... Viveva in un certo castello, confinante col dominio di straniero Principe, un Signore altrettanto potente per ricchezze, quanto nobile per nascita, il quale, datosi ad ogni maniera di misfatti, opprimeva con la sua potenza quando l'uno, quando l'altro degli habitatori, arbitro facendosi degli altrui affari, così pubblici, come privati; e minacciando, anzi offendendo chiunque a' suoi cenni ardito havesse di contrariare; intanto che fatto era terrore di tutti que' contorni. Giunto in quelle parti Federico la sua diocesi visitando, volle con esso abboccarsi, per veder pure di distorlo dalla mala via e di ridurlo a porto di salute; e tanto disse, rappresentandogli con pastoral zelo il suo stato miserabile ed il pericolo dell'eterna dannatione, che lo dispose all'ammenda e fece sì che da quel giorno innanzi, con maraviglia di quanti erano de' suoi depravati costumi molto ben informati, deposta ogni presuntuosa alterigia e ferocia, tutto mite, piacevole ed ossequioso verso di tutti dimostrossi, nè fu mai più alcuno che d'un minimo suo eccesso potesse ragionevolmente dolersi». Cfr. _Vita di Federico Borromeo, Cardinale del Titolo di S. Maria degli Angeli ed Arcivescovo di Milano, compilata da_ FRANCESCO RIVOLA, _sacerdote milanese, e dedicata da' Conservatori della Biblioteca e Collegio Ambrosiano alla Santità di Nostro Sig. Papa Alessandro Settimo_. In Milano. Per Dionisio Gariboldi, MDCLVI; pp. 253-255.
Ne parla pure BIAGIO GUENZATI nel cap. 22 del lib. II della sua _Vita di Federigo Borromeo, Cardinale di Santa Maria degli Angioli, Arcivescovo di Milano, compilata di nuovo e accresciuta_, che si conserva inedita nella Biblioteca Ambrosiana. Scrive: «Ammirò ancora il mondo convertire le Tigri di crudeltà in Agnelli mansueti, e squagliati in lagrime di penitenza li cuori più indiamantiti per le destre maniere di Federigo. Tra li confini del dominio Milanese, Veneto e de' Grigioni godeva asilo securo un mostro di fierezza, cui per altro rendeva autorevole e temuto la nobiltà del sangue e la potenza. Questo, raccogliendo tutta la feccia dell'iniquità, che per purgarsi cacciavano fuori gli Stati confinanti, aveva al suo comando squadre di sgherri e tagliacantoni, che pascevansi colle stragi e col sangue, svenando vittime umane all'altrui odio. A quel castello, come al tribunale di Eaco o di Radamanto, ricorrevano tutti gli avidi di crudeli vendette; in quello macchinavansi tradimenti e spacciavansi sentenze di morte, che venivano eseguite in mille guise da palliati carnefici». Qui racconta varie imprese di lui; poi prosegue: «Portatosi dunque in quei contorni il Cardinale, ebbe ad albergare ancora in quella piccola Terra ove risiedeva questo Ministro di Morte. Volle questi, forse per compiere solo al debito della sua nascita cospicua, visitarlo e si trattenne segretamente con esso per due ore. Non si penetrò di che si discorresse fra loro; nè meno il Cardinale mai lo palesò».
In una grida del 10 marzo 1603, pubblicata «In Milano, per Pandolfo et Marco Tullio Malatesti, Stampatori Regi Camerali», il Governatore di Milano, Don Pietro Enriquez de Azevedo conte di Fuentes, «conosciuto per esperienza di quanto commodo et utilità sia stata a questo Stato la grida d'ordine suo pubblicata sotto li 12 marzo 1601 contra banditi et assassini et altri facinorosi; et desiderosa l'Eccellenza sua che questi sudditi, tanto affetionati alla Maestà Catholica et da lei commessi al suo governo, possano vivere con quella maggior quiete et sicurezza che sia possibile et i malfattori siano castigati et distrutti, ha deliberato (col parere ancora del Consiglio Secreto et del Senato) che la sudetta grida si rinovi nel modo et forma che segue: Commanda S. E. che niuno, di qual conditione si sia, ardisca ricettare, nè alloggiare, o dare alcuno aiuto o favore in qualsivoglia maniera ad alcuno condannato capitalmente di morte naturale, et bandito, o assassino, sotto pena della vita et confiscatione de' beni; nè si ammetterà escusatione a' padri o fratelli o altri parenti che habbiano ricettato o dato aiuto a figliuoli, fratelli o altri parenti, i quali siano banditi, o assassini». Qui seguono sei pagine di stampa fittissima nelle quali il Governatore ordina alle varie autorità di ammazzare, scorticare e impiccare oltre dugento banditi, di cui dà il nome; poi prosegue: «Et perchè sono dispiaciuti oltre modo a S. E. gli eccessi seguiti nella persona di Lucia Vertemate, moglie che fu di Gio. Battista Piacenza, et nella persona di Geronimo Cusano et suo figlio; et parimente gli enormi et brutti misfatti commessi da Francesco Bernardino Visconte, uno de' feudatarij di Brignano Geradadda e da' suoi seguaci; concede S. E. che qualunque consegnerà vivo o ammazzerà alcuno degli infrascritti, oltre il premio pecuniario promesso nelle gride, possa liberare due banditi per qualsivoglia caso, fuorchè gli eccettuati in questa grida». Dà quindi il «Nome de' banditi per la morte della Vertemate,» il «Nome de' banditi per la morte de' Cusani,» e «Li nomi di Francesco Bernardino Visconte et suoi seguaci banditi», che son questi: «Francesco Bernardino Visconte di Brignano sudetto; Pompeo, suo uccellatore, habitante in Brignano; Battista Boldono, Cesare Zallatino et Dominico Rozzono, detto il Pelato, tutti tre habitanti in Triviglio; Gio. Battista Nicoletto da Caravaggio; l'appellato il Casale da Bagnolo Cremonese; Camilino di Salamene Parmigiano, altre volte habitante nel detto luogo di Brignano in casa del detto Francesco Bernardino Visconte». Quindi prosegue: «Nè vuole S. E. che li sudetti condannati per la morte delli detti Vertemate et Cusani et per li già detti delitti di Francesco Bernardino Visconte et complici possano godere del beneficio della presente grida; anzi li dichiara per sempre indegni di liberatione et di potere habitare in questo Stato, salvo però se alcuno dei sudetti complici ci consegnasse o ammazzasse il principale, cioè il Conte Francesco da Vimercate, o Carlo Cusano, o Francesco Bernardino Visconte, in tal caso quel tale possa godere del detto beneficio di questa grida, et non altramente».