Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Part 29

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«Il signor Ludovico (così fu nominato dal suo padrino quegli che facendosi poi frate prese il nome di Cristoforo), il signor Ludovico era figlio d'un ricco mercante cremonese, il quale negli ultimi anni suoi, vedovo e con questo unico figlio, rinunziò al commercio, comperò beni stabili, si pose a vivere da signore, cercò di far dimenticare che era stato mercante, e avrebbe voluto dimenticarlo egli stesso. Ma il fondaco, le balle, il bracciò gli tornavano sempre alla fantasia, come l'ombra di Banco a Macbeth».

Per quali ragioni l'Autore prima lo chiamò Galdino e poi Cristoforo? DAMIAMO MUONI [L_'antico Stato di Romano di Lombardia ed altri Comuni del suo Mandamento, cenni storici, documenti e regesti_, Milano, Brigola, 1871; pp. 243-244] rinvenne negli Archivi di Finanza di Milano «un documento del massimo interesse», che «potrebbesi denominare: _Incarico impartito il 21 ottobre 1646 dal Rev. P. Cristoforo da Como, Guardiano di Manza, a frate Lorenzo da Novara, Ministro Provinciale, per verificare quali furono i PP. Cappuccini, che si distinsero in caritatevoli servigi, massime all'epoca della peste del 1630_». Il P. FELICE DA MEZZANA, cappuccino, [_Cenni sul Padre Cristoforo del Manzoni_, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 12] osserva giustamente che è un titolo «dato con inesattezza, perchè da esso titolo risulta il guaio che un inferiore (_Guardiano_) darebbe ordini ad un superiore (_Provinciale_)». Propone dunque che invece s'intitoli: _Processo autentico, istituito per commissione Generalizia, sui Cappuccini assistenti al lazzeretto e sul servizio ivi prestato nella pestilenza del 1630, compilato l'anno 1646_. Da questo _Processo_ risulta che il P. Vittore, uno de' superstiti, dichiarò che tra i cappuccini che prestarono l'opera loro nel lazzeretto di Milano vi fu anche il «Padre Fra Cristoforo Picenardi da Cremona, sacerdote, che morì nel mese di giugno dei suddetto anno 1630 di peste, stimata da lui catarro, ma dagli altri tutti giudicata vera peste, havendo servito con molto fervore di carità et esempii religiosi a' poveri appestati». Fra Bonifacio, laico, altro dei superstiti, depose che il «Padre Fra Cristoforo servì e morì di peste al lazzeretto»; e il P. Felice Casati, terzo e ultimo dei superstiti, ripetè che il «Padre Fra Cristoforo servì nel lazzeretto e vi lasciò la vita». La scoperta fece chiasso, e il «documento» fu mostrato al Manzoni, il quale corse nella sua libreria e tornò con le _Memorie delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contaggioso l'anno 1630_, ec. _raccolte da Don_ PIO LA CROCE, in Milano, nelle Stampe di Giuseppe Maganza, 1730; in-4º. Son le memorie stesse che cita nel cap. XXXII de' _Promessi Sposi_, dicendole tratte «evidentemente da scritto inedito d'autore vissuto al tempo della pestilenza; se pure non è una semplice edizione, piuttosto che una nuova compilazione». Tornò dunque con queste _Memorie_ e lesse al suo visitatore quello che vi sta scritto a pag. 12. «Nelli stessi giorni» (così il La Croce) «il P. Cristoforo da Cremona, sacerdote, molto avanti già eletto a quel servizio, tolti gli ostacoli che in allora gliel'avevano impedito, alla fine entrò nel desiderato arringo: e ben si può dire desiderato, perchè più volte fu udito dire:--Io ardo di desiderio di andare a morire per Gesù Cristo, ed ora mi pare mill'anni.--Desiderio che ebbe poi felicissimo l'effetto corrispondente, a' 10 pure di giugno, morendo di peste per il servizio di quei poveri, nella persona de' quali serviva il suo diletto Gesù». Cfr. STOPPANI A. _I primi anni di Alessandro Manzoni_, _spigolature_, Milano, Bernardoni, 1874; pp, 135-138.

Il Muoni tira la conseguenza che, «giusta siffatto documento, il P. Cristoforo anzichè essere al mondo un Ludovico, nato da un semplice mercante di provincia, apparterrebbe in quella vece all'antica e patrizia famiglia dei Picenardi di Cremona». Il «documento» invece prova soltanto che il P. Cristoforo, morto di peste al lazzeretto, apparteneva alla famiglia Picenardi di Cremona. Ora, siccome a Cremona delle famiglie Picenardi ce n'erano parecchie, alcune patrizie, altre no, resta a vedersi da quale di esse sia uscito. Della «nobilissima famiglia dei Picenardi» già l'aveva detto il P. MASSIMO BERTANI da Valenza [_Annali Cappuccini_, part. III, vol III, n.º 30]; ma ottantaquattro anni dopo la morte del P. Cristoforo e senza darne nessuna prova. Ai giorni nostri se n'è fatto caldo sostenitore Don LUIGI LUCCHINI, che più volte è sceso in campo. Cfr. _Fra Cristoforo dei_ Promessi Sposi, _personaggio storico cremonese, illustrazione documentata, scene della braveria cremonese_, Bozzolo, tip. Arini, 1902, in-8.º--_Commentario dei_ Promessi Sposi, _ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi_, Bozzolo, tip. Commerciale, 1902, in-8.º--Lo stesso, _Seconda edizione, riccamente illustrata da medaglioni_, Lecco, tip. arciv. del Resegone, 1904, in-8.º Le sue conclusioni son queste. Trova ne' libri de' battezzati di Cremona un Lodovico, figlio di Giuseppe Picenardi e di Susanna Cellana, nato il 5 decembre 1568, non però appartenente ai «rami più cospicui del casato», ma alle «altre famiglie dei Picenardi, ricche di censo, senza però un cenno di nobiltà»; e trova che questo Lodovico era uno spadaccino e un attaccabrighe, in discordia con la prepotente e sanguinaria famiglia cremonese degli Ariberti. Esclama: questo è il Picenardi che si fece cappuccino, e tutto quello che scrive il Manzoni del P. Cristoforo è la biografia di lui, «non un parto inverosimile, creato dalla fantasia del romanziere». Il P. Felice da Mezzana [Op. cit.; pp. 7-8] gli risponde: «che ci sia stato un Lodovico nella nobile famiglia Picenardi poco importa, e il Lucchini avrebbe dovuto fare a meno della fede di nascita; si dovrebbe mostrare: 1.º che questi si fece cappuccino; 2.º qual fu la causa che diede l'ultimo colpo alla sua vocazione». Il Lucchini non riesce a dimostrare nè una cosa, nè l'altra; e «dopo d'aver avuta la bella ventura di poter assodare, con documenti e prove abbastanza copiose, la vita drammatica di Lodovico Picenardi, è abbandonato dalla capricciosa fortuna nel momento più bello, quando trattavasi di trovare, stabilire, assodare storicamente l'ultimo atto, o lo scioglimento del dramma».

Pio La Croce nelle sue _Memorie_, oltre il P. Cristoforo da Cremona e tanti e tanti altri cappuccini che prestarono l'opera loro generosa durante l'infierire della peste, rammenta anche un P. Galdino della Brusada, non già laico, ma sacerdote, che «con purità particolare» servì egli pure gli appestati. Il Manzoni dette dunque questo nome di Galdino al tipo ideale di cappuccino che andava immaginando; nome già portato da un arcivescovo di Milano, che fu cardinale e santo, e talmente caritatevole da restare in proverbio il _pane di S. Galdino_. Ma poi trovando nelle stesse _Memorie_ rammentato un P. Cristoforo da Cremona, morto nel lazzeretto assistendo gli appestati; appunto per aver egli fatto olocausto della vita in quel tremendo luogo di dolore, fu in lui e col suo nome che idealizzò il proprio eroe della carità cristiana. E a fra Canziano dette il nome di Galdino; il «nome soltanto, si badi»; e ripensando al proverbio milanese _el pan de San Galdin_, «di qui dovè forse venire al romanziere l'idea di metter quel nome ad un frate cercatore; da lui destinato a rappresentare uno degli aspetti della vita conventuale», come nota col suo solito acume il D'OVIDIO [_Fra Galdino_; in _Le correzioni ai_ Promessi Sposi _e la questione della lingua_, Napoli, Morano, 1893; pp. 259-260], Racconta lo STAMPA [Op. cit.; II, 149]: «Un giorno che il Manzoni sorrideva delle sciocche accuse di bigottismo che gli erano affibbiate... venne fuori a dire:--Non hanno capito che ho messo a posta nel romanzo quel personaggio di fra Galdino per porre in ridicolo per l'appunto i pregiudizi bigotti?--». Il Manzoni, discorrendo col Bonghi, ebbe a dire: «M'hanno chi lodato, chi rimproverato d'aver voluto rimettere in onore i Cappuccini. Non ci ho neppure pensato. Gli ho messi così nei mio romanzo, perchè mi son parsi una forza viva e attiva in quei tempi. Ora, non gli credo più utili alla religione». Cfr. D'OVIDIO F., _I pensieri inediti del Bonghi_; in _Simpatie_, Palermo, Sandron, 1903, p. 79.

Oltre il D'Ovidio, si occuparono di fra Galdino, LUIGI ERCOLANI, _Fra Galdino a Francesco D'Ovidio_, Reggio, tip. Lipari, 1879; in-8º; ALBERINO BONDI, _Fra Galdino_, nella _Psiche_, di Palermo, ann. XVI, n.º 21, 1º novembre 1899; e FRANCESCO LO PARCO, _Due frati nei_ «_Promessi Sposi_», Ariano, Stab. tipografico Appulo-Irpino, 1901; in-8.º Di fra Galdino tratta a pp. 5-17 e 44-46; l'altro frate è il P. Cristoforo.

LUIGI SAILER [_Il P. Cristoforo nel Romanzo e nella Storia_; in _Discussioni manzoniane_, Città di Castello, Lapi, 1886, pp, 147-196] trova «parecchi riscontri curiosi» tra Alfonso III d'Este che, rinunziata la corona ducale di Modena, si fece cappuccino, e il frate manzoniano. NICCOLÒ RODOLICO [_L'abdicazione di Alfonso III d'Este_, Acireale, tip. dell'Etna, 1901, pp. 87-92] non crede «esatto storicamente il _continuo trascendere_, che il Sailer nota, _delle virtù effettive ed eroiche del Principe, in eccessi viziosi di cui appariscono tutti i germi nel P, Cristoforo del Manzoni_». Per il Rodolico «la splendida figura del P. Cristoforo non ha, per la sua verosimiglianza, bisogno di riprove istoriche in episodii della vita del Duca cappuccino. Essa vive nell'anima buona eterna dell'Umanità, che ama il P. Cristoforo, poichè corrisponde a ciò che è in essa di veramente buono, di quel Buono che talvolta, come scintilla del fuoco divino, sprizza di luce nelle azioni umane dei padri Cristofori della Storia». RODOLFO RENIER [_Un riscontro al_ serio accidente _per cui indossò la tonaca P. Cristoforo_; in _Giornale storico della letteratura italiana_, XXXVIII, 247-250] nega che il Manzoni «abbia in modo alcuno esemplato il Duca cappuccino. Troppe e troppo palesi sono le diversità. Ma se il Manzoni conobbe la storia di Alfonso (e chi sappia quanto accurata sia stata sempre la sua preparazione storica non dubiterà che l'abbia conosciuta), è probabile, anzi quasi certo, che da essa tolse più d'una ispirazione per delineare, in conformità allo spirito del tempo, la figura di Lodovico-Cristoforo». In un brano della prima minuta, che ho riportato qui sopra, il Manzoni annovera tra quelli che si fecero cappuccini «talvolta Principi, o fastiditi, o atterriti del loro potere». È un accenno ad Alfonso III, la cui vita ritengo abbia appresa dal Muratori, non già nelle biografie che ne scrissero il P. Giovanni da Sestola, il P. Giuseppe Maria Mozzarella e il P. Gaspero De Rougnes.

GIOVANNI LIVI [_Il duello del Padre Cristoforo in relazione a documenti del tempo_; nella Nuova Antologia, fascicolo del 16 giugno 1899] rintracciò una grida de' Rettori di Brescia del 5 maggio 1589, con la quale, «considerando con quanta facilità il più delle volte, per causa della sola precedentia della strada, succedono homicidii de importantia», si ordina, sotto gravi pene, «che nell'avenire... incontrandosi gentilhomini o altre persone che pretendino la superiorità della strada, sempre quello che caminarà dalla banda del muro con la mano destra verso a esso muro non sia, nè possa essere sforciato a partirsi da suo luogo, nel qual modo l'uno et l'altro haverà la banda destra». Il Manzoni anche nell'episodio del duello di Lodovico dipinge i tempi con tale verità, che se ne ha la piena conferma ne' documenti. Questo prova la grida, e niente altro; ma che la grida fosse conosciuta da lui, che gliela potessero avere inviata o Camillo Ugoni, o il Mompiani, o Giambattista Pagani, come vuole il Livi, è un correr troppo. A buon conto, quando il Manzoni scriveva il romanzo, il Mompiani era sotto processo; l'Ugoni in esilio; il Pagani non si occupò mai di ricerche erudite.

Il prof. Rodolfo Renier riporta una curiosa lettera d'Isabella Gonzaga al marito, che è del 17 decembre 1507, nella quale lo ragguaglia che a Mantova, «essendosi incontrati a caso, suso uno cantono, messer Francisco Suardo et Zoan Lodovico da Gonzaga, per non cedersi l'un l'altro la via, sono stati fermi più de un'hora, contendendo de precedentia, l'uno per esser cavaler, l'altro de la casa del Gonzaga». Finalmente ebbero un'idea felice: «se voltarono l'uno al contrario de l'altro, ritornando per la via dove erano venuti».

Il marchese Bartolommeo Ariberti di Cremona, trovandosi a Bologna, fu richiesto d'aiuto da Niccolò Soresina, suo concittadino, che essendo venuto a litigio col figlio del Doge di Venezia, là studente, temeva «che, accompagnato dalla sua numerosa fazione di venti o venticinque che si fussero fra servidori e scolari», avesse risoluto di affrontarlo e di torgli il muro». Il marchese gli dette braccio e «si trasse pertanto avanti il suo camerata, per sostener quel muro e quella mano che gli si doveva, e che gli avversari, co' quali egli nè haveva conoscenza, nè alcun disparere, tentavano fuor di ragione di usurparsi. A quest'atto, che parve ardito a chi supponeva di non trovar resistenza, ma di potersi ingoiare a man franca col grosso numero dei seguaci l'avversano, tratte dall'una e dall'altra parte le spade, campeggiò la bravura del marchese sì fattamente, che cagionò terrore agli oppositori e meraviglia grande agli spettatori, vedendolo, con cinque sole persone, passare avanti vittoriosamente ed illeso, sostenere al maggior colmo l'honore all'amico ed a sè». _Vita del Marchese Bartolomeo Ariberti, dedicata all'Illustriss. Signore il Sig. Marchese Girolamo Ariberti da_ GIENSERICO FRANCOMONO SCIRTIBARGAMO [Giacomo Ariberti], In Gormalta, senza note tipografiche, [1649]; pp. 8-10. Cfr. anche: MANACORDA G., _Il duello di Lodovico e un duello storico_; nel _Giornale storico della letteratura italiana_; XLIV, 273-276. Di questi esempi, rovistando per gli archivi, ce n'è da trovarne un'infinità. (Ed.)

[154] Nella stessa prima minuta cancellò qui e altrove questo nome, sostituendovi quello di _Duplica_, che poi nella seconda minuta diventò _Azzecca-garbugli_. E cancellò anche il nome della serva di lui, che nella prima minuta era _Felicina_. (Ed.)

[155] Quest'episodio è tolto dal capitolo III del tomo I della prima minuta. (Ed.)

[156] Il Padre Cristoforo assiste al pranzo di Don Rodrigo. «Era questi in capo alla tavola: alla sua destra sedeva il giovane Conte Grazio», [divenuto poi _Attilio_ nel testo definitivo], «cugino di Don Rodrigo, suo compagno di libertinaggio e di soperchieria, e che villeggiava con lui; alla sinistra il Podestà, che Don Rodrigo aveva invitato non senza perchè, potendo trovarsi in un impegno dal quale si sarebbe cavato meglio quando la Giustizia fosse tutta disposta in favor suo. Il Podestà mostrava di ricevere l'onore di sedere famigliarmente a tavola d'un cavaliere con un rispetto misto però d'una certa libertà che gli dava il suo uficio; accanto a lui e con un rispetto il più puro e il più sviscerato sedeva il nostro dottor Duplica, il quale avrebbe voluto essere il protetto di tutti quelli che eran da più di lui e il protettore di tutti quelli che gli erano inferiori: due o tre altri convitati di ancor minore importanza attendevano a mangiare e a sorridere con una adulazione ancor più passiva di quella del dottore: e quando questi approvava con un argomento, o con una lode, che voleva esser ragionata, essi non sapevano dire più in là di: certamente».

La disputa cavalleresca, nella quale il conte cugino e il Podestà erano di contrario parere e in cui bisognò che anche il Padre Cristoforo dicesse come la pensava, fu suggerita al Manzoni dal Birago. Il dott. Ubaldo Mazzini nello scritto già ricordato: _La Cavalleria nei Promessi Sposi_, prova, che «il luogo dei _Consigli_ del Birago che ci mostra a luce meridiana esser quel libro il vero fonte a cui ha attinto è il _Consiglio II_, cioè _il caso di bastonate date ad un portator di sfida_, che trova riscontro nel capitolo V dei _Promessi Sposi_. Non solo qui il caso è perfettamente identico; ma identici sono i personaggi, identiche le citazioni, spesso identiche le parole». (Ed.)

[157] A questo punto termina il capitolo V del tomo I della prima minuta e incomincia quello VI, intitolato: _Peggio che peggio_. (Ed.)

[158] È la giornata che, chiamato da Lucia, corre alla sua casetta, e trova la giovane in angoscia per l'impedito matrimonio e per le persecuzioni di don Rodrigo. Il Padre Cristoforo, dopo, «si avviò al suo convento. Ivi andò in coro a cantare terza e sesta, s'assise alla parca mensa, e allora più parca del solito per la carestia che cominciava a farsi sentire dappertutto, e dopo raccomandati al Vicario gli affari del suo piccolo regno, si pose in via verso il covile dell'orso, che si trattava di ammansare; senza avere, a vero dire, molta speranza del buon successo del suo tentativo». Di ritorno dal «castellotto di don Rodrigo», corre di nuovo alla casetta di Lucia, «nell'attitudine di un generale» che ha «perduta, senza sua colpa, una battaglia». (Ed).

[159] Segue, cancellato: «Quindi si gittò egli pure sul suo canile, dove lo lasceremo dormire, che ne ha bisogno». Quello che vien dopo, l'aggiunse poi. (Ed.)

[160] Questo brano è tolto dal capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)

[161] Era Fermo, il quale menava con sè Tonio e Gervaso, che dovevano servire da testimoni al matrimonio. (Ed.)

[162] Variante: «saliscendo». (Ed.)

[163] La felice trovata di Carneade, come vedremo, balenò alla mente del Manzoni nella seconda minuta. (Ed.)

[164] Segue cancellato: «Don Abbondio non aveva avuto tempo di spaventarsi, nè di maravigliarsi, nè di vedere, che Fermo aveva già pronunziate le parole magiche: Signor curato, in presenza di questi testimonj, questa è mia moglie». (Ed.)

[165] Segue cancellato: «il sagrestano». (Ed.)

[166] È un brano del capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)