Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2
Part 28
JOSEPHI RIPAMONTII | _canonici scalensis_ | _chronistae urbis_ | _Mediolani_ | _Historiae patriae_ | _decadis V_ | _libri VI_. | Mediolani | Ex Regio Palatio, Apud Io: Baptistam et Iulium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; in-4º di pp. 419, oltre 42 in principio e 1 in fine non numerate; col ritratto del Ripamonti, disegnato dallo _Storer_ e inciso in rame dal _Blanc_.
JOSEPHI RIPAMONTII | _canonici scalensis_ | _chronistae urbis Mediolani_ | _de Peste_ | _quae fuit anno CIƆ_ |_Ɔ CXXX_. | _libri V._ | _desumpti_ | _ex Annalibus_ | _urbis_ | _quos LX._ | Decurionum | _autoritate_ | _scribebat_ (In fine:) Mediolani | Apud Malatestas, Regios ac Ducales | Typographos, senza anno; in-4º di pp. 411, oltre 12 in principio e 1 in fine non numerate. [Nel primo libro tratta della carestia e della peste, nel secondo degli untori; il terzo ha per soggetto le geste del cardinale Federigo Borromeo e del clero durante il contagio; nel quarto parla del Magistrato di Sanità; nel quinto paragona la peste del 1630 con quelle precedenti. Le postille che vi fece il Manzoni sono a stampa a pp. 449-453 del vol. II delle sue _Opere inedite o rare_. Cfr. anche: _La Peste di Milano del 1630 libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei XL Decurioni dal canonico della Scala_ GIUSEPPE RIPAMONTI, _istoriografo milanese, volgarizzati per la prima volta dall'originale latino da_ FRANCESCO CUSANI, _con introduzione e note_, Milano, tipografia e libreria Pirotta, 1841; in-8º gr. di pp. XXXVI-362.--Cfr. pure: CUSANI F., _Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi_; nell'_Archivio storico lombardo_, ann. IV, fac. I, 31 marzo 1877, pp. 43-69].
BORROMEO card. FEDERIGO, _De pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit_; ms. nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. [Cfr. GALLI G. _Un'operetta del card. Federico Borromeo sopra la peste ed i_ «Promessi Sposi»; nell'_Archivio storico lombardo_, serie III, ann. XXX [1903], vol XX. pp. 110-137
[135] In margine il Manzoni vi scrisse: «Stupido: gli parve Gervaso ed era Tonio». (Ed.)
[136] Questo brano è tolto dal capitolo V del tomo IV. (Ed.)
[137] Nel precedente capitolo, che è il settimo del tomo quarto, il Manzoni, tra le altre cose, descrisse l'incontro di Fermo col Padre Cristoforo nel lazzeretto. Ma di quei capitolo non restano che dei frammenti; e la scena dell'incontro in gran parte è perita. Eccone un saggio: «Gran Dio!» (è il Padre Cristoforo che parla) «questo flagello non corregge il mondo: è una grandine che percuote una vigna già maledetta: tanti grappoli abbatte, e quei che rimangono son più tristi, più agresti, più guasti di prima. Tu stesso, qui dove l'uomo non dovrebbe aver cuore che per la misericordia, tu odiavi ancora!
Fermo non disse nulla, ma il suo volto esprimeva il pentimento.
--Or va, disse il Padre, alzandosi; Iddio benedica le tue ricerche.
--Vuol dire, Padre, ch'io la troverò? richiese Fermo ansiosamente, come se parlasse ad un uomo che ne potesse saper più di lui.
--Cercala con perseveranza, rispose il Padre, cercala con rassegnazione. Iddio può fare che tu la trovi, ma non te l'ha promesso. Ti ha promesso di perdonare tutti i tuoi falli, se tu perdoni a chi t'ha offeso; ti ha promesso di renderti felice per sempre al fine di questa vita, se tu osservi la sua legge. Non ti basta? Va, e qualunque sia il frutto della tua ricerca, vieni a darmene contezza; noi ringrazieremo Iddio insieme. Così dicendo, egli pose le mani su le spalle di Fermo, e stette un momento colla faccia elevata, in atto di preghiera e di benedizione. Poi, staccandosi, disse: Intanto io pregherò per voi: assistendo a questi nostri fratelli, io pregherò per voi.
Fermo si prostrò ginocchioni, stette un momento, con le mani compresse al volto, piangendo e pregando, s'alzò, guardò intorno, uscì dalla capanna, e si diresse alla chiesa, come gli aveva indicato il cappuccino. Egli era scomparso, e andava cercando intorno dove fosse più bisogno della sua assistenza». (Ed.)
[138] Segue, cancellato: «lo spicciò in pochissimo tempo, Il signor Prospero gli tenue dietro. Lucia, alla quale erano toccati i servigj più». E di nuovo: «Don Ferrante l'appiccò al suo Prospero, questi ad una donna di casa, e questa a Lucia». (Ed.)
[139] Aveva scritto, ma cancellò: «Il primo pensiero di Donna Prassede dopo questa disgrazia fu di congedar Prospero, e tutta l'altra gente di Don Ferrante, ma nè Prospero, nè gli altri gliene diedero il tempo, perchè egli il primo e tosto gli altri in fila s'infermarono, e furono». Segue, pur cancellato: «Donna Prassede, combattuta tra il timore di tenersi un appestato in casa e il timore di attirarvi i monatti, non risolse nulla, ma stette in una stanza remota, aspettando che». (Ed.)
[140] Prima scrisse: «quando si sentisse appressare un carro del lazzeretto». (Ed.)
[141] Segue, cancellato: «Quando Lucia nella sua angoscia aveva fatto quel voto, non credeva (e, se mal non mi ricordo, abbiam fatta questa riflessione a suo tempo) che». (Ed.)
[142] È il principio del capitolo VIII del tomo IV. (Ed.)
[143] Il Manzoni sopra _mandava_ ha scritto _pioveva_. (Ed.)
[144] Qui finisce il capitola VIII e incomincia quello IX. (Ed.)
[145] Sarà curioso e utile il vedere di quali e quante correzioni e pentimenti l'A. tempestò questo primo periodo e quello seguente. Scrivo in corsivo e metto tra parentesi quadre le parole cancellate: «[_Quel ramo del lago di Como_ [CHE] _donde esce l'Adda_
[146] Nella _Guida di Lecco, sue valli e suoi laghi, compilata da_ GIUSEPPE FUMAGALLI, _con topografia descrittiva del romanzo_ «I Promessi Sposi», _e scritti vari di_ ANTONIO GHISLANZONI, del dott. GIOVANNI POZZI _e di altri autori_, Lecco, Vincenzo Andreotti detto Busall, editore [Milano, Stab. G. Civelli, 1882]; in-16º, con una carta topografica, si afferma che i panorami del territorio di Lecco non si possono ritrarre per virtù di parole e che il Manzoni non riuscì in questa descrizione, e non ottenne l'intento neanche con l'addio, il quale ci commuove fortemente sol perchè in esso «sta la sintesi di tutti quei dolori che lo determinarono» [p. 50]. B. ZUMBINI [_I Promessi Sposi e il Lago di Lecco_; in _Studi di letteratura italiana_, Firenze, Successori Le Monnier, 1892, pp. 280-281] fa notare «a codesti egregi autori» che, «trattandosi di cose del Manzoni, era meglio se ne ragionasse con minor disinvoltura», poi soggiunge: «mi pare evidente che il Manzoni abbia adoperata la descrizione non già per far visibili alla mente le cose, quali sono nella loro realtà, ma piuttosto per derivarne nuovo pregio a quella rappresentazione di fatti umani, ch'era il suo più alto intento. E ciò fece con quella profonda consapevolezza di fini e di mezzi, di cui diede chiare prove in ogni altro suo lavoro, e con quel raziocinio che in lui non fu meno meraviglioso delle facoltà poetiche. E veramente, da ogni particolare di quella descrizione e da tutto ciò che seguita nel romanzo, s'intende com'egli volesse destare in noi l'immagine di un dolce e riposato ostello, i cui abitatori sarebbero stati felicissimi, se non li avesse contristati la violenza de' signorotti paesani e degli Spagnuoli». (Ed.)
[147] Cfr. SFORZA GIO., _Saggio di una edizione critica dei Promessi Sposi_, Bologna, tipografia Zamorani e Albertazzi, MDCCC XCVIII; in-fol.
[148] Racconta lo STAMPA [_Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici_; II, 175]: «Il Manzoni non diede ad altri da ricopiare il suo romanzo, e udii raccontare da lui stesso che finito il romanzo ed avendo sul tavolo il mucchio di carte che lo componeva, invitato dal Grossi a darlo allo stampatore, gli rispose:--Oh giusto! ora bisogna copiarlo per porlo in netto, perchè lo stampatore possa raccapezzarsi.--Ebbene, fallo copiare, disse il Grossi.--Oh giusto! bisogna che lo copi io stesso, per fare in pari tempo quelle correzioni che saranno del caso.--Come! esclamò il Grossi, vuoi fare la fatica bestiale di copiare tutto quel mucchio di carta? Ma sei pazzo!--Che vuoi che ti dica? Non posso fare a meno. Bisogna che faccia alla mia maniera.--Ed ebbe la pazienza di copiare lui stesso tutto il manoscritto dei _Promessi Sposi_, e mi pareva che nel raccontare tal cosa ne provasse una certa soddisfazione». Lo Stampa nell'affermar questo è stato tradito dalla memoria. Il Manzoni, condotta a fine la prima minuta, non poteva darla a copiare ad altri, perchè non si trattava di una trascrizione, bensì di un rifacimento, che bisognava scrivesse da per sè; come infatti fece. Della copia per la Censura, che è d'altra mano, ed è la trascrizione della seconda minuta, resta soltanto il primo volume; gli altri due sono andati perduti. Dunque il consiglio del Grossi, se pur lo dette, fu accolto e seguìto. Questa copia ha molte correzioni autografe del Manzoni, che a volte rifà di suo pugno anche de' lunghi brani, o in margine, o incollando sul manoscritto qualche brandello di carta. Nel presente saggio, che ne do, stampo in carattere corsivo le correzioni di mano di lui. (Ed.)
[149] Il Manzoni nel testo definitivo si diffuse maggiormente a raccontare la vita de' suoi protagonisti anche dopo maritati. Parlandone a uno de' propri congiunti, che lo lodava appunto per questo, gli disse: «Che vuoi? sarò probabilmente criticato di avere diminuito l'effetto della fine del romanzo continuando a descrivere la vita dei due sposi. Ma anche a me piace di più il lieto fine; e non ho potuto trattenermi dalla tentazione di stare un po' ancora in compagnia de' miei burattini». Lo racconta lo STAMPA [_Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie_; II, 177]; e aggiunge [p. 183]: il Manzoni «non si sarebbe accinto a scrivere un altro romanzo sul tipo de' _Promessi Sposi_, ma ebbe una volta la tentazione di scrivere un altro romanzo di genere fantastico, di cui pur troppo non mi ricordo il titolo che doveva portare e la sua traccia generale; ma la seppi». (Ed.)
[150] Nella stessa prima minuta la ribattezzò poi _Perpetua_; nome, come tanti altri de' _Promessi Sposi_, divenuto famoso. In uno studio molto geniale del GRAZIADEI [_La Serva di Don Abbondio_, Palermo, Reber, 1903] si legge: «In quella casa, piccola, che in tre passi si traversa una stanza e s'è nell'altra, non v'ha di grande che il buon senso di Perpetua, e solo la lingua di lei si move in fretta». (Ed.)
[151] Qui termina il capitolo I del tomo I della prima minuta, e incomincia il capitolo II. (Ed.)
[152] LUIGI SETTEMBRINI [_Lezioni di letteratura italiana_, settima edizione; III, 315] si domanda: «Come sono gli occhi di Lucia?» E risponde: «Non si sa; essi li teneva quasi sempre chinati a terra per pudore. Un altro poeta, e specialmente un francese, quali occhi avrebbe dati a quella fanciulla!» Nella prima minuta la descrizione degli occhi di Lucia c'era, ma nella stessa prima minuta la cancellò. Ecco il passo. Scrivo in corsivo e metto tra due parentesi la parte a cui dette di frego. «Oltre questo, che era l'ornamento particolare di quel giorno, Lucia aveva quello quotidiano di una modesta bellezza[. _Questo era l'ornamento particolare di quel giorno, ma Lucia ne aveva un quotidiano, che consisteva in due occhi neri, vivi e modesti, e in un volto di una regolare e non comune bellezza_]; la quale era allora accresciuta e per dir così abbellita dalle varie affezioni dell'animo suo in quel giorno. Poichè appariva nei suoi tratti una gioja non senza un leggier turbamento, un misto d'impazienza e di timore, e quella specie di accoramento tranquillo che ad ora ad ora si mostra sul volto delle spose, e che temperato dalle emozioni gioconde e liete, non turba la bellezza, ma l'accresce e le da un carattere particolare».
Il consigliere Federico de Müller raccontando nelle proprie _Memorie_ una visita che fece al Manzoni a Brusuglio, nell'agosto del 1829, scrive: «Discorremmo molto dei _Promessi Sposi_. Io gli detti copia d'una lettera in cui una amica, di molto ingegno, si manifesta molto entusiasta di questa opera. Ne ebbe gran gioia; ma contro l'osservazione che vi si trova, esser cioè Lucia più un ideale che una vera figura d'italiana, affermò subito che la purezza e la castità delle contadine lombarde supera ogni aspettativa, e che egli ritrasse Lucia fedelmente dal vero. Madama» [_Enrichetta_] «Manzoni s'accordava in ciò perfettamente con lui, e m'assicurò che tra le contadinelle di que' contorni esiste una tale esagerata morigeratezza e ritrosia, da costringerle a ben guardarsi, quando vanno la domenica a passeggiare col fidanzato, dal prenderlo per la mano e dall'esser famigliari con lui, se non vogliono correr pericolo divenir diffamate dal popolino».
Racconta lo STAMPA [_Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici_; II, 167]: «Un giorno il Manzoni, al caminetto del suo studio, mi domandò spontaneamente e senza che me l'aspettassi:--Dimmi un po', non ti pare che, come contadina, abbia idealizzato un po' troppo la Lucia?--Risposi francamente:--No! perchè ho avuto occasione di conoscere qualche contadina che aveva dei sentimenti puri ed un cuore delicato come quello della tua Lucia.--Mi parve che gradisse molto questa risposta e che rimanesse molto soddisfatto di questa mia assicurazione». (Ed.)
[153] Lo ribattezzò col nome di Padre Cristoforo nel capitolo IV del tomo I della stessa prima minuta; nella quale, da principio, lo fece anche guardiano del convento di Pescarenico; carica, per altro, che gli tolse quasi subito. Il nome di Galdino lo dette invece al cercatore delle noci, prima da lui chiamato fra Canziano. Costui fa la sua comparsa nel capitolo III del tomo I. «S'ode picchiare all'uscio e nello stesso momento un sommesso, ma distinto _Deo gratias_. Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e allora, fatto un inchino, entrò infatti un laico cercatore cappuccino colla sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e l'imboccatura di essa attorcigliata e stretta nelle due mani sul petto.--Fra' Canziano, dissero le due donne.--Il Signore sia con voi, disse il frate: vengo per la cerca delle noci; e come il raccolto è stato buono, voi ne darete a Dio la sua parte, affinchè ve ne dia un altro eguale o migliore l'anno venturo; se però i nostri peccati non attireranno qualche castigo.--Lucia, vanne a pigliare le noci pei padri, disse Agnese». Mentre la figlia eseguisce la commissione, fra Canziano racconta alla madre il miracolo delle noci, avvenuto in Romagna, dove egli era stato cercatore; e avvenuto al tempo del «padre Agapito» (ribattezzato nel testo definitivo _padre Macario_), «che era un santo». Poi così prosegue il racconto: «Qui ricomparve Lucia col grembiule tanto carico di noci che lo poteva reggere a fatica, tenendo i due capi sospesi colle braccia tese e allungate. Mentre fra Canziano si tolse la bisaccia dalle spalle, la pose in terra e aprì la bocca di quella per introdurvi l'abbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi giustificherò. Fra Canziano proruppe in elogj, in augurj, in promesse, in ringraziamenti; e, rimessa la bisaccia, si avviò; ma Lucia, fermatolo:--Vorrei una carità da voi, disse. Vorrei che diceste al Padre Galdino che ho bisogno di parlargli di somma premura; e che mi faccia la carità di venire da noi poverette subito subito, perchè io non posso venire alla chiesa.
--Non volete altro? non passerà un'ora che lo dirò al Padre Galdino.
--Non mi fallate.
--State tranquilla; e così detto, partì, un po' più curvo e più contento che non quando era arrivato.
Il Padre Galdino era un uomo di molta autorità fra i suoi e in tutto il contorno; eppure fra Canziano non fece nessuna osservazione a questa specie di ordine che gli si mandava da una donnicciuola di venire da lei; la commissione non gli parve strana niente più che se gli si fosse commesso di avvertire il Padre Galdino che il Vicario di Provvisione e i Sessanta del Consiglio generale della Città di Milano lo richiedevano per mandarlo ambasciatore a Don Filippo Quarto, Re di Castiglia, di Leone, etc. Non vi era nulla di troppo basso, nè di troppo elevato per un cappuccino: servire talvolta gl'infimi, ed esser serviti dai potenti; entrare nei palazzi e nei tugurii colla stessa aria mista di umiltà e di padronanza; essere nella stessa casa un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla; cercare la limosina da per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento; a tutto era avvezzo un cappuccino, e faceva tutto a un dipresso colla stessa naturalezza, e non si stupiva di nulla. Uscendo dal suo convento per qualche affare, non era impossibile che prima di tornarsene si abbattesse, o in un principe che gli baciasse umilmente la punta del cordone, o in una mano di ragazzacci che, fingendo di essere alle mani fra di loro, gli bruttassero la barba di fango. La parola frate in quei tempi era proferita colla più gran venerazione e col più profondo disprezzo; era un elogio e un'ingiuria: i cappuccini forse più di tutti gli altri riunivano questi due estremi, perchè senza ricchezze, facendo più aperta professione di umiliazioni, si esponevano più facilmente al vilipendio, e alla venerazione che possono venire da questa condotta. La considerazione poi data generalmente al loro Ordine li poneva nel caso sovente di giovare e di nuocere ai privati, di essere grandi ajuti e grandi ostacoli, e da quindi anche la varietà del sentimento che si aveva per essi, e delle opinioni sul conto loro. Varii pure e moltiformi erano e dovevano essere i motivi che conducevano gli uomini ad arruolarsi in un esercito così fatto. Uomini compresi della eccellenza di quello stato, che allora era esaltata universalmente; altri per acquistare una considerazione alla quale non sarebbero mai giunti vivendo, come allora si viveva, nel secolo; altri per fuggire una persecuzione, per cavarsi da un impiccio; altri dopo una grande sventura, disgustati del mondo; talvolta principi, o fastiditi o atterriti del loro potere; molti perchè di quelli che entrano in una carriera per la sola ragione che la vedono aperta; molti per un sentimento vero di amor di Dio e degli uomini, per l'intenzione di essere virtuosi ed utili; e questa loro intenzione (perchè quando si è persuasi d'una verità bisogna dirla; l'adulazione ad una opinione predominante ha tutti i caratteri indegni di quella che si usa verso i potenti), questa loro intenzione non era una pia illusione, l'errore d'un buon cuore e d'una mente leggiera, come potrebbe parere, e come pare talvolta a chi non sa, o non considera le circostanze e l'idee di quei tempi: era una intenzione ragionata, formata da una osservazione delle cose reali; e in fatti con queste intenzioni molti, abbracciando quello stato, facevano del bene tutta la loro vita; anzi molti, che sarebbero stati uomini pericolosi, che avrebbero accresciuti i mali della società, diventavano utili con quell'abito indosso. Ho fatta tutta questa tiritera, perchè nessuno trovi inverisimile che fra Canziano, senza fare alcuna obbiezione, senza stupirsi, si sia incaricato di dire nullameno che al Padre Guardiano che s'incomodasse a portarsi da una donnicciuola, che aveva bisogno di parlargli».
Il mutamento del nome seguì, come s'è detto, nel capitolo IV, che prima intitolò: _Il Padre Galdino_, e poi: _Il Padre Cristoforo_; e seguì dopo che n'ebbe scritte alcune pagine. Son queste: «Era un bel mattino di novembre; la luce era diffusa sui monti e sul lago: le più alte cime erano dorate dal sole non ancora comparso sull'orizzonte, ma che stava per ispuntare dietro a quella montagna, che dalla sua forma è chiamata il Resegone (Segone), quando il Padre Galdino, a cui fra Canziano aveva esposta fedelmente l'ambasciata, si avviò dal suo convento per salire alla casetta di Lucia. Il cielo era sereno e un venticello d'autunno staccando le foglie inaridite del gelso le portava qua e là. Dal viottolo guardando sopra le picciole siepi e sui muricciuoli si vedevano splendere le viti per le foglie colorate di diversi rossi, e i campi, già seminati e lavorati di fresco, spiccavano dall'altro terreno come lunghi strati di drappi oscuri stesi sul suolo. L'aspetto della terra era lieto, ma gli uomini che si vedevano pei campi o sulla via mostravano nel volto l'abbattimento e la cura. Ad ogni tratto s'incontravano sulla via mendichi laceri e macilenti, invecchiati nel mestiere, ma fra i quali molti si conoscevano per forestieri, che la fame aveva cacciati da luoghi più miserabili, dove la carità consueta non aveva mezzi per nutrirli; e che passando a canto ai pitocchi indigeni del cantone gli guardavano con diffidenza e ne erano guardati in cagnesco come usurpatori. Di tempo in tempo si vedevano alcuni, i quali dal volto, dal modo e dall'abito mostravano di non aver mai tesa la mano e di essere ora indotti a farlo dalla necessità. Passavano cheti a canto al Padre Galdino, facendogli umilmente di cappello, senza dirgli nulla, perchè la sola parola che indirizzavano ai passeggieri era per chiedere l'elemosina, e un cappuccino, come ognun sa, non aveva niente. Ma il buon Padre Galdino si volgeva a quelli che apparivano più estenuati, più avviliti, e diceva loro in aria di compassione:--Andate al convento, fratello; finchè ci sarà un tozzo per noi, lo divideremo.--I contadini, sparsi pei campi, non rallegravano più la scena di quello che facessero i poverelli. Salutavano essi umilmente il Padre Galdino, e quelli a cui egli domandava come l'andasse:--Come vuole, padre? rispondevano: la va malissimo.--Alcuni, che in tempi ordinarj non avrebbero osato fermare e interrogare il Padre Guardiano, fatti più animosi per la miseria dei tempi, gli dicevano:--Come anderà questa faccenda, Padre Galdino?
«--Sperate in Dio, che non vi abbandonerà. Povera gente! Il raccolto è proprio andato male?
«--Grano non ne abbiamo per due mesi, le castagne sono fallate, e il lavoro cessa da tutte le bande.
«Questa vista e questi discorsi crescevano vie più la mestizia del buon cappuccino, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore di andare ad udire una qualche sventura.
«Ma perchè pigliava egli tanto a cuore gli affari di Lucia? E perchè al primo avviso si era egli mosso come ad una chiamata del Padre Provinciale? E chi era questo Padre Cristoforo?»
Ecco la prima volta che dà al frate il nuovo nome. Ne fa questa pittura: «Il Padre Cristoforo da Cremona era un uomo di circa sessanta anni» (poi corresse: _più presso ai sessanta che ai cinquant'anni_): «e il suo aspetto come i suoi modi annunziavano un antico e continuo combattimento tra una natura prosperosa, robesta, un'indole ardente, avventata, impetuosa e una legge imposta alla natura e all'indole da una volontà efficace e costante. Il suo capo, calvo e coperto all'intorno, secondo il rito cappuccinesco, di una corona di capelli, che l'età aveva renduti bianchi, si alzava di tempo in tempo per un movimento di spiriti inquieti e tosto si abbassava per riflessioni di umiltà. La barba, lunga e canuta, che gli copriva il mento e parte delle guance, faceva ancor più risaltare le forme rilevate, alle quali una antica abitudine di astinenza aveva dato più di gravità che tolto di espressione, e due occhj vivi, pronti, che di tratto in tratto sfolgoravano con vivacità repentina: come due cavalli bizzarri condotti a mano da un cocchiere col quale sanno per costume che non si può vincerla, pure fanno di tratto in tratto qualche salto, che termina subito con una buona stirata di briglie.