Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Part 27

Chapter 273,556 wordsPublic domain

Il prof. LORENZO STOPPATO [_La Biblioteca di Don Ferrante_, Milano, tip. Bortolotti di G. Prato, 1887; pp. 47-49] pigliò le difese di don Ferrante, ponendogli in bocca questa risposta al Guerrini: «Caro signor mio, Ella mi imputa di plagio? Ma non sa Ella che il distinguere fra _sostanza_ e _accidente_ è una delle formule più consuete e precise della filosofia aristotelica, e che l'applicazione della formula importa uno sviluppo eguale di ragionamento, per ogni caso? Che non varia altro che la materia alla quale viene applicata? E mi crede così da poco da aver bisogno di copiare un ragionamento, come farebbe uno scolaretto? E Lei mi fa un gran caso dell'aver io considerata la peste come sostanza e come accidente? Ma non sa che gli scolastici hanno disputato per fino se Dio fosse accidente o sostanza». Fin qui la difesa non fa una grinza; dove zoppica è in quello che segue: «Nè mi venga a dire che io ho copiato dall'Achillini... Dica piuttosto che anche l'Achillini ha copiato quel ragionamento, e lo ha copiato precisamente da Massimiliano Viani di Pallanza. Costui infatti, nei suoi _Dialoghi su i rimedi efficacissimi per guardarsi dal mal contagioso_, stampati a Milano, dal Rolla, l'anno 1630, a pag. 40» [correggi pp. 44-45], «scrive:--Per compiacervi dirò quello che dice alcuno filosofo sopra tali particolari, circa il punto che sii questo fomite, o seminario pestifero... Se egli sii accidente, o sustanza. Se accidente, o è trasportato, o è prodotto. Al primo modo repugna la filosofia, la qual non ammette passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro... Se sustanza, o è semplice, o è composta. Se è semplice, o ella è aerea, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera? O è acquea, e perchè, o non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrucia? O è terrea, e perchè, o non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, dicono che dovrebbe, o con l'occhio, o col tatto discernersi... Quanto poi alla generazione di questo male, può seguire per alterazione o correzione d'aere, cioè per l'aere viziato e corrotto per aspetti nemici di stelle--». Lo Stoppato conchiude: «Eccovi, caro signor critico, che anche il vostro Achillini è un plagiario e ha copiato _ad litteram_ dal Viani».

Ho qui dinanzi il suo libro e comincio col trascriverne il titolo: _Remedii efficacissimi_ | _per_ | _guardarsi dal mal contaggioso,_ | _Accioche non vadi infettando i Vicini,_ | _nè faccia progresso;_ | _con altri avertimenti_ | _necessarii per tali bisogni._ | _Opera_ | co_mposta in forma di Dialog_o | _da_ MASSIMIGLIANO VIANI | _di Pallanza_ | _Per beneficio pubblico._ | _In Milano,_ | _Appresso Carlo Francesco Rolla Stampat._ | _vicino al Verzaro._ È un volumetto in-8º di pp. 51, oltre 8 in principio e 3 in fine. L'anno manca; ma si deduce dalla lettera dedicatoria del Viani _All'Ill.ᵐᵒ Magistrato della Sanità dello Stato di Milano_, scritta da «Milano li 23. Giugno 1657»; nonchè dall'approvazione del Magistrato stesso, che è del 27 del medesimo mese. In questa approvazione si commenda anche il libro, e si esortano le Comunità, «per il loro particolare beneficio, a provvedersene d'una copia, prohibendosi a ciascun stampatore et ad ogni altra persona il stampare, far stampare, o introdurre da di fuori di questo Stato per anni dodici prossimi avvenire la medesima opera; et ciò sotto pene pecuniarie et anco corporali». Ecco dunque provato che l'Achillini non è per nulla un plagiario. Lo sarà il Manzoni? Osserva Luigi Morandi [cfr. _La Perseveranza_ del 19 febbraio 1879]: non solo non può parlarsi «di plagio, ma neppure d'imitazione, almeno nel senso più ovvio che si da a questa parola»; è «una trovata storica», la quale prova che anche i personaggi e i fatti inventati, furono dal Manzoni «coloriti con tinte ricavate da fatti e da personaggi consimili e realmente storici di quel tempo». Ribadisce Orazio Bacci: «Non si potrebbe parlar mai di un plagio, sibbene di un substrato storico--quasi direi--che l'autore volle dare alla sua figura; e la citazione della fonte non era necessaria, nè forse artisticamente possibile». Notevole è poi ciò che scrive il D'Isengard: «Che il Manzoni, volendo ritrarre nel suo romanzo la Lombardia del secolo XVII, abbia fatto uno studio accuratissimo di quell'età, dei luoghi, dei costumi, dei caratteri e degli avvenimenti, è cosa risaputa... Non si contentò di studiare quel secolo nelle linee principali, ma scese ai particolari; ben sapendo che i _fatti minimi_, come insegnò Bacone, giovano a spiegare i _fatti massimi_. Colla virtù assimilativa dei grandi ingegni, e coll'industriosa abilità delle api, fabbricava il suo miele. Nel libro di Stefano Stampa si legge:--_Una volta mi mostrò nel Ripamonti [Qui lo Stampa è tradito dalla memoria. Gli mostrò invece il La Croce, dove a pag. 77 si riporta la predica. (Ed.)] il testo somigliantissimo della predica del padre Felice, dicendo_:--_Vedi son quasi le stesse parole delle quali mi son servito io_.--Della lettera dell'Achillini avrebbe potuto dire egualmente: Vedete, per far parlare a don Ferrante il linguaggio della pedanteria, con tutti gli errori e le superstizioni del tempo, non m'è parso vero di trovare in quella lettera il fatto mio. Ma come l'orpello dell'Achillini nel crogiuolo manzoniano sia divenuto oro purissimo, questo è un segreto dell'arte». GIUSEPPE GALLI [_Un'operetta inedita del Card. Federico Borromeo sopra la peste in Milano ed i_ «_Promessi Sposi_»; nell'_Archivio storico lombardo_, ann. XXX, vol XX, pp. 110-137] scoprì che il Manzoni approfittò di un'opinione espressa dal Lampugnano a p. 13 del suo libro: _La peste seguita a Milano l'anno 1630_, stampato nel 1634, per metterla in bocca a don Ferrante. L'opinione del Lampugnano è questa: «Nè finalmente mi da l'animo di concedere che la peste sia qualità contagiosa. Perchè sarebbe accidente. Nè potendo l'accidente essere contrario alla sostanza, non capisco come possa da subietto in subietto passare ad operare la corruzione». Sentiamo adesso la medesima opinione uscita dal crogiuolo manzoniano: «Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro».

Il Manzoni dice che nella «scienza cavalleresca» don Ferrante «meritava e godeva il titolo di professore», e non a torto, giacchè «aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l'Urrea, il Muzio, il Romei, l'Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso».

_Il Forno o vero della nobiltà, dialogo del signor Torquato Tasso_, vide la luce a Vicenza, nel 1581, per Pierin Libraro; il _Trattato del modo di ridurre a pace l'inimicitie private_, di Fabio Albergati, fu pubblicato a Roma, co' torchi dello Zannetti, nel 1583; i _Discorsi cavallereschi del conte_ ANNIBALE ROMEI, _divisi in cinque giornate_, vennero impressi a Venezia dallo Ziletti nel 1585. Di Girolamo Muzio, giustinopolitano, si hanno ben cinque opere: _Le Risposte cavalleresche_, Venezia, Giolito, 1551; _Il Duello_, Venezia, Giolito, 1558; _La Faustina, dell'armi cavalleresche a' Principi e cavalieri d'onore_, Venezia, Valgrisi, 1560; _Il Cavaliero_, Roma, Blado, 1569; _Il Gentilhuomo, distinto in tre dialoghi_, Venezia, Valvassori, 1575. Lo spagnuolo Girolamo d'Urrea è autore del _Dialogo del vero onore militare, nel quale si definiscono tutte le querele che possono occorrere fra l'uno e l'altro uomo, con notabili esempi di antichi e moderni_, che fu tradotto in italiano da Girolamo Ulloa e stampato a Venezia dal Sessa nel 1569. Di Fausto da Longiano si ha _Il Gentilhuomo_, diviso in due parti, Venezia, 1542 e 1544; e Il _Duello regolato alle leggi dell'onore, con tutti i cartelli missivi e responsivi_, Venezia, Valgrisi, 1552; e di Paride dal Pozzo i _Libri IX del Duello_, Venezia, 1521. Oltre questi «antichi», c'era un suo contemporaneo, che don Ferrante riteneva «l'autore degli autori», il «celebre Francesco Birago». E anzi il Manzoni nota che «fin da quando venner fuori i _Discorsi cavallereschi_ di quell'insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest'opera avrebbe rovinata l'autorità dell'Olevano, e sarebbe rimasta, insieme con l'altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso i posteri». _Li Discorsi cavallereschi del Signor_ FRANCESCO BIRAGO, _Signore di Melone e di Siciano, ne' quali, con rifiutar la dottrina cavalleresca del Signor Gio: Battista Olevano, s'insegna a racchettare honorevolmente le querele nate per cagione d'honore_, ebbero una prima edizione a Milano, dal Bidelli, nel 1622, che poi li ristampò «riveduti et accresciuti» nel 1628. Oltre un _Trattato cinegetico, o vero della Caccia_, Milano, Bidelli, 1628, il Birago compose tre altre opere cavalleresche, «nobili sorelle» de' _Discorsi_, cioè: _Dichiaratione et avvertimenti poetici, istorici, politici, cavallereschi e morali sulla_ Gerusalemme conquistata _del Tasso_, Milano, Somasco, 1616; _Consigli cavallereschi, ne' quali si ragiona circa il modo di far le paci, con un'Apologia cavalleresca per il Sig. Torquato Tasso_, Milano, Bidelli, 1623; e le _Decisioni cavalleresche_. Si hanno insieme raccolte col titolo: _Opere cavalleresche del Signor_ FRANCESCO BIRAGO, _distinte in quattro libri, cioè; Discorsi, Consigli libro I e II e Decisioni_, Bologna, Longhi, 1686; in-4º.

Il dott. UBALDO MAZZINI [_La Cavalleria nei Promessi Sposi, nuovo contributo alla ricerca dei fonti manzoniani_; nella _Rassegna nazionale_, di Firenze, ann. XXI, vol. 109 della collezione, 16 settembre 1899, pp. 333-346], ritiene che il Manzoni «ha avuto per guida un'opera soltanto d'un solo di quegli autori», i _Consigli cavallereschi_ del Birago. «Gli altri autori e le loro opere» (così il Mazzini) «ha trovato citati ne' _Consigli_ ad ogni capitolo, ad ogni pagina, e parecchie volte: con questo però non voglio escludere che egli li abbia consultati; _ma più letti che studiati_, come direbbe egli stesso». No: il Manzoni era troppo coscienzioso, troppo diligente, per contentarsi di bere a una sola fontana; gli ha letti tutti, gli ha tutti studiati; c'è da giurarlo. Scorrendo i _Consigli_ (è sempre il Mazzini che scrive) «non solo è facilissimo trovarvi il riscontro con alcuni passi dei _Promessi Sposi_, ma ben si comprende ancora come abbia fatto del Birago l'autore prediletto di don Ferrante, il suo amico; come io elevi sopra tutti gli altri, e il perchè della profezia intorno all'Olevano. Ultimo venuto nella nobile falange dei trattatisti dell'_honore_, contemporaneo e compatriota di don Ferrante, il Birago, per lo stile, il gusto, il modo di argomentare caratteristico dell'età in cui visse, è ben naturale che tanto andasse a' versi di don Ferrante... Si può pensare che lo stesso nome di don Ferrante il Manzoni l'abbia tratto dai _Consigli_ del Birago, giacchè nel Consiglio IV, in cui si esamina il _caso di chi pretende essergli stato venuto meno della parola_, si tratta appunto della vertenza insorta tra certo signor _Ferante_ Novà ed il signor Giovaniacomo Latuada».

Intorno a questa incarnazione d'un dotto del Seicento, morto, «come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle», è pure da consultarsi: ALBERTAZZI A., _Don Ferrante_, in _Fanfulla della Domenica_, ann. XXII, n. 6. (Ed.)

[132] Il lazzeretto. (Ed.)

[133] Il canonico GIOVANNI FINAZZI, amico del Manzoni, pubblicava a pp. 409-485 del tom. VI della _Miscellanea, di storia italiana, edita per cura della Regia Deputazione di storia patria_, Torino, Stamperia Reale, 1865, la _Relazione della carestia e della peste di Bergamo e suo territorio negli anni 1629 e 1630, scritta da_ MARC'ANTONIO BENAGLIO, premettendovi, tra le altre, queste parole: «_Chi volesse la storia della peste di Bergamo del 1630, la c'è_ (dice il Manzoni al cap. XXXIII de' suoi _Promessi Sposi_), _scritta per ordine pubblico da un tal Lorenzo Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse più roba, che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze_. E quantunque il Ghirardelli, come pubblico cancelliere della città e dell'offizio di sanità, fosse uno di quegli uomini, _ai quali_ (per dirlo collo stesso Manzoni nella _Colonna infame_) _in qualche caso può esser comandato e proibito di scrivere la storia_, nondimeno pel carattere di onoratezza e lealtà sua propria, e pel savio e liberale incarico raccomandatogli dal voto del maggior consiglio della stessa città, con rara accuratezza dei più minuti dettagli (come appunto portava la parte presa in proposito il 26 dicembre 1631 dal maggior consiglio) descrisse le vicende e il successo di quella peste _dai primi pronostici che se n'ebbe e dai primi principii ond'essa pullulò e andò serpendo nel territorio, con i progressi, accrescimenti e strage atrocissima, così nella città, come nel contado; narrando e descrivendo non solo li ordini e provvisioni fatte dal Magistrato della sanità per la preservazione universale, ma anco gli errori occorsi per aversi poco esperienza di sì fatti maneggi, con filo continuato di narrar veramente tutte le cose più notabili, con l'ordine e serie de' tempi, sino all'intiera e totale estirpazione_. Ma di quella peste, che fu sì fiera e desolante, oltre al Ghirardelli, altri de' nostri lasciarono più o meno dettagliate memorie, che se fossero pubblicate tornerebbero per avventura di non inutile commento o supplemento alla storia di esso Ghirardelli, e potrebber recare alcune particolarità di fatti, da far meglio conoscere quel tratto di storia patria, più famoso che conosciuto. Ora fra gli scrittori di così fatte memorie crediamo di dover prescegliere Marc'Antonio Benaglio, cancelliere che fu del venerando consorzio della misericordia: che in più succoso e vivace stile, che non facesse per avventura il Ghirardelli, ce ne lasciò una dotta e coscienziosa _Relazione_». (Ed.)

[134] Dal capitolo IV del tomo IV tolgo il seguente brano riguardante gli untori: «La cagione d'un così subito e portentoso aumento del male fu data a voce di popolo agli _untori_: si disse con asseveranza e si ripetè con furore, che quegli uomini, congiurati allo sterminio della città, prendendo il destro della processione, che l'aveva posta tutta unita, per così dire, in loro balìa, avevano unti in quel giorno quanti avevano potuto, e sparso tutto il cammino di polveri venefiche, per le quali il contagio s'era appiccato alle vesti, ai piedi scalzi, anche alle scarpe dei divoti e inavvertiti pellegrinanti. L'opinione delle unzioni, che fino allora non aveva prodotta che una vaga inquietudine e ciarle, dopo questo, ch'ella prendeva per un gran fatto, cominciò a partorire ben altri effetti. Due principali furono distinti e notati dal Ripamonti, uomo che, in molti punti, liberandosi e segregandosi dalla opinione pubblica dei suoi tempi, volse la mira delle sue osservazioni alle cose appunto che nessuno, o quasi nessuno avvertiva, esaminò quella opinione stessa, mutò sovente i termini della questione, fu solo a discernere e a dire molte verità, e fece intendere che molte ancora ne dissimulava, molte ne indeboliva per non irritare il giudizio pubblico, il quale, come traspare chiaramente dalla sua storia, gli faceva una gran paura e una gran compassione nel tempo stesso. Un effetto fu che i magistrati, tutti i potenti, ingolfati in ispeculazioni politiche, divagati e avviluppati colla mente nei segreti delle corti per arzigogolare quale dei principi, quale dei re stranieri potesse essere il capo della trama, non pensavano a quello che era da provvedersi nelle urgenti congiunture della peste; e spaventati poi dalla vastità supposta e dalla oscurità stessa delle insidie, si abbandonavano sempre più a quella stanca trascuratezza, che è compagna della disperazione. L'altro effetto più deplorabile, atroce, fu di estendere, di facilitare, di irritare i sospetti e di giustificare, di santificare tutte le offese più crudeli, che quei sospetti potevano suggerire. Non solo dallo straniero, dal nimico, dalla via pubblica si temeva, ma si guardava alle mani dell'amico, del servo, del congiunto, ma si poneva il piede con sospetto per la casa. Ma orribil cosa! si tremava al contatto della mensa, del letto nuziale. Il viandante straniero che, non ben sapendo fra che uomini si trovava, si rallentasse a baloccare sul cammino, o che stanco si sdraiasse per riposare, il mendico che per città si accostava altrui tendendo la mano, colui che inavvertitamente toccasse la parete di una casa, l'affrettato che urtasse altri per via, erano _untori_; al terribile grido d'accusa accorrevano quanti avevan potuto udirlo; l'infelice era oppresso, straziato, talvolta morto dalle percosse, o trascinato alle carceri, tra gli urli e sotto le battiture, benediceva nel suo cuore affranto quelle porte, e vi entrava come dalla tempesta nel porto. E quante volte saranno accorsi alle grida, avranno partecipato al furore comune di quegli stessi che più tardi poi dovevano esser vittime d'un simile furore.

«Così l'irreligione esacerbava la sciagura che una applicazione falsa ed arbitraria della religione aveva estesa ed accresciuta. Dico l'irreligione, perchè se l'ignoranza e la falsa scienza delle cose fisiche, e tutte le altre cagioni, di cui abbiamo parlato di sopra, poterono far ricevere comunemente l'opinione astratta di unzioni e di congiure, furono certamente le disposizioni anti-cristiane di quel popolo corrotto, che rendettero quella opinione attiva e feroce nell'applicazione. Nessuna ignoranza avrebbe bastato a così orrendi effetti, quando fosse stata congiunta con quel sentimento pio che prepara gli animi alla tranquillità ed alla riflessione, che avverte a pensar di nuovo quando il pensiero diventa un giudizio, una azione su le persone, se fosse stata insomma congiunta con quella carità che è paziente, benigna, che non si irrita, che non pensa il male, che tutto soffre. Ma l'intolleranza della sventura, la disciplina e l'oblio delle speranze superiori a tutte le sventure del tempo, l'orrore pusillanime e furioso della morte erano le cagioni che mantenevano negli animi una irritazione avida di sfogo e di vendetta, e quindi sempre in cerca di fatti che ne dessero l'occasione, quindi ancora pronta a trovar questi fatti ad ogni momento.

«Il Ripamonti riferisce due esempi di quel furor popolare, avvertendo bene i suoi lettori di averli trascelti non già perchè fossero dei più atroci fra quegli che accadevano alla giornata, ma perchè di quei due egli fu testimonio.

* * * * *

«I magistrati, i quali avrebbero dovuto reprimere e punire quell'iniquo furore, lo imitarono e lo sorpassarono con giudizj motivati e ponderati al pari di quei popolari, che abbiam riferiti, con carneficine più lente, più studiate, più infernali. Passare questi giudizj sotto silenzio sarebbe ommettere una parte troppo essenziale della storia di quel tempo disastroso; il raccontarli ci condurrebbe o ci trarrebbe troppo fuori del nostro sentiero. Gli abbiamo dunque riserbati ad un'appendice, che terrà dietro a questa storia, alla quale ritorniamo ora; e davvero».

Nel capitolo V del tomo IV della prima minuta il Manzoni prese a trattare esclusivamente del processo degli untori; poi stralciò que' fogli, per formarne un'appendice al Romanzo, svolgendo il soggetto in modo più largo. Se ne conserva il primo sbozzo, già intitolato: _Capitolo V_, poi _Appendice storica su la Colonna infame_. Sono 60 fogli di 4 pp. l'uno, il primo de' quali non è numerato: gli altri portano la numerazione 1-59, fatta dal Manzoni stesso. Alcuni fogli serbano, ma cancellata, la numerazione che ebbero quando fecero parte del manoscritto del Romanzo e sono: 53, divenuto I; 54-57, divenuti 2-5; 62-67, divenuti 10-15; 65-67, ripetuti, diventati 18-20; 68-70, mutati in 21-23. Comincia: «Due femminelle, Catterina Rosa e Ottavia Boni, trovandosi sgraziatamente alla finestra di buon mattino il giorno 21 di giugno»; finisce: «e noi con uno scopo ben meno importante, e con tanto minor corredo d'ingegno, ci siamo però proposti di fare ciò che non era ancor stato fatto».

Quando il Manzoni depose il pensiero di stamparla insieme col Romanzo e invece stabilì di farne una pubblicazione separata, la intitolò: _Storia della Colonna infame_, e vi premise queste parole: «Fra i molti giudizj legali che nel 1630 e al di là, furono portati in Milano, su persone accusate d'aver propagata la peste con unzioni, uno parve ai giudici così degno di memoria, che decretarono un pubblico monumento a mantenergliela; e fu quella colonna nominata infame, che stette in piedi cento quarantott'anni. E in questo eglino s'apponevano: il giudizio fu veramente memorabile. Ma un monumento non è una storia: anzi talvolta è, non solo meno, ma qualche cosa di contrario alla storia. Ma se quei giudici non ci avessero dunque lasciato altro, ci avrebbero dati, per verità, ben pochi mezzi per conoscere ciò di che volevano farci ricordare. Ma, senza volerlo, e probabilmente senza pensarvi, essi furono occasione che altri, probabilmente ancora senza averne l'intenzione, conservasse al pubblico i materiali bastanti per la storia di quel giudizio. In mezzo a quei tapini accusati si trovò, per le singolari circostanze che racconteremo, un uomo di gran condizione. Quest'uomo, potendo per la sua giustificazione ricorrere a mezzi dei quali gli altri non avevano per avventura nemmeno l'idea, e che non sarebbero stati in poter loro quand'anche i difensori gli avessero loro suggeriti, quest'uomo, dico, pubblicò con le sue difese e in appoggio di quelle, un grande estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. Su quel volume, che non debb'essere mai stato comune, ed ora è singolarmente raro, si è principalmente compilata la seguente storia. Il soggetto di essa è il giudizio dei due condannati, il nome dei quali fu iscritto nel monumento, e quello dell'uomo di condizione che fu assoluto. Degli altri avviluppati in quello sciaguratissimo affare si citerà ciò che serve ad integrare la storia principale, o anche quei tratti che per la loro singolarità e importanza loro possono parere sempre opportuni, e che uno non saprebbe risolversi ad ommettere, quando vi sia un appiglio per farli conoscere».

In fine allo sbozzo dell'_Appendice_ il Manzoni scrisse la seguente dichiarazione: «Alcuni libri, collezioni, manoscritti, rarissimi, ed anche unici, da cui l'autore ha ricavato molte notizie per questo lavoro, e per quello che lo precede, gli furono comunicati con molta gentilezza, e lasciati con molta sofferenza o da amici, o da persone ch'egli non ha l'onore di conoscere personalmente, ma che per obbligar qualcheduno non hanno bisogno di conoscerlo. Si degnino tutti di gradire l'attestato della sua gratitudine, e l'omaggio reso ad una cortesia che in altri casi potrebbe essere di molto vantaggio alle lettere».

Tra le carte del Manzoni si trovano alcuni fascicoli, che egli stesso intitolò: _Estratti e citazioni per servire alla descrizione della peste, al processo degli untori, alla storia politica di quel secolo_. Son copie di documenti tratti dall'Archivio Civico e dall'Archivio di S. Fedele di Milano, spogli di gride, appunti presi da manoscritti e da opere a stampa. Con la guida di questi _Estratti_ e delle citazioni che il Manzoni stesso fece ne' capitoli XXVIII, XXXI e XXXII de' _Promessi Sposi_, do qui un elenco delle fonti alle quali attinse nel descrivere la carestia e la peste famosa.