Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2
Part 26
[118] Segue, cancellato: «delle poche rime stampate e di quelle poche prose di Claudio Achillini»; e poi: «delle rime stampate, del discorso accademico e delle poche lettere di Claudio Achillini». Qui il Manzoni accenna senza dubbio alle _Rime_ | _e Prose_ | _di_ CLAUDIO | ACHILLINI. | _In questa nuova impressione_ | _accresciute di molti sonetti,_ | _et altre compositioni_ | _non più stampate:_ | _Con aggiunta di diverse_ | _Bellissime Lettere di Proposta, e_ | _Risposta del medesimo autore._ | In Venetia, M.DC.LVI. | Per Giacomo Bortoli. | Con licenza de' Superiori; in-12º. È questa infatti la prima volta che furono raccolte e stampate le «poche lettere» dell'Achillini, mentre le sue _Rime_ avevano avuto una quantità di edizioni. Essendo state raccolte e stampate nel 1656, non potevano figurare nella biblioteca di Don Ferrante, morto nel 1630; il Manzoni cancellò dunque l'accenno e corse al ripiego di fargli invece possedere «una raccolta manoscritta di alcune lettere» dello stesso grand'uomo. «Poche lettere», (nota il mio amico Luigi D'Isengard), «ma c'è da imparare una nuova maniera di estetica:--_Il sonetto inviatomi da V. S. è cosa angelica, per non dire un angelo in versi. I due terzetti sono due Chori di Grazie. La chiusura è una prigionia di maraviglie._--Dopo il qual giudizio non è da mettere in dubbio che _il maggior poeta di quanti ne nascessero, o tra i Toscani, o tra i Latini, o tra i Greci, o tra gli Hebrei_ sia Giambattista Marini; e non è da stupire che la sacra eloquenza fosse tutta nel saio d'un cappuccino _così macilente e confitto e sepolto dentro ai panni, che si vede, anzi non si vede, e non si ode che una lana agitata che sgrida, un mantello vocale, un cappuccio che atterrisce; un fuoco che scintilla fuori dalle ceneri, una nuvola bigia che tuona spaventi, una penitenza spirante, un sacco di querele che si riversa addosso ai peccatori. Oh Dio, quanto è vero, che questo è il vero modo di predicare; e se tutti i predicatori fossero tali, so certo, che più consideratamente camminerebbe il mondo_». Cfr. D'ISENGARD L., _Claudio Achillini e Don Ferrante_; in _La Rassegna nazionale_, di Firenze, anno XX, vol CIV, fascicolo del 1º dicembre 1898; pp. 629-636. (Ed.)
[119] Segue, cancellato: «Non vorrei con tutto questo che alcuno pigliasse Don Ferrante per un uomo straordinario, perchè avendo studiato un po' tutta la sua vita ed inclinando ora alla vecchiezza, fra gli autori che teneva in stima particolare contasse molti recenti, alcuni viventi, e alcuni perfino assai più giovani di lui. Don Ferrante era quello che doveva essere, quello che sono sempre stati e saranno sempre gli uomini provetti, i quali già da gran tempo hanno veduto dove stia la perfezione del sapere, hanno adottato un sistema, e chiuso il numero delle loro idee. La loro avversione, i loro sospetti, le loro ire non sono già contra gli uomini nuovi, ma contra le idee nuove; anzi se fra i giovani sorge taluno, che ricevendo con molta venerazione le dottrine che trova trionfanti, le studia, vi si affonda dentro, e le estende e dà loro un nuovo lume, i provetti riconoscono il suo merito e lo esaltano con ammirabile imparzialità. Oh! se al tempo di Don Ferrante fossero venuti oltre giovani che avessero ardito riesaminare quelle idee che dovevano soltanto ricevere ed applicare, giovani che avessero frugato in tutti quegli assiomi, di quegli che invece di dire: Capisco, dicono: Perchè? avreste veduto come Don Ferrante gli avrebbe pettinati, ma per buona sorte non ve n'era uno». (Ed.)
[120] Nell'autografo, forse per una svista, c'è scritto: _strascurato_. (Ed.)
[121] Di Silietta il Manzoni parla di nuovo nel capitolo I del tomo IV. «Dalla fine dell'anno 1628», (così scrive) «alla quale siamo pervenuti con la narrazione, in sino alla metà del 1630, i nostri personaggi, quale per elezione e quale per necessità, si rimasero a un di presso nello stato in cui gli abbiamo lasciati: e la loro vita non offre in questo tempo quasi un avvenimento che ci sembri degno di menzione. Noi non poniamo, per esempio, tra gli avvenimenti memorabili la vestizione di Silietta, come non si considera per una epoca importante nella storia astronomica una piccola eclissi preveduta e calcolata e non visibile in Europa». Il tratto però che riguarda Silietta è cancellato. (Ed.)
[122] In margine il Manzoni notò poi questo pensiero: «La signora le aveva lasciata una impressione confusa, ma spiacevole, etc.». (Ed.)
[123] Segue, ma cancellato: FINE DEL TOMO III. _11 Marzo 1823_. Questo Brano forma il _Capitolo IX_ appunto del tomo III della prima minuta. Vi aggiunse quest'altro brano: «La povera donna aveva un'altra faccenda su le braccia: la corrispondenza con Fermo. Quantunque egli non trovasse bel paese quello dove non era Lucia, pure sapendo che egli stava sui registri di Milano, non ardiva scostarsi dall'asilo. Faceva scrivere ad Agnese, per chiederle nuove della figlia; dico faceva scrivere, perchè i nostri eroi, simili in ciò a quelli d'Omero, non conoscevano l'uso dell'abbicì. Agnese si faceva leggere e interpretare le lettere, e incaricava pure altri della risposta. Chi ha avuto occasione di veder mai carteggi di questa specie, sa come son fatti e come intesi. Colui che fa scrivere dà al segretario un tema ravviluppato e confuso; questi, parte frantende, parte vuol correggere, parte esagerare per ottener meglio l'intento, parte non lo esprimere come lo ha inteso; quegli a cui la lettera è indiritta, se la fa leggere; capisce poco; il lettore diventa allora interprete e con le sue spiegazioni imbroglia anche di più quel poco di filo che l'altro aveva afferrato: di modo che le due parti finiscono a comprendersi fra loro come due filosofi trascendentali. Il peggio è quando la situazione della quale si vuol render conto è complicata e i disegni e le proposte che si vogliono fare sono contingenti e condizionate. Tale era il caso di Fermo. Il suo disegno era di stabilirsi a Bergamo, di viver quivi della sua professione e di farsi con quella anche un po' di scorta, di preparare un buon letto a Lucia e che allora essa venisse a Bergamo con la madre ed ivi si concludessero le nozze. Ma i tempi non erano propizii. L'amore, che dipinge le cose facili, bastava bensì a persuadere a Fermo che il suo disegno si sarebbe potuto eseguire in seguito; ma non poteva nascondergli che per allora era ineseguibile. Bisognava adunque che Fermo facesse intendere ad Agnese questo miscuglio di speranze fondate, anzi certe, di impaccio attuale, di sì nell'avvenire e di no nel presente; Agnese ricevette la lettera dopo il ritorno da Monza, intese e fece rispondere come potè. Il ratto di Lucia fece tanto strepito che la voce ne giunse a Fermo, ma per buona ventura insieme con quella della liberazione. Pure ognuno può immaginarsi quali fossero le sue angustie. Se Lucia fosse rimasta nel suo paese, Fermo certamente non si sarebbe tenuto dall'andarvi: di nascosto, di notte, travestito, per balze, per greppi, come che fosse, vi sarebbe andato. Ma egli seppe anche che Lucia era partita per Milano; e in tale circostanza, non solo il pericolo diventava per Fermo, incomparabilmente maggiore, ma il tentativo incomparabilmente più difficile e l'evento quasi disperato. Dovette egli dunque contentarsi di chiedere schiarimenti ad Agnese. La buona donna trovò il mezzo di fargli avere, per mezzo d'un mercante quei cento scudi, che Lucia aveva destinati a lui, ed una lettera, nella quale v'era l'intenzione di metterlo al fatto di tutto l'accaduto. Ma questa lettera non isgombrò le inquietudini e le ansietà di Fermo; anzi i cento scudi le accrebbero: giacchè, pensava egli, ora che Lucia, per una ventura inaspettata, possiede tanto che basta perchè noi possiamo viver qui marito e moglie, perchè non viene ella e mi manda invece questi denari, come un dono, come una elemosina, come... e qui Fermo si sentiva scoppiare... come un congedo? Voglio io denari da lei? E se ella non è mia, pensa ch'io possa da lei ricevere qualche cosa? Per quanto Agnese avesse cercato di fargli scriver chiaro che Lucia dallo spavento in poi si trovava quale egli l'aveva lasciata, Fermo alla vista di quei denari e dati a quel modo era assalito da mille dubbi torbidi e strani. Le lettere che egli faceva scrivere a Lucia, cadevano tutte in mano di Donna Prassede, la quale certo non le consegnava a cui erano indiritte, ma, pel meglio, le leggeva e si regolava su le notizie che ne ricavava. Fermo, sempre più inquieto, chiedeva ad Agnese la spiegazione di quei dubbii e del silenzio di Lucia. Quand'anche Agnese avesse saputo scrivere, non avrebbe potuto soddisfare il poveretto, perchè la cagione del silenzio le era ignota, ed essa pure non capiva bene il contegno di Lucia con Fermo. La spiegazione di tutto era nel voto fatto da Lucia, e che essa non aveva confidato nè meno alla madre. La corrispondenza andava sempre più imbrogliandosi fin che essa fu interrotta dagli avvenimenti che racconteremo nel volume seguente. Fine del tomo III». (Ed.)
[124] A Sigismondo Boldoni, che visse dal 1597 al 1630, l'11 settembre del 1899 fu eretto un monumento nel suo nativo Bellano. L'ab. Luigi Vitali nel discorso inaugurale, che pronunziò, diceva: «il Boldoni, in alcune sue lettere, con viva e commovente verità, ci descrive una delle molte discese dei barbari, il passaggio dei Lanzichenecchi, descrizione che forse ha ispirato alcune delle belle pagine dell'immortale romanzo _I Promessi Sposi_». Cfr. VITALI L., _Patria e Religione, commemorazione_, Milano, Cogliati, 1903; pp. 534-535. Da quelle lettere trasse infatti più d'una ispirazione il Manzoni. (Ed.)
[125] Qui termina il capitolo I del tomo IV e incomincia quello II. (Ed.)
[126] Prima scrisse: _piangolente_. (Ed.)
[127] Segue, cancellato: «La vita, signor curato, la vita, disse Perpetua». (Ed.)
[128] In margine il Manzoni aggiunse: «son venuto a fuggir l'acqua sotto una grondaja». (Ed.)
[129] Segue, cancellato: «Il Signor Lucio volle ancora opporsi, ma l'impressione di terrore che Don Ferrante aveva prodotto su gli uditori, gli rendeva poco disposti a sentire la forza delle opposizioni. Io non so niente, disse il primo, di tutte queste predizioni; so però che senza di esse si capisce benissimo perchè ora tanti muojano: muojono perchè è venuta la loro ora. Nessuno badò all'argomento del Signor Lucio». (Ed.)
[130] Il Manzoni aveva in animo di rimaneggiare tutto il rimanente di questo brano. Infatti v'incollò un fogliolino, che dice: «Deduzione più logica: 1.) generazioni; e divenute poi il ludibrio delle generazioni susseguenti; 2.) _Sarebbe una storia_ fino a _più di ammirazione_; 3.) _Talvolta senza richiami_, etc. fino a _rifiutata avvertitamente_; 4.) Conclusione: _Ma una siffatta storia_, etc. Rifondere il tutto per adattarlo alla nuova deduzione». (Ed.)
[131] Il Manzoni soppresse questo dialogo, con il quale termina il capitolo III del tomo IV della prima minuta; ma, nel capitolo XXXVII del testo definitivo, raccontando come morì don Ferrante, non mancò di esporre quello che esso pensava intorno la peste. Ecco le parole del Manzoni: «Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, l'anonimo ha creduto d'estendersi un po' più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto.
«Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.
«_In rerum natura, diceva_, non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser nè l'uno nè l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicchè è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perchè brucerebbe. Non è terrea; perchè sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perchè a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, danno in Cariddi; perchè, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, di esantemi, d'antraci...?
«Tutte corbellerie, scappò fuori una volta un tale.
«No, no, riprese don Ferrante: non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.
«Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perchè non si può spiegare quanto sia grande l'autorità d'un dotto di professione, allorchè vuoi dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a disteso era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi.
«La c'è pur troppo la vera cagione, diceva; e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino...? Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de' corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?
«_His fretus_, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».
OLINDO GUERRINI [_Achillini e Manzoni_; in _La Rassegna settimanale_, di Roma, vol III, n.º 59, 16 febbraio 1879, pp. 130-131] notava, per il primo, che il ragionamento posto dal Manzoni in bocca a don Ferrante, lo «copiò di sana pianta, senza dirci dove l'avesse preso», e ne indicava la fonte: una lettera di Claudio Achillini ad Agostino Mascardi. Tornava a trattare la questione, con grande serenità e molto garbo, LUIGI D'ISENGARD [_Claudio Achillini e don Ferrante_; in _La Rassegna nazionale_, di Firenze, anno XX, vol 104, 1º decembre 1898, pp. 629-636.]
Agostino Mascardi di Sarzana, che visse dal 1591 al 1640 ed ebbe grido tra' letterati d'allora, mentre a Milano e nel resto d'Italia infieriva la peste e correvano le più strane e orribili voci intorno gli untori, scriveva all'Achillini: «Ditemi, di grazia, signor Claudio, che credete delle cose di Milano? Non parlo degli accidenti di guerra e della peste, che per via d'ordinario contagio si propaga, ma di quell'altra, che si dice esser seminata dagli uomini con mistura d'incanto. Io per me, come non sono dei più arrendevoli a creder tutto quello che si attribuisce al diavolo, così non lodo l'ostinata credulità di certi filosofastri, che, per far troppo del saccente, danno nell'infedele. Che in altri tempi si sia trovata cotal sorte di peste, dalla malvagità degli uomini appiccata con diverse misture, è notissimo». Qui tira in ballo Seneca e Tito Livio, Paolo Diacono e Procopio, Pomponio Leto e Gregorio Nisseno, Evagrio, Cedreno e Sigiberto; poi prosegue: «Può nondimeno accadere che la moltitudine, credula al suo peggiore e inchinata alla superstizione, v'aggiunga molte cose del suo, in virtù dell'eccessivo timore che la toglie di senno. Però, figliuole della paura e della sciocchezza stimo io quelle larve di Principi, di vecchi e di palazzi, delle quali s'empiono i fogli di Lombardia, quando non sieno macchine mal composte di qualche ingegno, più curioso che discreto, per dar materia di spavento alla plebe, e agli uomini sensati o di riso o di sdegno. È certo nondimeno che nelle pubbliche calamità gli autori antichi osservano molte fiere visioni, o vere, o immaginate dalla paura... Tantochè, per abbattere dalle sue fondamenta Milano, era necessario che alla fame compassionevole, alle violenze di barbara soldatesca, alle ruine di tanti anni di guerra, alle stragi della peste comune, s'aggiungesse il veleno, dirò insanabile, se è composto fin nell'Inferno con liquori nel nostro mondo non conosciuti».
L'Achillini gli rispondeva dalla sua villa al Sasso, nella valle del Reno, dove s'era rifugiato per paura del contagio: «È toccato alla peste lo svegliare il mio nome che dormiva sotto i ricchi padiglioni della vostra memoria: nè voglio già ringraziamela, perchè non merita grazie una siffatta disgrazia; ben rendo grazie a voi che cotanto m'avete onorato con la vostra eloquentissima ed eruditissima lettera, alla quale come potrò mai rispondere a parte a parte, se, subito ch'io l'ebbi ricevuta, vennero a me alcuni gentiluomini bolognesi, fra i quali un Paride letterato la riconobbe per un'Elena e me la rubò?... Voi mi richiedete il mio senso intorno agli spettri di Milano e alla magica peste portata dalla fama su certi fogli curiosi, che vanno attorno. Qui, o ragioniamo del potere, o del fatto. Se del potere, chiara cosa è, e la teologia non ci lascia dubitare, che il Demonio può naturalmente queste e cose maggiori, purchè Dio non gli sottragga il potere: intendo però, s'egli eserciterà le sue forze naturali dentro alla latitudine del moto locale, trasportando e applicando gli agenti alle materie: perchè se noi credessimo che nei predicamenti della qualità, della quantità o della sostanza egli potesse immediatamente produrre sì fatti termini, noi, s'io non m'inganno, faressimo errore. Se poi ragioniamo del fatto, certo che per le continue relazioni che vengono da Milano, anche in quest'ultimo spaccio, io molto agevolmente m'induco a crederlo; ma non già credo quelle favolose circostanze che questa estate andavano attorno, le inverisimilitudini delle quali erano troppe note a chi leggeva quei fogli: e che altre volte siano avvenute sì fatte pestilenze, o col concorso del Demonio, o con l'arte ignuda degli uomini, oltre le nobilissime autorità addotte da voi, io mi rimetto ad un certo trattatello manuscritto, che va attorno, il cui titolo è: _De peste manufacta_, nel quale sono registrate molte altre autorità di simil fatto; ma quello che mi confonde l'ingegno si è come si trovino uomini di barbarie tanto inumana, che cospirino coi Diavoli alla distruzione di tutta la propria spezie. Io qui impazzirei col pensarvi, e però vengo ad un'altra non meno curiosa maraviglia, e chieggo a voi che cosa è egli mai questo fomite, o seminario pestifero, che resta impresso nei panni e con fecondità così tragica fruttifica la morte delle famiglie e dei popoli interi? È egli accidente, o sostanza? Se accidente, o è trasportato, o prodotto; al primo modo repugna la filosofia, la quale non ammette il passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro. Al secondo pare che ripugni il non potersi intendere con quale energia possa l'appestato tradurre dalle radici o dalle potenze dei panni agli atti una sì fatta qualità, oltre che non sarebbe agevol cosa lo assegnare in quale spezie di qualità dovesse riporsi. Se è sostanza, come vogliono tutti gli antichi e Greci e Latini, o è semplice, o è composta: se semplice, o ella è area, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera, liberandone i panni? O è acquea, e perchè non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrugia? O è terrea, e perchè non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, torno a dire che dovrebbe, o coll'occhio, o col tatto discernersi; e pure egli è verissimo che un panno bianco, mondissimo agli occhi nostri, ucciderebbe una città intera».
Queste lettere, che subito furon date alle stampe, levarono un gran rumore e più volte tornarono a veder la luce. La prima edizione ha questo titolo: _Due lettere_ | _L'una_ | _Del Mascardi all'Achillini_ | _L'altra_ | _Dell'Achillini al Mascardi_ | sopr_a le presenti calamità._ | _Dedicate all'Illustriss. Signora_ | _D. Maria Pepoli_ | _Contessa di Castiglione, Sparvi,_ | _E Barragazza._ | _In Bologna, per Francesco Casanio 1630. Con licenza de' Superiori_ | _Ad istanza di Bartolomeo Cavalieri et Cesare Ingegneri_; in-4º picc. di pp. 24. Furono riprodotte: _In Firenze_, _MDCXXXI_. | _Nella Stamperia di Pietro Nesti al Sole_ | _con licenza de' superiori_; in-4º di pp. 16--_In Roma, Per Lodovico Grignani_, _MDCXXXI_. | Con Licenza de' Superiori; in-4º di pp. 20--_e In Roma, et in Milano_ | _Ad istanza di Gio. Batt. Bidelli_ | _MDCXXXI_; in-18º di pp. 32. Poi vennero inserite nella raccolta delle _Rime e prose_ dell'Achillini, stampata a Venezia nel 1656, 1673, ecc. È probabile che il Manzoni leggesse la lettera ispiratrice in una di queste ultime edizioni; ma non si può escludere che potesse avere avuto tra mano anche una delle altre stampe, sebbene assai rare. Infatti consultò un numero grande di libri e di opuscoli intorno alla peste del 1630; quanti ne potè trovare. E poi pizzicava di bibliofilo. Sta lì a provarlo un esemplare, postillato di suo pugno, della _Serie_ |_ de'_ | _testi di lingua_ | _usati a stampa nel Vocabolario_ | _degli Accademici della Crusca_ | _con aggiunte_ | _di altre edizioni da accreditati scrittori molto pregiate,_ | _e di osservazioni critico-bibliografiche,_ | _Bassano MDCCCV. Dalla Tipografia Remondiniana_ | _con R. permissione_; in-8º; che si conserva nella libreria di Brusuglio.