Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2
Part 25
[71] Fin dal 1890 ne dette un saggio il prof. EMILIO TEZA [_Postille inedite di_ N. TOMMASEO _ai_ «_Promessi Sposi_»; nella _Nuova Antologia_, serie III, vol XXVII, pp. 560-566]; poi, nel 1897, vennero stampate per intiero da GIUSEPPE RIGUTINI. Cfr. _Postille inedite di_ NICCOLÒ TOMMASEO, _precedute da un discorso critico e accompagnate da osservazioni_, Firenze, R. Bemporad & figlio, 1897; in-16º. di pp. VIII-332.
[72] Eccone un saggio: «È affettato--Pesante--È da buffone: tuono che Fautore assume talvolta--È brutto--È duro--Non mi piace--Miseria--Piccolezza--Cattivo--Inezia--Importuno--Non va--Quanta roba!--È goffo--Mal detto--Pedantesco--Affettazione--Pare un goffo dialogo di Goldoni--Rettoricume--Bassezza--Evviva i soliloqui!--È vecchiume--È un guazzabuglio questo periodo--Malissimo detto--Inezia grande--Lungherie misere--Falso--È ridicolo--È da retore e mostra la stanchezza dell'autore--Affettato e prolisso--Gretto e stracco»; e giù di questo tono, con mano sempre prodiga.
[73] I critici si trovarono concordi nel biasimare il Manzoni d'avere scelto a protagonisti due operai; all'infuori però del Sismondi, del Pezzi, del Giannone e di pochi altri, tra' quali Giovita Scalvini, che scrisse: «Ha scelto Renzo e Lucia per isvergognare e ridurre al niente i Rodrighi e gli Egidii; per additarne come l'occhio di Dio, dinanzi il quale cessa ogni disuguaglianza, sappia scernere infra la turba gl'_ignobili_ e _spregevoli_ che in lui bene confidano, e la sua mano sollevarli sulla malvagità illustre e tremenda... Vuolsi dunque considerare Renzo e Lucia come un simbolo di tutti i deboli, di tutti quelli che soffrono, e ai quali la giustizia è dovuta... Che se a qualcuno e' paiono troppo piccioli, perch'ei sia curante dei loro umili casi, pensi che a lui per l'appunto il Manzoni li propone in esempio; affinchè corregga il suo orgoglio; nè da loro rivolga indifferente gli sguardi, senza dirizzarli verso Colui che li ha posti sulla terra, ascolta le loro imprecazioni, e non li lascerà cadere: chi non può stare con loro, come prossimo, se ne faccia scala a sani pensieri fuori e più alti di loro».
[74] Nel dar conto nell'_Antologia_ [n. 93, settembre 1828, pp. 120-132] d'un mediocrissimo romanzo francese: _Gertrude_, _par mad._ HORTENSE ALLART DE THÈRASE, Florence, Ciardetti, 1827, scriveva: «Tutto ciò ch'è grande, è difficile: e però quant'è più l'altezza a cui si tende, più frequente è il pericolo della caduta. Troppo insistere sulla storia dell'uomo interiore, può generare facilmente sazietà e noia; può torre al poeta la forza e lo spazio di rappresentare i segni e gli effetti della passione; può renderlo affettatamente minuzioso ed ardito a spacciare de' fatti dell'anima passionata, i risultati o della fredda meditazione, o d'un'esperienza angusta, immatura. La maggior difficoltà sta nel cogliere appunto la reale gradazione dell'affetto; e mostrando il passaggio dell'anima dall'un grado all'altro, esser vero. Questa difficoltà non mi par superata in un de' tratti più mirabili de' Promessi Sposi; la conversione dell'Innominato. Le disposizioni di quell'anima annoiata del male, i primi tocchi della pietà ch'è, già per sè medesima un cambiamento in quel cuore ferreo, la confusione che lo assale alla vista della sua vittima, tutto è fin qui sovranamente côlto, è quasi tutto con egual potenza indicato. Ma quando siamo alla notte, i sentimenti di rabbia, di disperazione, d'orgoglio che l'assalgono con tanta furia di quanta è capace un'anima ancora verde nel delitto, non mi paiono direttamente condurre a un così prossimo cambiamento. Un carattere come l'Innominato, e non cangiato ancora, non ricevere alcuna impressione di sdegno, d'orgoglio da quel suo passaggio in mezzo alla folla meravigliata e sospettosa, non mi par verisimile. La storia dice che l'Innominato, dopo avuto un colloquio col Borromeo, cangiò vita: ma non dice, parmi, che l'Innominato sia ito a cercare la presenza del vescovo, in mezzo alla moltitudine radunata, in un giorno ch'era giorno di festa per tutto il dintorno. Egli scende tatto irritato di quella gioia comune, scende non per altro che per saperne il motivo, e va difilato a cercare dell'arcivescovo di Milano. Forse il passo parrebbe men brusco, se l'A. avesse dipinti i sentimenti che, cammin facendo, agitavano quell'anima umiliata. Ma umiliarla conveniva dapprima, umiliarla agli occhi suoi propri; giacchè la stanchezza del male non genera che maggior perversità, quando non conduca ad arrossire della propria bassezza. Io so bene che descritti tutti i gradi intermedii della conversione, la cosa sarebbe troppo ita in lungo, so che allora sarebbe stato assai più difficile rendere teatrale e romanzesca quella conversione: so in fine che nella pittura del nostro Manzoni, c'è tanta profondità da ammirare, che non è quasi lecito il mostrare desiderio di quello che manca».
[75] L'_Antologia_ [n. 116, agosto 1830; pp. 140-142] tornò a parlare de' _Promessi Sposi_ pigliando occasione dalla ristampa che ne fece a Firenze, nel '30, la tipografia Passigli, Borghi e C. in un vol in-8.º e in sei volumetti in-32.º con vignette. Dell'articolo, scritto dal Montani, è notevole questo brano: «Walter Scott, ha già detto qualcuno, va dalla storia al romanzo, Manzoni dal romanzo alla storia. Da questo loro andamento diverso risulta che ciò che nelle composizioni dell'uno forma, per così dire, lo sfondo delle composizioni medesime, in quello dell'altro forma il soggetto principale. Quindi non fa meraviglia ciò che da un anno si va bucinando, e in un giornale assai recente si narra senza mistero, che il Manzoni in uno scritto, che verrà presto alla luce, sul romanzo storico, si separi interamente da Walter Scott. Può egli non separarsene in teorica, quando in pratica ne va tanto lontano?».
[76] Singolare è questa lettera del Tommaseo al Vieusseux, scritta da Milano il 12 novembre del '26: «Manzoni forse per la primavera vegnente verrà con la famiglia a Firenze... Del resto, se egli venisse a Firenze, vedreste un uomo che dall'assenza di ogni singolarità è reso agli occhi d'ognuno che non gli dissomigli, affatto singolare e mirabile. Una statura comune, un volto allungato, vaiuolato, oscuro, ma impresso di quella bontà che l'ingegno, non che guastarla, rende più sincera e profonda: una voce di modestia e quasi di timidità, cui lo stesso balbettare un poco giunge come un vezzo alle parole, che paiono escir più mature, più desiderate: un vestito dimesso, un piglio semplice, un tuono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessimento tutto ciò che a lui s'avvicina... Questo è l'uomo direste, il cui nome sarà simile di qui a mill'anni, adorato, com'io venero oggi il suo volto. Questo è l'uomo che in ogni via che calcò impresse un'orma indelebile; che ha divinizzata la tragedia, che ha insegnata agl'Italiani la vera via della storia; che ha fatto il romanzo la lettura del Genio e della Virtù; ch'ebbe amici i più buoni del secol suo; che fu pio, semplice, generoso; che trasse il suo genio dal cuore: e potreste aggiungere (questo è forse il maggiore degli encomii) che fu visto più d'una volta piangere sulle sventure degl'infelici».
[77] Il RIGUTINI ristampò il vecchio articolo dell'_Antologia_, in fronte alle _Postille_ [pp. 1-21], ma senza accennare per nulla ai tanti cambiamenti che vi aveva fatto l'autore nell'edizione del '43 ed ai lievi ritocchi di quella del '58.
[78] _Il primo esilio di Nicolò Tommaseo_ 1834-1839, _lettere di lui a Cesare Cantù_, Milano, Cogliati, 1904; p. 102.
[79] TOMMASEO N., _Studi critici_; I, 304-312.
Cfr. _Ispirazione e arte o lo scrittore educato dalla società e educatore_, _studi di_ NICCOLÒ TOMMASEO, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; pp. 417-426.
[80] TOMMASEO N. _Dizionario estetico_, Firenze, Successori Le Monnier, 1867, pp. 622-623.
[81] Nacque a Novara il 12 febbraio del 1803; si laureò in legge a Pavia; presa la carriera della magistratura, al pane onorato del suo forte Piemonte e de' suoi vecchi Re preferì quello dell'Austria, e morì il 9 ottobre del 1850, consigliere dell'I. e R. Tribunale criminale di Milano.
[82] Il Visconti fa in margine l'osservazione seguente: «Lascerei come una inezia questo cenno sul Griso. Ha del rettorico o per dir meglio del Tassesco:
_Argante, Argante stesso ad un gran urto_ _Di Rinaldo abbattuto appena è surto._»
[83] È il famoso Azzecca-garbugli, che prima chiamò _Pèttola_, poi _Duplica_. (Ed.)
[84] Valente. [Postilla del Visconti].
[85] Quest'episodio è un brano del capitolo III del tomo III. (Ed.)
[86] Lascerei queste righe, per dare maggiore brevità, e perchè queste acclamazioni sono cosa troppo simile alle altre in cui Lucia fu nominata plaudendo al Cardinale. [Postilla del Visconti].
[87] Un asilo, caro Alessandro, pare che il Cardinale voglia metterla in monastero a fare il noviziato. [Postilla del Visconti].
[88] È un brano del capitolo IV del tomo III. (Ed.)
[89] Il consiglio chiesto dal Cardinale mi piace, ma assai. Rialza in un modo inaspettato il Conte dopo la sua conversione, lo rende sempre più vivo. Ma bada bene: che il Cardinale aveva ordinato la lettiga subito dopo aver parlato coi preti, e l'ultimo consiglio dev'essere quello del Conte, come il più di peso. Non ti spiacerebbe di soggiungere in quel luogo dopo le parole: _Quando ebbe questa certezza_, nella quale fu riconfermato dall'opinione d'un altro personaggio, di cui lasceremo per ora che il lettore indovini il nome, _Federigo ordinò_, ecc.? [Postilla del Visconti].
[90] _Tozzo di pane_ mi pare troppo da pitocco, direi un pane. [Postilla del Visconti].
[91] Lascerei _e sul suo pericolo_, che imbroglia; pare che fosse attualmente in qualche pericolo per parte di Rodrigo. [Postilla del Visconti].
[92] Di fianco alla presente risposta di Federigo e alle parole del Conte: _Ah! la dolcezza_, ecc. il Visconti scrisse: «Lascerei questi due punti: non bisogna poi essere prodigo dì riflessioni ascetiche in un Romanzo. Anche per l'edificazione de' lettori--non ridere tu, sebbene io rida di me stesso--è meglio presentare più che si può con disinvoltura le idee Cristiane». (Ed.)
[93] Leverei la _peritanza quasi puerile_, per stare alle parole del Ripamonti; vorrei che avesse sempre il Conte nostro qualche cosa di soldatesco. [Postilla del Visconti].
[94] Leverei _implorando_, ecc. per la ragione dianzi detta, e perchè il Conte era uomo avvezzo ad agire, e chi è avvezzo ad agire fa addirittura. Doveva beneficare con quella risoluzione con cui dava dapprima de' colpi di spada. [Postilla del Visconti].
[95] Non sarebbe meglio, _di pentimento e di affezione_? [Postilla del Visconti].
[96] È un altro brano del capitolo IV. «La scena del Conte merita un capitolo a parte», scrisse il Visconti in margine al principio dell'episodio; soggiungendo: «In questa porzione del Romanzo giovano, mi pare, i periodi piuttosto brevi: e contenenti un oggetto solo, per quanto si può. Dunque: Capitolo... (quello che sarà). _Il Conte del Sagrato era venuto_, ecc.». Arrivato poi alle parole: _rendevano impossibili_, tornò a notare: «Qui finirei il capitolo. Al seguente ci penserai tu, mentre vuoi cangiare, come mi hai detto, il modo di mandare Lucia in quella casa di signori». (Ed.)
[97] Dal paese di Lucia. (Ed.)
[98] A cominciare dalle parole: _Visitando una di quelle parrocchie_, ecc. fino a quelle: _dalle zanne del lupo_, con cui ha fine questo tratto del Romanzo, il Manzoni diè di frego a ogni cosa, scrivendo in margine: «Invece di questa visita, ecc. sia Don Abbondio che avendo saputo come Donna Prassede cercava una donna di servizio, suggerisca ad Agnese di proporre Lucia; e lo faccia per mostrare interessamento, e per isbrigarsene nello stesso tempo. Agnese vada da Donna Prassede, che villeggia a qualche miglio di là e deve partire all'indomani per Milano. Lucia è accettata. Il Conte e le conseguenze si raccontino nel capitolo IX». (Ed.)
[99] Lo ribattezzò poi col nome di _Don Ferrante_. Quello di _Valeriano_ gli fu suggerito dal «gran Valeriano Castiglione», autore dello _Statista regnante_. (Ed.)
[100] Divenne poi _Donna Prassede_. (Ed.)
[101] È un brano anche questo del capitolo IV. (Ed.)
[102] Nel paese di Lucia. (Ed.)
[103] Segue, cancellato: «che nella sua povertà privata, godeva della potenza soverchiatrice, della cupida ambizione». (Ed.)
[104] Segue, cancellato: «superficiali: se fossero diventate comuni, se molti uomini di tutte le nazioni le avessero ricevute e messe in pratica, fossero divenuti virtuosi come Fabricio, vi sarebbero state molte nazioni forti per la loro temperanza e avide di dominare, le qua[li]. (Ed.)
[105] Di fianco al periodo, che incomincia colla parola: _superficiali_ e che termina qui, il Manzoni segnò una linea e scrisse in margine: «Direi, se si può, che quelle idee adottate universalmente avrebbero prodotti uomini poveri e forti e ambiziosi: non migliorato il mondo, etc. queste invece avrebbero introdotta una equa e pacifica distribuzione delle cose necessarie, poveri soccorsi e ricchi astinenti: cresciuta la pazienza a misura che ne sarebbe scemato il bisogno». (Ed.)
[106] Col racconto di questo episodio della vita del cardinal Federigo ha termine il capitolo IV del tomo III della prima minuta. (Ed.)
[107] Lampugnano, _La pestilenza seguita in Milano_, Milano, 1634, pag. 19. [Nota del Manzoni].
[108] Quest'inciso, mi pare, imbarazza la serie delle idee, massimamente perchè _beneficenza_ significa più direttamente dono gratuito, che una ricerca di lavoro. [Postilla del Visconti].
[109] A _molti_ di quei fini, se non m'inganno. [Postilla del Visconti].
[110] Qui il Manzoni aggiunse, in margine, ma poi cancellò: «Gli uomini facevano allora quello che pur troppo hanno fatto quasi sempre. Dicono intollerabile la sventura quando è ancora in picciol grado, la rassegnazione sembra loro impossibile quando è ancor facile: s'ingegnano tanto che la rendono più grave, e che la spingono talvolta ad un segno, in cui non resta più nemmeno ad essi la forza necessaria per essere impazienti, ed hanno, ben più della rassegnazione, lo stupore». (Ed.)
[111] Il Manzoni vi ha scritto di fianco: «Grida del 2 Agosto 1628». (Ed.)
[112] Eccone il racconto: «Non la guerra propriamente detta, ma un passaggio di truppe, più funesto agli abitanti che nessuna guerra più accanita, desolò una parte del Milanese, e condusse la peste, dalla quale nessun angolo di quel paese fu salvo. Ci conviene ora accennare brevemente le origini di tanta rovina. Vincenzo I Gonzaga, Duca di Mantova, era morto nel 1612, lasciando tre figli. Il primo, Francesco, morì nello stesso anno, e non rimase di lui che una figlia, per nome Maria; Ferdinando, che dopo di lui tenne lo Stato, morì senza prole legittima nel 1626; Vincenzo II, l'ultimo dei fratelli, gli succedette in età di 32 anni, già consumato dagli stravizi, senza speranza di prole e manifestamente vicino al sepolcro. Già molte ambizioni, molte cupidigie, molti sospetti stavano all'erta aspettando ch'egli vi scendesse. Ma egli aveva instituito erede per testamento Carlo Gonzaga, Duca di Nevers, del resto suo parente più prossimo. E per assicurare l'effetto di questa disposizione, aveva segretamente fatto scrivere al Nevers che mandasse a Mantova il figlio, pur Carlo, Duca di Rethel, affinchè al momento che il ducato verrebbe a vacare, potesse pigliarne il possesso in nome del padre. Ma, oltre il ducato di Mantova, dalla successione del quale erano per investitura escluse le femmine, Vincenzo lasciava pur quello del Monferrato, al quale, pel complicato, confuso, incerto, variamente applicabile diritto pubblico d'allora, Maria, nipote di Vincenzo, poteva aver qualche ragione. Per togliere ogni soggetto ed ogni pretesto di dissensioni, pensò il Duca Vincenzo, o chi pensava per lui, a dare quella Maria in moglie al Duca di Rethel, che aveva fatto chiamare. L'aspettato giovane arrivò che il Duca Vincenzo era agli estremi: le nozze, che questi aveva proposto, si fecero nella notte dopo il 25 Dicembre 1628, mentre egli moriva.
«La morte e il matrimonio terminano per lo più le tragedie e le commedie del teatro, ma danno sovente principio alle tragedie e alle commedie della vita reale. Al mattino lo sposo comparve in grande abito da lutto, assunse il titolo di Principe di Mantova, e padrone delle armi e della cittadella, fu senza difficoltà riconosciuto dagli abitanti. Ma v'era altri a questo mondo che avevano qualche cosa da dire in quella faccenda.
«Luigi XIII re di Francia o per dir meglio il Cardinale di Richelieu, sosteneva il Nevers, uomo d'origine italiana, ma nato francese; anzi aveva egli, il Cardinale, per mezzo di legati, avuta gran parte nel testamento del Duca Vincenzo. Don Filippo IV, o per dir meglio il Duca d'Olivares, non poteva patire che un principe francese venisse a stabilirsi in Italia, e sosteneva le pretenzioni di Don Ferrante Gonzaga, parente più lontano del Duca Vincenzo.
«Carlo Emmanuele Duca di Savoja aveva pure antiche pretenzioni sul Monferrato; i Veneziani, ai quali dava ombra la grande potenza spagnuola in Italia, favorivano il Duca di Rethel, ma con trattati, con promesse e con minacce; e Urbano VIII, inclinato a quel Duca e sopra tutto alla pace, ajutava, come poteva, queste due cause con raccomandazioni e con proposte di accomodamenti. Finalmente l'imperatore Ferdinando II pretendeva che il Duca di Nevers, erede trasversale, non aveva potuto senza il suo consenso impossessarsi di feudi dell'impero, la successione ai quali era rivendicata da altri. Richiedeva quindi che il possesso degli Stati fosse depositato presso di lui, finch'egli gli aggiudicasse per sentenza, e citò il Duca di Nevers con tutte le formalità allora in uso. V'erano poi altre pretenzioni secondarie e più intralciate, che passiamo sotto silenzio, per non annojare il lettore, il quale comincia forse a mormorare; e certamente non saprà abbastanza apprezzare la fatica che facciamo per restringere in brevi parole tutta questa parte di storia. Il Duca d'Olivares, istigato continuamente dal Cordova, governatore di Milano, strinse un trattato col Duca di Savoja contra il novello Duca di Mantova. Questi si pose sulla difesa, si venne alle mani, Carlo Emmanuele invase il Monferrato, e Cordova pose l'assedio a Casale. Il Duca di Mantova, stretto da due nemici potenti, invocava gli amici; ma i Veneziani non volevano muoversi se il Re di Francia non mandava un esercito in Italia, e il Re di Francia, o il Cardinal di Richelieu, era impegnato nell'assedio della Rocella. Presa questa, parati o vinti certi intrighi imbrogliatissimi di Corte, il Re e il Cardinale s'affacciarono all'Italia con un esercito, chiesero il passo al Duca di Savoja; si trattò, non si conchiuse, si venne alle mani, i Francesi superarono e acquistarono terreno, si trattò di nuovo, il passo fu accordato, il Re e il Cardinale s'avanzarono, trassero agli accordi il Cordova spaventato, gli fecero levare l'assedio di Casale, vi posero guernigione francese, e tornarono a casa trionfanti, e accompagnati da due sonetti dell'Achillini. Il primo, quello che comincia col famoso verso:
_Sudate, o fuochi, a preparar metalli,_
è tutto di lode; l'altro è di consiglio, perchè la poesia ha sempre avuto questo nobile privilegio di ravvolgere avvisi sapientissimi e insegnamenti reconditi negli idoli lusinghieri della fantasia e nella magica armonia dei numeri. L'Achillini consigliava il Re di Francia, vincitore della Roccella e liberatore di Casale, di tentare l'impresa del Santo Sepolcro, nè più nè meno. Però il Cardinale di Richelieu non ne fece nulla: convien dire che avesse altro in testa. Ma i Veneziani, che allo scendere de' Francesi, s'eran dichiarati e mossi, istavano per legati e per lettere presso il Cardinale perchè l'esercito da lui condotto non tornasse indietro, e adducevano mille ragioni, per provare che non era da far conto su quei trattati; ma il Cardinale badò alla prosa dei Veneziani come ai versi dell'Achillini. La guerra continuò infatti contro il Duca di Mantova. Questi aveva fatte e andava facendo tutte le sommessioni immaginabili all'imperatore a fine di placarlo e di piegarlo ad accordargli l'investitura. Ma Ferdinando stava fermo in esigere che i ducati fossero a lui ceduti in deposito; e irritato dalle ripulse del Duca, più che ammansato dalle sue riverenze; irritato di più dell'aver questi domandato il soccorso francese, stimolato dalla Corte di Madrid, si dichiarò anch'egli nemico del Duca di Mantova. L'esercito Alemanno, di circa trentasei mila uomini, ragunato sotto il comando del Conte di Colalto, ebbe ordine di portarsi all'impresa di Mantova; la vanguardia che, già da qualche tempo aveva occupato ostilmente il paese de' Grigioni, si diffuse per la Valtellina e ai 20 di settembre entrò nello Stato di Milano». Questo brano è tolto dal capitolo I del tomo IV. (Ed.)
[113] Lascerei questo paragone così intempestivo in materia così triste. [Postilla del Visconti].
[114] Qui termina il capitolo V del tomo III. Il brano che segue è il principio del capitolo VI. (Ed.)
[115] Prima, come fu detto, gli pose nome _Valeriano_; poi lo ribattezzò Don Ferrante. (Ed.)
[116] Lacuna dell'originale. (Ed.)
[117] FRANCESCO D'OVIDIO [_Manzoni e Cervantes_; in _Discussioni manzoniane_, Città di Castello, Lapi, 1886; pagine 68-72] col solito suo acume paragonò la biblioteca dì don Quijote con quella di don Ferrante. LORENZO STOPPATO [_La Biblioteca di don Ferrante_, Milano, tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, 1887; in-16º di pp. 59] ne fece soggetto di una geniale conferenza, letta a Milano, il 17 febbraio 1887, nella sala dell'esposizione permanente di belle arti. Cfr. pure: _I Don Ferranti ossia i moderni avvocati della peste_; in _La Civiltà cattolica_, anno XIII, serie V, vol. II, quaderno 291 di tutta la collezione, 3 maggio 1862, pp. 257-268.--BACCI O., _Don Ferrante nei_ «_Promessi Sposi_»; in _Saggi letterari_, Firenze, Barbèra, 1898; pp. 87-129. (Ed.)