Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2
Part 23
Si compone de' fogli 88-95 e 95-1/2-99. «Comincia: «Quando Egidio si avvenne»; finisce: «essere esenti da ogni perplessità».
21) «_Capitolo X_».
Si compone de' fogli 100-116. Comincia: «La carrozza correva tuttavia»; finisce: «e mescolandovi del vostro il meno che sarà possibile». In calce poi porta scritto: «_Fine del 2.º volume_».
22) «_Cap. I_».
È il capitolo I del tomo III, e su in alto porta scritto: _28 8bre 1822_. Si compone de' fogli 1-11. Comincia: «Il Cardinale Federigo secondo il suo costume»; finisce: «seguirono posatamente la lettiga».
23) «_Capitolo II_».
Ha principio alla terza colonna del foglio ii e abbraccia i fogli 12-24. Comincia: «La casupola del curato»; finisce: «il nome del Conte del Sagrato non ricompare poi più nel manoscritto».
24) «_Capitolo III_».
Si compone de' fogli 25-30. Comincia: «Quando il Cardinale, terminate le funzioni, si ritirò»; finisce: «pregò egli il curato di portarsi a Chiuso e di far sapere a Lucia ch'egli pensava a Lei e che stesse dì buon animo».
25) [_Capitolo IV_].
Il Manzoni si scordò d'intestarlo, ed Ermes Visconti vi scrisse: «_Cap._ (_quello che sarà_)». Abbraccia i fogli 31-50. Comincia: «Dopo due, tre o quattro giorni spesi dal Cardinale nella visita»; finisce: «per quanto un sì magnifico epiteto può stare con un sì misero sostantivo».
26) «_Capitolo V_».
Abbraccia i fogli 51-64. I fogli però 52-64, prima avevano un'altra numerazione: il 52 era 51, e via di seguito. Comincia: «Ho visto più volte un caro fanciullo (vispo a dir vero più del bisogno)»; finisce: «che sarebbero venuti anni migliori, che insomma il tempo avrebbe rimediato a tutto».
27) «_Capitolo VI_».
Si compone de' fogli 65-77. I fogli 65 e 66, prima erano numerati 64 e 65. Comincia: «Il tempo è una gran bella cosa: gli uomini lo accusano è vero di due difetti»; finisce: «Prendiamo dunque gli uomini come sono, raccontando quello che hanno fatto».
28) [_Capitolo VII_].
Abbraccia i fogli 78-86 e le due prime colonne del foglio 87. L'intestatura: _Capitolo VII_ fu cancellata dal Manzoni, che per un istante vagheggiò di farne la prosecuzione del capitolo precedente; pensiero che poi depose. Comincia: «La folla che all'avviarsi della carrozza s'era tutta messa in movimento, per tenerle dietro, cominciò a disperdersi»; finisce: «o a maggior pena pecuniaria o corporale ad arbitrio di Sua Eccellenza. Obbligatissimo alle sue grazie».
29) «_Capitolo VIII_».
Ha principio alla terza colonna del foglio 87 e abbraccia i fogli 88-99. Incomincia: «A queste parole giunse egli alla soglia del palazzo del Capitano di Giustizia»; finisce: «Lasceremo per ora Fermo, giacchè si trova in una situazione tollerabile e torneremo colla sua e nostra Lucia».
30) «_Capitolo IX_».
Abbraccia i fogli 100-110. Comincia: «Dobbiamo ora far conoscere al lettore i personaggi coi quali si trovava Lucia»; finisce: «come ai giorni nostri farebbe una madre della condizione di Agnese che avesse una figliata collocata in Inghilterra». Segue, ma cancellato: «_Fine del tomo III_. _11 marzo 1823_»; poi, senza cancellare, e aggiunto dopo: «_segue_».
31) [_Aggiunta al Capitolo IX_].
Si compone de' fogli 111-113. Comincia: «La povera donna aveva un'altra faccenda su le braccia: la corrispondenza con Fermo»; finisce: «fin che ella fu interrotta dagli avvenimenti, che racconteremo nel volume seguente»; e poi: «_Fine del tomo III_». Questa aggiunta è formata dei fogli 58 e 59 del tomo IV, che stralciò di là, dandogli i numeri 111 e 112, e del nuovo foglio 113. Nel vecchio foglio 58 cancellò le due prime colonne, contenenti un brano che incominciava: «Fatte le parti, i monatti lo posero [_Don Rodrigo_] nella bussola e lo portarono al lazzeretto»: e che finiva: «Fermo era sempre rimasto a Bergamo, dove era andato a porsi in salvo».
32) «_Capitolo I_».
È il capitolo I del tomo IV. Abbraccia i fogli 1-13. Comincia: «Dalla fine dell'anno 1628 alla quale siamo pervenuti colla narrazione»; finisce: «Dalla Valsassina il temporale discese nel territorio di Lecco».
33) «_Capitolo II_».
Si compone de' fogli 14-25. Comincia: «Le contingenze infelici della vita umana»; finisce: «vestimenta o cose di qualunque genere infette». L'ultimo brano però si legge in margine alla prima colonna del foglio 26.
34) «_Capitolo III_».
Si compone de' fogli 26-37. Il 26, prima era 27, Comincia: «Il giorno 22 d'Ottobre di quell'anno 1629, Pietro Antonio Lovato»; finisce: «ripiglio il manoscritto del mio autore e torno alla storia».
35) «_Capitolo IV_».
Si compone de' fogli 38-53. Il capitolo però termina nella prima colonna dell'ultimo di questi fogli. Comincia: «Andavano intanto coll'avanzare della primavera sempre più spesseggiando»; finisce: «Gli abbiamo dunque riserbati ad un'appendice, che terrà dietro a questa storia, alla quale ritorniamo ora; e davvero».
36) «_Capitolo V_».
Comincia nella seconda colonna del foglio 53 e abbraccia i fogli 54-66. Principia così: «Una sera, verso il mezzo d'Agosto, Don Rodrigo tornava alla sua casa in Milano»; finisce: «e fece la sua seconda entrata in Milano, che gli comparve in un aspetto più tristo e più strano d'assai che non era stato la prima volta».
37) «_Capitolo VI_».
Non restano di questo capitolo che i fogli 67-73. Comincia: «S'io avessi ad inventare una storia»; resta in tronco con le parole: «ma egli era presso al termine della via, d'una via».
38) [_Capitolo VII_].
Di questo capitolo manca il principio; de' fogli che lo componevano rimangono quelli 82-94. Nella quarta colonna di questo ultimo foglio ha principio il capitolo VIII. Ciò che resta comincia con una colonna tutta cancellata, che dalle parole: «il favore degli uomini benevoli» arriva alle parole «dai suoi nemici, i quali del resto». Il capitolo finisce: «andava cercando intorno dove fosse più bisogno della sua assistenza».
39) «_Capitolo VIII_».
Comincia, come s'è detto, nella quarta colonna del foglio 94 e abbraccia i fogli 95-109. Comincia: «All'intorno del picciolo tempio»; finisce: «si rivolsero a quella parte donde le era venuta quella subita commozione».
40) «_Capitolo IX_».
Si compone de' fogli 110-120. Comincia: «Ritto sul mezzo dell'uscio»; finisce: «e di terminare con essa la nostra storia». Poi vi sta scritto: «_17 settembre 1823_».
FINE DELLA PARTE SECONDA.
OPERE DI ALESSANDRO MANZONI
edite da ULRICO HOEPLI
_Sono pubblicati_:
=I Promessi Sposi=, illustrati con 40 tavole tratte da disegni originali di GAETANO PREVIATI, e preceduti da uno Studio su _Gli anni di noviziato poetico del Manzoni_ di MICHELE SCHERILLO L. =5=,--
=Brani inediti dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni=, in due parti inseparabili, per cura di Giovanni Sforza L. =8=,--
_Entro il 1905 si pubblicherà_:
=Tragedie, Odi, Poemetti=: con una introduzione di MICHELE SCHERILLO.
_In preparazione_:
=Gl'Inni sacri e la Morale cattolica= (la parte edita e l'inedita, e le varie appendici), con una introduzione di MICHELE SCHERILLO.
=Carteggio Manzoniano edito e inedito=--Lettere di Lui e a Lui, per cura di _Giovanni Sforza_. (_In 3 volumi_).
=Varietà Manzoniane inedite=, per cura di GIOVANNI SFORZA.
=La storia della Colonna Infame=, _il Discorso sopra alcuni punti della Storia longobardica in Italia_, ed altri scritti; con una introduzione di MICHELE SCHERILLO.
_Dirigere Commissioni e Vaglia all'Editore_ =Ulrico Hoepli=--=Milano=.
NOTE:
[1] BARBI M., ALESSANDRO MANZONI E IL SUO ROMANZO NEL CARTEGGIO DEL TOMMASEO COL VIEUSSEUX; nella _Miscellanea di studi critici, edita in onore di Arturo Graf_, Bergamo, 1903; pp. 235-256.
[2] _I Lombardi alla prima crociata_, _canti quindici di_ TOMMASO GROSSI, Milano, presso Vincenzo Ferrario, 1826; tre vol in-8.º di pp. VII-143, 152 e 163, dettero occasione, come ebbe a dire Ermes Visconti, a «un diluvio di libercoletti, quasi tutti pessimi, pro e contro», comparsi alla luce tra l'aprile e il maggio del 1826, per la più parte. Cfr. VISMARA A., _Bibliografia di Tommaso Grossi_, Como, Ostinelli, 1886, pp. 37-40. A confessione del Tommaseo, il Manzoni, «uomo di pace, non lesse di tutte quelle scritture che l'articolo nostro: fu poi forzato a leggere quel di Parenti, che lo fece, dic'egli, star male per quindici giorni». Anche «l'articolo nostro», cioè il secondo di quelli che il Tommaseo inserì nell'_Antologia_, di Firenze [n.º LXX, ottobre 1826, pp. 3-30], al Manzoni dispiacque. «Con quella sincerità ch'è sua propria, ma che mi onora, disse d'aver letto l'articolo, e che gli pareva impossibile che fosse mio.--E perchè? Vi traspare forse l'astio? L'invidia? Io mi conosco abietto sì, ma non tanto da invidiare al buon Grossi.--Astio no, ma disprezzo. Pare che le lodi ella le abbia concesse alla compassione e al riguardo degli amici del Grossi; ma le abbia insieme attemperate, anzi sepolte sotto la censura e il biasimo».
L'articolo di Marcantonio Parenti (nato a Montecuccolo nel Frignano il 30 gennaio 1788 e morto a Modena il 23 giugno del 1862), che fece giustamente indignare il Manzoni, sfuggì alla diligenza del Vismara. S'intitola: _Riflessioni sulla Mitologia e sul Romanticismo in occasione che si pubblica per la prima volta_ Il Doroteo _dell'Ottonelli_. Si legge a pp. 401-418 del tom. IX e a pp. 3-41 del tom. X delle _Memorie di religione, di morale e di letteratura_, di Modena.
[3] In una lettera del febbraio '26 aveva scritto, parlando del Romanzo: «prima della gita pedestre, non può finirlo». Si trattava di un «viaggio pedestre di Manzoni nel Bergamasco», che il Vieusseux riteneva desse «luogo a qualche bella descrizione nel suo romanzo».
[4] Il Rosmini, il 23 novembre del '26, scriveva al prof. Pier Alessandro Paravia: «Leggo di questi giorni il Romanzo del Manzoni, che parmi una maraviglia. Egli mel comunica per sua gentilezza: io me ne inebrio, e penso che all'Italia apparirà come cosa nuova: e a sì limpido lume novellamente acceso, a lei parrà esserle accresciuto il veder della mente. Che cognizione dell'uman cuore! che verità! che bontà, la quale ovunque trabocca da un cuor ricolmo!»
[5] Il secondo tomo della prima edizione abbraccia i capitoli XII-XXIV.
[6] Per testimonianza della _Gazzetta di Milano_, «fu voce generale» che il titolo di _storia milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta_ «altro non significhi se non che l'autore tolse qua e là da croniche e storie molti particolari della sua opera, ma che il merito di averla tessuta e ordinata sia tutta di sua spettanza».
[7] È la scena nella quale il P. Cristoforo chiede perdono al fratello dell'uomo che odiava cordialmente, e che uccise. A quella scena sublime, taluno de' parenti, «che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone, morto molt'anni prima». È un accenno alla vendetta che prese il conte Muzio Pallavicino contro il marchese Stanislao Piasio; tremenda tragedia della quale in Cremona si parlò per gran tempo e ne son piene le sue cronache.
[8] Io, per verità, non ci so vedere tutto il veleno che ci vede il Tommaseo. È gente di corta levatura, che essendo incapace d'abbracciare con uno sguardo solo la bellezza dell'insieme, la gusta ne' brani che la colpiscono maggiormente.
[9] Il Monti però ne scrisse al Manzoni con viva ammirazione. «Papadopoli e Prina» (son sue parole) «mi aveano messo in core la dolce speranza che mi avreste presto consolato d'una vostra desideratissima visita. Deluso di questa lusinga, e temendo che la mia imminente mossa per Roma mi tolga la consolazione di più rivedervi, poichè l'un dì più che l'altro sento avvicinarsi il mio fine, mi presento in iscritto per dirvi che vado ad aspettarvi in cielo, dove ho certa speranza di rivedervi a suo tempo. Intanto prima che il mio don Abbondio m'intuoni il _proficiscere_, vo' dirvi che ho ricevuto i vostri _Sposi Promessi_, e di essi dirò quello che già dissi del _Carmagnola_: vorrei esserne io l'autore. Ho letta la vostra novella, e finitane la lettura, mi son sentito meglio nel core. Sì, mio caro Manzoni; il vostro ingegno è mirabile, e il vostro core è una fontana d'inesauribili affetti, ciò che rende singolare il vostro scrivere e vi pone in un'altezza, cui solo possono aggiungere i _pauci quos aequus amavit Jupiter_, al modo stesso che pochi possono amarvi e stimarvi come il tutto vostro MONTI».
[10] A Mario Pieri sapeva un po' duro che «il dottissimo e classico Niccolini siasi degnato di accostarsi ai Romantici; e tanto più che in quel tempo appunto correvano alcune sentenze del signor Capo-Romantico Manzoni, le quali facevano stomacare gli uomini di buon senno e sogghignare gli stolti giovinastri della sua scuola. Allorchè uscì, per esempio, quel bellissimo sermone del Monti in difesa della Mitologia, e contra coloro i quali volevano proscriverla, il signor Manzoni andava dicendo esser quello il ventottesimo _bullettino_ del Classicismo, accennando al ventottesimo e ultimo di Napoleone; e quando uscì il poema del Grossi, _I Lombardi alla prima Crociata_, il medesimo Manzoni recitava per lo senno a mente gl'interi canti di quel poema, e i fanatici Romantici, suoi seguaci, andavano esclamando: _Povero Tasso_! _Povero Tasso_! _O povero Tasso_! Ora nessuno ignora di qual ridicolo andarono ricoperte dalla giusta Italia quelle stolte sentenze». Il Pieri vide per la prima volta «il corifèo del Romanticismo in Italia» (così chiama il Manzoni) in casa Vieusseux e poi lo frequentò «alla locanda delle Quattro nazioni Lungarno, dove albergava con tutta la sua famiglia, cioè madre, moglie e sei figliuoli, per quei tre o quattro mesi ch'ei si trattenne in Firenze» nel 1827. «La sua fisonomia palesa a chi l'osserva» (son sue parole) «animo gentile ed alto ingegno. In Milano io non l'avea cercato mai, per non rompere la vita solitaria ch'egli amava di condurre in mezzo alla sua famiglia; la quale, secondo allora si diceva, offeriva il modello delle ottime famiglie. Egli è agiato di beni di fortuna, ma non gode salute nè egli, nè la sua donna. È uomo religioso (dicono) e galantuomo. Peccato che sia invaso dalla romanticomania! Ma egli forse direbbe di me: peccato ch'egli sia invaso dalla classicomania!... Ma dopo averlo frequentato, mi vennero udite in bocca sua tante e sì strane sentenze da trasecolare; nè io so tenere per uomo modesto, e forse neppur vero religioso, chi si vuoi creare capo-setta, e tratta con gran disprezzo i più grandi uomini dell'Italiana letteratura, e sopra tutto il grandissimo e infelicissimo Torquato Tasso. Indi a dieci anni mi venne per caso in mano una sua scrittura inedita, che mi fece variare il mio primo sentimento e raffermare nel secondo, siccome quella che me lo rappresentava un fanatico, il quale per poco non si recherebbe a distruggere, come papa Gregorio, tutt'i libri classici. Essa è in forma di lettera, con questo titolo: _Sopra i diversi sistemi di Poesia, lettera di Alessandro Manzoni, in risposta a rispettabile amico di Torino_ (ch'è il fanatico vecchio Azeglio), _1823_. Nè alcuno immaginarsi saprebbe le assurdità che quello scritto contiene. Il Romanticismo, egli dice, si propone il vero, l'utile, il buono, il ragionevole. E giacchè egli non fa che asserire senza provare, e propone un Romanticismo tutto suo, e non qual si vede nella pratica degli scrittori romantici; io risponderò francamente del no; ed avrò, ciò che a lui manca, per miei argomenti il fatto reale; e dirò all'incontro, che il Romanticismo si propone il falso, lo strano, il disordine, la deformità del vizio, lo scandaloso, il delitto, l'assurdo. Vedi tutte le opere de' Romantici in ogni genere di letteratura, ed anche nelle belle arti: vedi la grande opera drammatica, il _Dottor Fausto_, del vostro principe Goethe, per cui vi sentite struggere d'ammirazione, anzi che voi adorate qual nume. E quali sono i protagonisti e gli eroi de' signori Romantici? I carnefici, i ladri, gli scellerati d'ogni maniera, o contadini, o buffoni, e simili personaggi: e le scene che ci presentano son tutte degne di loro, e ci tocca veder su i teatri i patiboli e le torture, ed ogni sorta di sacrilegi. Ecco la tendenza religiosa, e il bel vero, e l'utile, e il buono, e il ragionevole del Romanticismo, come pretende il signor Manzoni». Cfr. _Della vita di_ MARIO PIERI, _corcirese, scritta da lui medesimo, libri sei_, Firenze, coi tipi di Felice Le Monnier, 1850; vol II, pp. 63 e 67-69.
Anche a pp. 369-370 del tom. IV delle Opere, Firenze, Le Monnier, 1851, scaglia le sue folgori contro il Manzoni, e trova il _Conte di Carmagnola_ «tragedia senza capo nè coda, e senza quasi nessuno di que' pregi che rendono bella, e di assai malagevole composizione, una tragedia». Riconosce però che «vi ha di be' versi, di belli e profondi concetti, qualche bella parlata; ma nè un atto, nè un'intera scena che corrano bene». Nè lo risparmia nel dialogo: _La letteratura classica e la romantica_, che si legge a pp. 101-178 del tom. III delle _Opere_ stesse.
[11] _Giornale Arcadico_; tom. XXXII [1828], pp. 366-367.
[12] _Indicatore Genovese_, n.º 11, 9 agosto 1828, Cfr. MAZZINI G., _Scritti editi e inediti_ (4.ª edizione); II, 57-61.
[13] Il Cesari lasciò manoscritti alcuni Pensieri sui Promessi Sposi, che vedranno la luce ne' suoi _Opuscoli linguistici e letterari_, che sta raccogliendo e ordinando il sig. Giuseppe Guidetti di Reggio dell'Emilia.
[14] In una lettera del Giordani al Testa, scritta da Milano il 5 novembre 1821, si legge: «Vidi la canzone» [_Il Cinque Maggio_] «del Manzoni; lodata da molti. Non disputo sull'argomento: ognun dice quello che vuole. Ma a me pare (quanto alla frase) che alle volte non abbia saputo dire quel che voleva; e alle volte non so che cosa volesse dire. È bello il suo Inno sulla Risurrezione di Cristo».
[15] GIORDANI P., _Lettere inedite a Lazzaro Papi_, Lucca, tip. di Gio. Baccelli, 1851; pag. 105.
[16] Il 6 luglio del '32 scriveva a Ferdinando Grillenzoni, a Genova: «Sarà costì il Manzoni; ed ella lo vedrà dal Marchese [_Di Negro_]. Io la prego di ossequiarlo da mia parte; e di scrivermene poi copiosamente». E il 24 del mese stesso: «Mi piace che abbia veduto Manzoni; e la prego di rammentarle una mia veramente affettuosa venerazione; perchè io lo tengo per uomo glorioso e utile all'Italia ... Veda un poco se è vero quel che dice quel giornale, che ora Manzoni siasi dato a studi di purismo; e in che forma: e che cosa sta ora lavorando. E veda un poco (ma con garbo) se conosce le cose di Leopardi, e che opinione ne ha». Il 30 gliene tratta di nuovo: «Le ripeterò che bramo di sapere se Manzoni è costì per salute, o per piacere. Desidero che sia per solo piacere. Egli ha la coscienza e l'Europa, che devono rendergli inutili le ammirazioni di tutti i pari miei: ma io confesso che mi fa un vero piacere l'ammirarlo. E prego V. S. d'imprimersi bene in mente i suoi discorsi, per potermene far godere in qualche modo. Io sento un pungente dispiacere di non esser costì, e potere ascoltarlo. Se io fossi capace di fare una Deca di Livio (mi pare dir molto), io cambierei questo piacere col piacere di udir lui. E, per ispalancare il fondo dell'animo mio, ci sono alcuni (non molti) ch'io posso ascoltar volentieri; ma egli è il solo ch'io veramente desidero di potere udire, e in quelle cose ch'io non so, o alle quali non ho pensato; e in quelle nelle quali non penso ora come lui. Egli è il solo (Dio perdonami questa sciocchezza) dal quale io desidererei imparare. Facilmente mi accorderei seco circa i romanzi storici (come si chiaman ora), nè piangerei se il mondo non ne vedesse più. Ma non consento di porre in quel genere i _Promessi Sposi_; che mi paiono uno stupendo lavoro Senofonteo, un carissimo e utilissimo lavoro; e ben vorrei che Manzoni (ch'egli solissimo può) ne facesse un secondo. Del resto, la sua sentenza su tutte le finzioni è nobilissima; è degna dell'intelletto giunto al suo equatore; e la ricevo nell'anima; anzi già l'avevo, e mi giova di vederla confermata da lui. Oh mi è ora un vero tormento al cuore non esser costì! Ella mi riverisca tanto, con ogni effusion di sentimento quel Manzoni, che è proprio l'idolo de' miei pensieri. Oh (mi viene in mente) quanto son poco degni di lodarlo certi cervellacci frateschi; come per esempio quel frataccio Niccolò [_Tommaseo_]. Ma di ciò zitto, veda: ch'io non voglio pettegolezzi. Ma se lei come lei potesse destramente sentire che cosa pensa Manzoni di quel sì fanatico e sconvolto cervello, l'avrei caro. E tal gente crede d'avere la religione, la poesia, la filosofia di Manzoni! Ma dov'hanno la sua testa e il suo cuore? Per dio, credo esserne meno lontano io, colla mia impotenza poetica, e la mia piena incredulità. Io gli sono lontano, e io meglio di tutti so il quanto; ma almeno non gli volto le spalle». Il 17 d'agosto rincalza: «Mi riverisca senza fine Manzoni, e molto le sue Signore. Ma è un eccesso di cortesia il dire che a lui abbian potuto in nessun modo giovare le mie parole; perchè io lo vidi troppo poco, a ragione del mio desiderio; e amai molto più (come ancora farei) di ascoltarlo che di parlare; e poco, troppo poco potei goderne, poichè tanti cercavano di occuparlo».
Sei anni dopo, il 27 novembre '38, scrivendo parimente al Grillenzoni, esce a dire: «Compreso Walter Scott, non trovo uno di tanti romanzi, che possa produrre un minimo bene: eccetto l'unico Manzoni; che mi par sempre cosa bellissima e utilissima».
[17] All'attrice Maddalena Pelzet, la degna interpetre delle sue tragedie, che era allora a Milano prima donna nella Compagnia Rattopulo, scrisse il 19 febbraio del '29: «Ricordatemi al Bertolotti, alla cui tragedia desidero un esito fortunato: se io fossi, com'egli dice, il primo dei tragici viventi, bisogna dire che si stia male davvero: egli parlerà del Manzoni, le cui tragedie, quantunque non siano per la scena, almeno secondo le nostre abitudini, contengono tante bellezze, che il plauso dell'Europa meritamente lo corona sopra tutti. Voi sapete qual concetto io abbia fatto sempre di questo veramente grand'uomo: ciò che vi scrivo a Milano, ve l'ho detto a Firenze.»
[18] In una lettera di Pierfrancesco Leopardi al fratello Giacomo, del 1º giugno '28, si legge: «Avendoci voi scritto una volta che conoscevate il celebre Manzoni, ho pensato di farvi cosa grata col mandarvi una copia dei suoi _Inni_. Volendo la marchesa Roberti stampare qualche cosa per la monaca Rossi, babbo le propose quest'_Inni_, e vi fece la dedicatoria. E vi mando questo libro, più perchè leggiate questa, che gl'_Inni_, perchè m'immagino che lo stesso Manzoni ve li avrà dati a leggere. Fatemi dire in una delle lettere che ci scriverete, dove attualmente si trovi il suddetto Manzoni».
[19] _Antologia_, di Firenze, tom. XXVII, n. 81, settembre 1827, pp. 71-75.
[20] GUERRAZZI F. D., _Manzoni, Verdi e l'Albo Rossiniano, Milano_, Tip. Sociale, 1874; p. 73.
[21] A proposito di questa scatola scrive lo STAMPA [II, 87-88]: «Il Manzoni raccontò (e lo udii colle mie orecchie) «ch'egli aveva l'intenzione di lasciar fuori, come superfluo, l'episodio del P. Cristoforo che, chiamati a sè i due sposi, dice loro: _Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero frate_, e dopo di aver data loro la scatola, lavorata con _una certa finitezza cappuccinesca_, contenente gli avanzi _di quel pane_, dice loro: _Fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo_... _dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino anche loro, per il povero frate!_ Ma per l'appunto il consigliere abate don Gaetano Giudici non gli permise assolutamente quella ommissione, dicendo che era il più bello e commovente episodio del romanzo». Il figliastro gli chiese la ragione di questo taglio che avrebbe voluto fare, e rispose: «Che vuoi!... a me pareva un di più».