Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Part 20

Chapter 203,556 wordsPublic domain

Don Abbondio, vedendo che il nimico non voleva sgomberare, si fece ad una finestra che dava sul sagrato, a gridare ajuto. Batteva la più bella luna del mondo, e l'ombra della chiesa e del campanile si disegnava sulle erbe lucenti del sagrato: per quell'ombra veniva tranquillamente[165] con un gran mazzo di chiavi pendente alla mano il sagrista, il quale, dopo suonata l'avemaria, era rimasto a scopare la chiesa e a governare gli arredi dell'altare. Lorenzo! gridò il curato, accorrete, gente in casa! ajuto. Lorenzo si sbigottì; ma con quella rapidità d'ingegno che danno i casi urgenti, pensò tosto al modo di dare al curato più soccorso ch'egli non chiedeva e di farlo senza suo rischio. Corse indietro alla porta della chiesa, scelse nel mazzo la grossissima chiave, aperse, entrò, andò difilato al campanile, prese la corda della più grossa campana e tirò a martello[166].

_B_) SECONDA MINUTA.

Tra il primo concetto d'una impresa terribile e l'adempimento (ha detto un barbaro[167] che non era privo d'ingegno) l'intervallo è un sogno pieno di fantasmi e di paure. Lucia era da molte ore nell'angosce di questo sogno: e Agnese, la stessa Agnese, l'autrice del consiglio, stava sopra pensiero, e trovava a stento parole per rincorare la figlia. Ma al momento del destarsi, al momento in cui si vuol por mano all'azione, l'animo si trova tutto trasformato. Al terrore e al coraggio, che vi battagliavano, succede un altro terrore, un altro coraggio: l'impresa si affaccia alla mente come una nuova apparizione: ciò che più si apprendeva da prima sembra talvolta divenuto in un punto agevole: talvolta s'ingrandisce l'ostacolo che appena si era avvertito, l'immaginazione sì arretra spaventata, le membra negano il loro uficio, e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza[168].

Al bussare sommesso di Fermo, Lucia fu presa da tanto terrore, che risolvette in quel momento dì soffrire ogni cosa, di esser sempre divisa da lui, piuttosto che eseguire la risoluzione presa; ma quando Fermo sì fu mostrato, ed ebbe detto: son qui, andiamo; quando tutti si mostrarono pronti ad avviarsi senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile, Lucia non ebbe spazio nè cuore d'intromettere difficoltà; e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, e s'avviò, senza far motto, colla brigata avventuriera.

Zitti, zitti, nelle tenebre, a passo misurato uscirono dalla porta e presero la strada fuori del paese. La più dritta e corta era di attraversarlo per divenire all'altro capo, dov'era la casa di don Abbondio: ma scelsero la più lunga onde camminare inosservati. Per una giravolta di stradicciuole al di fuori, giunsero in breve presso alla meta, e quivi si divisero. I due promessi rimasero nascosti dietro l'angolo della casa, Agnese con essi, ma dinanzi, per accorrere in tempo ad incontrare Perpetua e ad impadronirsene: Tonio col disutilaccio di Gervaso, che non sapeva far nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, si affacciarono bravamente alla porta e toccarono il martello.

--Chi è, a quest'ora? gridò una voce alla finestra, che si aperse in quel momento: era la voce di Perpetua. Malati non ce n'è, ch'io sappia: è forse accaduta qualche disgrazia?

--Son io, rispose Tonio, con mio fratello, che abbiamo bisogno di parlare col signor curato.

--È ora da cristiani questa? rispose agramente Perpetua: che discrezione! tornate domani.

--Sentite: tornerò, o non tornerò: ho riscossi non so che danari, e veniva a saldare quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle berlinghe nuove: ma se non si può, pazienza: questi so come spenderli, e tornerò quando ne abbia riscossi degli altri.

--Aspettate, aspettate: vado e torno: ma perchè venire a quest'ora?

--Se l'ora potete cangiarla, io non m'oppongo: per me son qui; e se non mi volete, me ne vado.

--No, no: aspettate un momento; torno con la risposta.

Così dicendo richiuse la finestra: a questo punto Agnese si spiccò dai promessi, e detto sotto voce a Lucia: coraggio; è un momento; gli è come far cavare un dente, venne a porsi lungo la fronte della casa, poco lontano dalla porta, aspettando che tornasse Perpetua, per giungerle addosso[169].

--Carneade! chi era costui? ruminava tra sè don Abbondio, seduto sul suo seggiolone nella stanza da letto, con un libricciuolo aperto dinanzi, quando Perpetua entrò a portargli l'imbasciata. Carneade! questo nome mi par bene di averlo inteso o letto; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli: ma chi diavolo era costui? Tanto il pover uomo era lontano dal pensare alla burrasca che gli si addensava sul capo! Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere qualche linea ogni giorno, e un curato suo vicino, che aveva un po' di libreria, gli prestava un libro dopo l'altro, il primo che gli veniva alle mani. Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo vi era. paragonato, per l'amore dello studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perchè Archimede ne ha fatte di così belle[170], ha fatto dir tanto di sè, che per saperne qualche cosa, non fa mestieri una erudizione molto vasta. Ma dopo Archimede, l'oratore chiamava a paragone anche Carneade: e quivi il lettore era rimasto arrenato. Perpetua annunziò la visita di Tonio.

--A quest'ora? disse anch'egli don Abbondio, com'era naturale.

--Che vuoi ella? non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo...

--Se non lo piglio ora, sa il cielo quando lo potrò pigliare. Fatelo venire. Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia egli, Tonio?

--Diavolo! rispose Perpetua, e scese, aperse la porta, e disse: dove siete?

Tonio si mostrò; e in quel momento si mostrò pure Agnese, come se passasse di quivi, e salutò Perpetua per nome, fermandosi sui due piedi.

--Buona sera, Agnese, disse Perpetua: donde si viene a quest'ora?

--Vengo dalla filanda, e se sapeste... mi sono indugiata appunto in grazia vostra.

--Oh perchè? domandò Perpetua: e, rivolta ai due fratelli: entrate, disse, che vengo anch'io.

--Perchè, ripigliò Agnese, una donna di quelle che non sanno le cose, e voglion parlare... credereste? si ostinava a dire che voi non vi siete sposata con Beppo Suolavecchia, nè con Anselmo Lunghigna[171], perchè non vi hanno voluta. Io sosteneva che voi gli avete rifiutati, l'uno e l'altro...

--Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! chi è costei?

--Ve lo dirò; ma non potete credere quanto mi sia spiaciuto di non saper bene tutta la storia, per confonder colei.

È una bugiarderia, disse Perpetua, la più infame! Quanto a Beppo, tutti sanno, e hanno potuto vedere... Ehi, Tonio! socchiudete la porta, e salite pure, ch'io vengo.

Tonio rispose di dentro che sì; e Perpetua proseguì la sua narrazione appassionata. In faccia alla porta di don Abbondio si apriva tra due casipole una stradetta, la quale non correva diritta più che la lunghezza di quelle, e volgeva, dietro ad una di esse, nei campi. Agnese vi s'avviò, come se volesse trarsi alquanto in disparte per parlare più liberamente: e veggendo poi che la narratrice le veniva dietro smemorata, voltò il canto, non senza un gran palpito, e Perpetua dietro. Agnese allora tossì forte. Era il segno: Fermo lo intese, fece animo a Lucia con una stretta di braccio, ed entrambi, in punta di piedi, voltarono anch'essi il lor canto, strisciaron quatti quatti rasente il muro, vennero alla porta, l'aprirono dilicatamente; uno e due, cheti e chinati, furono nell'andito, dove trovarono i due fratelli ad aspettare. Fermo abbassò pian piano il saliscendo nel monachetto: e tutti quattro su per le scale, non facendo pur romore per due. Giunti sul pianerottolo, i due fratelli si fecero in faccia alla porta della stanza che era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero alla parete.

--_Deo gratias_, disse Tonio, a voce spiegata.

--Tonio, eh? Entrate, rispose la voce dì dentro. Il chiamato schiuse le imposte appena quanto era necessario per passare egli, e il fratel dietro. La riga di luce che uscì d'improvviso per quella apertura, e scorse a traverso il pavimento oscuro del pianerottolo, fece trepidare Lucia, come s'ella fosse scoverta. Entrati i fratelli, Tonio si richiuse dietro le imposte: gli sposi rimasero immobili nelle tenebre con le orecchie tese, tenendo il fiato: il romore più forte era il battito del cuore di Lucia.

Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, imbacuccato in un vecchio berretto a foggia di camauro, che gli faceva cornice intorno alla faccia. Due folte ciocche che scappavano fuor del berretto, due folti sopraccigli, due folti mustacchi, un folto pizzo pel lungo del mento, tutti canuti e sparsi su quella faccia brunazza e rugosa, parevano cespugli nevicosi sporgenti da un dirupo.

--Ah! ah! fu il suo saluto, mentre si cavava gli occhiali e li riponeva nel libricciuolo.

--Dirà il signor curato che son venuto tardi: disse Tonio, inchinandosi, come pure fece, ma più goffamente Gervaso.

--Sicuro che è tardi. Sono ammalato, vedete.

--Oh! me ne spiace.

--L'avrete inteso dire: sono ammalato; e non so quando potrò lasciarmi vedere... Ma perchè vi siete tirato dietro quel... quel figliuolo?

--Così per compagnia, signor curato.

--Basta, vediamo.

--Sono venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant'Ambrogio a cavallo, disse Tonio, cavandosi un gruppetto di tasca.

--Vediamo, replicò don Abbondio: e le prese, si rimesse gli occhiali, le volse, le rivolse, le noverò, le trovò irreprensibili.

--Ora, signor curato, mi darà la collana della mia povera Tecla.

--È giusto, rispose don Abbondio; e andò ad un armadio, e cacciata una chiave, guardandosi intorno come per tener lontani gli spettatori, aperse una parte d'imposta, riempì l'apertura colla persona, introdusse la testa per guardare e un braccio per ritirare il pegno; lo ritirò, chiuse l'armadio, svolse il cartoccino, disse: va bene? lo ripiegò e lo consegnò a Tonio.

--Ora, disse questi, si contenti di farmi una riga di quitanza.

--Anche questa! disse don Abbondio. Le sanno tutte: ih! come è divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me?

--Che dic'ella, signor curato? s'io mi fido! ma, dalla vita alla morte...

--Bene, bene.

Così brontolando tirò a sè un cassettino del tavolo; ne tolse carta, penna e calamaio; e si pose a scrivere, ripetendo a viva voce le parole a misura che gli uscivano dalla penna. Frattanto Tonio, e ad un suo cenno Gervaso, si posero in piedi dinanzi al tavolo in modo di togliere allo scrittore la vista della porta; e come per ozio andavano soffregando coi piedi il pavimento, per dar segno a quei dì fuori che entrassero, e per isconfondere nello stesso tempo il romore delle loro pedate. Don Abbondio, attuffato nella sua scrittura, non badava ad altro. Al fruscio dei quattro piedi, Fermo strinse la mano a Lucia per darle coraggio, e pian piano entrarono, Lucia più morta che viva; e si appostarono dietro i due fratelli. Frattanto don Abbondio, finito di scrivere, rilesse attentamente, senza sollevar gli occhi dalla carta; la piegò, dicendo: sarete contento ora? e togliendosi con una mano gli occhiali dal naso, sporse con l'altra il foglio a Tonio, levando la faccia. Tonio, stendendo la destra a prenderlo, si ritirò da una parte; Gervaso, ad un cenno, dall'altra: ed ecco, come al dividersi d'una scena, apparire nel mezzo Fermo e Lucia. Don Abbondio intravvide, vide, si spaventò, si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Fermo mise a proferire le parole: signor curato, in presenza di questi testimonii, questa è mia moglie. Le sue labbra non erano ancora tornate in riposo, che don Abbondio aveva già lasciata cadere la quitanza, afferrata colla manca e sollevata la lucerna, ghermito con la destra il tappeto, che copriva la tavola, e tiratolo a sè con furia, gittando a terra libro, carta, calamaio e polverino; e balzando tra la seggiola e la tavola, s'era avvicinato a Lucia. La poveretta con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva appena potuto proferire: e questo... che don Abbondio le aveva gittato scortesemente il tappeto sulla testa e sul volto, per impedirle di pronunziare intera la formola. E per tenerle meglio quel drappo ravvolto intorno alla bocca, lasciò cadere la lucerna: gridando intanto a testa, come un toro ferito: Perpetua, Perpetua, tradimento, aiuto! Il lucignolo, morente sul pavimento, mandava una luce languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non tentava pure di svilupparsi, e stava come una statua sbozzata in creta, sovra la quale l'artefice ha gittato un umido panno. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la poveretta, e andò cercando a tentone la porta d'una stanza vicina, la trovò, v'entrò, si chiuse dentro, gridando tuttavia: Perpetua, tradimento, aiuto, fuori di questa casa, fuori di questa casa. Nell'altra stanza tutto era confusione: Fermo, cercando di cogliere il curato, e remigando colle mani, come se facesse a gatta cieca, era giunto alla porta, e bussava, gridando: apra, apra, non faccia schiammazzo. Lucia chiamava Fermo con voce fioca, e diceva supplicando: andiamo, andiamo, per amor di Dio. Tonio, carpone, andava scopando colle mani il pavimento, per adunghiare la sua quitanza. Gervaso spiritato gridava, e trasaltava, cercando la porta della scala, per uscire a salvamento.

In mezzo a questo serra serra, non possiamo lasciare di arrestarci un momento a fare una riflessione. Fermo, il quale strepitava di notte in casa altrui, che vi s'era tramesso di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore: eppure, alla fine del fatto, egli era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente ai fatti suoi, parrebbe la vittima: eppure egli era in realtà l'ingiusto. Così va sovente il mondo... Voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.

L'assediato, veggendo che il nemico non isgomberava, aperse una finestra che dava in sul sagrato, e si diede a gridare: aiuto! Batteva la più bella luna del mondo: e l'ombra della chiesa e del campanile si disegnava bruna e distinta[172] sul piano verde e liscio del sagrato. Per quell'ombra veniva tranquillamente, con un gran mazzo di chiavi pendente alla mano, il sagrista, il quale, dopo suonata l'avemaria, era rimasto a governare non so che arredi dell'altare. A quel gridìo levò egli la testa.

--Lorenzo[173]! gridò don Abbondio: accorrete: gente in casa: aiuto! aiuto!

Lorenzo, quantunque sbigottito, non perdette la testa; trovò in su l'istante ch'egli poteva dar più aiuto che non gliene fosse domandato, senza cacciarsi egli nel tafferuglio, quale ch'e' fosse. Corse indietro alla porta della chiesa; tolse nel mazzo la grossissima chiave, entrò, andò difilato al campanile, prese la corda della campana maggiore e suonò a martello[174].

X.

LE CORREZIONI ALL'«ADDIO AI MONTI».

_A_) PRIMA STESURA.

I viaggiatori silenziosi, volgendosi addietro, guardavano [_il paese_] le montagne e il paese, che la luna illuminava. Si distinguevano i villaggi, i campanili, le capanne: il castelletto di Don Rodrigo colla vecchia sua torre [_sovrastava fra le capanne e le signoreggiava_] alto sulle capanne pareva un [_superbo_] feroce ritto nelle tenebre che [_medita il delitto_] in mezzo ad una folla di coricati nel sonno [_stesse_] vegliasse meditando un delitto. Lucia [_scorreva coll'occhi_] lo vide, e rabbrividì; scerse coll'occhio verso il sito della sua umile casa, vide un pezzo di muro bianco che usciva da una macchia verde scura, riconobbe la [_ca_] sua casetta, e il fico che ombreggiava la stessa: e seduta com'era sul fondo della barca, poggiò il gomito sulla sponda, chinò su quello la fronte come per dormire; e pianse segretamente.

Addio, monti [_ritti negli abissi dell'acque_] [_appoggiati negli abissi delle acque ed elevati verso il cielo;_] posati sugli abissi dell'acque ed elevati al cielo; cime ineguali, conosciute a colui [_che vi guardò colle prime sue occhiate_] che fissò sopra di voi i primi suoi sguardi, e che visse fra voi, come egli distingue all'aspetto [_gli uomini coi_] l'uno dall'altro i suoi famigliari, [_valli segrete_] valloni segreti, ville sparse e biancheggianti sul pendìo come branco disperso di pecore pascenti, addio! Quanto [_spiacevole_] è [_doloroso il lascia_] tristo il lasciarvi a chi vi conosce dall'infanzia! quanto è nojoso l'aspetto della pianura [_che fastidisce l'occhio e lo conduce per lontani spazj dov'egli non trova che_] dove [_quello_] [_lo spazio che si percorre somiglia a q_] il sito a cui si aggiunse è simile a quello che si è lasciato addietro, dove l'occhio [_fastidito_] cerca invano [_negli_] nel lungo spazio, dove riposarsi e [_guardare_] contemplare, e si [_abbassa_] ritira fastidito come dal fondo d'un quadro su cui l'artefice non abbia ancor figurata alcuna immagine della creazione. Che importa che nei [_deserti_] piani deserti surgano città superbe ed affollate? il montanaro che le passeggia [_non può stupirsi degli edificj_] avvezzo alle alture di Dio, non sente il diletto della maraviglia nel mirare edificj che il cittadino chiama [_alti_] elevati perchè gli ha fatti egli ponendo a fatica pietra sopra pietra. Le vie che [_si lodano_] hanno vanto di ampiezza, gli sembrano valli [_anguste_] troppo anguste; [_ed_ [_egli_] _egli sa_] l'afa immobile lo opprime, ed egli che nella vita operosa del monte non [_aveva_] [_pensava alla sanità che allor quando_] aveva forse provato altro malore che la fatica, divenuto [_sospettoso_] timido e delicato come il cittadino, [_parla_] si lagna del clima e della temperie, e dice che morrà se non torna ai suoi monti. Egli che sorto col sole non riposava che al mezzo giorno, e [_alla sera_] al cessare delle fatiche diurne, [_ora_] passa le ore intere nell'ozio malinconico ripensando alle sue montagne.

Ma questi sono piccioli dolori[175]. L'uomo sa tormentar l'uomo [_nell'animo_] nel cuore; e amareggiargli il pensiero di modo che anche la memoria dei [_tempi_] momenti [_lieti già pa_] passati lietamente [_gli porta un rancore_] [_senza_] [_non misto di compiacenza_] [_invece è tutta dolorosa_. _Addio, casa natale_] affacciandosi ad esso perde ogni bellezza, e porta un rancore non temperato da alcuna compiacenza; è tutta dolorosa: reca all'afflitto una certa maraviglia che abbia potuto altre volte godere, e non desidera più quelle contentezze delle quali non gli par più capace la sua mente trasformata[176]. Addio, casa natale, casa dei primi passi, dei primi giuochi, delle prime speranze; casa [_dalla_] nella quale sedendo con un pensiero s'imparò a distinguere [_dalle orme degli_] [_fra i passi degli uomini_] dal romore delle orme comuni il romore d'un'orma desiderata con un misterioso timore. Addio, addio casa altrui, nella quale la fantasia [_commossa_, _e_] intenta, e sicura vedeva [_il soggiorno_] [_si era fabbricato il_] un soggiorno di [_compagna_] sposa, e di compagna. Addio, Chiesa dove nella prima [_inf_] puerizia si stette in silenzio e [colla gravità] con adulta gravità, dove si [_cantò_] cantarono colle compagne le lodi del Signore, dove ognuno esponeva tacitamente le sue preghiere a Colui che tutte le intende e le può tutte esaudire; Chiesa, dove era preparato un rito, dove l'approvazione e la benedizione di Dio doveva aggiungere all'ebbrezza della gioja il gaudio tranquillo e solenne della santità. Addio! Il serpente nel suo viaggio [_tortuoso e_] torto e insidioso, si posta talvolta vicino all'abitazione dell'uomo, e vi pone il suo nido, vi conduce la sua famiglia, [_e l'uomo che_] riempie il suolo e se ne impadronisce; [_ne scaccia l'uomo il quale_] perchè l'uomo il quale ad ogni passo incontra il [_rettile_] velenoso vicino pronto ad avventarglisi, che è obbligato di guardarsi e di non dar passo senza sospetto, che trema pei suoi figli [_abbandona la sua abitazione, maledice il serpente sente_] sente venirsi in odio la sua dimora, maledice [_il vicino nuovo_] il rettile usurpatore, e parte. E l'uomo pure caccia talvolta l'uomo [_dalla_] sulla terra come se [_fosse una_] gli fosse destinato per preda: [_fino a quel giorno in cui_] allora il debole non può che fuggire dalla faccia del potente oltraggioso: [_fino a quel giorno in cui_] [_un giorno poi_] ma i passi affannosi del debole sono contati, e un giorno ne sarà chiesta ragione.

La barca giunta alla riva, urtando sull'arena [_tra_] scosse Lucia, la quale [_si alzò asciugand_] dopo avere asciugate in segreto le lagrime, si alzò come dal sonno.

_B_) SECONDA STESURA.

I passeggieri silenziosi, volgendosi addietro, guardavano le montagne e il paese rischiarato dalla luna, e svariato qua e là di grandi ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il castellotto di don Rodrigo colla vecchia sua torre, elevato sulle casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che ritto nelle tenebre sopra una folla di giacenti addormentati, vegliasse meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; discese coll'occhio a traverso la china fino al suo paesello: [_affisò l'estremità_] guardò fiso all'estremità, scerse la sua casetta, scerse la chioma folta del fico che usciva [_dal_] di sopra il muro: e seduta com'era sul fondo della barca, appoggiò il gomito sulla sponda, chinò su quello la fronte come per dormire; e pianse segretamente.

Addio, montagne sorgenti dalle acque ed [_elevate a_] erette al cielo; cime ineguali, conosciute a chi è nato fra voi, e distinte nella sua mente non meno che lo sieno gli aspetti dei suoi più famigliari; valloni segreti, ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti, addio! Quanto è tristo il passo dell'indigena che si allontana da voi! [_Quegli_] A quello stesso che volontariamente vi volge le spalle, [_che va a procacciarsi fortuna_,] [_sente ad un tratto_] [_vede nella_] [_vede e corre a_] [_e_] dirizzato a procacciarsi fortuna, si disabbelliscono in quel momento i sogni della ricchezza, e nulla gli sembra [_più_] desiderabile se non il soggiornare tra voi. Il suo occhio si ritrae fastidito [_dal vuoto uniforme aspetto della pianura_ [_dalla u_...] _e affaticato_] e stanco dalla uniforme ampiezza della pianura; [_dinanzi agli edificii delle città affollate_ [_egli pensa_] _egli entra_] l'aere gli simiglia gravoso e senza vita: egli entra mesto e disattento nelle città tumultuose; e dinanzi agli edificii ammirati dallo straniero, egli pensa [_con diletto affannoso_] con amore affannoso [_ai suoi monti_] al camperello [_che egli s_... _del vicino su cui egli ha posti gli occhi prima di partire_] a cui egli ha posto [_add_] gli occhi addosso da gran tempo, ch'egli si compererà tornando a casa dovizioso, e [_pel quale solo si_] per amore [_del quale_] di cui egli si affatica ad acquistare, e sopporta il tedio di viver lontano da' suoi monti.