Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Part 2

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Chi vide e gustò le bellezze de' _Promessi Sposi_ appena che uscirono dal torchio fu Pietro Giordani; e da Firenze, dove allora abitava, andò manifestando agli amici le impressioni ricevute da quella lettura. Il 21 settembre del '27 scriveva a Francesco Testa[14]: «Del Manzoni siamo perfettamente d'accordo: eccellente pittore, benchè fiammingo. Egli è ora qui: amabilissima e modestissima persona: riverito e amato da tutti, onorato straordinariamente dalla Corte». E che nel romanzo ci sia del fiammingo, è vero; ma lì dove ha maggiore bellezza, bellezza ineffabile. Il 15 d'ottobre chiedeva a Lazzaro Papi: «È venuto costà [_a Lucca_] il romanzo di Manzoni? Com'è piaciuto?... Manzoni fu qui molti giorni; ebbe grandi accoglienze da tutti; e straordinario onore dalla Corte. È uomo di molta e amabile modestia, e belle maniere... In Roma ora è proibito di vendere il romanzo di Manzoni, che pur vi entrò con amplissime licenze»[15]. Il 22 del mese stesso torna a scrivere al Testa: «Manzoni, amabilissimo per la modestia e la bontà e l'ingegno, dev'esser partito assai contento di Firenze, e più contento della Corte, che l'ha onorato straordinariamente. Del suo libro, poichè volete, vi dirò che mi è piaciuto. Ci vedo un'assai fedele pittura dello Stato di Milano in que' tre anni miserabilissimi 28, 29 e 30. Verità somma e finitissima ne' dialoghi e ne' caratteri. Nobilissimo il carattere del Cardinale: naturalissimi tutti gli altri inferiori: la. stolidezza e la ferocia dei dominatori stranieri efficacemente rappresentata: un modello di religione tollerabile, e anche utile. Cominciano a insorgergli contradittori al solito: ma credo che il libro vincerà e durerà. A me i difetti paion pochi e leggieri: i pregi moltissimi e non piccoli. E poi è il primo romanzo leggibile che sia sorto in Italia: è adatto a molte sorti di lettori: s'insinua nelle menti: vi germoglierà qualche buon pensiero. Eccovi contentato, mio caro: v'ho detto quel che penso; e non per politica, come m'imputano alcuni: e non pensano che uno che non si cura nè del papa nè dei re, non ha cagion di mentire per Manzoni, che biasimato non può mandarmi in galera, nè lodato può farmi cardinale o ciambellaio». Così ne scrive a Giuseppe Bianchetti il 13 decembre: «Il Romanzo di Manzoni mi par bello come lavoro letterario; ma stupenda cosa e divina come aiuto alle menti del popolo. Io credo che farà un gran bene; e i nemici del bene se ne accorgeran tardi. Grande amor del bene, e gran potenza e arte di farlo si vede in quell'ingegno». Di nuovo al Testa il 25 dello stesso mese: «Ho letto più di venti romanzi di Walter; e quanti ancora me ne restano!... Non mi maraviglio che in tutta Europa piaccia molto il libro di Manzoni; e ne godo. In Italia vorrei che fosse letto a Dan usque ad Nephtali: vorrei che fosse riletto, predicato in tutte le chiese e in tutte le osterie, imparato a memoria. Se lo guardate come libro letterario, ci sarà forse un poco da dire; secondo la varietà de' gusti e delle abitudini. Ma come libro del popolo, come catechismo (elementare; bisognava cominciare dal poco) messo in dramma; mi pare stupendo, divino. Oh lasciatelo lodare: gl'impostori e gli oppressori se ne accorgeranno poi (ma tardi) che profonda testa, che potente leva è, chi ha posto tanta cura in apparir semplice, e quasi minchione: ma minchione a chi? agl'impostori e agli oppressori, che sempre furono e saranno minchionissimi. Oh perchè non ha Italia venti libri simili!» E al Bianchetti l'8 luglio del '31: «Bellissimo e utilissimo il vostro Discorso sui romanzi storici, che io credo si potrebbero far belli, e al nostro popolo proficui; purchè si seguisse la via di Manzoni. Ma chi ha la sua anima? Di tutti gli altri che ho veduti, nessuno mi piacque; anzi mi dispiacquero assai: imitazioni, e ben cattive e torte dello Scott. Invece di scrivere contro tal genere (se pur è vero che scrive) bisognerebbe pregare Manzoni che facesse un secondo lavoro simile; e sarebbe, una vera salute per la povera Italia. Gli altri, che dopo lui hanno guastato e guastano il mestiere, bisognerebbe pregarli a tacersi, e aspettare che sorga un Manzoni secondo»[16].

Giambattista Niccolini a Firenze e Felice Belletti a Milano non si fidavano del proprio giudizio e aspettavano quello «del sesso gentile». Il Niccolini era «impaziente» da un pezzo di vedere i _Promessi Sposi_ del Manzoni e I _Lombardi alla prima crociata_ del Grossi, «avendo in gran concetto il loro ingegno»; come scrisse al conte Fracavalli il 20 decembre del '25. Nell'aprile del '26 chiedeva a Felice Bellotti: «Il romanzo del Manzoni quando uscirà?» Gli rispose il 29: «Del romanzo di Manzoni altra notizia non posso darvi, se non che tra un mese si comincerà la stampa del terzo ed ultimo tomo, essendo già finiti i due primi, che però l'autore non vuol dar fuori se non insieme con l'altro. Sicchè non penso che prima del luglio si potrà leggere». Il 2 agosto del '27 il Bellotti tornò a scrivergli: «Del Romanzo di Manzoni, del quale eravate curioso, or che l'avrete letto, che ve ne pare? Ha esso nel vostro senso adempiuta l'aspettazione che se ne avea? Le donne di Toscana lo leggono con piacere? poichè di tal genere di scritture alle donne principalmente, ed al popolo non idiota e non letterato, si vuol lasciare il giudizio, essendo principalmente diretto al loro trattenimento e vantaggio. Se non che moltissimo io stimo il giudizio di quei dotti (ma son pochi), i quali sanno farsi a giudicare anche di romanzi, messe da parte certe prevenzioni e pretensioni importune: e chi più di voi sagace nel discernere quali siano queste e più giusto nello scartarle?» Ecco la risposta del Niccolini: «Il Manzoni è qui, ed ho imparato a conoscerlo di persona: voi sapete che i buoni si credono volentieri grandi: ma non temo che l'affetto m'inganni, reputandolo il primo ingegno d'Italia[17]. Ho letto il suo romanzo tutto d'un fiato; ma non mi fido del mio giudizio, e aspetto anch'io quello del sesso gentile».

Il Rosmini piglia pure a ragguagliare gli amici intorno la fortuna del libro: «I _Promessi Sposi_ sono avidamente letti, a malgrado della lunghezza, che da tutti sento notare»; così al Tommaseo, in un biglietto del 22 settembre '27. L'8 di novembre annunzia a un altro amico: «Il Manzoni trionfò in Toscana; il suo romanzo è tradotto in francese: si rende anche tedesco e parlasi d'una traduzione inglese. Sono di quei pochi uomini che fanno ancora varcare il mare e l'alpi il nome italiano». Il 22 di decembre torna a ripetere: «De' _Promessi Sposi_ già se ne sono fatte tredici edizioni, credo, e traduzioni in tedesco, in inglese, in francese. Pochi libri italiani hanno mai avuto tanto favore in Italia». Al Manzoni poi scriveva il 26 marzo del '30: «qui i _Promessi Sposi_ sono applauditissimi dal fiore di Roma; e quelli che non la cedono a nessuno in commendarli e in proporli alla gioventù sono i Gesuiti». Monaldo Leopardi lo conferma in una lettera a Giacomo: «Appena letto quel Romanzo ne fui rapito e lo giudicai prezioso non tanto alle lettere, quanto alla religione e alla morale. Ebbi poi molta compiacenza nel sentire che in Roma i confessori Gesuiti lo danno a leggere alle loro penitenti»[18].

Nel settembre del 1827 Raffaele Lambruschini, discorrendo nell'_Antologia_ di Firenze d'una ristampa del _Quaresimale_ del Segneri e delle _Prediche alla Corte del Turchi_, ricordò, per incidenza, i Promessi Sposi, «che ora sono nelle mani di tutti; notabile produzione d'un uomo in cui non si saprebbe cosa ammirare di più, se i talenti o le doti del cuore, e di cui la nostra età e la nostra Italia hanno ragione d'inorgoglirsi». E nel ricordarli, ne riportò anche un brano: il colloquio tra il Cardinal Federigo e l'Innominato. «Si tratta» (così il Lambruschini), «da una parte, di un potente, rinomato per ardite ribalderie e per empietà, temuto ed odiato da tutti; dall'altra, di un sant'uomo, che trovandosi nella più ardita impresa a cui si possa accingere un sacro oratore, non adopra altre ragioni e altra eloquenza che quella dei semplici e degli umili»[19]. Lapo de' Ricci in una lettera inedita a Gio. Pietro Vieusseux, del 25 settembre 1827, piglia a dire: «L'articolo del Larabruschini è un capo d'opera nel suo genere; i preti non gliene sapranno buon grado, perchè vorrebbero dominare ed esser asini. L'ho letto a pezzi e brani a questo mio paroco, giacchè per l'intiero non era possibile farglici prestare attenzione, ma ne ho letto tanto per scuoterlo, e per commoverlo, finchè sentendo il sublime colloquio del Cardinal Federigo coll'Innominato ha dovuto piangere, ed ecco una vittoria per la morale». Lapo volle manifestare anche a Gino Capponi l'impressione profonda che aveva ricevuto dalla lettura de' _Promessi Sposi_, e gli scrisse il 4 gennaio del '28: «Non mi riesce di levarmi dal tavolino quel diavolo di Manzoni. Io credo di averlo letto per intiero sei volte, e dieci volte l'Innominato col Cardinal Federigo, e sempre ho pianto; come faceva, e forse più di quel che faceva, quello scellerato convertito. Scrissi a Vieusseux che leggendo quel tratto al mio curato, per quanto più giocatore che leggitore, più bevitore che uditore, lo feci piangere; ho anche sentito soffiarsi il naso, ho veduto far contorcimenti ad alcuno dei miei contadini (e non sono dei più delicati campagnoli), mentre glielo leggeva. Qualcheduno, che aveva sentito leggere i _Promessi Sposi_, una sera ha lasciato la partita dei quadrigliati per venire alla panca di cucina, che è la sala di riunione, per sentirmi leggere. Hanno tutti riso a Don Abbondio, ed hanno trovato il confronto subito: fra Galdino è _tale quale fra Bonaventura di Radda_, diceva un altro: _certi miracoli senza sugo_; ma sentito il pane del perdono di fra Cristoforo, silenzio, e pianto nascosto: perchè un contadino, che piange raramente, e soltanto perchè gli è morto il bue o l'asino, trova impossibile che si deva piangere sentendo leggere... Ma quel Conte zio! ne conosci tu con quel parlare misterioso? io sì. E quella sommossa di Milano! E Renzo che gli pareva aver fatto amicizia col Gran Cancelliere! E il Notaro, che dice che è per pura formalità che lo fa condurre in prigione! E la Monaca per forza! e che so io? Vi può esser egli più verità? più effetto? Io m'inquieterei come il Prior Albizzi con quei letterati che vogliono giudicarne letterariamente, o che vorrebbero far cambiare il romanzo perchè dicesse a loro modo. Quel libro mi pare che non possa appartenere alla parte letteraria: è un gran libro di morale; e tale, io crederei, da fare una rivoluzione come il _Don Quichotte_, se un libro potesse far cambiare gl'istinti del cuore umano».

Mentre Lapo de' Ricci, che era semplicemente un colto gentiluomo, non rifinisce di leggere il dialogo tra il Cardinal Federigo e l'Innominato, e quel dialogo gli strappa le lagrime; un letterato, e famoso, Francesco Domenico Guerrazzi, scrive, che del Cardinal Federigo «il Manzoni potè fare un santo, ma non avrebbe mai potuto farne un galantuomo»[20]. Non c'è che dire; tutti i gusti son gusti! Col P. Cristoforo invece fu benevolo; e in un bizzarro giro che la sua fantasia fece fare al Romanzo storico, menato che l'ha in Italia «per ricrearsi», lo conduce «pei colli della Brianza, dove conobbe Renzo e Lucia, prese tabacco nella scatola di fra Cristoforo[21]: un degno frate in verità, ma il Romanzo dentro un orecchio ai suoi amici susurrava sommesso, che tre quarti delle virtù del frate Cristoforo, Alessandro Manzoni le aveva tolte a nolo da lui»[22].

Terenzio Mamiami, che era a Firenze nel 1827 quando vi andò il Manzoni, racconta: «io l'ho veduto impacciato fuor modo degli encomii infiniti che gli suonavano intorno. Rispondeva con parole poche ed avviluppate e arrossiva tuttavia a somiglianza di fanciulla. Spesso il Leopardi assisteva a codeste apoteosi. Ed io, vedutolo una sera rincantucciato e solo, mentre il fiore de' letterari e degli studiosi affollavasi intorno al Manzoni, lo incitai a manifestare quello che gliene paresse. Me ne pare assai bene, rispose, e godo che i Fiorentini non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maravigliosi nel culto dell'arte». Aggiunge: «Pochi anni dopo io l'udivo in Firenze esprimere intorno al Manzoni questa riservata sentenza. Che l'avere eletto pel suo romanzo una dell'epoche più sventurate e servili delle storie italiane dee nascondere molte ragioni ed assai poderose[23]; ma certo non appariscono, e sembra invece uscire dal suo racconto la deplorevole conseguenza che del presente non bisogna zittire, dacchè gl'Italiani altre volte si trovarono molto peggio e l'Austriaco vale un oro a petto del Castigliano»[24].

In due lettere, tutte e due dell'8 settembre '27, il Leopardi aprì l'animo suo al padre e allo Stella. A quest'ultimo scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità, e degno della sua fama». E al padre: «Tra' forestieri ho fatto conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l'Italia parla». Di nuovo al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e gustato il Romanzo cristiano del Manzoni. È veramente una bell'opera; e Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo». E al conte Antonio Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui che ho avuto seco a Firenze. È uomo veramente amabile e rispettabile».

Il barone Giuseppe Sardagna, il 25 febbraio del '28, dava questi ragguagli all'Acerbi, allora console austriaco in Egitto: «Manzoni scrisse un romanzo storico, _I Promessi Sposi_, di cui certamente avrete letto qualche cosa anche in Alessandria, giacchè suppongo che i giornali francesi almeno vi arrivino. Questo libro ebbe un successo universale in Italia. L'autore vendette unicamente mille copie della sua edizione originale, e se ne fecero già più di sei ristampe. In tutt'altro paese questa produzione bastava per far la sua fortuna: in Italia il suo profitto fu di lire seimila a stento»[25]. Col Sardagna si accorda il consigliere Federigo De Müller, che nel descrivere nelle proprie _Memorie_[26] una visita fatta al Manzoni nell'agosto del '29, piglia a dire: «Gaetano Cattaneo mi raccontò che i _Promessi Sposi_ non hanno reso al Manzoni più di 5000 franchi, mentre i librai ne hanno guadagnato centomila; che il Manzoni non volle mai decidersi a fare una seconda edizione per il suo editore, essendo d'opinione che vi sarebbe stato molto da migliorare, e in tal modo dovette essere spettatore che in tutte le più grandi città d'Italia si pubblicassero nuove edizioni e ristampe, tutte travisate». Infatti nel 1827--l'anno stesso della prima comparsa de' _Promessi Sposi_--furono subito ristampati a Livorno da G.P. Pozzolini, col ritratto dell'autore; a Firenze da Gaetano Ducci; a Lugano dal Veladini; a Napoli co' torchi del Tramater. In Torino ne fece due edizioni Giuseppe Pomba; a Parigi li riprodusse due volte in italiano il Baudry; a Berlino vennero tradotti in tedesco dal Lessman. Nel '28 il Del Majno li ristampò a Piacenza, il Batelli a Firenze; il Pomba ne fece una terza edizione a Torino; il Baudry mise in vendita due altre sue edizioni a Parigi; dove furono pur pubblicate le due traduzioni in francese del Rey Dusseuil[27] e del Gosselin; a Lipsia uscì alla luce la traduzione in tedesco del Büllow, a Pisa quella in inglese di Carlo Seven. In diciotto mesi si hanno dunque tredici ristampe, delle quali nove fatte in Italia, quattro a Parigi; e cinque traduzioni, due in francese, due in tedesco e una in inglese.

L'Elena, lo Zucchi e Gallo Gallina incominciarono a illustrare il Romanzo con tavole litografiche[28]. Nella festa da ballo in costume, data a Milano nel carnevale del '28 dal conte Bathiany, la quadriglia che destò maggiore entusiasmo fu quella di _Don Rodrigo_ e dei bravi, anch'essa, insieme con gli altri costumi, riprodotta in litografia[29]. La _Minerva Ticinese_ annunziava: «Quanto prima, con musica del maestro Caraffa, deve comparire sulle scene del Teatro italiano di Parigi un'opera tratta dal sì applaudito romanzo _I Promessi Sposi_»[30].

II.

Non senza il suo perchè il barone Sardagna si lusingava che l'Acerbi avesse avuto notizia dei _Promessi Sposi_ dai «giornali francesi», quasi tutti concordi nel lodare il nuovo romanzo, a cominciar dal _Mèmorial catholique_, dove ne parlò il conte O'Mahony[31], a venire alla _Gazette de France_. Quest'ultima tornò a discorrerne anche nel '32, quando uscì alla luce la bella traduzione in francese del Montgrand. «Ben mille romanzi ci furon regalati da due anni in qua» (son parole della _Gazette_) «ed è anche troppo se di tutta questa farraggine resterà un solo volume. Qual povera abbondanza mai! E sarà vero che fra tanti scrittori, pieni d'estro, di fantasia, di perizia nell'arte dello scrivere, non se ne trovi neppur uno che pigli scrupolosamente a investigare la feconda miniera de' nostri fatti domestici? E noi rimarremo così, noi la nazione più letterata del mondo, senza avere il nostro Walter Scott e il nostro Manzoni?» È un giudizio, come notava giustamente l'_Eco_ di Milano, (che lo riportò traducendolo), «da fare insuperbire l'Italia, la quale ha dato i natali al Manzoni, e da convincerla che anche in paese straniero e rivale si rende giustizia ai geni della sua nazione ed ai loro capolavori»[32]. Proseguiva il giornale francese: «Vedete qua il Manzoni; si è impossessato degli annali del suo paese, e le rozze pietre son divenute diamanti sotto le sue mani... Non altro che col mettere in azione i più reconditi segreti del cuore umano seppe trarre da un fondo semplicissimo le scene sue più drammatiche e più care... I _Promessi Sposi_ ebbero fortuna infinita in Europa; e pure, questo romanzo è tutto quanto appoggiato a un pensiero affatto religioso, anzi, si potrebbe dire, affatto cattolico».

Fino dal 1827 la _Revue encyclopèdique_, annunziando la comparsa de' _Promessi Sposi_, aveva scritto: «Une multitude d'aventures et de caractères remplissent le cadre de cet ingénieux roman. Des incidens habilement disposés, une peinture fidèle et animée des moeurs de cette époque, un style toujours approprié aux situations, une grande variété de tons, telles sont les qualités qui ont mérité à ce bel ouvrage le succès éclatant qu'il vient d'obtenir en Italie, et qu'il va sans doute obtenir en France». La _Revue_ promise di riparlare di questa «production littéraire aussi distinguée, et de payer un nouveau tribut d'estime à l'auteur, déjà célèbre en Italie comme écrivain dramatique et comme poète»[33]. Disgraziatamente ne tornò a parlare per bocca d'uno de' nostri esuli, Francesco Salfi, che raggiunse addirittura il grottesco; pigliando perfino come buona moneta il brano del «dilavato e graffiato autografo» che il Manzoni riporta sul bel principio; brano che è una contrafazione perfetta non solo dello stile e della lingua, ma della stessa ortografia del Secento. Infatti, dopo aver detto, che «le sujet du roman est tiré d'une histoire, peu connue, du chanoine Joseph Ripamonti, et rédigée dans le style prétentieux et ridicule du _Secento_», soggiunge, che il Manzoni «débute par un fragment du manuscrit de Ripamonti et fait ainsi mieux sentir la nécessité d'en réformer le style, à fin d'en rendre la lecture supportable à ses contemporains». Il Ripamonti che diventa l'autore dell'immaginario «scartafaccio»! È grossa, ma non è la più grossa che il critico sballi. Nei _Promessi Sposi_ trova mancanza di coerenza organica e d'intreccio, bassezza ne' personaggi. «Ce qui rend cette histoire plus repoussante encore» (seguita a scrivere) «c'est l'intervention des fossoyeurs, que l'auteur fait agir et parler trop longuement. Shakespeare s'était permis de nous présenter pour quelques instants ces dignes personnages s'entretenant entre eux. D'après son exemple, M. Manzoni est allé bien avant: il nous apprend leurs occupations, leurs friponneries, leurs bassesses. Ces détails, quelles que soient les beautés qui s'y mêlent, sont trop hideux»[34] E così, per la prima volta, nel 1828, la «modestia manzoniana» dovette ricevere da un critico ostile[35] la suprema delle lodi per un poeta: quella di sentirsi nominare accanto a Shakespeare.

Il Mamiani in un colloquio che ebbe a Parigi col Sismondi, ragionando della _Morale cattolica_, l'udì concludere con queste parole: «il vostro Manzoni argomenta bene, ma i vostri preti lavorano male; e poniamo pure che il regolo non sia distorto, la Curia lo storce ella al bisogno e avvezza gli occhi del volgo a falsar le misure. Oltrechè, non è buona quella forma di culto che accarezza le pericolose tendenze d'una stirpe di uomini piuttosto che di combatterle... Ad ogni modo, proseguiva il Sismondi, se nella _Morale cattolica_ si ammira un convincimento profondo, una rara potenza dialettica e certo sentimento finissimo e delicatissimo dell'indole umana e del bene etico, non manca qua e là qualche sforzo di apologista e qualche amplificazione acconcia al proposito[36]. Invece ne' _Promessi Sposi_ il Manzoni è scrittore stupendo e non superabile. Con che arte ti pone innanzi le istituzioni cattoliche, i frati, le monache, i voti non revocabili, la confessione e che so io? scegliendo i punti più favorevoli di prospettiva e combinando in maniera gli avvenimenti che ogni colpa sia solo degli uomini, e nessuna delle dottrine! Il fatto sta che un altro romanzo non c'è in Europa, il qual goda forse di uguale celebrità. Nè il Manzoni è inventore del genere. Nemmanco è inventore di quei «metodi compendiosi e vivi, o di entrar nel racconto _ex abrupto_ per via di dialoghi brevi e animati, o di abbellirlo e farlo evidente mediante le spesse descrizioni: e queste condurre con maestria veramente pittorica e qual direbbesi del genere fiammingo, non intralasciando particolare nessuno ancorchè minutissimo, qualora aiuti l'intendere bene un carattere, un'azione, una costumanza. Ma ciò ch'è novissimo e farà immortale il vostro Poeta per ogni tempo fu il tessere una epopea così casta e nobile, governata da sì eletta moralità, spirante un aroma sì puro di religione, che ogni madre consegna senza paura nessuna alla sua fanciulla quel libro, e ogni direttor di collegio e di scuola fa il simile agli alunni suoi. Che dirò dell'aver posto con nuovo esempio sul dinanzi della scena due umili popolani, e nell'ultimo sfondo gli uomini e le cose accattate dalla storia? Qual concetto è più cristiano dello sparger di luce la probità rassegnata della plebe lavoratrice e raffrontarla con le colpe, le violenze, gl'inganni che gli ordini superiori civili esercitavano impunemente sugl'inferiori, i quali invece erano e sono il pupillo naturale e perpetuo consegnato all'umanità e sapienza educativa dei primi; e vedersi oggi quel che significa l'aver trasandato le obbigazioni e le cure della indeclinabile tutela»[37].