Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Part 15

Chapter 153,871 wordsPublic domain

--Oh povero me! questo ci mancava! continuò a barbottare fra sè Don Abbondio, ritirandosi dalla finestra. Povero me! Se costui va a Milano, se trova Lucia, se tornano alle loro antiche pretese, ecco rinnovato l'imbroglio. Un Cardinale che dirà: voglio che si faccia il matrimonio; un signore che dice, non voglio: ed io tra l'incudine e il martello. Basta... disse poi soffiando, dopo d'avere alquanto pensato... muore tanta gente... che dovessero rimanere al mondo tutti quelli che si divertono a mettere le pulci nell'orecchio di me pover uomo!

Intanto Fermo arrivò alla casetta d'Agnese, la quale casetta, se il lettore se ne ricorda, era fuori del villaggio, solitaria. Alla vista di quel luogo una nuova tempesta sorse nel cuore di Fermo; diede egli un gran sospiro, e bussò.

--Chi è là? gridò da dentro la voce d'Agnese: state lontano; non bazzicate intorno alla porta; verrò a parlarvi dalla finestra.--Son io, rispose Fermo; ma Agnese, non aspettando a basso la risposta, aveva fatte in fretta le scale e apriva la finestra.--Son io; mi conoscete? disse ancor Fermo, quando la vide.--Oh Madonna santissima! sclamò Agnese: voi?--Io, rispose Fermo; sono il benvenuto?

--Oh figliuolo! sclamò di nuovo Agnese, quanto vi avrei desiderato, se non avessi avuto paura per voi? Ma ora che venite voi a fare?

--A saper nuove di Lucia e di voi, rispose Fermo. A vedere se tutti si sono scordati di me. Che n'è di Lucia?

--Figliuolo, sono mesi che non ne ho notizia: prima di quel tempo ella stava bene di salute; ma ora chi può sapere...?

--Io andrò a vedere, io vi porterò nuova di vostra figlia, disse Fermo risolutamente.

--Voi? disse Agnese: ma e... mi capite. Basta...

--Volete aprirmi e parleremo più liberamente?

--E la peste, figliuolo?

--Grazie al cielo ella non ha ammazzato me ed io ho ammazzato lei, e son sano e salvo, come mi vedete. Aprite con sicurezza.

--Scendo ad aprire, rispose Agnese; oh con quanta consolazione v'avrei riveduto. Ma ora, bisogna ch'io vi preghi di starmi lontano.

--Come vorrete, rispose Fermo.

--State ad aspettarmi nel mezzo della strada; quando aprirò, non vi affacciate alla porta; lasciatemi rientrare; poi entrerete e vi porrete in un angolo, lontano da me, e ci parleremo; le parole non hanno bisogno di toccarsi. Oh quante cose ho da dirvi!

--Ed io a voi, rispose Fermo.

Agnese calò in fretta le scale, giunta alla porta, avvisò ancora Fermo che stesse discosto, aprì, rientrò fino in fondo alla stanza; Fermo entrò pure, prese un trespolo, lo portò in un angolo, vi si pose a sedere, guardando intorno, ricordandosi di tanti momenti passati in quel luogo, e sospirando; Agnese andò a richiuder la porta e venne a sedersi nell'angolo opposto. E subito cominciò come una sfida d'inchieste.

--Come vi siete fidato di venir da queste parti?

--Perchè Lucia non mi ha mai risposto?

--Come avete potuto fuggire?

--E perchè non venire dove io era in sicuro, piuttosto che mandarmi denari?

--Chi v'ha strascinato in quei garbugli?

--Quanto tempo Lucia è stata in quello spavento? e come è andata propriamente la cosa?

Fatte le prime interrogazioni più pressanti, ognuno cominciò a rispondere brevemente a quelle del compagno. Fermo finalmente pregò Agnese ch'ella raccontasse per disteso tutta la sua storia, promettendo di soddisfarla egli poi della propria. Così Fermo conobbe per la prima volta daddovero le triste vicende di Lucia, e l'esito inaspettato. Tremò, fremè, impallidì cento volte a quel racconto; ora diede dei pugni all'aria ed ora giunse le mani in atto di ringraziamento; maledisse la Signora, benedisse il Cardinale, diede maledizioni e benedizioni al Conte del Sagrato, invocò ora la vendetta, ora il perdono del cielo sopra Don Rodrigo. Ma un punto rimaneva tuttavia oscuro, nè Agnese sapeva dilucidarlo. Perchè non è venuta con me? con me, suo promesso? con me, che doveva, che poteva divenir suo marito? che ostacolo v'era più? non sarebbero mancati che i denari, e il cielo gli aveva mandati. Agnese non seppe dire, se non ciò ch'ella aveva pur pensato: che Lucia fosse rimasta tanto stordita e sgomentata da quegli orribili accidenti, che non le rimanesse più forza da voler nulla, e fosse disgustata d'ogni cosa.

--Oh? andrò io a saperlo da lei, disse Fermo; voglio vedere l'acqua chiara. Ella era mia; mi si era promessa; io non ho fatto niente per demeritarla; e se non mi vuoi più... e qui avrebbe pianto se gli uomini non si vergognassero di piangere: se non mi vuoi più, me lo ha a dire di sua propria bocca, e mi deve dire il perchè.

Agnese cercò di racconsolarlo, e lo chiese della sua storia, che Fermo le narrò sinceramente. Questa storia fece molto piacere ad Agnese e le rimise Fermo nell'antico buon concetto.--Voleva ben dire io; sclamava essa di tratto in tratto. Se sapeste come la raccontavano qui, in cento maniere, l'una peggio dell'altra. Ma voi non me l'avete mai fatta scrivere ben chiara.

--E voi, madonna, disse Fermo, non mi avete mai data soddisfazione sopra quello che io voleva sapere.

--Basta, disse Agnese, lodato Dio che abbiam potuto parlarci una volta; valgon più quattro parole sincere di due ignoranti che tutti gli scarabocchj di questi sapienti. Ma voi come vi fidate di andare a Milano, dove vi hanno tanto cercato, dove...?

--Chi mi conoscerà! rispose Fermo, non m'hanno visto che un momento; e il nome... ne piglierò un altro; non ci vuoi gran lettera per questo; e poi chi volete che pensi a me ora? Hanno da pensare alla peste. Sono tutti in confusione. Muojono come le mosche, a quel che si dice... Ah! pur che viva Lucia!

--Dio lo voglia! sclamò Agnese; e lo vorrà, io spero. Quella poveretta innocente ha tanto patito! Dio gli conterà tutto quel male, per salvarla ora, Ah! Fermo io ho buona speranza; andate pure; mi sento tutta riconfortata dall'avervi veduto. Sento una voce che mi dice che i guai sono alla fine; e che passeremo ancora insieme dei buoni momenti.

Fermo chiese del Padre Cristoforo, e Agnese non li seppe dir altro se non ch'egli era a Palermo, che è un sito lontano lontano, di là dal mare. Scontento, e perchè sperava da lui ajuto e consiglio, e perchè desiderava di raccontare a lui pure la storia genuina; e perchè avrebbe riveduto volentieri quell'uomo pel quale sentiva tanta venerazione e tanta riconoscenza. Disse però: brav'uomo! vero religioso! è meglio ch'egli sia fuori di questi guai e di questi pericoli. Agnese offerse a Fermo l'ospitalità per quella notte, con molte prescrizioni sanitarie però di lontananza, di cautela, di non toccar questo, di non avvicinarsi a quell'altro luogo. Fermo accettò l'ospitalità ben volentieri e promise tutti i riguardi che Agnese desiderava. Era venuta l'ora della cena, e la massaja si diede ad ammanirla. Pose al fuoco la pentola per cucinarvi la polenta. Fermo, da giovane ben educato, voleva risparmiare la fatica alla donna e fare egli il lavoro: ma Agnese, levando la mano: guardatevi bene dal toccar nulla, disse; lasciate fare a me. Fermo ubbidì; ed ella prese la farina, la gettò nell'acqua, la rimenava dicendo: Eh! altre volte era Lucia! basta il cuor mi dice che la mia poveretta verrà con me, e presto; e che staremo tutti in buona compagnia. Fermo sospirava. Agnese versò la polenta, raccomandando sempre a Fermo di non si muovere, di non toccare; poi andò a mugnere la vacca» tornò con una brocca di latte, dicendo: vedete: quella povera bestia da sei mesi è la mia unica compagnia. Prese un bel pezzo di polenta, lo ripose sur un piattello, lo sporse a Fermo, stando più lontana che poteva, e stringendosi con l'altra mano la gonna d'intorno alla persona, perchè non istrisciasse agli abiti di Fermo; quindi, allo stesso modo, gli sporse una scodella di latte. Nel tempo della cena si parlò dei disegni di Fermo, Agnese gli diede istruzioni sul nome dei padroni di Lucia; gli comunicò le notizie confuse ch'ella aveva sul luogo della loro dimora; e questi discorsi gli tennero a veglia qualche ora dopo la cena. Finalmente Agnese indicò all'ospite la stanza dov'egli doveva coricarsi: era quella di Lucia. Fermo amò meglio di andarsi a gettare sul picciolo fenile, adducendo motivi di precauzione per la salute. Prima dell'alba erano entrambi in piedi. Agnese diede a Fermo due pani e due raviggiuoli, fattura delle sue mani, gli riempì di vino il fiaschette ch'egli aveva portato con sè, dicendo: in questi tempi potreste morir di fame prima di trovare chi vi desse da mangiare. Il congedo fu quale ognuno può immaginarselo, pieno di tenerezza, di accoramento e di speranza. Fermo partì, viaggiò tutto quel giorno, e avrebbe potuto la sera entrare in Milano, ma pensò che avrebbe trovato più facilmente un ricovero al di fuori. Ristette di fatti in una cascina deserta, a un miglio dalla città. Dormì su le stoppie, e all'alba, levatosi, si avviò e fece la sua seconda entrata in Milano, che gli comparve di un aspetto più tristo e più strano d'assai che non era stato la prima volta[136].

XXII.

FERMO TROVA LUCIA NEL LAZZERETTO.

All'intorno del picciolo tempio v'era un picciolo spazio sgombro di capanne, e Fermo, giungendovi, lo vide occupato da una folla, distinta in ragazzi, in donne e in uomini, tutti composti e in gran silenzio, fra il quale si udiva distintamente una voce alta ed oratoria, che veniva dal tempio. Questo, elevato d'alcuni gradi al di sopra del suolo, non aveva allora altro sostegno che le colonne, disposte in circolo; nel mezzo v'era un altare, che si poteva vedere da tutti i punti del lazzeretto, per mezzo agli intercolunnj vuoti, che in oggi sono murati. Ritto sulla predella dell'altare stava un cappuccino, alto della persona, fra la virilità e la vecchiezza; teneva con la destra una croce, posata al suolo, che gli sopravvanzava il capo di tutto il traverso; e con l'altra mano accompagnava di gesti il discorso che andava facendo. Era questi il Padre Felice, sopraintendente del lazzeretto. Fermo, giunto sull'orlo di quella adunanza, avrebbe voluto avanzarsi a trascorrerla e cercare ciò che gli stava a cuore; ma, senza contare un altro cappuccino che, con un aspetto tanto severo, anzi burbero, quanto quello dell'oratore era pietoso, stava ritto in mezzo alla brigata per tener l'ordine; quella quiete generale, quell'attento silenzio e quella unica voce bastarono ad avvertire il nostro ansioso che ogni movimento sarebbe stato in quel luogo scompiglio e irriverenza. Stette egli dunque alla estremità della brigata ad aspettare e udì la perorazione di quel singolare oratore.

Diamo adunque, diceva egli, un ultimo sguardo a questo luogo di miserie e di misericordia, pensando quanti vi sono entrati, quanti ne sono stati tratti fuora per la fossa, quanti vi rimangono, quanti pochi al paragone, siam noi, che ne usciamo non illesi, ma salvi, ma colla voce da lodarne Iddio. L'anima nostra ha guadato il torrente; l'anima nostra ha guadate le acque soverchiatrici: benedetto il Signore! Benedetto nella giustizia, benedetto nella misericordia, benedetto nella morte, benedetto nella salvezza, benedetto nel discernimento ch'Egli ha fatto di noi in questo sì vasto, sì smisurato eccidio! Ah possa essere questo un discernimento di clemenza! possa la nostra condotta, da questo momento, esserne un indizio manifesto! Attraversando questo mare di guaj, diamo uno sguardo di pietà e di conforto a quegli che si dibattono tuttavia con la tempesta, e dei quali, oh quanto pochi, potranno, come noi, afferrare un porto terreno. Ci vedano uscirne rendendo grazie per noi ed elevando preghiere per essi! Attraversando la città, già sì popolosa, noi, scarsa restituzione dell'immenso tributo ch'essa mandò in questo luogo, mostriamo agli scarsi suoi abitatori un popolo scemato sì, ma rigenerato. Procediamo con la compunzione nel volto e coi cantici su le labbra. Quegli che son ritornati nella pienezza dell'antico vigore porgano un braccio soccorrevole ai fiacchi; gli adulti reggano i teneri, i giovani sostengano con riverenza e con amore i vecchj, ai quali la salute ritornata non apporta che pochi giorni di stento. E se in questo soggiorno di prova, in questo stesso crogiuolo di purgazione abbiam peccato; se abbiamo abusato anche dei flagelli, se abbiamo sciupati i doni e le ricchezze dello sdegno, come già quelli della benignità; ebbene! non abbiam però potuto esaurire il tesoro del perdono; ricorriamo ad esso di nuovo. Per me...

E qui l'oratore fece pausa, straordinariamente commosso; poi tolse una corda, che gli stava ai piedi, se l'avvinghiò al collo, come ad un malfattore, cadde ginocchioni e proseguì:

Per me e per tutti i miei compagni, i quali, sebbene immeritevoli, siamo stati per una ineffabile degnazione trascelti all'alto privilegio di servir Cristo in voi; se, come pur troppo, non abbiamo degnamente corrisposto ad un tanto favore, se non abbiam degnamente adempiuto un sì grande ministero... perdonateci! Se la fiacchezza o la ritrosia della carne ci ha resi men pronti ai vostri bisogni, alle vostre chiamate, perdonateci! se una ingiusta impazienza, se una noja colpevole ci ha fatto talvolta nei vostri mali mostrarvi un volto severo e fastidito, perdonateci! se la corruttela d'Adamo ci ha fatto trascorrere in qualche azione che vi sia stata cagione di tristezza e di scandalo, perdonateci! Nessuno porti fuor di qui altra amaritudine che delle sue proprie colpe!

Così detto, stette egli ginocchioni, come aspettando un segno che l'umile e cordiale suo prego era accetto ed esaudito. Un singhiozzo, un pianto, un gemito universale si levò da quella turba a rispondere. Dopo qualche momento il frate s'alzò, prese la croce ad ambe le mani e l'inalberò; scese dalla predella e quivi depose i sandali; gridò ad alta voce: andiamo in pace; poi intonò il _Miserere_; e scalzo, portando dinanzi a sè quell'alta croce pesante, scese gli scaglioni del tempio dalla parte rivolta alla porta meridionale del lazzeretto che sbocca dinanzi alla mura della città, e s'incamminò verso quella. Dietro lui s'avviò la torma dei fanciulletti, di quelli cioè che potevano reggersi e sapevano condursi da sè; poi le donne, alcune delle quali tenevan per mano o nelle braccia fanciulline, o bambini, e con fioca voce cantavano il salmo intonato dal guidatore; poi gli uomini, pur cantando; poi carri di convalescenti e delle bagagli e di quei che partivano; quelle che in tanta confusione s'eran potuto serbare e raccogliere. Ultimo veniva quell'altro cappuccino che abbiamo menzionato, con un gran vincastro in mano; e coi cenni di quello, con gli occhi e con la voce teneva in sesto il convoglio. Era questi un Padre Michele Pozzobonelli, il coadiutore più autorevole, e come il primo ministro del Padre Felice, in quel regno di desolazione.

Fermo, tosto ch'ebbe veduto questo scender dal tempio, e notato da che parte s'avviava, entrò di nuovo fra le capanne per pigliare i passi innanzi, senza dare nè ricever disturbo, e sboccar poi di nuovo su la strada per dove la processione doveva passare. Dalla porta meridionale al tempio v'era infatti come una strada, uno spazio che s'era lasciato sgombro di capanne per dar passaggio ai carri degli infermi, che per lo più entravano da quella porta, e da quello spazio poi si distribuivano a dritta e a sinistra, come si poteva. Fermo riuscì su quella, al mezzo incirca, e vide venire il vecchio crocifero, lo vide passare, vide passare i ragazzi e poi con un gran battito di cuore esaminò le donne, che pur passavano; e lo potè fare a suo agio, perchè elle procedevano a due a due. Passa, passa; guarda, guarda; qui non v'è, qui nè pure: più che la metà è passata; poche ne rimangono; compajono le ultime della fila femminile; ecco gli uomini; Lucia non v'era. Quanta speranza svanita! Rimanevano però i carri ancora: Fermo gli vedeva venire; e i primi erano carichi di donne. Stette dunque aspettando; lasciò passare la schiera degli uomini; guardò ad uno ad uno quei carri. Passavano lentamente, si arrestavano talvolta, come accade nelle processioni e nelle marce d'ogni genere, di modo che Fermo potè aver la trista certezza che nessuna di quelle donne era sfuggita alla sua vista, e che Lucia non v'era. Le braccia gli caddero quando si vide finire in mano l'unico, o almeno il più forte filo delle sue speranze. Anche prima di vedere trascorrere quella per lui sì trista rassegna, egli sentiva pur troppo quanto era più probabile che Lucia fosse nel numero dei tanti portati fuora dal lazzeretto sui carri, che dei pochi risanati: ma pure, come si suole, egli metteva il suo desiderio sul guscio della speranza e faceva traboccare le bilance da quella parte. Ma ora egli credeva di dovere esser certo che Lucia non era tra i guariti, nè tra i convalescenti: la contingenza più lieta per lui, l'unica sua speranza (quale speranza!) era ormai ch'ella fosse ivi languente, ma viva. Passato tutto il convoglio, passato il Padre Michele, Fermo si mise, senza troppo pensare dove anelasse, su quella via rimasta sgombra, e le sue gambe lo portarono dinanzi al tempio. Quivi gli vennero alla mente le parole del buon frate Cristoforo: Se non ve la scorgi, fa cuore tuttavia... Cercala con rassegnazione[137]. Si prostrò su gli scaglioni del tempio, fece a Dio una preghiera, o, per dir meglio, un viluppo di parole scompigliate, di frasi interrotte, di esclamazioni, di domande, di proteste, di disdette, uno di quei discorsi che non si fanno agli uomini, perchè non hanno abbastanza penetrazione per intenderli, nè sofferenza per ascoltarli; non sono abbastanza grandi per sentirne compassione senza disprezzo. Si levò di là più rincorato e si avviò. Dal tempio alla porta che divide il lato settentrionale, a cui tendeva Fermo, scorreva, come dalla parte opposta, un viale sgombro di capanne, e si sarebbe potuto chiamare la via dei morti, perchè ivi facevano capo e giravano i carri che portavano alla fossa di San Gregorio le centinaja che perivano ogni giorno nel lazzeretto. Fermo scelse quella via come la meno impedita e la più breve, e studiando il passo alla meglio, tra l'incontro continuo dei carri e l'inciampo frequente di altri tristissimi ingombri, pervenne a pochi passi dalla porta. Ma quivi un accorrimento di carri vuoti che entravano, di colmi che uscivano, faceva in quel punto un tale imbarazzo, che Fermo, anzichè affrontarlo, o aspettare lo sgombro, stimò meglio di entrare tra le capanne per riuscire di quindi al fabbricato. Le capanne in quel luogo eran tutte abitate da donne, ed egli procedeva lentamente d'una in altra, guardando. Or, mentre passando, come per un vicolo, tra due di queste, l'una delle quali aveva l'apertura sul suo passaggio, e l'altra rivolta dalla parte opposta, egli metteva il capo nella prima, sentì venire dall'altra, per lo fesso delle assacce ond'era connessa, sentì venire una voce... una voce, giusto cielo! che egli avrebbe distinta in un coro di cento cantanti, e che, con una modulazione di tenerezza e di confidenza, ignota ancora al suo orecchio, articolava parole che forse in altri tempi erano state pensate per lui, ma che certamente non gli erano mai state proferite: Non dubitate; son qui tutta per voi; non vi abbandonerò mai.

Se Fermo non mise uno strido, non fu perchè lo rattenesse il riguardo di fare scandalo, il timore di farsi troppo scorgere e d'essere preso, o cacciato; fu perchè gli mancò la voce. Le ginocchia gli tremarono sotto, la vista gli s'appannò un momento; ma come accade per lo più quando dopo una gran sorpresa rimane qualche cosa d'importante da farsi, o da sapere, l'animo gli ritornò tosto, e più concitato di prima. In tre balzi girò la capanna, fu su la porta, vide una donna inclinata sur un letto, che andava assestando.

Lucia! chiamò Fermo, con gran forza e sottovoce ad un tempo: Lucia!

Trabalzò ella a quella chiamata, a quella voce, credette di sognare, si volse precipitosamente, vide che non era sogno, e gridò: Oh Signore benedetto! Fermo rimase su la porta, tacito e ansante, e Lucia pure, dopo quel grido, stette immota in silenzio più tempo che non bisogni a raccontare in compendio le sue vicende dal punto in cui l'abbiamo lasciata.

Ella era sempre rimasta nella casa di Don Ferrante; e fino ad un certo tempo sotto la vigilanza severa di Donna Prassede. Ma, allo spiegarsi della peste, questa signora, messe da un canto tutte le altre cure, dimenticate tutte le brighe, non solo le sue proprie, ma anche quelle di cui prima andava tanto volentieri in cerca, non ebbe più che un pensiero, dì guardarsi dal pericolo comune. Pensò ella che per fare del bene, la prima condizione è di essere in vita, e, per allora, volle assicurar questa. Quanto al prossimo, non pensò più a regolarlo, ma soltanto a tenerselo lontano, tanto che non li comunicasse la pestilenza. Don Ferrante, invece, persuaso che tutte le precauzioni immaginabili non avrebbero potuto fare che là congiunzione di Saturno con Giove non fosse avvenuta, nè stornare le conseguenze di un avvenimento dì quella sorte, non cangiò nulla al suo tenore solito di vita, e contrasse la pestilenza, che[138] in un giorno lo spicciò. Donna Prassede[139] s'era ritirata con la signora Ghita nella stanza più remota della casa; Prospero, che alla morte di Don Ferrante era certo di dovere andare a spasso, pensava a farsi un po' di fardello; il resto della famiglia seguiva il suo esempio; e il povero astrologo sarebbe morto abbandonato, se Lucia non avesse avuta la carità di prestargli qualche servigio. Il giorno stesso in cui Don Ferrante morì, Lucia fu presa da un gran sopore, rimase come insensata, e cadde senza forze: Donna Prassede ordinò tosto che[140] ella fosse portata nella via, ad aspettare un carro o una bussola che la portasse al lazzeretto. Così fu fatto, e così avvenne. Lucia, deposta in quella capannuccia, stette alcuni giorni fuori di sè, senza prender cibo, nè rimedi, lottando il vigore della natura con la violenza del male, e non riprese l'uso delle sue facoltà se non quando il male fu superato. Ma quale risvegliamento! in quel tumulto di morte, in quello scompiglio di guai, senza vedere un volto conosciuto, senza udire una voce famigliare! Pure in quel tempo, come in tutte le grandi calamità, la vista o il racconto e l'aspettazione continua dei mali rendeva preparati a tutto anche gli animi i meno agguerriti; questa preparazione, la gran ragione della necessità, la cascaggine stessa che il male aveva lasciata addosso a Lucia, la fecero avvezzare ben tosto alla sua situazione; la fiducia in Dio gliela raddolcì. La capannuccia non capiva che due letti, o covili che fossero: in pochi giorni Lucia cangiò più volte di compagnia. Finalmente, quando ella cominciava a potersi reggere, vi fu portata una donna, che era moglie, anzi vedova d'un ricco mercante di stoffe, madre, anzi orba di due figli: la peste le aveva tutto portato via. Questa, rimasta sola in casa, e sentendosi pure colpita dal morbo, aveva chiamato un commissario della Sanità, che conosceva per sua buona sorte, e che per una sorte ancor più rara era un galantuomo, e gli aveva raccomandata sè e la sua casa. Egli la fece chiudere e sigillare, promise di vegliarla, e fece portare la donna al lazzeretto, con tutta quella cura particolare che si poteva in quelle circostanze. Lucia assistette la sua compagna, che superò pure la malattia, e, come è facile ad intendersi, tra quella che prestava sì pietosi servigj, e quella che gli riceveva, ambedue deserte, buone ambedue, s'era formata una strettissima amicizia.