Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Part 14

Chapter 143,567 wordsPublic domain

Lasciando ora Don Rodrigo nel suo tristo ricovero[132] ci conviene andare in cerca d'un personaggio separato da lui per condizione, per abitudini e per inclinazioni, e la storia del quale non sarebbe mai stata immischiata alla sua, se egli non lo avesse voluto a forza. Fermo, del quale intendiamo parlare, aveva campucchiato quell'anno della carestia, parte col suo lavoro, parte coi soccorsi di quel suo buon parente; alla fine, per non essergli troppo a carico, intaccò i cento scudi di Lucia, ma col proposito di restituire, se mai Lucia non fosse più quella per lui. Il passaggio della soldatesca interruppe quelle scarse e imbrogliate comunicazioni di pensieri e di notizie che passavano tra lui ed Agnese. Dietro la soldatesca venne la peste, ai primi avvisi della quale i magistrati di Bergamo interdissero il commercio col territorio milanese finitimo, mandarono commissarj ad invigilare al confine, fecero por guardie e cancelli. Pure, come era accaduto nel Milanese, la disobbedienza fu più attenta, più destra, più ingegnosa che la vigilanza; gli abitanti del confine bergamasco non credevano nè pur essi molto alla peste e trattavano di soppiatto coi loro vicini; e, con molta fatica e con molto pericolo, ottennero di potere avere anch'essi la peste in casa. Entrata che fu, invase poco a poco il contado, poi i sobborghi di Bergamo, poi la città[133]. La peste di Bergamo, e nei modi con cui si propagò, e in tutti i suoi accidenti, presenta molti tratti di somiglianza notabile con quelli del Milanese. Come in questo paese, così nel bergamasco, dopo scoverta la peste, si trovò ch'ella si sarebbe dovuta prevedere per evidenti segni astrologici e per inauditi portenti; v'ebbe pure la incredulità di molti abitanti, e la negligenza delle precauzioni; v'ebbero i dispareri fra i medici, l'inesecuzione degli ordini e il rilasciamento nei magistrati stessi, nato da una falsa fiducia che il male fosse cessato. Quivi pure una processione, contrastata con ragioni savie e voluta con fanatismo, diffuse rapidamente il contagio nella città; quivi pure molte vite generosamente sagrificate in pro' del prossimo da cittadini, e particolarmente da ecclesiastici; quivi pure licenza e avanie degli infermieri e becchini, che ivi erano chiamati _nettezzini_, come in Milano _monatti_; quivi pure preservativi e rimedi strani o superstiziosi. Quivi pure, come in Milano, subitanei spaventi per voci sparse di sorprese nemiche, sognate dalla paura, o inventate dalla malizia; e finalmente, per non dir tutto, quivi pure all'udire che in Milano v'era gente che disseminava il contagio con unzioni, nacque un terrore che il simile non avvenisse, anzi parve di vedere unti i catenacci e i martelli delle porte e le pile delle chiese[134]. Ma la cosa non andò oltre; e come in questo particolare, così nel resto, gli accidenti tristi, che abbiam toccati, furono in Bergamo men gravi, meno portentosi; l'incrudeltà fu meno ostinata, men clamorosa, la trascuranza men crassa, la superstizione meno feroce, la violenza meno bestiale e meno impunita. Di questa differenza v'era molte cagioni, alcune presenti, altre antiche, quale nelle persone e quale nelle cose; la ricerca delle quali cagioni è fuori affatto del nostro argomento. Quello che ora importa di sapere si è che Fermo contrasse la peste, e la superò felicemente. Tornato alla vita, dopo d'averla disperata, dopo quell'abbandono e quell'abbattimento, sentì egli rinascere più che mai fresche e rigogliose le speranze, le cure e i desiderj della vita, cioè pensò più che mai a Lucia, alle antiche affezioni, agli antichi disegni, alla incertezza in cui era da tanto tempo dei pensieri di essa, e alla nuova terribile incertezza della salute, della vita di lei, in quel tempo dove il vivere e l'esser sano era una come eccezione alla regola. Tutte queste passioni crescevano nell'animo di Fermo di pari passo che il vigore nelle sue membra; e quando queste furono ben riconfortate, egli, con la risolutezza d'un giovane convalescente, disse in sè stesso: andrò e vedrò io come stanno le cose. Il pericolo della cattura gli dava poca molestia; da quello che si passava in Bergamo egli vedeva che la peste assorbiva o affogava tutte le sollecitudini, ch'ella era come un obblivione, o un giubileo generale per tutte le cose passate; vedeva che i magistrati avevano ben poca forza e poca voglia d'agire centra i delitti della giornata, e tanto meno contra reati ormai rancidi; e sapeva, per la voce pubblica, che in Milano il rilasciamento d'ogni disciplina buona e cattiva era ancor più grande. Oltre di che, egli si proponeva di cangiar nome, di procedere con cautela, e di scoprir paese, e prender voce nel suo paesetto natale, prima che avventurarsi in Milano. Con questo disegno, egli lasciò in deposito presso un buon prete (quel suo fidato parente era morto di peste) gran parte degli scudi che gli rimanevano, ne prese pochetti con sè, si tolse un pajo di pani, un po' di companatico e un fiaschetto di vino pel viaggio, e si mosse da Bergamo sul finire di luglio, pochi giorni da poi che Don Rodrigo era stato portato al lazzeretto.

. Il Manzoni ne possedette una copia fatta dall'ab. Bentivoglio, che gli fu procurata dal suo amico Gaetano Cattaneo. Sulla peste conobbe anche il _Ms.º Vezzoli_. _Preservatione_ | _dalla peste_ | _scritta dal sig. Protomedico_ | LODOVICO | SETTALA | _con privilegio_. | In Milano | Per Giovan Battista Bidelli. | M. DC. XXX; in-8º di pp. 60.

_Cura_ | _locale_ | _de' tumori_ | _pestilentiali,_ | _che sono il Bubone, l'Antrace, o Car-_ | _boncolo_, _& i Furoncoli._ | _Contenente tutto quello, che si ha da fare_ | _esteriormente nella cura di questi mali._ | _Tolta dal Libro della cura della Peste_ | _del Signor Protofisico_ LODOVICO | SETTALA. | In Milano, | Per Giovan Battista Bidelli. 1629; in-8º di pp. 32.

_La peste del_ | MDCXXX | _Tragedia nouamente_ | _composta_ | _dal padre_ | _Fra_ BENEDETTO CINQVANTA | _Teologo, e Predicatore_ | _generale_ | _De Minori Osservanti_ | _Fra li Accademici Pacifici_ | _detto il Seluaggio_; in-24º di pp. 239, senza anno e note tipografiche. [Il permesso della stampa, dato in Milano da fra Leone Rossi, Ministro provinciale, è del «10 genaro 1632»; la lettera dedicatoria del Cinquanta a «Gio. Battista Calvanzano, Mercante Pio e diuoto», è data dal Convento di Santa Maria della Pace in Milano il «6 genaro 1632». Parecchi versi di questa tragedia furon dal Manzoni trascritti ne' suoi Estratti.]

_La pestilenza_ | _seguita in Milano_ | _L'anno 1630_ | _raccontata da_ | _D._ AGOSTINO LAMPVGNANO | _Priore di San Simpliciano_ | _Al Serenissimo_ | _Carlo primo Gonzaga_ | _Duca di_ | _Mantova, Monferrato, Neuers,_ | _Vmena, Rethel, etc._ | In Milano per Carlo Ferrandi, | con licenza de' Superiori. | 1634; in-12 di pp. 82.

_Raggvaglio_ | _dell'origine_ | _et giornali successi_ | _della gran peste_ | _Contagiosa, Venefica & Malefica seguita nella Città_ | _di Milano & suo Ducato dall'Anno 1629._ | _fino all'Anno 1632._ | _Con le loro successive Provisioni & Ordini._ | _Aggiuntovi un breve Compendio delle più segnalate specie di Peste_ | _in diuersi tempi occorse_ | _diviso in dve parti_ | _Dalla Creatione del Mondo fino alla nascita del Signore,_ | _Et da N. S. fino alli presenti tempi._ | _Con diversi antidoti_ | _Descritti da_ ALESSANDRO TADINO _Medico Fisico_ | _Collegiato & de' Conservatori dell'Illustriss. Tribunale_ | _della Sanità dello Stato di Milano._ | _All'Ill.ᵐᵒ Sig.ʳ Francesco Orrigone Vicario_ | _di Prouisione della Città & Ducato di Milano._ | In Milano. M. DC. IIL. | Per Filippo Ghisolfi. Ad instanza di Gio. Battista Bidelli. | Con licenza de' Superiori & Privilegio; in-4º di pp. 151, oltre 8 in principio e 1 in fine senza numerare.

_Alleggiamento_ | _dello_ | _Stato di Milano_ | _per_ | _Le Imposte,_ _e loro Ripartimenti._ | _Opera di_ | CARLO GIROLAMO CAVATIO | _prosapia de' Conti_ DELLA SOMAGLIA, | _Gentilhuomo Milanese,_ | _giovevole_ | Per _rappresentare alla Cattolica Maestà_ | _del Re N. S._ | _Filippo IV. il Grande_ | _L'Amore Costante del Dominio,_ | _E la forma facile di Benigno sollevamento._ | _Honorevole_ | _Per le Prodezze de Cittadini._ | _Dilettevole_ | _Per le Storie, ed Informationi._ | _Dedicata a gli Illustrissimi Signori_ | _Vicario, e Sessanta_ | _del Consiglio Generale_ | _della Città di Milano._ | In Milano M. DC. LIII.; Nella Reg. Duc. Corte, per Gio. Battista, e Giulio Cesare fratelli | Malatesta Stampatori Reg. Cam. & della Città; in-fol. di pp. 732, oltre 58 in principio e 76 in fine senza numerazione.

_Vita_ | _di_ | _Federico_ | _Borromeo_ | _Cardinale del Titolo di Santa Maria degli Angeli,_ | _ed Arcivescovo di Milano,_ | _Compilata_ | _da_ FRANCESCO RIVOLA | _Sacerdote Milanese,_ | _e dedicata da' Conservatori_ | _Della Biblioteca, e Collegio Ambrosiano_ | _Alla Santità di Nostro Sig. Papa_ | _Alessandro Settimo._ | In Milano, | Per Dionisio Gariboldi. M. DC. LVI.; in-4º di pp. 769, oltre 24 in principio e 55 in fine non numerate.

_Il_ | _memorando contagio_ | _seguito in Bergamo l'anno 1630._ | _historia_ | _scritta d'ordine pubblico_ | _da_ LORENZO GHIRARDELLI | _libri otto._ | _Consacrata_ | _all'immortalità | della stessa Illᵐᵃ Città_ | _di Bergamo._ | In Bergamo, M. DC. LXXXI. | Per li Fratelli Rossi Stampatori di essa Città. | Con licenza de' Superiori; in-4º di pp. 361, oltre 8 in principio e 1 in fine senza numerazione.

_Memorie_ | _delle cose notabili_ | _successe in Milano intorno al_ | _mal contaggioso l'anno 1630._ | _Del riccorso da Signori della città a Padri Capuccini_ | _per il Governo del Lazzaretto._ | _Come fu destinato il Molto Rev. Padre Felice da Milano della_ | _Nobilissima Famiglia de Casati, ed il Rev. Padre Michele_ | _da Milano della Famiglia de' Marchesi Pozzobonelli._ | _De' Portamenti d'essi Padri in quelle calamità; e come entrasse_ | _la Peste ne' Conventi loro._ | _Delle ammirabili azioni, ed affannose fatiche d'Eccellentissima Carità_ | _dell'Illustrissimo Signor Marchese_ | _Don Gianbattista Arconati_ | _di Gloriosa ricordanza, luce splendidissima di que' tempi,_ | _Reg. Senatore, e Presidente della Sanità._ | _Del bel passaggio all'Eternità di molti Capuccini Vittime di_ | _Carità, E d'altri risanati per intercessione della Gran_ | _Vergine Miracolosa delle Grazie_ | _Nella Chiesa delli Molto Reverendi Padri Domenicani_ | _in Porta Vercellina._ | _Con in fine tre Capitoli in compendio della purga_ | _delle cose infette, e sospette usata._ | _Raccolte da Don_ PIO LA CROCE, | _Consagrate_ | _all'Illustrissimo Signore il Sig._ | _Don Giuseppe Arconati_ | _Marchese di Busto Garollo_ | _Arconate, etc._ | In Milano Nelle Stampe di Giuseppe Maganza. 1730; in-4º di pp. 92, oltre 8 in principio e 2 in fine senza numerazione.

Del conte Pietro Verri consultò e cita la _Storia di Milano_ e le _Osservazioni sulla tortura_, che postillò; come postillò il suo discorso _Dell'Annona_. Cfr. _Opere inedite o rare di_ A. M. vol II, pp. 122-124 e 374-386. Cita pure il trattato _Del governo della peste_ di Lodovico Antonio Muratori, edizione modenese del 1714; cita _Del morbo petecchiale... e degli altri contagi in generale, opera del dott._ F. ENRICO ACERBI; l'amico e medico suo.

Cfr. inoltre: GHIRON I., _Documenti ad illustrazione dei «Promessi Sposi» e della peste dell'anno 1630_; nell'_Archivio storico lombardo_, ann. V, fasc. 4 [31 dicembre 1878], pp. 749-758.

Degli _Estratti_ manzoniani ne trascriverò qualche brano, per saggio.

«Danno portato dai soldati veneziani. Ghirar[delli], p. 55--Processione, p. 161--Sintomi della peste, p. 224.--Unzioni, p. 244.--Inumanità dei _nettezzini_, p. 252.--Non furono mai veduti tanti frutti pendere dagli arbori, etc., p. 258.--Mortalità: città e borghi, 9,533; territorio, 47,322, p. 341.--Continuò la mortalità, sicchè più d'un terzo fu trovato mancar di peste--Esenzioni per 10 anni ai forestieri in Bergamo, p. 356».

«Deputati delle parrocchie. Rip[amonti], p. 58--10 cal. maii, p. 75--Quatuor homines deprehensos esse, etc., p. 111--Lazzeretto e P.ʳᵉ Felice, p. 128--Diluvio ai 23 di luglio, p. 131--Sed belli graviores esse curas, p. 245».

«Viveva in un certo castello, etc. Rivola, p. 254--Card. Fed. Borromeo raccomanda ai parochi che inculchino il dovere di rivelare la malattia contagiosa, p. 582--Condotte a termine di salire in fin sopra i tetti, etc., p. 759».

«Morti della peste in Milano, 1630. Ripamonti, pagine 228-229, morti 140,000. Vedere il luogo, dove le ragioni per cui il calcolo sembra a lui stesso al di qua del vero--Tadino, p, 136, morti 185,558--Somaglia, p. 500, morti 180,000--Rivola, p. 584 (a mezzo settembre), morti 122,000--Ms.º Vezzoli, p. 73, morti 122,464--Lampugnani, pag. 67 (la stessa avvertenza che al Ripamonti), morti 160,000».

In un foglio volante, non però di mano del Manzoni, si legge: «Il giorno 21 giugno a Milano il sole leva a 4.ʰ 12.', tramonta a 7. 48. Era uso in Italia incominciare a contare le ore o al preciso tramonto, o ad una mezz'ora dopo di esso. Nel primo caso le 8 ore italiane corrispondono a 3. 48 della mattina, ossia 24 minuti prima del levare del sole; che è precisamente all'aurora. Se si contino le 24.ʰ mezz'ora dopo il tramonto, lo che è il 2º caso, le 8 ore corrispondono a 4. 18 dell'orologio francese, perciò 6 minuti prima del levar del sole. In Milano si contava dunque le 24 al preciso tramonto». (Ed.)]

I pochi, che erano guariti dalla peste, si trovavano in mezzo all'altra popolazione come una razza privilegiata. Una grandissima parte della gente languiva inferma, moriva, e quegli che non avevano contratto il male ne vivevano in un continuo terrore; come ogni oggetto poteva col tocco esser cagione di morte, così di tutto si guardavano; i passi erano misurati e sospettosi, i movimenti ritrosi, irresoluti, fretta ed esitazione in un tempo, un allarme incessante, una disposizione a fuggire, e con tutto questo il pensiero sempre vivo che forse tante precauzioni erano inutili, forse il male era già fatto. I pochi risanati invece, non temendo più del contagio, camminavano ed operavano senza tutte quelle precauzioni, e l'aspetto della incertezza altrui cresceva in molte occasioni la fiducia e la scioltezza loro: erano come i cavalieri dell'undecimo secolo, coperti d'elmo, di visiera, di corazza, di cosciali, di gambiere, con una buona lancia nella destra, un buon brocchiere alla sinistra, una buona spada al fianco, una buona provvigione di giavellotti, sur un buon palafreno, agile all'inseguimento ed alla ritratta, in mezzo ad una marmaglia di villani a piede, ignudi d'armatura, e poco coperti di vestimenti, che per offesa e per difesa non avevano che due braccia e due gambe, e il resto delle membra non atto ad altro che a toccar percosse. L'immunità del pericolo ispira il sentimento e dà il contegno del coraggio; è la parte meno nobile, ma spesso una gran parte di esso; e questa verità si è sapientemente trasfusa nella nostra lingua, dove il vocabolo sicuro, che in origine vale fuor di pericolo, fu traslato a significare anche ardito. Con questa baldezza, temperata però dalle inquietudini che noi sappiamo e dalla pietà di tanti mali altrui, camminava Fermo in un bel mattino d'estate, per coste amene, donde ad ogni tratto si scopre un nuovo prospetto, per verdi pianure, sotto un cielo ridente, tra il fresco e spezzato luccicare della rugiada, all'aria frizzante dell'alba e al soave calore del sole obbliquo, appena comparso sull'orizzonte. Ma dove appariva l'uomo, dove si vedevano i segni della sua dimora, del suo passaggio, spariva tutta la bellezza di quello spettacolo: erano villaggi deserti, animati soltanto da gemiti, attraversati da qualche cadavere, che era portato alla fossa senza accompagnamento, senza romore di canto funebre: qua e là uomini sparuti, che erravano, infermi che uscivano disperati dal coviglio, per morire all'aria aperta, birboni che agguantavano dove fosse da spogliare impunemente. Fermo cercò di schivare tutte le parti abitate, venendo pei campi; sul mezzo giorno si riposò in un bosco, vicino ad una sorgente, ivi si rifocillò col cibo che aveva portato seco; lasciò passare le ore più infocate, riprese la sua strada; cominciò a riveder luoghi noti, misti alle memorie della sua fanciullezza, e due ore circa prima del tramonto scoperse il suo paesetto. Alla prima vista Fermo ristette un momento, come sopraffatto dalle rimembranze e dai pensieri dell'avvenire, e ripreso fiato, procedette, entrò nel paese. L'aspetto era come quello di tutti gli altri che Fermo aveva dovuti vedere; ma la tristezza fu ben più forte che egli non l'avesse ancor provata. Guardò se vedeva attorno qualche suo conoscente, qualche persona viva: nessuno; le porte chiuse, o abbandonate; avanzando, scorse un uomo seduto sul limitare, lo guardò, durò fatica a riconoscerlo, travisato com'era dal male[135]; ma non fu riconosciuto da esso, che gli piantò in faccia due occhj insensati, e non fece motto. Fermo lo chiamò per nome, non ne ebbe risposta, e più che mai accorato si avviò alla sua casa. Ella era quale l'avevano lasciata i lanzichenecchi: senza imposte, diroccata qua e là, qua e là affumicata, e dentro vuota, ma non già pulita, che vi rimaneva ancor lo strame che era stato letto ai soldati. Ne uscì Fermo in fretta inorridito, ritirando l'occhio dallo spettacolo e la mente dai pensieri e dai ricordi che quello spettacolo faceva nascere, e si incamminò alla casa d'Agnese, con l'ansia di rivedere un volto amico, di udire da lei ciò che tanto gli stava a cuore, e col battito di non ritrovarla, di non ritrovar pure chi gli sapesse dire s'ella viveva.

Per giungervi, doveva Fermo passare su la piazzetta della chiesa, dov'era pure la casa del curato. Quando fu in luogo donde la piazza si poteva vedere, guardò egli alla casa del curato, e vide una finestra aperta e nel vano di quella un non so che di bianco-giallastro in campo nero, una figura immobile, appoggiata ad un lato della finestra. Era Don Abbondio in persona, e ad una certa distanza poteva parere un vecchio ritratto di qualche togato, scialbo per natura, per l'arte del pittore e per l'opera del tempo, appeso di traverso fuori al muro, per la buona intenzione di ornare qualche solennità. Fermo, che aveva sospettato chi doveva essere, arrivato su la piazza, lo riconobbe, e da prima, tornandogli a mente che egli era una delle cagioni delle sue traversie, sentì rivivere un po' di stizza e volle passar di lungo. Ma tosto, l'antico rispetto pel curato, quel desiderio di sentire una voce umana e conosciuta, così potente in quelle circostanze, la speranza di risapere da lui qualche cosa che gl'importasse, vinsero nell'animo di Fermo, che si arrestò, fece una riverenza, e dirizzando il volto alla finestra, disse:--Oh, signor curato, come sta ella in questi tempi?--Don Abbondio aveva guatato costui che veniva, gli era sembrato di riconoscerlo; ma quando sentì la voce che non gli lasciava più dubbio--Per amor del cielo! disse, voi qui? Che venite a fare in queste parti? Dio vi guardi! Vi pare egli, con quella poca bagattella di cattura...?

--Oh via, signor curato, disse Fermo non senza dispetto, mi vuol ella fare anche la spia?

--Parlo per vostro bene, disse Don Abbondio, che nessuno ci sente. Chi volete che ci senta. Non vedete che son tutti morti? Che venite a cercare fra queste belle allegrie? Andate, tornate dove siete stato finora; non venite a porre in imbroglio voi e me; perchè quando si tratti di castigar voi e di tormentare me, pover uomo, vi sarà dei vivi ancora.

--Signor curato, mi saprebbe ella dar qualche nuova di Lucia?

--Oh Dio benedetto! ancor di questi grilli avete in capo? Oh poveri noi! che serve che vengano i flagelli, se gli uomini non voglion far giudizio! E la peste, figliuolo, la peste? Non sapete che c'è la peste?

--Ella deve ricordarsi, signor curato, disse Fermo con voce alquanto risentita, che Lucia ed io... non eramo grilli.

--Oh! disse Don Abbondio, figliuol caro, voi avete sempre avuto il timor di Dio, spero che non sarete cangiato. Per questo vi parlo con libertà, da vero padre, perchè vi ho sempre voluto bene. So io quel che dico, questo non è paese per voi: se vi dovesse accadere qualche disgrazia--e già, pur troppo, non la schivereste--che crepacuore per me! La cattura è terribile; v'è un fuoco contro di voi! E poi la peste...

--La peste l'ho avuta, disse Fermo, son guarito, e non ho più paura.

--Vedete che avviso vi ha mandato il cielo, per farvi pensare al sodo... Anch'io l'ho avuta e son qui per miracolo.

--Ma di Lucia non mi sa ella dir nulla?

--Figliuol caro, che volete ch'io vi dica? Non ne so nulla: è in Milano; cioè v'era: di chi può dirsi ora, v'è? Sarà morta: muojono tanti.

--Ma noi siam pur vivi, e...

--Per miracolo, figliuolo, per miracolo. E il frutto che ne dobbiam trarre è di cacciar tutte le bazzecole dalla testa. In Milano, figliuolo! chi vive in Milano? Questo è un purgatorio, ma quello è l'inferno. Non vi passasse mai pel capo...

--E Agnese, signor curato?

--Agnese è qui: e per miracolo non ha contratta la peste finora; ma si guarda, si guarda; ha giudizio, non vuol vedere nessuno; non le andate fra piedi, che le fareste dispiacere.

--Sia lodato Dio; ma ella nè mi vuole ajutare, nè vuole che altri m'ajuti.

--Che dite, figliuolo? io son tutto per voi, e parlo perchè vi voglio bene; e perciò vi torno a dire: non vi passasse mai pel capo... Dio guardi! In Milano! Sapete come state! Una cattura di quella sorte! un impegno! e con tanti nemici che avete! Dio liberi! e poi, so io quel che dico, potreste trovare... chi sa? gente che vuol bene, ma ... gente che si piglia impegni di proteggere, e poi... sostenere... cozzare... basta, parlo con tutto il rispetto... ma, Dio solo è da per tutto... Si vuole, si comanda, si promette, si fa l'impegno... si scompiglia la matassa, e si dà in mano al curato perchè la riordini ... e chi ne va col capo rotto è il curato... Fate a modo mio, tornate dove siete stato finora.

--Basta, disse Fermo, non mi aspettava da lei più soccorso di quello che mi abbia avuto. Io non intendo tutti questi suoi discorsi; ma poi che ella non ha altri consigli da darmi, si contenti ch'io faccia a modo mio.

--No, Fermo, per amor del cielo, non mi fate un marrone: non mettete in imbroglio me e voi. Abbiate compassione d'un pover uomo, che ha bisogno di quiete; e sarebbe giusto finalmente che la godesse. Quello che ho patito io, vedete, non lo ha patito nessuno. Ne ho passate d'ogni sorte: spaventi, crepacuori, fatiche: è venuta la carestia, e m'è toccato di veder persone morirmi di fame su gli occhi. Ho dovuto fuggire di casa, e nessuno mi volle ajutare; ho trovato cuori duri come selci; e i soldati m'hanno sperperato ogni cosa. E sono stato... e ho dovuto... e basta... sono stato ricoverato da un degno signore... basta so io quello che ho patito. E poi la peste! ho dovuto assistere agli appestati... e ne ho avute io delle cure, sa il cielo! ma l'ho presa anch'io, e son qui vittima della mia carità; d'allora in poi non son più quello. Perpetua è morta, mi ha abbandonato in questi guaj; e mi tocca servirmi da me, povero, vecchio e malandato, come sono. Ecco che appena cominciava a star bene, e voi venite per darmi nuovi travagli...

--Signor curato, disse Fermo, io le desidero ogni bene; e del travaglio ella ne può bene aver dato a me, ma non io a lei, in fede mia. La spia ella non me la vorrà fare; del resto, io mi rimetto nelle mani di Dio. Attenda a guarir bene, signor curato.

--Sentite, sentite,--continuava Don Abbondio, ma Fermo aveva già fatta una riverenza di risoluto congedo, e camminava verso la casetta di Lucia.