Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Part 12

Chapter 123,799 wordsPublic domain

Chi non ha veduto Don Abbondio in quel giorno non ha un'idea vera dell'impaccio. I nemici che si avvicinavano erano i più terribili che egli avesse mai avuti a fronte, e quelli contra cui erano più inutili tutte le sue armi, tutti i suoi stratagemmi. Non era gente da ammansarsi colla pieghevolezza e colla sommessione, molto meno da contenersi coll'autorità. Non v'era salute che nella fuga; ma, primo di tutti a risolverla, Don Abbondio era poi rimasto indietro di molti per le difficoltà che trovava nella fuga stessa e per le condizioni ch'egli vi aveva voluto porre. L'ertezza del cammino lo spaventava, e questo spavento gli aveva fatto perder qualche tempo a voler persuadere or l'uno, or l'altro dei suoi parrocchiani che lo portassero in lettiga; ma, in verità, quello non era momento da trovar lettighieri. Era pure andato pregando tutti quelli che avevano buone spalle che per amore del loro curato si caricassero delle sue masserizie, delle sue provvigioni, anche dei suoi mobili, per portarli in alto e riporli in salvo; ma si era indirizzato ad uomini occupati a scegliere tra i pochi loro averi quello che si poteva trafugare, lasciando con dolore il resto alle voglie dei ladri: e nessuno aveva spalle da allogare a Don Abbondio. Pensava finalmente a nascondere il tutto sul luogo, ma la cosa era per sè difficile, e il tempo stringeva. Di più, non aveva ancora saputo scegliere un asilo, e, senza farne mostra, era tormentato dallo stesso timore che Agnese. Girava il pover'uomo per la casa, tutto affannato e stralunato, non sapendo che farsi; se la prendeva, quando col duca di Nivers, come diceva egli, che avrebbe potuto rimanersi in Francia e voleva a forza esser duca di Mantova, quando col duca di Savoja, che voleva ingrandirsi, quando coll'imperatore, che stava su certi puntigli, e quando con Don Gonzalo di Cordova, che non aveva saputo mandare quei diavoli per un'altra strada. Bestemmiava ancor più la durezza dei suoi parocchiani, che non volevano dargli ajuto. Oh che gente! sclamava, che gente! ognuno pensa a sè! non c'è carità! Si faceva alla finestra e chiamava quelli che passavano, con una certa voce mezzo piagnolente[126] e mezzo rimbrottevole. Venite a dare una mano al vostro curato, se avete viscere di misericordia; non siate così cani. Ajutatemi a portar via quei pochi stracci, quei pochi stracci, ripeteva, perchè nessuno sospettasse ch'egli avesse cose preziose da salvare. Aspettatemi che venga anch'io con voi; aspettate almeno che siate quindici o venti, tanto da potermi guardare, ch'io non sia abbandonato. Volete voi lasciarmi solo in man dei cani? Meritereste che il vostro parroco fosse spogliato, ammazzato. Misericordia! Fermatevi dunque. Eh! tiran di lungo. Oh che gente!

Bisogna dire che Don Abbondio fosse ben accecato dalla paura per parlare a quel modo. Quegli, a cui egli faceva quelle preghiere e quei rimproveri, passavano dinanzi alla sua casa curvi sotto il peso delle robe loro, quale trascinandosi dietro la sua vaccherella, quale traendosi dietro i figli, che a stento lo seguivano, e la donna, che portava quelli che non potevano camminare, quale reggendo un vecchio o un infermo. Altri tornavano scarichi dal monte a raccogliere altre masserizie finchè reggessero le forze e lo permettesse il pericolo. Alcuni di loro non rispondevano a Don Abbondio, altri diceva: eh sì! s'ingegni anch'ella, signor curato.--Oh povero me! oh che gente! ripeteva egli. Ognuno pensa a sè; ognuno pensa a sè; e a me nessuno vuol pensare.

Per buona sorte, Perpetua aveva conservato assai più sangue freddo e operava e dava consigli come Caterina I aveva fatto nel campo alle rive del Pruth quando Pietro, stretto tra i Turchi e i Tartari, non trovando uscita nè consiglio, era caduto d'animo, non sapeva a che partito appigliarsi e non aveva più energia che per isfogarsi in querele e in rimproveri. Perpetua, ben convinta che non era da fare assegnamento sopra altri, aveva fatto due fardelli, uno per sè, uno per Don Abbondio, e poi in fretta e in furia sparpagliava il resto delle masserizie nei bugigatti più nascosti della casa, sul solajo, sotto il pagliajo, dietro i tini. Quando questa faccenda fosse terminata alla meglio, ella aveva proposto di presentare a Don Abbondio il fardelletto destinato per lui e di intimargli di partire, giacchè in quel momento era cosa evidente che il padrone non era in caso dì governarsi, e pel suo meglio bisognava comandargli. È però vero che Perpetua aveva creduto di riconoscere una simile necessità in mille altri casi che a gran pezza non erano urgenti come il presente.

In questo frattempo sopravvenne Agnese, e comunicata la sua risoluzione, fece intendere a Don Abbondio ch'ella poteva essere opportuna anche per lui.

--Dite davvero, Agnese? disse Don Abbondio,

--È un buon parere, signor padrone, disse Perpetua: andiamo senza perder tempo.

--Senza perder tempo, disse Don Abbondio, perchè costoro possono giungere da un momento all'altro. Ma saremo sicuri in casa di quel signore? Eh!

--Andiamo, disse Perpetua; sicuri come in chiesa: gli parlerò io: siamo amici: è stato nella mia cucina quieto come un agnello: è diventato un uomo del Signore.

--Male non me ne vorrà fare, che dite eh? sarebbe un peccato senza costrutto: quelle poche volte che ho dovuto trovarmi con lui, sono sempre stato così compito! Andiamo, ma la mia povera roba![127].

--Anch'io ho dovuto lasciar quasi tutto il poco fatto mio, che sono una povera vedova, disse Agnese.

--Sia fatta la volontà di Dio, disse Don Abbondio: e intanto Perpetua gli diede il fardello, dicendo: porti questo, ch'io porto quest'altro.

--Oh poveretto me! disse Don Abbondio. Che ci avete messo?

--Camicie e abiti, rispose Perpetua; indi, fattasi all'orecchio di Don Abbondio, domandò sotto voce: i danari li ha in tasca?

--Sì, zitto, zitto, per amor dei cielo, rispose Don Abbondio, e prese il fardello. Sentite, Perpetua, riprese poi tosto, al momento di partire, tirate fuori qualche altro abito che Agnese farà questo servizio al suo curato di portarlo.

--Ma non vede che ho preso con me tutto quello di mio che poteva portare? disse Agnese.

--Oh me poveretto! mormorò Don Abbondio, ognuno pensa a sè. Andiamo, andiamo. Perpetua, chiudete bene la porta: alla custodia di Dio. Aspettate... ma no, no, peggio: sono la metà luterani! misericordia!

Don Abbondio rispondeva così ad una proposizione che s'era fatta e che alla prima gli era paruta un bel trovato per preservare la casa. Voleva staccare dalla chiesa il quadro del Santo protettore e affiggerlo al di fuori su la porta, per indicare che la casa era sacra e per fare in modo che non potesse essere intaccata che per mezzo d'una profanazione; ma s'avvide tosto che quel mezzo di difesa, molto debole per sè contra soldati avidi di rapina, poteva in questo caso divenire una provocazione a far peggio, giacchè fra quei soldati v'era di molti ai quali uno sberleffo fatto coll'alabarda all'immagine d'un Santo sarebbe sembrato un'opera meritoria, una espiazione anticipata del saccheggio.

Data una occhiata lagrimosa alla casa, Don Abbondio s'incamminò colle due vecchie amazzoni e per tutta la via non fece altro che sospirare, lagnarsi dell'abbandono in cui l'avevano lasciato i suoi parrocchiani, domandare a Perpetua dove avesse riposta la tal cosa e la tal altra, e se credeva che non le avrebbero trovate: enumerare tutte le ragioni per le quali il Conte sarebbe stato peggiore d'un cane se gli avesse fatto male, e divisare dove si sarebbe potuto cercare un asilo se quello a cui si andava fosse mal sicuro.

Giunti presso al castello, videro un gran movimento, gente che andava, gente che veniva, uomini in arme appostati, altri che giravano in ronda a tre, a quattro, tanto che Don Abbondio cominciò a scrollare il capo e a dire: Che è questa faccenda? Ma Perpetua gli spiegò tosto che quegli erano evidentemente uomini che vegliavano alla sicurezza del castello, e di quelli che, come si vedeva, andavano ivi a rifuggirsi.

--Ohimè! ohimè! disse Don Abbondio: vedo che qui si voglion fare delle pazzie; farsi scorgere appunto quando più si vorrebbe stare zitti, rannicchiati, senza nè meno fiatare. Basta: vedremo: se fanno pazzie per tirarsi addosso la burrasca, dei monti ce n'è, e i precipizj non mi fanno paura: quando si tratti di salvare la pelle, ho coraggio anch'io quanto chi che sia, andrei in mezzo al fuoco.

Dette sotto voce queste parole, Don Abbondio proseguiva lentamente, guardando con attenzione a quegli armati, e cercando di comporre il volto alla indifferenza e di non lasciar trasparire il suo pensiero, che diceva dentro: Scommetterei che questo gradasso ha caro che sia venuto un flagello così orribile per avere il pretesto di fare un po' di rimescolamento. Oh che gente! Oh che gente!

Del resto, le cose erano quivi come Perpetua le aveva immaginate. Al castello del Conte era rimasta unita una antica opinione di sicurezza e di potenza; e i nuovi costumi del signore ne avevano cancellata affatto l'idea di oppressione e di terrore; dimodochè la gente del contorno dalla banda del Milanese vi accorreva come ad un asilo, forte e pietoso nello stesso tempo. Il Conte, lieto di essere un oggetto di fiducia a quei deboli che aveva tanto spaventati ed oppressi, raccolse tosto i primi che si presentarono. Ma un tal uomo non avrebbe potuto considerare la sua casa come un asilo disarmato, un nascondiglio di paura, nè starsi con le mani in mano quando ad ogni momento poteva presentarsi un'occasione di menarle santamente. Fece addirittura tirar giù dal solajo le armi irrugginite, le fece ripulire in fretta, ne distribuì ai servitori. Quindi a misura che accorrevano fuggiaschi, egli trasceglieva gli uomini capaci di portare le armi, dava loro moschetti e partigiane. Quando la provvigione fu esaurita, ne fece raccogliere all'intorno: e scompartiva gli uficj a quei nuovi soldati; altri mandava in ronda, altri più lontano per esplorare, altri stavano raccolti per porsi in difesa. Quando uno era entrato nel castello ed era passato in rivista dal signore, diveniva verso di lui come un soldato col suo antico ufiziale, tanto il Conte possedeva quella forte risolutezza che piega le volontà, e quella parola che toglie il pensiero di fare diversamente da quello ch'ella suona. Aveva allogate le donne e i fanciulli nelle stanze più riposte; i letti erano pei vecchj e per gl'infermi: una gran sala serviva di magazzino per le robe che erano portate su dai rifuggiti: tutto era collocato in ordine, con numeri, dei quali il corrispondente era dato ai padroni; ed alla porta della sala era posto come un corpo di guardia; chi aveva portate provvigioni, viveva di quelle, e i poveri erano nutriti dal Conte con razioni, che si distribuivano regolarmente come in un campo. Egli, come l'Ariosto sognò di Carlo in Parigi, di qua, di là, non istava mai fermo: dava ordini, visitava posti, metteva a luogo quelli che arrivavano, governava ogni cosa; e dove nascesse qualche garbuglio, qualche contesa, si mostrava, e tutto era finito.

Era appunto su la porta quando giunsero i nostri pellegrini; gli riconobbe tutti e tre e gli accolse tutti con pronta cordialità; ma alla madre di Lucia fece una accoglienza particolare, nella quale traspariva come una gratitudine perchè ella gli desse ora una occasione di compensare alquanto in quello stesso castello la terribile ospitalità che vi aveva trovato la figlia.

--Bene avete fatto, brava donna, disse il Conte, di cercare qui un ricovero. Bene avete fatto di ricordarvi di me: fate stima di essere in casa vostra. Voi ci portate la benedizione.

--Oh appunto! rispose Agnese, sono venuta a darle incomodo.

Il Conte le chiese con premura novelle di Lucia, e quelle udite, si rivolse a Don Abbondio, e disse: La ringrazio, signor curato, ch'ella si degni scegliere un asilo in questa casa.

--Manco male che conosce i suoi meriti, pensò Don Abbondio, e cominciò per rispondere: In questi frangenti... in queste circostanze... non si... tutto è... Ma, vedendo che la frase così cominciata non poteva venire a bene, la convertì in un inchino profondo.

--Son già arrivati alla sua parrocchia coloro? domandò il Conte.

--Dio liberi! rispose Don Abbondio: Dio liberi! Non sarei qui, vivo e sano, ad implorare la protezione del signor Conte.

--Si faccia cuore, ripigliò questi: qua su non verranno; ma se volessero tentar la prova, siamo pronti a riceverli. In ogni caso la sua presenza è preziosa, signor curato: ella potrà animare questa buona gente alla difesa della vita di tanti deboli, della pudicizia di tante donne, che confidano in noi.

--Un corno, disse fra sè Don Abbondio.

--Ella potrà, proseguì il Conte, assistere quelli fra noi che lasciassero la vita in questa impresa di misericordia.

--Signor Conte, disse Don Abbondio, sarà quel che Dio vorrà. E così dicendo girava la testa a guardare qual fosse la più vicina e la più alta delle cime che dominavano il promontorio su cui era posto il castello, per fissarsi uno scampo dove in quel caso poter benedire i combattenti.

Non rimaneva nel castello più che un letto libero, e fu dato, com'era giusto, a Don Abbondio, prete e vecchio. Ma il Conte, memore della notte che Lucia aveva quivi passata, non avrebbe potuto sofferire che la madre di lei dormisse su la paglia. Fece quindi portare il suo letto nel dormitorio delle donne e disporlo quivi per Agnese, intimando ai servi che si guardassero bene dal dire che quello era il letto del padrone: e nella sua stanza fece in quella vece portare una bracciata di paglia.

Quindici giorni circa passarono i nostri rifuggiti nel castello; quindici giorni di batticuore e di sospetto, di spauracchi subitanei e di rincoranti _non è vero_, di vigilie, di allarmi, di pericoli, che, grazie al cielo, tutti svanirono senza danno. Il castello era fuor di strada e quei pochi demonj di lanzichenecchi sbandati, che capitavano alle falde del promontorio, veggendo su per la via uomini in arme, e non sapendo quanti più ve ne fosse in alto, più curiosi allora di preda che di battaglia, se ne tornava pel loro meglio. Oltracciò, la parte dell'esercito che nella marcia si distendeva lungo l'estremo confine, aveva un interesse urgente di tenersi raccolta e all'erta e di non disperdersi troppo a buscare. Sull'altro confine era raccolta una forza dei Veneziani, la quale, sotto il comando di Marco Giustiniani, provveditore all'armi in Bergamo, era destinata a costeggiare l'esercito alemanno per tutto quel tratto del suo passaggio che toccasse i confini della Repubblica; e a questa forza avevano dato nome di squadrone volante. Alla presenza di questi, che certo non erano amici, e che vedendo un bel tratto potevano far da nemici, bisognava camminare con giudizio; e questa fu principalmente la cagione per cui il castello non fu molestato. Ma anche questa, che in fatto era salute, fu pel volgo inerme che vi era ricoverato, e per Don Abbondio principalmente, un aumento d'inquietudine: poichè se il confine Veneto fosse stato sguernito, Don Abbondio certamente l'avrebbe varcato e sarebbe andato innanzi innanzi fino a che non avesse più inteso parlare di lanzichenecchi. Ma ora, il poveretto non aveva più rifugio; l'accesso ai monti, oltre la fatica, era pieno di pericoli pei predoni che potevano trovarsi su la via: e attraversare lo squadrone volante sarebbe stato lo stesso che correre in bocca al lupo: giacchè quella era una marmaglia ragunaticcia d'uomini tagliati a un dipresso alla misura dei lanzichenecchi; e nel paese che le era dato a proteggere faceva il peggio che poteva.

Ognuno può immaginarsi come il povero Don Abbondio passasse quei quindici giorni. Stavasi colle donne, coi vecchj e coi fanciulli nel luogo il più riposto del castello: di tempo in tempo la paura lo cacciava fuori a domandar novelle, e rare erano quelle che non gli accrescessero lo spavento. L'aspetto dell'armi, dei preparativi di difesa, da una parte, lo rincorava alquanto; dall'altra, gli era intollerabile, facendogli immaginare tutte quelle bagattelle in movimento a far carne. Si percoteva il petto e le guance, pensando alla minchioneria che aveva fatta. Mi son messo in gabbia da me stesso[128], diceva tra sè, sospirando. Oh che bestia! mi sono lasciato condurre da due pettegole. E in questo pensiero s'infuriava tanto che più d'una volta tirò da parte Perpetua per isfogarsi in improperj contra di essa. Ma quando Perpetua, giustificandosi, alzava la voce, Don Abbondio la faceva tacere e cessava di garrire anch'egli, tutto impaurito che non nascesse qualche scandalo, e il Conte, tornando all'antica natura, non facesse il diavolo. Don Abbondio sedeva alla tavola del Conte, che in quell'accampamento era come la tavola dello stato maggiore: v'erano i signori del contorno, che facevano da ufiziali, le signore e qualche prete. La tavola era lieta: il Conte, da buon generale, metteva in campo e intratteneva discorsi atti ad ispirare risoluzione, a ravvicinare gli animi, a mettere i pensieri in comune, perchè i pensieri solitarj sono più vicini allo scoraggiamento. Bisognava dunque parlare e ridere, e si rideva; ma per Don Abbondio era un supplizio: e quando il Conte gli rivolgeva in particolare il discorso per animarlo un pochetto, egli allora, sforzandosi di mangiare e di ridere, faceva in una volta due smorfie che gli davano una figura veramente compassionevole.

Ma tutte le cose hanno veramente un termine: passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli d'Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari, passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo, passano i Croati; quando piacque al cielo passò anche Galasso, che fu l'ultimo. Lo squadrone volante de' Veneziani si mosse anch'esso per tener dietro al movimento dell'esercito alemanno su la riva opposta dell'Adda, fin dove ella era confine fra i due Stati, e portarsi poi sull'Oglio a fare la stessa processione. Quando le due retroguardie furono distanti una giornata dal castello, gli ospiti ne uscirono come uno stormo di passeri si sparpaglia all'intorno dai palchi aerei e fronzati d'una gran quercia, dove erano accorse a ricoverarsi dalla tempesta. Don Abbondio avrebbe voluto gittarsi d'un volo al suo nido, per mirar tosto cogli occhj proprj il suo dolore e il guasto che v'era stato fatto, e nello stesso tempo perchè i barberini, vedendo la casa abbandonata, non venissero a portar via quello che i barbari avevan potuto lasciare. E poi per quanto il Conte avesse dato segni e prove d'esser divenuto un galantuomo, Don Abbondio non l'aveva potuto guardar mai in volto senza ricordarsi dell'uomo brusco che era stato altre volte, e non istava con lui di buon animo, massime in picciola brigata. Ma, dall'altra parte, lo riteneva la paura di abbattersi in qualche lanzichenecco sbandato, rimasto addietro alla busca, e di affogare in porto. Era quindi sempre su le mosse e sempre s'indugiava, domandando novelle dei contorni a tutti coloro che giungevano al castello; e le novelle erano dolorose. Quei pochi, rimasti colla speranza di guardar le case, o discesi troppo presto, si erano trovati sbigottiti, storditi dalle percosse e dallo spavento; ogni arredo, ogni masserizia sparita, e in quella vece nelle case un impatto di strame, tizzoni di mobili arsi, greppi di stoviglie sfracellate per istrazio dopo avervi bevuto il vino rubato, schifezze d'ogni genere, un tanfo che toglieva il respiro, dimodochè ognuno tornando con ansia alla casa derelitta ne usciva alla prima con fastidio e doveva farsi forza a poco a poco per rientrarvi a renderla di nuovo abitabile. In qualche luogo il padrone, avanzando così per la sua casa, udiva un gemito; guardava con sospetto che fosse: era un soldato, che languiva infermo, che spirava: e il padrone ristava a quello spettacolo con un senso misto di ribrezzo e di pietà, di rancore e di spavento, scorgendo nel volto livido, nelle membra macchiate del giacente l'immagine confusa, ma terribile della peste, che fino allora forse egli aveva sprezzata come un sogno lontano.

Il Conte, argomentando da queste relazioni, che Agnese, se si fosse affrettata di tornare, non avrebbe però trovato nulla da guardare, la ritenne per due o tre giorni; e intanto raccolse, di quello che gli rimaneva, un po' di provvigione, fece mettere insieme un po' di biancheria, qualche mobile, qualche attrezzo di cucina, e, caricatone un baroccio, volle che Agnese partisse su quello con quella poca scorta e la fece accompagnare da due suoi tarchiati servi, ordinando loro che aiutassero la povera donna a ripulire la sua casa. Agnese partì dopo molte ripulse cerimoniose e mille rendimenti di grazie, e Don Abbondio e Perpetua le andarono in compagnia.

La strada fu trista per lo spettacolo continuo della distruzione e della disperazione; ma la giunta fu più trista ancora. Alla esclamazione, cento volte ripetuta, di _povera gente_, succedette il _povero me_: parola che, generalmente parlando, esce da una parte più profonda.

Cogli ajuti del Conte, Agnese potè quel primo giorno spazzare il suo povero abituro, ricogliere qualche masserizia sparsa qua e là nell'orto e nel campo, scavare ciò che aveva deposto sotterra, e tra con questi rimasugli e con quel di più che il Conte le aveva dato appresso, allogarsi in casa, se non come prima, almeno in modo da poterci stare passabilmente, anzi da eccitare l'invidia dei suoi paesani. Ma il povero Don Abbondio questa volta ebbe campo e ragione più che mai di sclamare: oh che gente! oh che gente! La sua casa era la più maltrattata del villaggio, perchè era la più apparente; e gli ospiti eroi, sospettando che ci dovesse esser più che altrove ricchezza nascosta, vi avevano impiegato più ostinate cure a metter tutto sossopra. Il sospetto non era mal fondato, nè le cure erano state inutili: e Perpetua, mettendo il piede su la soglia, tra mezzo i mobili spezzati, i fogli lacerati e le piume delle sue galline, scorse tosto con raccapriccio frantumi e brani di quelle cose ch'ella pensava aver meglio appiattate; e dovette confessare che i lanzichenecchi avevan più ingegno a scovare, ch'ella non avesse a nascondere. Don Abbondio, spinto innanzi dall'ansia di vedere i fatti suoi, e rispinto dal ribrezzo e dall'orrore, metteva il capo alla porta d'una stanza e lo ritraeva, dava tre passi e ristava. Quale spettacolo! Ogni stanza, oltre il guasto che presentava, dava tosto l'idea del guasto generale; i segni d'un vasto saccheggio erano ragunati in un picciolo angolo, come idee sottintese in un periodo scritto da un uomo di garbo. Sul focolare della cucina, per esempio, si vedevano più tizzoni spenti, i quali accennavano ancora d'essere stati un bracciuolo di seggiola, il piede d'un trespolo, un'imposta d'armadio, una doga del botticino dove Don Abbondio teneva il vino che per una lunga esperienza aveva riconosciuto il migliore amico del suo stomaco. Di questi e di tanti altri mobili non restavano che rottami, un po' di cenere e di carboni spenti; e con quei carboni, come per compenso e per un complimento al padrone, i guastatori avevano schiccherate le pareti di fantocciacci, ingegnandosi con berretti quadri e altre divise di raffigurarne dei preti e studiandosi di farli orribili e ridicolosi; intento che, per verità, non poteva fallire a tali artisti.