Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Part 11

Chapter 113,657 wordsPublic domain

Ebbene, signori miei, tutta questa gran macchina di cure e di operazioni, tutto questo lavorare sott'acqua non dava quasi nessun incomodo a Lucia, o per dir meglio, ella non se ne avvedeva, e benchè non potesse a meno di non sentire qualche cosa di minuto e di pettegolo nella sollecitudine continua di Ghita, pure lo attribuiva alla indole di lei e non mai ad un disegno profondo e comandato. I pensieri di Lucia, quel pensiero ch'era divenuto lo scopo principale della sua vita, la portava alla ritiratezza, ad astenersi da ogni comunicazione, e quindi ella non era avvertita dolorosamente di ciò che altri facesse per rivolgerla ad un punto al quale ella tendeva naturalmente. In altri tempi quella situazione così nuova, così opposta alle sue abitudini, così lontana dalle sue affezioni, le sarebbe stata penosissima, ma la facilità ch'ella vi trovava di ottenere quel suo scopo faceva ch'ella vi stesse con rassegnazione, e quasi vi riposasse, se non con piacere, almeno col desiderio di farsela piacere. E il suo scopo era tuttavia quello di cui abbiamo già parlato: scordarsi di Fermo. Si studiava ella quindi di rinchiudere tutte le sue idee nella casa dove era stata allogata, di ristringerla alle sue occupazioni, si metteva con grande intenzione a tutte le cose che le erano comandate, si rallegrava tutte le volte che vedeva dinanzi a sè molti doveri che occupassero tutta la sua giornata, che non le dessero agio di correre con la mente a desiderj vani e colpevoli, di smarrirsi nelle memorie d'un passato irreparabile. Le memorie tornavano però sovente a tormentarla; l'immagine della madre era sempre la prima a presentarsi; e mentre Lucia si fermava a contemplarla con sicurezza, con una mesta affezione, l'immagine di Fermo, che le stava dietro nascosta, si mostrava. Lucia voleva respingerla tosto; ma l'immagine, che non voleva andarsene, aveva un buon pretesto, ed era sempre lo stesso, per obbligare Lucia a trattenerla almeno un momento, le ricordava in aria trista e non senza rimprovero i pericoli che Fermo aveva corsi, e quelli che forse gli soprastavano ancora, le rimostrava che quando anche un nuovo dovere può far rinunziare ad un affetto già così lecito, già così caro, non deve, non vuol però togliere la pietà, la sollecitudine, la carità del prossimo. Lucia combatteva, rivolgeva la mente ad altre immagini, ma tutte erano tinte di quella prima, tutte la richiamavano. I luoghi, le persone: Don Abbondio avrebbe dovuto pronunziare quelle parole per cui ella sarebbe stata di Fermo: i consigli, le cure del Padre Cristoforo per chi erano? per Lucia e per Fermo: fino il monastero di Monza, fino il castello del Conte, fino il cardinale Federigo, tutto si legava a Fermo, e molte volte Lucia, ripensando a tutto questo, si accorgeva ch'ella si era immaginata di raccontar tutto a Fermo. Con tutto ciò, ella combatteva, e la guerra sarebbe stata se non sempre vinta, pure meno aspra e meno dolorosa; Lucia avrebbe potuto, se non ottenere lo scopo, almeno andargli sempre da presso, se questo scopo non fosse stato anche quello di Donna Prassede.

La brava signora, per toglier Fermo dall'animo di Lucia, non aveva trovato mezzo migliore che di parlargliene spesso. La faceva chiamare a sè, e seduta sur una gran seggiola, con le mani posate e distese sui bracciuoli, di qua e di là dei quali pendevano le maniche della zimarra di damasco rabescato a fiori, che era stato l'abito di moda nei bei giorni di Donna Prassede nel tempo in cui v'era buona fede e semplicità, in cui tutti, fino ai giovani, erano savj ed onesti, col volto imprigionato tra un cappuccio di taffetà nero, che copriva la fronte, e una enorme lattuga, che girava intorno alla gola e sul mento, Donna Prassede ricominciava la sua predica, per provare a Lucia ch'ella non doveva più pensare a colui. La povera Lucia protestava da principio con voce angosciosa e timida, ch'ella non pensava a nessuno. Donna Prassede non voleva mai stare a questa ragione e ne aveva molte da opporre. So come vanno le cose, diceva ella, conosco il mondo, so come son fatte le giovani: se v'è un ribaldo, è sempre il più accetto. Fate che per qualche accidente non possano sposare un galantuomo, un uomo di giudizio, si rassegnano tosto; ma se è uno scavezzacollo, non se lo possono cavar dal cuore. Eh, figlia mia, non basta dire non penso a nessuno, vogliono esser fatti, fatti e non parole. Così, seguendo una sua idea, che è anche quella di molti altri, che per far passare in una testa repugnante i proprj sentimenti, bisogna esprimerli con molta efficacia, adoperare i termini i più forti ed anche esagerati, Donna Prassede non risparmiava i titoli al povero assente, lo nominava come un oggetto d'orrore, dì schifo, faceva sentire che sarebbe stata cosa inconcepibile, mostruosa, che alcuno potesse avere interessamento e peggio inclinazione per colui. Così ella otteneva appunto l'intento opposto a quello ch'ella si proponeva. Lucia cercava di dimenticar Fermo; ma quando una parola sgraziata e nemica glielo voleva a forza rimettere nella mente in un aspetto odioso e spregevole, allora tutte le antiche memorie si risvegliavano ed accorrevano per respingere una immagine tanto diversa dalla immagine in cui quella mente era stata avvezza a compiacersi. Il disprezzo con che il nome di Fermo era proferito faceva ricordare a Lucia la condotta, il contegno, il buon nome di Fermo, tutte le ragioni per cui ella lo aveva stimato; l'odio faceva risorgere più risoluto l'interesse; l'idea confusa dei pericoli ch'egli aveva corsi, anche dei falli ch'egli poteva aver forse commessi, pericoli e falli che Donna Prassede rinfacciava a Lucia con eguale amarezza, come un eguale motivo di avversione, suscitavano più viva e più profonda la pietà, e da tutti questi sentimenti rinasceva quell'amore che Lucia si studiava tanto di estinguere. L'amore, acconsentito o combattuto che sia, dà a tutti i discorsi una forza e un vigore suo proprio. Lucia diventava coraggiosa e giustificava Fermo, e Donna Prassede approfittava di quelle parole come d'una confessione, per provare a Lucia che non era vero ch'ella non pensasse più a lui. E con questa prova in mano lavorava sempre più animosamente sull'animo di Lucia, facendole vedere chi era colui ch'ella ardiva pure di difendere. E che doveva ringraziare il cielo che la cosa fosse finita a quel modo, altrimenti le sarebbe toccato un bel fiore di virtù. Buon per lui che le gambe lo avevano servito bene, altrimenti avrebbe fatto una bella figura, avrebbe tenuto compagnia a quei quattro altri galantuomini... Quando la grossolana signora toccava tasti, d'un suono così orribile, la povera Lucia non poteva più fare altro che prendere con la sinistra il grembiale, portarlo al volto per nasconderlo e per ricevere le lagrime che le sgorgavano dirottamente.

Se Donna Prassede avesse parlato così per un odio antico, per fare vendetta di qualche affronto crudele, l'aspetto del dolore che producevano le sue parole gliele avrebbero forse fatte morire in bocca, o cangiare in parole più dolci; ma Donna Prassede parlava per fare il bene, e non si lasciava smuovere: a quel modo che un grido supplichevole, un gemito di terrore potrà ben fermare l'arme d'un nemico, ma non il ferro d'un chirurgo. Fatte ingojare a Lucia tutte le amare parole ch'ella credeva necessarie pel bene di lei, Donna Prassede, che non era trista in fondo, la rimandava con qualche parola di conforto e di lode, e rimaneva sempre soddisfatta di avere acconciato un po' il cuore di quella giovane. Acconciato come una gala di mussolo stirata da un magnano. La povera Lucia, riconoscendo la buona intenzione, pregava però caldamente che queste prove d'interessamento le fossero risparmiate.

Donna Prassede aveva nel fondo del suo cuore un altro disegno sopra Lucia, che sarebbe stato il compimento dell'opera, Silietta si compiaceva molto nella compagnia di quella giovane, che era la sola in casa che le desse retta e la lasciasse parlare; e Donna Prassede pensava che si sarebbe fatto un gran benefizio a Silietta e a Lucia stessa se si fosse potuto farle nascere la vocazione di andar conversa nel monastero dove Silietta doveva esser monaca[121]. Quivi Lucia sarebbe stata fuori d'ogni pericolo per sempre, e la buona opera di Donna Prassede sarebbe stata più evidente, più conosciuta; Lucia sarebbe divenuta un monumento parlante della sapiente benevolenza della sua padrona. Non ne aveva però fatta la proposizione a Lucia, ma con quell'arte sopraffina che possedeva, cercava tutte le occasioni per far nascere spontaneamente nel cuore di Lucia questo desiderio.

A poco a poco queste insinuazioni divenivano più frequenti e più chiare; e Lucia cominciava a comprenderle, ma però senza che le cominciasse la voglia di acconsentirvi[122]. V'era nulladimeno per essa un gran vantaggio, che Donna Prassede cadeva meno spesso, e con meno impeto, su quel primo, più doloroso argomento; tanto più doloroso, perchè Lucia non aveva con chi esilararsi della tristezza angosciosa che quei discorsacci le cagionavano. La nostra Agnese era lontana, a casa sua, dove pensava sempre a Lucia e andava spesso alla villa di Donna Prassede per saper le nuove di Lucia; e le nuove le erano sempre date ottime, coi saluti della figlia. La buona donna si struggeva di rivederla, ma andar fino a Milano! In quei tempi, con quelle strade, con quella scarsezza di comunicazioni, coi bravi, coi boschi, quella era quasi una impresa di cavalleria errante; e Agnese si rassegnava all'idea di esser lontana da sua figlia come ai nostri giorni farebbe una madre, della condizione di Agnese, che avesse una figliata collocata in Inghilterra[123].

XIX.

IL PASSAGGIO DE' LANZICHENECCHI.

La milizia, a quei tempi, era ancora in molte parti d'Europa composta in gran parte di venturieri, che si ponevano al soldo di condottieri di professione, i quali andavano poi coi loro drappelli al servizio di questo o di quel principe. Oltre le paghe, sulle quali non era da fare assegnamento certo, quello che determinava gli uomini ad arruolarsi era la speranza del saccheggio e tutte le vaghezze della licenza. Disciplina generale non v'era in un esercito, nè avrebbe potuto conciliarsi con le varie autorità private dei condottieri: e questi, prima di tutto, non si curavano di mantenere una disciplina particolare nei loro reggimenti, perchè non avevano per questa parte responsabilità verso nessuno; e quand'anche alcuno di essi, a cose pari, avesse pur desiderato di contenere i suoi soldati in un qualche rispetto per le proprietà e per le persone degli abitanti, questo disegno sarebbe stato per lo più o contrario ai suoi interessi, o superiore alle sue forze. Perchè soldati di quella sorte o si sarebbero rivoltati, o avrebbero tosto deserte le bandiere di un comandante nemico della violenza e del saccheggio. Oltre di che, siccome i principi nel comperare i soldati pensavano più ad averne in gran numero per assicurare le imprese, che a proporzionare il numero alla loro facoltà di pagare, la quale era ordinariamente molto scarsa, così le paghe erano per lo più ritardate e mancanti; e le spoglie dei paesi dove passava l'esercito divenivano come un supplemento tacitamente convenuto degli stipendj. Quindi i soldati di quel tempo e per le tendenze che gli avevano tratti a scegliere quella professione, e per le abitudini di essa formavano come una collezione di tutte le nequizie che può dare la natura umana nel suo maggior grado di pervertimento. Ma quelli che allora scendevano nel Milanese erano poi il più bel fiore di quella farina; erano in gran parte gli stessi che guidati dall'atroce Wallenstein avevano poco prima desolata la Germania in quelle guerre tanto impropriamente chiamate di religione, poichè queste stesse masnade che avevano combattuto per la parte che protestava di sostenere la religione cattolica erano composte in parte di luterani.

L'annunzio della venuta di costoro portò il terrore nei distretti per dove avevano a passare: nelle altre parti si diceva: povera gente! stanno freschi: chi sa come gli acconciano coloro! vedrete che non lasceranno loro altro che gli occhi per piangere: sia lodato Dio che non passeranno per di qua. Ma chi sapeva che quell'esercito portava la peste con sè, e l'aveva già disseminata nei luoghi dove aveva stanziato, sentiva qualche cosa di più che una fredda pietà per altrui. La maggior parte però degli abitanti del Milanese o non lo voleva credere, o non se ne curava, o con quella fiducia, senza motivi, così strana e così comune, diceva: Poh! che ha da venire la peste da noi?

Colico, sulle rive del lago di Como, presso alla foce dell'Adda, fu la prima terra che toccarono quei demonj; dopo e d'averla messa a sacco, l'arsero addirittura; se per rabbia di non avervi trovato abbastanza bottino, o pel diletto di fare una baldoria, non si sa. Di là, senza curarsi d'itinerario, nè di poste assegnate, ma guardando solo dove fosse più da sperarsi bottino, si gettarono sopra Bellano, lieto paese sulle falde d'un monte e alla riva del lago. Gli abitanti, ammoniti dall'esempio recente e dalla prossima ruina, avevano o nascoste sotterra, o trasportate in fretta sui monti le cose più preziose e le più facili a trasportarsi; e molti di essi s'erano appiattati lassù, abbandonando le case. Con tanto più di furore v'entrarono quelle masnade, e delle cose lasciate presero tutto ciò che poteva loro servire e sperperarono ed arsero il resto, mobili, botti, travi. Quegli che erano rimasti colla speranza di preservare i loro averi, ne videro la distruzione, videro l'abominevole sfrenatezza, e per sopra più soggiacquero agli strapazzi, alle percosse e alle ferite. Nè i campi all'intorno furono risparmiati; la vendemmia, somma speranza dei terrazzani in quell'anno calamitoso, sparve in un momento; coll'uve furono sterpate le viti, gli alberi abbattuti col frutto, molti casali incendiati. Appena cessarono di farsi udire le trombe che avevan sonata la partenza d'un reggimento, un nuovo squillo dall'altra parte annunziava terribilmente l'arrivo di altra simile, anzi peggiore brigata. I sopravvegnenti, trovando la distruzione dove avrebbero voluto portarla, si vendicavano su le cose e su le persone che capitavano loro alle mani, come di un furto che fosse stato loro fatto: e tanta cupidigia frustrata tornava tutta in furore. Qualche memoria del guasto di quel paese ci rimane in alcune lettere di Sigismondo Boldoni, scrittore riputatissimo ai suoi tempi, e che forse avrebbe acquistato un nome più esteso e più autorevole anche presso ai posteri se non fosse morto all'uscire della giovinezza, e sopra tutto se quei pochi anni gli avesse vissuti in un secolo in cui fosse stato possibile concepire nuove idee d'una precisione e d'una importanza perpetua, e per esporle trovare quello stile che vive. Questi, sulle prime, non aveva voluto fuggire, e parte cercando di avere ad alloggio ufiziali, parte chiamando soccorso di soldati italiani ivi stanziati, era venuto a capo di preservare la sua casa, e di difenderla poi quando fu minacciata: e racconta agli amici i suoi pericoli e gli ultimi disastri. V'è pure in una di quelle sue lettere un tratto singolare, che merita d'esser ricordato. Il tenente del colonnello Merode, il cui reggimento era venuto pel primo, entrato nel giardino di Sigismondo, accennò un boschetto e domandò che razza di piante fossero quelle e che frutto portassero.--Ahi barbaro! pensò il Boldoni: non conosce l'alloro.--E conchiuse fra sè, che da tal gente non era da sperarsi misericordia[124]. Desolato quel territorio, le feroci locuste si gettarono nella Valsassina. È un gruppo di montagne e di valli, paese poco visitato dal sole, intersecato da torrenti, petroso e selvatico negli accessi, ma per entro rivestito in gran parte di ricchi pascoli, e più fertile che non l'annunzi il suo nome: ha varie terre, quale sul pendìo, quale nel fondo, a luogo a luogo assai vasto perchè si possa chiamarlo pianura: e sur alcuni monti più erbosi sono sparse bianche e picciole casette, che da lontano raffigurano quasi un gregge sbandato al pascolo. Non vi mancavano possessori agiati, ma la più parte degli abitanti erano e sono tuttavia mandriani, i quali vi dimorano nelle stagioni più miti e passano al piano i mesi più rigidi. La fama spaventosa della sorte di Bellano precedeva le truppe, e i valligiani s'erano presso che tutti rifuggiti sulle somme alture, lasciando deposte sotterra presso le case le loro ricchezze, e cacciando dinanzi a sè le mandrie, che sono la principale. Ma i saccheggiatori, ai quali non bastava quello che era stato loro abbandonato, e a cui le arti di preservazione degli abitanti avevano suggerite nuove armi di offesa e di depredazione, si diedero a rintracciarli. Quelli che erano stati più lenti a fuggire, o che furono sorpresi nei loro nascondigli, strascinati giù pei greppi a minacce, a percosse, ricondotti nei villaggi, erano quivi sottoposti alle torture che può inventare la cupidigia più crudele, perchè rivelassero i tesori nascosti. Due passioni ben diverse, ma egualmente potenti, l'avidità e il terrore, supplivano alle convenzioni del linguaggio e si spiegavano fra di loro in un rapido e terribile dialogo. I gemiti, le voci supplichevoli, le mani giunte al petto, o stese al cielo non impetravano che nuovi strazj: l'infelice, che si prostrava ad abbracciare le ginocchia dei suoi oppressori, era rialzato a forza di percosse. Colui che aveva riposto sotterra o danaro o suppellettili, o a cui il vicino, per far pompa di previdenza e di sicurezza nei suoi ripieghi, aveva confidato il luogo del suo deposito, si stimava felice di avere con che acchetare quella perversità, accennava premurosamente e con aria di sommessa e quasi amichevole intelligenza ai soldati, che lo seguissero, e mostrava loro la terra di recente smossa, o l'armadio murato di fresco; e cercava di sguizzare fra mezzo i saccheggiatori, che, ciechi per ingordigia, si gettavano a gara sulla preda.

Dalla Valsassina il temporale discese nel territorio di Lecco[125].

Le contingenze infelici della vita umana son tante, che non di rado l'uomo oppresso da una sventura può consolarsi col pensiero d'altro male o di peggio che senza quella sventura gli sarebbe capitato infallibilmente. Se la infame passione di Don Rodrigo non fosse venuta a turbare i placidi destini di Fermo e di Lucia, essi, dopo d'aver passato un anno d'inopia, contra la quale chi sa se le loro facoltà avrebbero bastato, si sarebbero ora trovati, probabilmente con un bambinello, esposti nel loro paese a quella orrenda furia militare, costretti a fuggire; e quando avessero schivati tutti i pericoli della persona, tornando poi a casa non v'avrebbero trovate che le muraglie, e quelle mezzo diroccate e i segni perversi e luridi del sozzo torrente che v'era passato. Questi guai sembrano ora leggieri al paragone di ciò che Lucia e Fermo hanno sofferto in quella vece, ma allora, non v'essendo il paragone e non potendo essi nemmen per sogno immaginare come possibili tutte le traversie che abbiamo narrate, quel minor male sarebbe ad essi parato il colmo della infelicità. Comunque sia, in mezzo a tanti mali fu una ventura per entrambi l'esser lontani da casa loro in quel brutto momento.

E Agnese? Agnese si trovava mò proprio nell'intrigo. Vengono; hanno saccheggiata Cortenova, hanno dato il fuoco a Primaluna, disertato Introbbio, Pasturo, Barzio, si sono veduti a Ballabio, son qui, son qui; così la fama andava di momento in momento crescendo e avvicinando il terrore. Alcuni di quei poveri valligiani, che invece di rintanarsi sui monti, dove forse non sarebbero stati sicuri, avevano stimata miglior via di fuga, precorrere il nemico, giungevano ansanti, spaventati, in disordine, come reliquie d'un esercito disfatto e inseguito, e raccontavano cose orribili della crudeltà dei soldati, principalmente contra coloro che fossero o paressero opulenti. Agnese aveva ancora una ventina di quegli scudi d'oro che il Conte del Sagrato le aveva donati così a proposito e quasi per ispirito di profezia; che in quell'anno, senza quell'ajuto di costa, la poveretta sarebbe stata ridotta a morire di stento, o a pitoccare disperatamente, come tanti altri. Ma dopo d'aver sentiti i vantaggi della ricchezza, Agnese ne provava ora tutte le cure e i terrori. È ben vero ch'ella aveva sempre dissimulata prudentemente quella ricchezza, e il solo che fosse del segreto era Don Abbondio, che era stato testimonio del dono, ed al quale essa ricorreva per fargli di tempo in tempo cambiare uno scudo in picciola moneta. Ma una indiscrezione poteva avere tradito il segreto, o un sospetto averlo indovinato, e allora il pericolo sarebbe stato terribile e la fuga mal sicura. Poichè era cosa nota che nei luoghi dove la soldatesca era già passata, uomini, ai quali in verità non si saprebbe trovare un epiteto, o per invidia, o per isperanza di premio, avevano guidati quei masnadieri al nascondiglio di qualche lor paesano denaroso, segnandolo così allo spoglio ed ai tormenti. Per queste ragioni Agnese fluttuava in un dubbio tempestoso: più volte, vedendo passare qualche frotta de' suoi paesani che tiravano verso i monti, s'era mossa per mettersi in loro compagnia; e poi ristava, pensando con raccapriccio ai pericoli che l'asilo stesso poteva essere per lei. Ma dove trovare quello che le desse la sicurezza particolare di ch'ella aveva bisogno? Maneggiando e rimaneggiando quegli scudi d'oro, svolgendoli e rincartocciandoli, togliendoli di seno per riporveli meglio, le sovvenne di colui che glieli aveva dati, delle sue proferte, del suo castello posto al confine e in alto come il nido dell'aquila; e si fermò tosto nel pensiero di cercarsi l'asilo colà. Aveva già sotterrate, nascoste sul solajo, riposte alla meglio le masserizie più grosse; sbarrò, come potè, le finestre; tolse un fardello, dove aveva ragunato ciò che le sue forze bastavano a portare; ravvolse per l'ultima volta quegli scudi d'oro e li cacciò sotto il busto, tra la camicia e la pelle, uscì di casa, chiuse la porta, più per non trascurare una formalità, che per fiducia che avesse in quei gangheri e in quelle imposte, si mise la chiave in tasca e s'avviò. Trovandosi così soletta in istrada, pensò quanto le sarebbe stato prezioso un compagno in quel tragitto. Ma voleva esser galantuomo, galantuomo a tutte prove, superiore ad ogni sospetto e più forte d'ogni tentazione. Dove trovarlo anche questo? Il curato? Perchè no? la casa parrocchiale è a pochi passi, tentiamo.