Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1

Part 8

Chapter 83,853 wordsPublic domain

——Oh! s'interruppe il Marchese; noi stiamo qui facendo chiacchiere, e si dimentica il principale; bisogna fare una domanda in forma al Vicario delle monache, altrimenti non si conclude nulla. Detto questo, fece chiamare tosto il segretario. Questi giunse ritto ritto, intirizzato quanto poteva comportare la fretta di obbedire al signor Marchese, il quale tosto gli diede ordine di stendere la supplica. Il segretario, rivolto a Geltrude, disse, ah! ah! per pigliar tempo a studiare un complimento di congratulazione: ma il Marchese lo interruppe, dicendo: presto, presto, scrivete alla buona, senza concetti; già conosciamo la vostra abilità. Il segretario scrisse, e il foglio fu dato a Geltrude da ricopiare, la quale ricopiò e appose il suo nome, come le comandò il Marchese. Il quale, preso il foglio e consegnatolo al segretario perchè lo portasse addirittura cui era indiritto, comandò che si preparasse per Geltrude il suo appartamento ordinario, che si dicesse ch'ella era guarita dalla sua indisposizione; era il pretesto preso per dar ragione della sua assenza continua; e che tosto le si facessero apprestare abiti più sontuosi. Quindi, rivolto sorridendo a Geltrude, le chiese quando ella sarebbe stata disposta a fare una trottata a Monza, per richiedere alla badessa di esser ricevuta. Anzi, riprese, dopo aver pensato un momento, perchè non v'andiamo oggi stesso? Geltrude ha bisogno di pigliar aria, e sarà ancor più contenta quando il primo asso sia fatto. Andiamo, andiamo, rispose la Marchesa, la giornata è bellissima. Vado a dar gli ordini, disse il Marchesino, e stava per partire. Ma.... cominciò Geltrude, e non potè continuare. Piano, piano, cervellino, ripigliò il Marchese, rivolto al figlio; forse Geltrude è stanca e vuole aspettare fino a domani. Volete voi che andiamo domani? domandò a Geltrude, con uno sguardo, che nello stesso tempo mostrava il sereno e minacciava il temporale.——Domani, rispose con debole voce Geltrude, alla quale non parve vero di avere qualche ora di rispitto, e che nel profferire quelle parole si sovvenne che finalmente quel passo non era l'ultimo, il decisivo; e che si poteva ancora darne uno indietro. Domani, disse solennemente il Marchese: domani è il giorno ch'ella ha stabilito.

Il resto della giornata fu occupatissimo. Geltrude avrebbe voluto raccogliere i suoi pensieri, riposarsi da tante commozioni, rendersi conto di quello che aveva fatto, di quello che era da farsi, sapere distintamente che cosa; voleva trovare il modo di rallentare un po' quella macchina che, mossa, andava con tanta celerità, per vedere almeno come ne era condotta, e per arrestarla affatto, se si fosse accorta che la conduceva ad un pentimento; ma non ci fu verso. Le distrazioni si tenevano dietro senza interruzione, e la mente di Geltrude era come il lavorìo d'una povera fante, che serva ad una numerosa famiglia e che in un giorno di faccende, chiamata di qua, di là, non può venire a capo di nulla. Mentre s'apparecchiava il quartiere ch'ella doveva abitare, ella fu condotta nella stanza stessa della Marchesa, per essere acconciata, adornata, vestita del suo più bell'abito; operazione che in quel giorno le recò una noia intollerabile. La Marchesa presiedeva all'acconciamento, e parte lodando, parte riprendendo, parte consigliando, parte interrogando Geltrude di cose estranee, non le lasciò il tempo di raccozzar due idee. Del resto, a misura che l'opera procedeva verso la sua perfezione, Geltrude stessa vi prese un po' d'affetto, e vi occupò quel poco di pensiero che le rimaneva. L'acconciatura era appena finita, che venne l'ora del pranzo. I servi la inchinavano umilmente sul suo passaggio, accennando di congratularsi per la ricuperata salute; con una serietà che non avrebbe lasciato supporre che essi sapessero qualche cosa del vero motivo della assenza di Geltrude. A tavola Geltrude fu la regina; servita la prima, trattenuta, corteggiata, ella doveva corrispondere a tante gentilezze, e faceva ogni sforzo per riuscirvi. Il Marchese aveva fatto avvertire alcuni parenti più prossimi del ristabilimento della figlia, e della sua risoluzione: le due liete nuove si sparsero, e come la famiglia del Marchese spandeva un lustro grande su tutta la parentela, comparvero dopo il pranzo visite di congratulazione. I complimenti erano per la sposina: così si chiamavano le giovani che erano per farsi monache: e la sposina doveva rispondere a quei complimenti; e ogni risposta era una conferma. S'avvedeva ben ella che ad ogni momento andava tessendo ella stessa una maglia di più alla sua rete; ma, oltre ch'ella non vedeva ben chiaro se quella era una rete, fare altrimenti le pareva impossibile; poichè come mai, in presenza del padre, a chi si rallegrava di una risoluzione presa da lei, ed annunziata da quello, avrebbe ella potuto dare una risposta dubbiosa? Partite le visite, Geltrude entrò con la famiglia nel cocchio, dal quale era stata esclusa per tanto tempo; e si andò a fare la solenne trottata. Lo spettacolo e il rumore delle carrozze e dei passeggiatori, i discorsi incessanti del padre, della madre e del fratello, che per cortesia rivolgevano sempre la parola a Geltrude, si contendevano l'attenzione della sua mente; e i pensieri sulla sua situazione vi apparivano istantaneamente come lampi in un povero cielo. Rientrato il cocchio in casa, e fermato sotto le volte rimbombanti dell'atrio, i servi, che scendevano in fretta coi doppieri, annunziarono che gran parte della conversazione era già ragunata. Si montò con tutta la fretta che poteva conciliarsi con una certa gravità, e di sala in sala si giunse a quella della conversazione. La sposina ne fu il soggetto, l'idolo e la vittima. Chi si faceva prometter da lei, chi prometteva visite, chi parlava della madre tale, sua parente, chi della madre tal altra, sua conoscente; chi lodava il cielo di Monza, chi la regola del monastero. Se alcuno, non potendo avvicinarsi a Geltrude, assediata da altri, o trovandosi distratto a ciarlare in un crocchio, non le aveva detto nulla, si sentiva tutto ad un tratto preso come da un rimorso, temeva di averle fatta una offesa, e studiava il momento di farle il suo complimento. Finalmente la brigata si sciolse, tutti partirono senza rimorso, e Geltrude, stordita, intronata, si rimase sola con la famiglia, dalla quale ricevette altri complimenti sui complimenti che aveva ricevuti. Ho finalmente, disse il marchese Matteo, avuto la consolazione di veder mia figlia trattata e distinta da sua pari. Domani mattina, soggiunse, converrà esser presti di buon'ora per andare a Monza, come ha stabilito Geltrude. Geltrude, condotta finalmente dalla Marchesa nella stanza che le era preparata, vi rimase con una donna che era stata quel giorno destinata ai suoi servigi, invece di quella che aveva fatto presso di lei il tristo uficio di carceriera.

Questo cangiamento era stato provocato da Geltrude. Vedendo ella in quel giorno il padre così disposto a compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, fu tentata di profittare dell'auge in cui si trovava per soddisfare almeno una delle passioni che si univano a tormentarla. Si è detto ch'ella vedeva di mal occhio la donna che le era stata spia e guardiana; e che vi era fra esse un ricambio continuo, una gara di sgarbi. Geltrude in cento momenti di devozione le aveva perdonato, ma cento perdoni non ne vagliono un solo. Vedersi in quel giorno trattata con tanta importanza, quasi con tanto rispetto, da tutta la famiglia, le dava un po' di superbia, e nello stesso tempo il sentire che con queste lusinghe le si faceva fare quello che forse ella non avrebbe voluto, le dava stizza; mentre il suo animo si trovava fra questi due tristi sentimenti, le sovvenne dei modi rozzi, famigliari, insolenti che quella donna le aveva usati nella sua prigionìa, e volendo lamentarsi di qualche cosa, se ne lamentò al padre. Questi ne fu, e se ne mostrò sdegnato, non istette a domandarle come ella pure avesse trattata la donna; ma promise che darebbe una buona lavata di capo a colei, e fissò immediatamente ai servigi di Geltrude un'altra donna di casa. Era questa la vecchia governante del Marchesino: e Geltrude faceva poco guadagno nel cambio. La vecchia, alla quale il Marchesino era stato dato in guardia quando fu tolto dalla nutrice, aveva per lui una falsa affezione di madre; in lui aveva poste tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria. Dopo il Marchese ella era stata la prima a dire che Geltrude aveva ad esser monaca per non rubare una parte d'entrata al Marchesino. Quel giorno ella era e si mostrava tanto soddisfatta, che aveva ricevute le congratulazioni dei suoi compari, tra i quali era un personaggio d'importanza; e parlava con molta bontà della signorina, che aveva conosciuto il suo dovere. Geltrude, a compimento di quella giornata, dovette sentire le lodi e i consigli della vecchia che, spogliandola e ponendola a letto, le fece la storia di sue zie e di sue prozie, le quali s'eran fatte monache per non intaccare il patrimonio della casa, e che se n'erano trovate ben contente, perchè i monasteri dove s'erano chiuse avevan saputo tener conto dell'onore che arrecava loro l'aver dame di quella casa. Le raccontò che si era ricorso ad esse per protezione e che esse dal loro parlatorio avevano ottenuto ciò ch'era stato invano domandato dalle prime dame nella loro gran sala di ricevimento; parlò degli affari d'onore imbrogliatissimi, ch'esse avevano conciliati, delle visite di grandi personaggi forestieri, che avevano ricevute, di che tutta la città aveva parlato. Ma, soggiungeva, erano donne che sapevano fare; e qui intrometteva qualche consiglio sulla condotta da tenersi a Monza. Prediceva gli onori che Geltrude avrebbe pur ricevuti, le distinzioni, le visite. Verrebbe poi il signor Marchesino colla sua sposa, la quale doveva esser certo una gran dama, e allora non solo il monastero, ma tutto il borgo sarebbe in movimento. Geltrude ascoltava con una noja mista di qualche curiosità, poichè si trattava probabilmente del suo avvenire, e, benchè stanca e stordita, non diceva finitela, per quella stessa curiosità che impedisce uno di lasciare a mezzo una storia mal pensata e male scritta. La vecchia aveva parlato mentre spogliava Geltrude, quando Geltrude era già coricata: parlava ancora che Geltrude dormiva. Le cure di rado tolgono il sonno alla giovinezza; e sono tutt'altre cure che quelle onde era oppressa Geltrude. Il suo sonno fu affannoso, torbido, pieno di sogni penosi, ma non fu rotto che dalla voce agra della vecchia, che venne di buon mattino a riscuoterla perchè si preparasse alla gita di Monza.

Alto, alto, signora sposina; è giorno fatto; e prima ch'ella sia vestita, rivestita, in pronto, ci vorrà anche un'ora almeno. La signora Marchesa si sta alzando, e l'hanno svegliata quattr'ore prima del solito. Il Marchesino è già disceso alla scuderia e risalito; e si trova in ordine di partire quando che sia. Vispo come un leprotto quel diavoletto: ma! egli era tale fin da bambino: io posso ben dirlo, che l'ho tenuto nelle mie braccia. Ma quando è all'ordine non bisogna farlo aspettare, perchè, quantunque sia della miglior pasta del mondo, allora egli strepita, fa il diavolo: e questa volta avrebbe anche un po' di ragione, perchè egli s'incomoda per accompagnar lei. Quando è in quei momenti, non ha tema di nessuno, fuorchè del signor Marchese; ma poi finalmente egli non ha sopra di sè che il signor Marchese; e un giorno il signor Marchese sarà egli. Poveretto! con due paroline però s'acqueta subito. Lesta, lesta, signorina; perchè mi sta guardando così come incantata? a quest'ora ella dovrebb'esser fuori del nido.

Geltrude infatti, desta per forza, non ancor ben certa di vegliare, assalita ad un punto dalle memorie del giorno trascorso, dal pensiero di ciò che si doveva fare in quello che cominciava, e dal cinguettìo della governante, stava cogli occhi socchiusi ed intenti, come trasognata: quel destarsi era per la sua mente come il fioco barlume di un mattino tempestoso, quando un leggero diradamento nelle tenebre appena annunzia che il sole è sull'orizzonte, e a chi guarda più attentamente il sole stesso appare come un disco bianco, sfumato e leggiero, sospeso dietro le nuvole trasparenti. Quelle esortazioni però fecero colpo assai, perchè la vecchia aveva toccato un tasto del quale ella stessa non conosceva tutta la forza. Il nome del Marchesino aveva già fermata l'attenzione di Geltrude, ma quando dalle parole della governante l'immagine del Marchesino in collera passò alla mente di Geltrude, tutti i pensieri, onde questa era affollata, si lavarono a volo come uno stormo di passere alla vista d'uno spauracchio, e non restò più a Geltrude che la voglia di sbrigarsi e di schivare quella collera. Geltrude, bisogna confessarlo, non amava molto il fratello: e pei suoi modi aspri, sprezzanti e imperiosi, e perchè di tutta la casa il Marchesino era quegli che più sovente aveva il monastero in bocca: e perchè le compiacenze e le distinzioni dei parenti sopra di lui la tenevano in uno stato continuo di paragone umiliante. Lo temeva essa però, ma fino ad un certo tempo, non quanto egli avrebbe voluto: e come di lingua e d'ingegno ella era meglio fornita di lui, di quando ella si vendicava con un motto, di molti giorni di una pesante persecuzione. Era quindi tra loro come un continuo stato di guerra. Ma quando dopo la sua prigionìa Geltrude comparve davanti al fratello carica d'un fallo e d'un perdono, alzando timidamente gli occhi sulla faccia del fratello, vi scorse una superiorità dalla quale non ebbe pure il pensiero di potersi ribellar mai; si sentì soggiogata per sempre. Ed ora il solo pensare che il fratello in un momento d'impazienza potesse profittare del vantaggio che ella le aveva dato col suo fallo, per gittarle un motto, un rimprovero, che alludesse a quello, la faceva tremare. Si pose ella quindi a sedere in fretta e pure in fretta cominciò a vestirsi. Avrebbe potuto la poverina riflettere che quel pericolo era troppo lontano; che il fratello in un momento in cui sperava da lei un tal sacrificio, era ben lontano dal dir cosa che potesse offenderla; e che, alla fine, per grossolano e sventato ch'egli fosse, non avrebbe scherzato così di leggieri con l'onore di sua sorella, al quale il suo proprio era tanto vicino: ma un effetto dei falli si è appunto di render l'animo più soggetto a timori non ragionevoli.

Geltrude si vestì dunque in fretta, si lasciò acconciare e comparve nella sala dov'era radunata la famiglia ad aspettarla. Il Marchesino, al quale corsero dapprima i suoi occhi, si mostrava tranquillo, senza dar segno d'impazienza: la Marchesa, la quale aveva sagrificate tre ore di letto, mostrava nell'aspetto quel misto di sentimenti che nasce dalla consolazione di aver fatta una impresa, e dal dispetto degli incomodi sostenuti per venirne a capo. Il Marchese con lieto viso si fece incontro a Geltrude e le disse: avete scelto una bella giornata: buon augurio. Buon augurio, ripeterono la Marchesa e il Marchesino. Era preparata una sedia a bracciuoli, e il Marchese accennò amorevolmente a Geltrude che vi sedesse, e perch'ella, confusa, stava alquanto in forse: qui, qui, diss'egli, certamente: dopo la risoluzione che avete fatta non siete più una ragazzetta: siete come un di noi. Appena Geltrude si fu seduta, venne un servo che le presentò rispettosamente una tazza di cioccolatte. Prendere il cioccolatte a quei tempi, era, dice il nostro manoscritto, quello che presso i romani assumere la veste virile; e tutte queste cerimonie erano piccioli fili che legavano sempre più la povera Geltrude. Essa non confermava con parole la risoluzione che tutte quelle dimostrazioni supponevano: non diceva nulla, non faceva nulla, ma tutto ciò che si faceva dintorno a lei, la poneva in una situazione nella quale il disdirsi, appena il mover dubbio sulla sua risoluzione, il fermarsi un momento avrebbe avuto sempre più apparenza di stranezza scandalosa. Preso il fatal cioccolatte, il Marchese si alzò, pigliò Geltrude in disparte, e con aria di consiglio amorevole le disse: Orsù, figlia mia, diportatevi bene: scioltezza e buon garbo. E qui le diede le istruzioni su quello che doveva fare e dire, e le fece ripetere la formola della domanda. Benissimo, a maraviglia, esclamò quindi, e continuò: Quelle buone suore vi aspettano a braccia aperte; e non sanno nulla, nulla.... Non mi date in fanciullaggini, in pianti; non mi fate la Maddalena penitente; guardatevi da un contegno che lasci sospettar qualche cosa: siate franca, e mostrate di che sangue uscite. La vostra risoluzione vi ha meritato il perdono della famiglia; il vostro fallo è cancellato e dimenticato. Quand'anche Geltrude avesse avuto il coraggio, che non aveva, di porre qualche ostacolo, questo discorso, che le faceva sentire dove si sarebbe tosto portata la quistione, l'avrebbe immediatamente disposta ad obbedire senz'altre osservazioni. Ella arrossò, non rispose nulla, chinò il capo, gli occhi le si gonfiarono; ma un: via! via! detto risolutamente dal Marchese e l'apparire d'un servo che annunziava che il cocchio era pronto, la costrinsero a farsi forza e a ricomporsi. Nello scender le scale, Geltrude fu servita da un bracciere, si montò in cocchio e si partì. Gl'impicci, le noje e i pericoli del mondo, e la vita beata del chiostro, principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema del discorso durante il tragitto. All'entrare nel borgo, al vedere la porta del chiostro, Geltrude si sentì stringere il cuore, ma gli occhi della famiglia erano sopra di lei; quando il cocchio si fermò, Geltrude, guardando alla porta, la vide già piena di curiosi; e lo studio di non far nulla di sconvenevole la occupava tanto, ch'ella scese, e s'avviò quasi senz'altro pensiero. Attraversando il cortile si vide la porta del chiostro aperta, e tutta occupata dalle monache. In prima fila alcune anziane, colla badessa nel mezzo; dietro, le altre alla rinfusa; quelle, che erano immediatamente dopo le prime, cacciavano il volto tra l'una e l'altra; altre dietro, ritte sulla punta dei piedi; e, per non tacer nulla, le converse, in ultimo, sollevate sopra sgabelletti. Si vedevano pure qua e là luccicare più basso qualche paja di occhi avidissimi, ed apparire, come al buco della chiave, qua e là un po' di volto mezzo ascoso: erano le più destre e le più animose delle educande, che serpendo tra una monaca e l'altre, s'eran trovate un cantuccio per vedere anch'esse qualche cosa: il che era in verità troppo giusto. Geltrude, come incantata, giunse in faccia a tanto teatro, condotta ed animata dai parenti, e si fermò nel bel mezzo davanti alla madre badessa. È inutile dire che questa era stata dal Marchese avvertita per un messo straordinario della visita che avrebbe ricevuta e del perchè. Geltrude fu accolta dalla badessa e da tutte le suore con acclamazioni. Dopo i primi saluti, la badessa, nel modo con cui si fa per formalità una domanda della quale è certa la risposta, le domandò che cosa ella desiderava in quel luogo dove non v'era chi potesse nulla rifiutarle.

Son qui.... cominciò a rispondere Geltrude, ma nel momento in cui ella doveva manifestare con certezza un desiderio che era tutt'altro che certo nel suo cuore, nel momento in cui le sue parole dovevano decidere quasi irrevocabilmente del suo destino, il combattimento interno fu sì forte ch'ella non potè proseguire, e rifletteva un istante, guardando come incantata la badessa e la folla che la circondava. Così guatando, ella vide distintamente alcune delle sue compagne, e sulla parte che appariva di quelle faccette, e più agli occhi, una espressione mista di malizia e di compassione, che diceva chiaramente: Ah! c'è incappata la brava! Questa vista le risvegliò in cuore tutta l'avversione al chiostro, l'orrore per la violenza che l'era fatta, e con questi sentimenti un lampo di coraggio. E già ella stava cercando una risposta diversa da quella che si aspettava da lei; cosa troppo difficile a trovarsi in quella circostanza. Alzò un momento gli occhi verso il padre, che le stava di fianco, per indovinare che effetto avrebbe prodotto la sua resistenza, e come per esperimentare le proprie forze, ma vide negli sguardi del Marchese una espressione sì minacciosa, che tutto il suo coraggio svanì. Pensò che la resistenza, che il ritardo, l'avrebbero resa innanzi a tanti occhi un oggetto di scandalo, di stupore e di derisione, pensò al padre, al fratello, al mondo, al paggio: si consolò, riflettendo che dopo quella formalità le rimaneva ancora una porta aperta per tornare indietro, che poteva guadagnar tempo, e che avrebbe saputo approfittarne; e il partito il più facile, il più sicuro, il meno terribile in quel momento le parve di proseguire, come fece: Son qui a domandare d'essere ammessa a vestir l'abito. Nel breve momento d'indugio che ella aveva posto a finir la sua frase, un silenzio solenne aveva regnato fra gli astanti: le parole di Geltrude furono seguite da una acclamazione generale. Chetato il tumulto, la badessa, tutta sorridente, a memoria porse questa risposta, che le era stata data in iscritto da un bell'ingegno di Monza, uomo dotto, che aveva letti i celebri romanzi del Pasta: Se il rispetto non ponesse un freno agli affetti, io accuserei in questa circostanza di troppo rigore quelle regole sapientissime che ci proibiscono di dare alcuna risposta a domande di questa natura, prima di averne ottenuta la licenza. Bensì, senza riguardi, accuseremo il tempo, che coi suoi lenti passi ci ritarda il momento di dare questa risposta, desiderosa non meno che desiderata. E voi, carissima figlia, con l'acume del vostro ingegno potrete intanto, dai segni esterni, farvi indovina della decisione che potete aspettarvi da tutte le nostre suore, e da me umilissima superiora. Le acclamazioni incominciarono: e le suore sorrisero di compiacenza, e non a torto, perchè la gloria del capo si diffonde sugli inferiori.

La badessa, alla quale non era spiaciuto di aver molti uditori, pensò allora che la folla poteva essere incomoda e si rivolse ad una suora e disse: Ehi, suor Eusebia, date un po' la voce alla fattora, perchè faccia sgombrare tutto quel minuto popolo, e chiuda la porta di strada. L'ordine fu dato ed eseguito: e il minuto popolo partì con dispiacere, ma con ammirazione. Geltrude passava intanto dalle braccia della badessa a quelle d'una e d'un'altra suora; e ognuna le faceva un complimento, il quale aveva in tutte a un dipresso lo stesso senso: l'avevam sempre detto che sareste nostra. Passato quel primo impeto, la badessa pregò Geltrude e la famiglia di passare nel parlatorio. A questa preghiera le converse scesero dagli sgabelli, la folla si diradò e la badessa con alcune delle anziane si avviò al parlatorio per l'interno del chiostro, mentre la famiglia milanese vi andava pel di fuori.

V'ha due modi di scendere il pendìo della sventura: l'uno è di capitombolare ad un tratto nel precipizio, l'altro d'andarvi come saltelloni in più riprese; in questo secondo caso, ogni fermata è una specie di riposo, e l'intervallo che passa tra una caduta e l'altra è talvolta tutto occupato dalla speranza. Geltrude sentì un certo sollievo d'essere uscita di quella stretta, comunque ne fosse uscita, e corse tosto col pensiero a proporsi di volere, prima di fare un altro passo, meditar ben bene se le conveniva o no di progredire, e di non lasciarsi cogliere così alla sprovveduta. Con questo pensiero ella fu condotta nel parlatorio. Qui rinnovati i complimenti, la badessa pregò gli ospiti di gradire alcune cosuccie, ch'ella faceva porre nella ruota da una conversa; la quale dette il moto alla ruota e ne rivolse la bocca verso il parlatorio esteriore.