Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 7
Venne finalmente il momento di levare Geltrude dal monastero, e di ritenerla per qualche tempo nella casa e nel mondo. Il passo era spiacevole assai pel marchese Matteo, ma inevitabile, perchè una ragazza allevata in un monastero non poteva far la domanda di esservi ammessa ai voti, se non dopo esserne stata fuori per qualche tempo. Era questa una formalità, destinata ad assicurare alle figlie la libera scelta dello stato; giacchè ognuno vede che sarebbe stato troppo facile di fare abbracciare il monastero ad una giovane che, rinchiusa nel chiostro dall'infanzia, non avesse mai avuta idea di altro modo di vivere.
Nessuno ignora che le formalità sono state inventate dagli uomini per accertare la validità di un atto qualunque, assegnando anticipatamente i caratteri che quell'atto deve avere per essere un atto daddovero. Invenzione che mostra affè molto ingegno: invenzione utile, anzi necessaria, perchè la più parte delle quistioni che si fanno a questo mondo sono appunto per decidere se una cosa sia fatta, o non fatta. Ma tutte le invenzioni dell'ingegno umano, partecipando della sua debolezza, non sono senza qualche inconveniente: e le formalità ne hanno due. Accade talvolta che dove gli uomini hanno deciso che una cosa non può esser realmente fatta che nei tali e tali modi, la cosa si fa realmente in modi tutti diversi e che non erano stati preveduti. In questo caso, la cosa non vale, anzi non è fatta. E non andate a farvi compatire da un sapiente col volergli dimostrare che la è fatta; egli lo sa quanto voi; ma sa qualche cosa di più, vede nella cosa stessa una distinzione profonda; vede, e vi insegna, che la cosa materialmente è fatta, legalmente non è. Dall'altra parte, accade pure, che dopo essere stato dagli uomini predetto, deciso, statuito che dove si trovino i tali e tali caratteri esiste certamente il tal fatto, si sono trovati altri uomini più accorti dei primi (cosa che pare impossibile, eppure è vera) i quali hanno saputo far nascere tutti quei caratteri senza fare la cosa stessa. In questo secondo caso bisogna riguardare la cosa come fatta; e darebbe segno di mente ben leggiera e non avvezza a riflettere, o di semplicità rustica affatto, colui che, ostinandosi ad esaminare il merito, volesse dimostrare che la cosa non è. Guai se si desse retta a queste chiacchiere, non si finirebbe mai nulla, e si andrebbe a pericolo di turbare il bell'ordine che si ammira in questo mondo. Ma questi caratteri, se non infallibili, sono almeno stati scelti dopo accurate osservazioni, senza passioni, nè secondi fini, in tempi nei quali gli uomini fossero abbastanza esercitati nel riflettere su quello che vedevano, per circostanziare i fatti che dovevano essere dopo di loro? Ah! qui è la quistione; ma, per trattarla con qualche fondamento, converrebbe fare la storia del genere umano; dal che ci asteniamo, e perchè, a dir vero, non l'abbiamo tutta sulle dita, e perchè siamo per ora impegnati a raccontare quella di Geltrude, in quanto essa è necessaria a conoscere la storia ancor più vasta degli sposi promessi.
Per accertare adunque la libera e reale vocazione d'una figlia al chiostro, era prescritto che ella ne stesse assente per qualche tempo; ed era consuetudine che in questo tempo ella dovesse esser condotta a vedere spettacoli, ad assaggiare divertimenti, per conoscere ben bene quello a cui doveva rinunziare per farsi monaca. E prima di vestir l'abito, doveva essere esaminata da un ecclesiastico, il quale con interrogazioni opportune ricavasse se non le era fatta forza, e se ella non si faceva illusione, se il suo proposito era insomma libero e ragionato. Queste formalità però avevano certamente il secondo inconveniente di cui abbiamo parlato; tutto poteva andare in regola, e la giovinetta infelice chiudersi contra sua voglia. La cosa poteva accadere in molti modi: che essa sia talvolta accaduta è un fatto troppo noto, e troppo vero: chi volesse ostinatamente negarlo, abbia almeno la discrezione di non affermar mai di quelle verità che sono contrastate, perchè la sua affermazione diverrebbe un argomento di più contra di esse[148].
Benchè Geltrudina sapesse benissimo ch'ella andava ad un combattimento, pure il giorno della uscita dal monastero, fu un giorno ben lieto per lei. Oltrepassare quelle mura, trovarsi in carrozza, veder l'aperta campagna, e, quel ch'è più, entrare nella città, furono sensazioni più forti che non fosse il pensiero dei contrasti che aveva a sopportare. Per uscirne vittoriosa, aveva la poveretta composto un piano nella sua mente. O vorranno ottenere il loro intento colle buone, diceva ella tra sè, o mi parleranno brusco. Nel primo caso, io sarò più buona di essi, pregherò, li moverò a compassione: finalmente non domando altro che di non essere sagrificata. Nel secondo caso, io starò ferma; il sì lo debbo dire io, e non lo dirò. Ma, come accade talvolta anche ai comandanti di eserciti, non avvenne nè l'una, nè l'altra cosa ch'ella aveva pensata. I parenti, avvertiti dalle monache delle disposizioni di Geltrude, furono serj, tristi, burberi; e non le fecero per qualche tempo nessuna proposizione nè con vezzi, nè con minacce. Solo dal contegno di tutti traspariva che tutti la riguardavano come rea, e da qualche parola sfuggita qua e là s'intravedeva che la riguardavano come rea, non già di ricusarsi al chiostro, delitto che non poteva nemmeno venire in capo ad alcuno della famiglia, ma di non avviarvisi con buona grazia. Così ella non trovava mai un varco per venire alla dichiarazione che era pure indispensabile; e i modi secchi, laconici, altieri, che si usavano con lei, non le davano nemmeno il campo di potere avviare un discorso fiduciale ed amichevole, il quale di passo in passo la conducesse a toccare il punto sul quale ella ardeva di spiegarsi, o almeno di farsi intendere. Che s'ella, sofferendo pazientemente qualche sgarbo, si ostinava pure a volere famigliarizzarsi con alcuno della famiglia, se senza lamentarsi implorava velatamente un po' di amore, se si abbandonava ad espressioni confidenziali e affettuose, ella si udiva tosto gittar qualche motto più diretto e più chiaro intorno alla elezione dello stato: le si faceva sentire che l'amore della famiglia non era cessato per lei, ma sospeso, e che da lei dipendeva l'esser trattata come una figlia di predilezione. Allora ella era costretta a ritirarsi, a schermirsi da quelle tenerezze, che aveva tanto ricercate, e si rimaneva coll'apparenza del torto. Si accorava e si andava sempre più perdendo d'animo: il suo sogno era scompaginato, e non sapeva a qual altro appigliarsi, pure aspettava. Ma il non veder mai un volto amico, ma le immagini tristi, e, direi quasi, terribili, delle quali era circondata, la rendevano sempre più inclinata a ritirarsi in quel cantuccio ameno e splendido, che ognuno, e i giovani particolarmente, si formano nella fantasia, per fuggire dalle considerazioni di oggetti che attristano. Ritornava ella dunque più che mai a quei suoi sogni del monastero[149], e si creava fantasmi giocondi coi quali conversare. Ma i fantasmi non acquistavano forma reale; ella era tenuta ritirata quanto nel monastero, perchè il tempo dei divertimenti doveva venir dopo quella domanda ch'ella non aveva fatta e che era risoluta di non fare. Rinchiusa per una gran parte del giorno con le donzelle, allontanata dalla sala ogni volta che una visita vi si presentasse, non mai condotta in altre case, come avrebb'ella mai potuto vedersi ai piedi quel tal giovane del monastero, che, senza contare tutte le altre difficoltà, non era a questo mondo? Era questo il suo maggiore, anzi l'unico suo difetto, giacchè, del resto, bellezza, grazia, ricchezza, nobiltà, eloquenza, sincerità, costanza, e sopra tutto appassionatezza, nulla gli mancava. V'era rischio, peraltro, che s'egli tardava troppo ad esistere, l'immaginazione di Geltrude, stanca di aggirarsi nel vuoto, trasferisse la bontà, che aveva per lui, al primo ente reale che non fosse troppo diverso da questo immaginato da rendere impossibile lo scambio. L'occasione si presentò in fatti, e fu fatale a Geltrude. Noi ommettiamo i particolari di questo sciagurato affare; diremo soltanto che la prima lettera di risposta ch'ella aveva scritta ad un paggio della Marchesa, cadde in mano di questa, fu tosto consegnata al marchese Matteo, e che il trambusto in casa fu, come era da aspettarsi, strepitoso.
Il paggio fu sfrattato immediatamente, com'era giusto; ma il marchese Matteo, che aveva idee molto larghe sul giusto in ciò che toccava il decoro della sua famiglia, intimando di sua bocca la partenza al ragazzaccio, per non aumentare il numero dei confidenti, gl'intimò nello stesso tempo che se egli si fosse in alcun tempo lasciato sfuggire una paroluzza sulla debolezza di donna Geltrude, la sua vita avrebbe scontato questo secondo delitto, e che non ci sarebbe stato asilo per lui. Queste minacce erano a quei tempi molto frequenti, e facevano pure colpo assai[150], perchè ognuno era avvezzo a vederne molte ridotte ad effetto. Ciò non di meno, per esser più certo della segretezza del paggio, il marchese Matteo, nel forte del rabbuffo, gli appoggiò due solennissimi schiaffi, pensando a ragione che il paggio sarebbe stato meno tentato di raccontare un'avventura, la quale, per una parte, poteva lusingare la sua vanità, quando essa avesse finito con un incidente doloroso e umiliante. Alla donna di casa, che aveva intercettato il corpo del delitto, furono date molte lodi, e nello stesso tempo una prescrizione di segretezza, non accompagnata da minacce, ma in termini che le fecero comprendere che questa segretezza era del massimo interesse anche per lei.
Ma il temporale più scuro, più lungo, più terribile venne a scendere sul capo di Geltrude. Il marchese Matteo, dopo d'averla caricata di strapazzi, ch'ella intese con tanto più di tremore, quanto si sentiva veramente colpevole, le annunziò una prigione indeterminata nella sua stanza, e per sopra più le parlò d'un castigo proporzionato alla colpa, senza specificarlo[151], e così la lasciò in guardia alla stessa donna che aveva scoperti gli affari.
Geltrude, aspreggiata, rinchiusa, minacciata, in una situazione che sarebbe stata dolorosa anche alla coscienza più illibata, si trovava anche la memoria del fallo, che basta a rattristare la situazione la più gioconda, e l'animo suo fu prostrato. Non sapeva prevedere come, nè quando, la cosa sarebbe finita, si aspettava ad ogni momento il castigo incognito e per ciò più terribile; l'essere come sbandita dalla famiglia le era un peso insopportabile, e nello stesso tempo l'idea di rivedere il padre, o di vedere la madre, il fratello la prima volta dopo il suo fallo, la faceva trasalire di spavento. In questa agitazione continua si svolse e si accrebbe nell'animo suo un sentimento nativo in tutti, ma più forte in lei per indole e reso ancor più forte dalla educazione, il timore della vergogna: sentimento non solo onesto, ma bello, ma essenziale; sentimento però che, come tutti gli altri, può diventare passione violenta e perniciosa quando non sia diretto dalla ragione, ma nutrito di orgoglio. La sola idea del pericolo che la sua debolezza, la sua debolezza per un paggio, per una persona meccanica, fosse risaputa da alcuna delle sue antiche superiore, da una sua compagna, da un congiunto della casa. Questa idea le era più terribile, più odiosa, della prigione, dell'ira dei parenti, del fallo stesso. Ella sentiva che con la minaccia di svergognarla così, si sarebbe potuto ottener da lei quello che si fosse voluto. E sentiva nello stesso tempo quanto fosse peggiorata la sua condizione per la scelta dello stato: giacchè il primo requisito per poter resistere alle lusinghe e alle violenze era, avrebbe dovuto essere, di non aver nulla da rimproverarsi.
La compagnia della sua guardiana non le era certo di alcun sollievo nella sua ritiratezza angosciosa. Ella vedeva in quella donna il testimonio della sua colpa e la cagione della sua disgrazia, e la odiava. E la donna non amava la fumosetta, per cui era costretta a far vita da carceriera, poco dissimile da quella di carcerata, e che l'aveva resa depositaria d'un segreto pericoloso. La conversazione era quindi fra di esse quale può risultare dall'odio reciproco. Non restava a Geltrude la trista e funesta consolazione dei sogni splendidi della fantasia, perchè questi sogni erano tanto in opposizione col suo stato reale, e con l'avvenire il più probabile, e quelle immagini erano tanto legate con la sua sciagura, che la mente li respingeva con incredula avversione, e ricadeva, come peso abbandonato, nella considerazione delle circostanze reali. Cominciò quindi a dolersi davvero di ciò che aveva fatto, a paragonare la vita che menava prima del suo fallo con quella che strascinava in allora, e a trovare la prima soave, a rammaricarsi di non averla saputa conoscere. L'immagine di colui, al quale il suo cuore sgraziato e leggiero si era abbandonato un momento, gli compariva accompagnata di tanti dispiaceri, che aveva perduta ogni forza sulla sua fantasia. Tanto è vero che all'amore, per signoreggiare un animo, bisogna un poco di buon tempo, e che le faccende gravi e le grandi sciagure gli spennacchiano le ali e gli spezzano i dardi, se ci si permette una frase, invero troppo poetica, ma che spiega tanto bene ciò che accade realmente nell'animo[152]. Scacciato questo nimico dal cuore, il quale, a dir vero, non vi aveva preso gran piede, raffreddata alquanto l'ira dalla tristezza e dal timore di peggio, e dal pensare che al fine il castigo era meritato, il pentimento di Geltrude cominciò ad essere più dolce, divenne un sollievo. Pensò ella al perdono che si ottiene con quello, e si rallegrò; pensò che ciò ch'ella soffriva poteva essere una espiazione, e tutto le parve più leggiero. Si diede quindi tutta ad una divozione, la quale in parte era un sentimento intimo e retto dell'animo, in parte un fervore della fantasia. Le tornava allora alla mente il chiostro; e una vita quieta, onorata, lontana dai pericoli, la dignità di monaca, e quella benedetta pompa di badessa, e quella benedetta boria di essere la più nobile del monastero, ultimo rifugio della sua superbiuzza, le parve uno zucchero al paragone dello stato di umiliazione, di prigionìa, di disprezzo nel quale si trovava. L'avversione, nutrita per tanto tempo a quella condizione, le risorgeva pure con tutte le sue immagini, ma ella le pigliava per tentazioni, e le combatteva[153]. In questa incertezza ella desiderava di rivedere il padre, di rivederlo con una faccia diversa da quella di cui le rimaneva una immagine terribile e dolorosa, di avere il suo perdono, di essere riammessa nella famiglia. Dopo molto combattimento, prese la penna, e scrisse al padre una lettera, piena di entusiasmo e di abbattimento, di afflizione e di speranza, nella quale chiedeva istantemente ch'egli la visitasse, e gli lasciava intravedere ch'egli rimarrebbe contento di lei. Non già ch'ella avesse presa una risoluzione, ma non poteva più reggere alla solitudine e alla proscrizione, e sperava confusamente che in quel colloquio la risoluzione si sarebbe fatta per lo meglio[154].
V'ha dei momenti in cui l'animo, massimamente dei giovani, è, o crede di essere, talmente disposto ad ogni più bella e più perfetta cosa, che la più piccola spinta basta ad ottenere da esso ciò che abbia un'apparenza di bene, di sacrificio, di perfezione come un fiore appena sbocciato, che riposa[155] mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze all'aura più leggiera che gli asoli punto d'attorno.
L'animo vorrebbe perpetuare questi momenti, e diffidando della sua costanza, corre con alacrità a formar disegni irrevocabili: felice se la tarda riflessione non gli rivela col tempo, che ciò che gli era sembrato una ferma e pura volontà, non era altro che una illusione della fantasia. Questi momenti, che si dovrebbero ammirare dagli altri con un timido rispetto, e coltivare dal prudente consiglio in modo che si maturassero colla prova e col tempo, nei quali tanto più si dovrebbe tremar e vergognarsi di chiedere, quanto più grande è la disposizione ad accordare, questi momenti sono quelli appunto che la speculazione fredda o ardente dell'interesse agguata e stima preziosi per legare una volontà, che non si guarda, e per venire ai turpi suoi fini.
Il marchese Matteo, il quale, passato il primo caldo dell'ira, era tosto corso a fantasticare nella sua mente se da quel disordine avesse potuto cavar qualche profitto per vincere la risoluzione di Geltrude, e che non era mai ristato dal ruminarvi sopra da poi, s'accorse, al leggere di quella lettera, che la figlia gli dava essa stessa l'occasione desiderata, e stabilì tosto di battere il ferro mentre ch'egli era caldo. Mandò quindi a dire a Geltrude[156] ch'ella dovesse venire nella sua stanza, ov'egli si trovava solo. Geltrude v'andò di corsa, che innanzi o indietro è il passo della paura; giunse senza alzar gli occhi dinanzi al Marchese, si gittò ai suoi piedi, ed ebbe appena il fiato per dire: perdono. Il Marchese, con una voce poco atta a rincorare, le rispose, che il perdono non bastava desiderarlo, che questo lo sa fare chiunque è colto in fallo e teme il castigo, che bisognava insomma meritarlo. Geltrude intanto, più turbata ed atterrita in quanto ella era venuta colla speranza di tosto ottenerlo, chiese che dovesse fare per rendersene degna, e si disse pronta a tutto. Il Marchese non rispose direttamente, ma cominciò a parlare lungamente del fallo di Geltrude, e del torto ch'ella s'era posta in pericolo di fare alla famiglia. Questo discorso era al cuore di Geltrude come lo scorrere di una mano ruvida sur una piaga[157]. Aggiunse che quando mai egli avesse avuto alcun pensiero di collocare la sua figlia nel secolo, questo fatto sarebbe stato un ostacolo invincibile, perchè egli avrebbe creduto suo dovere di rivelare la debolezza della sua figlia a chi l'avesse richiesta, non essendo tratto da cavalier d'onore il vender gatta in sacco[158]. Finalmente, raddolcendo alquanto il tuono della voce e le parole, disse a Geltrude, che questi eran falli da piangersi per tutta la vita, e che ella doveva vedere in questo tristo accidente un avviso del cielo che le dava ad intendere che la vita del secolo era troppo piena di peicoli per lei, e che non v'era asilo, riposo, sicurezza...[159].
Ah! sì, interruppe incontanente Geltrude, mossa ad un punto dal timore, dal ravvedimento, e da una certa tenerezza, e sopra tutto dalla corrività della sua fantasia. Il Marchese——ci ripugna dargli in questo momento il titolo di padre——la prese in parola, le annunzio il più ampio perdono, si congratulò con lei del partito ch'ella aveva preso, della vita riposata e felice ch'ella avrebbe menata, e la oppresse di quelle lodi che fanno paura, perchè danno a sentire a quali improperj esporrebbe il cangiar di risoluzione. Geltrude si stava stordita fra i diversi affetti che si succedevano nel suo cuore, non sapeva che dire, non sapeva che si avesse detto: dubitava di essersi troppo avanzata[160], o d'essere stata strascinata più innanzi che non avrebbe voluto; questo pensiero era però dubbio e confuso nella sua mente; ma foss'egli stato limpido e spiegato perfettamente, manifestarlo, accennarlo, dire una parola che contraddicesse all'entusiasmo del Marchese sarebbe stato uno sforzo quasi impossibile.
Il Marchese fece tosto chiamare la madre e il fratello di Geltrude, per metterli, diceva egli, a parte della sua consolazione, per riporre Geltrude nella stima e nell'affetto della famiglia. L'una e l'altro accorsero immediatamente. La Marchesa era avvezza dai primi giorni a non avere altra volontà che quella del marito, fuorchè in due o tre capi, pei quali aveva combattuto, e ne era uscita vittoriosa. Questa condiscendenza non veniva già da un sentimento del suo dovere, nè da stima pel Marchese, ma dall'aver veduto chiaramente da principio che il resistergli sarebbe stato un cozzar coi muricciuoli. S'era ella quindi renduta indifferente su tutto ciò che riguardava il governo della famiglia, contenta di fare a modo suo nei due o tre articoli che abbiamo accennati. Del resto, i disegni del Marchese sul collocamento di Geltrude erano così conformi a quello che si chiamava interesse della famiglia, e alle mire avare e ambiziose[161], in allora tanto universali, che quel poco di opinione che la Marchesa aveva a sua disposizione non poteva non approvarli. L'affezione materna però le faceva desiderare che Geltrude si facesse monaca di buona voglia, come una buona madre che abbia una figlia tanto scrignata e contraffatta, da non poter esser chiesta da nessuno, desidera ch'ella preferisca il celibato al matrimonio. Al giovane Marchesino era stato detto[162] fino dall'infanzia, che l'entrate della casa erano appena appena proporzionate alla nobiltà, e che detrarne anche una picciola parte sarebbe stato un decadere, se non nella sostanza, almeno nell'esterno; egli riguardava quindi assolutamente come un dovere di Geltrude di chiudersi in un chiostro: modo il più economico di collocarsi: quindi l'aderire ch'egli faceva ai progetti del padre era una docilità poco costosa. Il Marchese fece cuore a Geltrude, e la presentò con volto lieto alla madre e al fratello. Ecco, disse, la pecora smarrita, e sia questa l'ultima parola che richiami tristi memorie. Ecco, aggiunse, la consolazione della famiglia; Geltrude ha scelto ella medesima, spontaneamente, quello che noi desideravamo per suo bene; e non ha più bisogno di consigli. È risoluta, ed ha promesso..... qui Geltrude alzò gli occhi, tra lo spavento e la preghiera, al padre, come per supplicarlo di sostare un momento, ma egli ripetè francamente, ha promesso di prendere il velo. Le lodi e gli abbracciamenti furono senza fine, e Geltrude riceveva le une e gli altri con lagrime che furono credute di consolazione. Il marchese Matteo si diffuse allora a magnificare le disposizioni che aveva già fatte di lunga mano per rendere lieta e splendida la sorte della sua figlia. Parlò delle distinzioni ch'essa avrebbe avute nel monastero, e del desiderio che le madri avevano di possederla, e di osservarla come la prima, la principessa, donna del monastero, dal momento in cui vi avrebbe riposto il piede. La madre e il fratello applaudivano; Geltrude era come posseduta da un sogno.