Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1

Part 6

Chapter 63,795 wordsPublic domain

——Voi siete ben pronta a parlare senz'essere interrogata, disse la Signora, dando sulla voce ad Agnese.——Non so che fare dei parenti che rispondono pei loro figliuoli.——Agnese voleva aprir bocca, ma la Signora, con tuono ancor più brusco, riprese:——Zitto, zitto; le vostre parole non servono a nulla.——Così dicendo, il suo aspetto prendeva sempre più un non so che di sinistro, di feroce, che quasi faceva scomparire ogni bellezza, o almeno la alterava, di modo che chi avesse osservato quel volto in quel punto ne avrebbe conservata una immagine disgustosa per sempre. I suoi guardi erano fissi sopra Agnese, torvi e sospettosi, come se cercassero a raffigurare un nemico. E continuò:——Voi fate conto forse, che perchè io son qui rinchiusa, fuori del mondo, senza esperienza, mi si possa dare ad intendere qualunque cosa. Povera donna! Appunto perchè son qui, sono men facile ad essere ingannata su certe materie. Certo lo sposo che i parenti destinano ad una figlia è sempre un uomo compito, e il monastero dove la vogliono rinchiudere è così allegro! in così bella situazione! così tranquillo! è un paradiso! Poveretti! portano invidia alla loro figlia; vorrebbero anch'essi ritirarsi in quel porto di pace, ah! a far vita beata, ma..... pur troppo son legati nel mondo. Scusi il mio caldo, Padre, ma ella sa meglio di me, almeno ella deve saper troppo bene come vanno queste cose, la menzogna la più imperterrita, la più persistente, la più solenne è quella che sta sul labbro di colui che vuole sagrificare i suoi figli, e far loro violenza. Questi sono i peccati contra i quali si dovrebbe predicare: a costoro bisognerebbe minacciare l'inferno.——

A queste parole, la Signora si pose a sedere, tutta turbata, ed ognuno si sarebbe avveduto che un pensiero, che i discorsi di Agnese avevan fatto nascere, dominava allora la sua mente, e che gli affari di Lucia non erano che un oggetto di considerazione secondaria.

Agnese intanto rimproverava alla figlia che il suo non saper parlare le avesse tirata addosso questa tempesta; il Guardiano voleva pure animar Lucia a parlare, ma questa, animata già dalla circostanza, si avvicinò alla grata e in tuono modesto, ma sicuro, disse:——Reverenda signora, quanto le ha detto la mia buona madre è la pura verità. Il giovane che mi parlava, e qui arrossò, lo sposava io... di mio genio; mi perdoni se parlo da sfacciata, ma è per difendere mia madre: e quanto a quel signore...

——Buona fanciulla, interruppe la Signora, con voce raddolcita——credo un po' più a voi, ma non vi credo ancora del tutto[130]. Vi ha due linguaggi che si somigliano; quello che parte dal fondo del cuore, e quello d'una figlia oppressa, che dice il falso per terrore, e protesta di amare ciò ch'ella abborre più al mondo. Voglio sentirvi da sola a sola. Padre Guardiano, se ella conoscesse per testimonianza degli occhi suoi i casi di questa giovane, certo ch'io non istarei ora in dubbio: ma ella non li conosce che per relazione: e per me, piuttosto che servire alla violenza fatta ad una povera giovane...

——Il Padre Cristoforo, disse il Guardiano, che mi ha posto nelle mani questo affare, è uomo tanto oculato, quanto lontano dal favorire una violenza, ed alla sua asserzione io credo quanto ai miei occhi. Stimo però cosa molto savia, che la Signora illustrissima esamini col suo senno consumato questa faccenda, e spero che l'esame, mostrandole la verità dell'esposto, la determinerà ad accordare il suo appoggio a questa famiglia perseguitata.

——Lo spero, rispose la Signora, con una placidezza garbata, e come desiderosa di far dimenticare il trasporto passato: lo spero, e quel poco ch'io potrò fare prego il Padre Guardiano di attribuirlo in gran parte alla sua intromissione. Per ora ecco quello che mi sovviene di poter fare. La fattora del monastero ha collocata da pochi giorni l'ultima sua figliuola. Questa giovane potrà occupare la stanza abbandonata da quella, e supplire ai pochi servizi ch'ella faceva. Ne parlerò colla madre Badessa, ma da quest'ora le do la cosa per fatta, sempre che Lucia ne sia contenta.——Il Guardiano proruppe in ringraziamenti, che la Signora troncò gentilmente, ma lasciando però capire ch'ella faceva assegnamento sulla riconoscenza dei cappuccini. Chiamò quindi una delle monache che le facevano da damigelle, e datole le opportune istruzioni, disse ad Agnese che andasse alla porta del chiostro, per intendersi colla monaca e colla fattora, e per andar quindi a disporre l'alloggio che sarebbe destinato a lei ed a Lucia. Il Padre si congedò, promettendo di ritornare ad informarsi della decisione: le tre donne furono tosto a consulta, e Lucia rimase sola con la Signora a subire l'esame[131].

Le parole della Signora nel colloquio che abbiamo trascritto non annunciavano certamente un animo ordinato e tranquillo; eppure ella s'era studiata in tutto quel colloquio per comparire una monaca come le altre. Ma quando ella si trovò sola con Lucia, ella si studiava tanto meno, quanto meno temeva le osservazioni di una giovane forese, di quelle d'un vecchio cappuccino. Quindi i suoi discorsi divennero sì stranj, per una monaca singolarmente, che prima di riferirli è necessario raccontare la storia di questa Signora, e rivelare le passioni e i fatti che renderanno tale il suo linguaggio.

Questi fatti sono tristi e straordinarj, e per quanto a quei tempi, di funesta memoria, fossero comuni, molte cose che sarebbero portentose ai nostri, l'autorità di un anonimo non avrebbe bastato a farci prestar fede a quello che siam per narrare: frugando quindi, per vedere se altrove si trovasse qualche traccia di questa storia, ci siamo abbattuti in una testimonianza, la quale non ci lascia alcun dubbio. Giuseppe Ripamonti, canonico della Scala, cronista di Milano, etc. scrittore di quel tempo, che per le sue circostanze doveva essere informatissimo, e negli scritti del quale si scorge una attenzione di osservatore non comune, e un candore quale non si può simulare, il Ripamonti racconta di questa infelice cose più forti di quelle che sieno nella nostra storia; e noi ci serviremo anzi delle notizie ch'egli ci ha lasciate per render più compiuta la storia particolare della Signora. Queste cose però, quantunque rese più che probabili da una tale testimonianza, e quantunque essenziali al filo del nostro racconto, noi le avremmo taciute; avremmo anche soppresso tutto il racconto, se non avessimo potuto anche raccontare in progresso un tale mutamento d'animo nella Signora, che non solo tempera e raddolcisce l'impressione sinistra che deggiono fare i primi fatti della Signora, ma deve crear una impressione d'opposto genere e consolante. Avremmo, dico, lasciato di pubblicare tutta questa storia, e ciò per non offendere coloro ai quali il rimettere nella memoria degli uomini certe colpe già pubbliche, ma dimenticate, quando non siano terminate con un grande esempio, o con un gran pentimento, sembra uno scandalo inutile, comunque uno le esponga. Senza esaminare il valore di questo modo di sentire, noi lo avremmo rispettato, quando ciò non costava altro che di sopprimere un libro. Che se poi altri volesse censurare queste scuse come inutili, e ci accusasse di cader sempre in digressioni, che rompono il filo della matassa e fermano l'arcolajo ad ogni tratto, egli obbligherebbe chi scrive a fare una altra digressione, e a rispondergli così: Il manoscritto unico, in cui è registrata questa bella storia degli sposi promessi, è in mia mano: se la volete sapere, bisogna lasciarmela contare a modo mio: se poi non vi curaste più che tanto di sentirla, se il modo con cui è raccontata vi annojasse, giacchè dagli uomini si può aspettar qualunque eccesso; in questo caso chiudete il libro, e Dio vi benedica.

Il padre della infelice, di cui siamo per narrare i casi, era, per sua sventura e di altri molti, un ricco signore, avaro, superbo e ignorante. Avaro, egli non avrebbe mai potuto persuadersi che una figlia dovesse costargli una parte delle sue ricchezze: questo gli sarebbe sembrato un tratto di nemico giurato, e non di figlia sommessa ed amorosa; superbo, non avrebbe creduto che nemmeno il risparmio fosse una ragione bastante per collocare una figlia in luogo men degno della nobiltà della famiglia; ignorante, egli credeva che tutto ciò che potesse mettere in salvo nello stesso tempo i danari e la convenienza fosse lecito, anzi doveroso; giacchè riguardava come il primo dovere del suo stato il conservare l'opulenza e lo splendore: erano questi nelle sue idee i talenti che gli erano stati dati da trafficare, e dei quali gli sarebbe un giorno domandato ragione. Una figlia, nata in tali circostanze, e destinata a dover salvare una tal capra e tali cavoli, era ben felice se si sentiva naturalmente inclinata a chiudersi in un chiostro, perchè il chiostro non lo poteva fuggire. Tale fu il destino della Signora dal primo momento della sua vita; e quando una donzella della signora Marchesa venne, con l'aria confusa di chi confessa un fallo, a dire al signor Marchese: è una femmina; il signor Marchese rispose mentalmente: è una monaca. Si pose quindi a frugare il Leggendario, per cercarvi alla sua figlia un nome che fosse stato portato da una santa, la quale avesse sortito natali nobilissimi e fosse stata monaca; e un nome nello stesso tempo che, senza essere volgare, richiamasse al solo esser proferito l'idea di chiostro; e quello di Geltrude gli parve fatto apposta per la sua neonata. Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le furono posti fra le mani, e il padre, facendola saltare talvolta sulle ginocchia, la chiamava per vezzo: madre badessa. A misura ch'ella si avanzava nella puerizia, le sue forme si svolgevano in modo che prometteva una avvenenza non comune agli anni della giovanezza, e nello stesso tempo ne' suoi modi e nelle sue parole si manifestava molta vivacità, una grande avversione all'obbedienza, e una grande inclinazione al comando, un vivo trasporto pei piaceri e pel fasto. Di tutte queste disposizioni il padre favoriva quelle soltanto che venivano dall'orgoglio, perchè, come abbiam detto, lo considerava come una virtù della sua condizione; egli era superbo della sua figlia, come era superbo di tutto ciò che gli apparteneva, e lodava in essa gli alti spiriti, la dignità, il sussiego, qualità tutte che manifestavano un'anima nata a governare qualunque monastero. Della bellezza nè egli, nè la madre, nè un fratello, destinato a mantenere il decoro della famiglia, non parlavano mai[132]; e la Signora ne fu informata dalle donzelle, alle quali prestò fede immediatamente. Benchè la condizione alla quale il padre l'aveva destinata fosse conosciuta da tutta la famiglia, e da tutti approvata, nessuno le disse però mai: tu devi esser monaca. Era questa come una idea innata; e quando veniva il caso di parlare dei destini futuri della fanciulla, questa idea si dava per sottintesa. Accadde, per esempio, che alcuno della casa, correggendola di qualche aria d'impero troppo oltracotante, le diceva: tu sei una ragazzina, questi modi non ti convengono; quando sarai la madre badessa, allora comanderai, farai alto e basso. Talvolta il padre le diceva: tu non sarai una monaca come le altre, perchè il sangue si porta da per tutto dove si va; e simili discorsi, nei quali la Signora apprendeva implicitamente ch'ella aveva ad esser monaca.

Confusa con questa idea entrava però a poco a poco nella sua mente un'altra, che per essere monaca era mestieri del suo assenso volontario[133]; e che questa cosa, tanto certa, non era però fatta, e che il farla, o non farla, sarebbe dipenduto da una sua determinazione: ma queste due idee, un po' repugnanti, si acconciavano nella sua mente come potevano: perchè se un uomo non dovesse star tranquillo che dopo d'aver messe d'accordo tutte le sue idee, non vi sarebbe più tranquillità. A sei anni fu posta in un monastero e per educazione e per istradamento alla carriera che le era prefissa. Quale coltura d'ingegno potesse riceversi a quei tempi in un monastero è facile argomentarlo dalla coltura universale, e questa si può argomentare dai libri che ci rimangono di quell'epoca. Ora, basti il dire che nella prima metà del secolo decimosettimo non uscì, ch'io sappia, in Milano[134] un libro, non dico insigne di pensiero[135], ma scritto grammaticalmente[136]: di modo che dalla ignoranza universale si può francamente supporre che alle giovani di quel tempo non si sarà pensato ad insegnare nemmeno ciò che v'è di più chiaro, di più liquido, di meglio digerito nelle cognizioni umane, la storia romana. Ma quello che più importa di dire nel caso nostro si è, che quella parte di educazione, che i fanciulli riuniti in comunità si danno sempre fra di loro, operò nella Signora un effetto, contrario direttamente alla intenzione ed ai disegni dei suoi. Fra le giovanette educande, colle quali ella fu posta a vivere, erano alcune destinate a splendidi matrimonj, perchè così voleva l'interesse delle famiglie loro. Geltrudina, nutrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente dei suoi destini futuri di badessa, e a quello splendido, che la fantasia dei fanciulli vede sempre nella condizione di quelli che comandano loro, la sua fantasia aggiungeva qualche cosa di più[137], perchè le era stato detto tante volte: tu non sarai una monaca come le altre. Ma ella s'accorse con maraviglia, e non senza confusione, che alcune delle sue compagne non sentivano punto d'invidia di questo suo avvenire, e alle immagini circoscritte e scarse che può somministrare anche ad una fantasia adolescente il primato in un monastero, opponevano le immagini varie e luccicanti di sposo, di palagi, di conviti, di villeggiature, di veglie, di tornei, di abiti, di carrozze, di livree, di braccieri, di paggi.

Queste immagini produssero nel cervello di Geltrudina quel movimento, quel ronzìo, quel bollore che produrrebbe un gran paniere di fiori appena colti collocati davanti ad un'arnia. Sulle prime ella volle competere colle compagne, e sostenere la superiorità della condizione che le era destinata; ma quanto più ella cercava di magnificare le sue dignità future, tanto più le esponeva ad un terribile genere di offesa, il ridicolo; sentimento che quelle spavalducce applicavano più naturalmente e più saporitamente alle dignità che vantava Geltrude, appunto perchè le vedevano esercitate dalle loro superiore, sorta di persone per le quali la puerizia prova così facilmente l'ammirazione, come lo scherno[138]. E quel che è peggio, Geltrudina non poteva rivolgere le stesse armi contro le avversarie, perchè le ricchezze e la voluttà non sono di quelle cose delle quali si ride in questo mondo: si ride bensì di chi le desidera senza poterle ottenere, e di chi ne usa sgraziatamente; e questo ridere mostra l'alta estimazione in cui sono tenute le cose stesse: quei pochi che non le stimano, non esprimono il loro giudizio con la derisione. Geltrudina quindi, per non restare al di sotto, non aveva altro a rispondere se non che, ella pure avrebbe potuto pigliarsi uno sposo, abitare un palagio, essere strascinata, servita, corteggiata, che lo avrebbe potuto, se lo avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva; e lo voleva infatti[139]. Quell'idea che le stava rannicchiata in un angolo della mente, che il suo assenso era necessario perch'ella fosse monaca, e che questo assenso dipendeva da lei, si svolse allora e divenne perspicua e predominante[140]. Con questo pensiero ella si teneva bastantemente sicura, ma non senza covare un sentimento d'invidia e di rancore contra quelle sue compagne, le quali erano ben altrimenti sicure, e ch'ella avrebbe amate, se la loro condizione non le fosse stata ad ogni momento un confronto doloroso. Perchè questa sventurata non aveva un animo ostile, non si dilettava naturalmente nell'odio; ma le sue passioni erano tanto violente e tanto delicate, ella le idolatrava tanto, che tutto ciò che poteva essere ad esse di ostacolo, offenderle, contristarle, diveniva per lei oggetto di avversione, e sarebbe stato vittima del suo furore quand'ella avesse potuto impunemente sfogarlo. In questo stato di guerra mentale giunse Geltrudina a quell'età così perigliosa, che separa l'adolescenza dalla giovinezza[141]; a quella età, in cui una potenza misteriosa entra nell'animo, solleva, ingrandisce, adorna, rinvigorisce, raddoppia di forza tutte le inclinazioni e tutte le idee che vi trova, sovente aggiungendovene una nuova, tutta in nebbia; e che talvolta fa sì che quella nuova e tutta in nebbia trasmuti tutto l'essere morale[142]. Assoluta innocenza di pensiero, massime e pratiche di Religione ragionata, occupazioni utili e interessanti, esercizj frequenti e dilettevoli del corpo, confidenza rispettosa e libera nei parenti e negli educatori, sono i mezzi sicuri per trascorrere impunemente quella età perigliosa, e per formare una mente tranquilla, saggia e forte contra i pericoli della giovinezza e di tutta la vita[143]. Pochissimi lavori, e lo studio del canto sopra parole d'una lingua sconosciuta, non erano esercizj che potessero impadronirsi della mente di Geltrude, e trattenerla dal vagare in un mondo ideale. Gli esercizj corporali consistevano in un giro quotidiano dell'orto claustrale[144]. La confidenza e la comunicazione delle idee era quale può trovarsi con persone le quali non pensano a conoscere un animo per dirigerlo nella sua scelta, ma a fissarlo in una scelta già destinata. E quanto alla Religione, ciò che è in essa di più essenziale, di più intimo, ciò che fa resistere alle passioni e vincerle con una dolcezza superiore d'assai a quella che le passioni soddisfatte possono arrecare, ciò che preserva dalla corruttela, e mette in avvertenza anche contra i pericoli non conosciuti, non era stato mai istillato, nè meno insegnato, alla picciola Geltrude; anzi il suo intelletto era stato nodrito di pensieri opposti affatto alla Religione. Non vogliamo qui parlare d'alcuni pregiudizj[145], che a quei tempi principalmente si ritenevano per verità sacrosante, e s'insegnavano insieme con la verità; pregiudizj non del tutto estirpati, e Dio sa quando lo saranno; pregiudizj dannosi, principalmente perchè nella mente di molti associano all'idea della Religione quella della credulità e della sciocchezza, e dei quali perciò ogni onesto deve desiderare e promuovere la distruzione, ma pregiudizj che in gran parte non tolgono l'essenziale, e si possono conciliare con un sentimento di pietà, profonda e sincera, e con una vita non solo innocente, ma operosa nel bene, e sagrificata all'utile altrui, del che tanti esempj hanno lasciati i tempi trascorsi, e ne offrono fors'anche i presenti. Ma, come abbiamo veduto, i parenti di Geltrude l'avevano educata all'orgoglio, a quel sentimento cioè che chiude i primi aditi del cuore ad ogni sentimento cristiano, e gli apre tutte le passioni. Il padre principalmente, che aveva destinata questa poveretta al chiostro prima di sapere s'ella sarebbe stata inclinata a chiudervisi, aveva talvolta pur fatta tra sè e sè questa obbiezione, che forse Geltrude non vi sarebbe stata inclinata: caso difficile, ma non impossibile; e contra il quale era d'uopo premunirsi. Supponendo adunque che Geltrude, allettata dalla vita del secolo, avesse voluto rimanervi, bisognava trovar qualche cosa che la allettasse ad abbandonarlo, per non usare della semplice forza, mezzo di esito incerto, sempre odioso e che poteva lasciar qualche dispiacere nell'animo del padre, il quale alla fine non desiderava che la sua figlia fosse infelice, ma semplicemente ch'ella fosse monaca. Il marchese Matteo non era uomo di teorie metafisiche, di disegni aerei: non aveva perduto il suo tempo sui libri, ma conosceva il mondo, era un uomo di pratica, quel che si chiama un uomo di buon senso; teneva che bisogna prendere gli uomini come sono, e non pretendere da essi gli effetti di una perfezione ideale; e che senza l'interesse l'uomo non si determina a nulla in questo mondo. Così, per venire all'interesse che il secolo poteva offrire a Geltrude, egli si era studiato di far nascere nel suo cuore quello della potenza e del dominio claustrale. Egli aveva pensato ed operato colla dirittura e colla sapienza squisita d'un uomo il quale desse il fuoco alla casa di un nimico, posta accanto alla sua, con la intenzione che quella sola dovesse andare in fuoco ed in faville. Ma il fuoco, appiccato ch'ei sia, non si lascia guidare dalle intenzioni dell'incendiario, va dove il vento lo spinge, e si trattiene a divorare dove trova materia combustibile; e le passioni, svegliate una volta, non ricevono più la legge di chi le ha ispirate, ma si volgono agli oggetti che la mente apprende come più desiderabili. L'orgoglio di giovane, vagheggiata, adorata, supplicata con umili sospiri, di sposa ricca e fastosa, di padrona che comanda a damigelle ed a paggi, ben vestiti, era ben più dolce che l'orgoglio di madre badessa, e in quello tutta s'immerse la fantasia orgogliosa di Geltrudina. Cominciò dunque a far castelli in aria, a figurarsi un giovane ai piedi, a levarsi spaventata e fuggire, dicendo: come ha ella ardito di venir qui? e non ricordava più che il giovane senza una sua chiamata non sarebbe certo venuto a disturbarla. Ma quella fuga e quell'asprezza non erano a fine di scacciarlo daddovero: il giovane non perdeva coraggio; nascevano nuovi casi, e tutto finiva col matrimonio, come la più parte delle commedie. Richiamava alla memoria quel poco che aveva veduto dei passeggi della città, e vi girava in carrozza, innanzi indietro; ripensava la casa domestica, le anticamere, le livree, il comando, e rifaceva tutto per suo uso, ma in un modo più splendido. Questi pensieri l'assediavano nel dormitorio, nel refettorio, nell'orto, nel coro[146]; ella confrontava col brillante di essi, lo squallido che aveva sottocchio, e si confermava sempre più nel proposito di non dire quel sì, che si aspettava da lei. Le monache si accorsero di questa sua risoluzione, ch'ella non cercava nemmeno di nascondere affatto; poichè, malgrado la fermezza di questa risoluzione, Geltrudina rifuggiva con tremito dall'idea di manifestarla al padre di sua bocca, e desiderava ch'egli ne fosse prevenuto d'altra parte: poichè in quel caso non le restava che di sopportare la collera e le minacce del padre; operazione passiva, che le pareva molto più facile, che di pronunziare quelle parole: non voglio. La poverina faceva come colui che avendo da dire qualche cosa di spiacevole a qualcheduno, piglia la penna e gli manda le sue idee in un bel foglio di carta. Ma se la determinazione traspariva, i motivi erano celati alle monache. Geltrude li nascondeva sotto quell'aspetto di indifferenza, che la faccia dei giovanotti presenta quasi sempre all'occhio di chi comanda loro; essa li nascondeva con quella dissimulazione profonda che è data a quell'età, e che forse non ritorna più in nessuna altra epoca della vita, e che appena appena potrà aver riconquistata un diplomatico di ottant'anni, se, come si dice, gli uomini di questa professione sono i più esercitati a nascondere i loro pensieri[147]. Con le compagne Geltrude era manco coperta, e se esse avessero voluto o saputo osservare, dalle materie più frequenti del suo discorso, dall'entusiasmo al quale si abbandonava talvolta, dalla sua picciola stizza, se non altro, nella quale l'invidia era trasparente, avrebbero potuto conoscere qualche cosa dell'animo suo; qualche cosa, perchè nei sogni caldi ed arditi della pubertà v'è una parte di stranio, di fantastico, di individuale, che non si confida, nè s'indovina, a quel che dice il manoscritto.