Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 4
Il colpo fu tremendo e inaspettato. Il Dandolo, peraltro, seppe cavarsela, e bene, rispondendogli lo stesso giorno (era l'8 luglio del '55): «Non ebbi intenzione di offenderla e assai m'incresce se Le recai pena. Al ricevere del suo foglio son corso dallo stampatore ed ho già presi con lui gli opportuni concerti acciò quanto Ella ha notato sia tolto via dalla intera edizione, la quale, come Le dissi, compiuta ieri, cominciava domani ad esser posta in vendita. Cessando così d'avere uno scopo la lettera che m'indirizza, Ella mi permetta di rinviarla».
La pubblicazione di questo singolare processo non mancò di levar rumore; e in Francia ne formarono soggetto di un racconto Filarete Chasles[91] ed A. Renzi[92]; in Italia ne trattò Agostino Verona[93].
Nella prefazione, scritta al Deserto tra' monti di Arcisate il 1º giugno del 1854, il Dandolo, tra l'altre cose, aveva detto: «al celebre autore dei _Promessi Sposi_ la Signora di Monza si rese nota nelle Storie Milanesi del Ripamonti; ignorava, quando scrisse il suo immortale romanzo, che il processo da quei tremendi casi provocato, dal primo costituto all'ultima sentenza, ne' suoi manoscritti originali ed autografi, giacea contenuto in dieci grossi fascicoli polverosi, dimenticati in un tarlato scaffale d'un Archivio lombardo». Queste parole ventun'anni dopo fecero avvampare dallo sdegno Francesco Cusani. «Falso» (egli esclama) «che Manzoni ignorasse il processo. Questo non _giaceva dimenticato in un Archivio lombardo_, ma era gelosamente custodito in quello della Curia arcivescovile di Milano.... Uscito il libro, il Manzoni si dolse co' suoi amici di trovarvi affermato che il processo originale eragli ignoto allorchè trent'anni prima scriveva i _Promessi Sposi_; ed a ragione, giacchè l'asserto era falso. _Sappiate_, dicevami un giorno, _che il processo lo tenni mesi e mesi su questo scrittoio, essendosi degnato l'arcivescovo Gaisruck di affidarmelo_. Era la pura verità, nota da lungo tempo a me e ad altri; il processo l'ebbe il Manzoni per intromissione dell'abate Gaetano Giudici, che aveva molta entratura coll'Arcivescovo, trattando come Consigliere del Governo gli affari ecclesiastici»[94].
È impossibile che il Manzoni si sia lamentato con gli amici «di trovarvi affermato che il processo originale eragli ignoto allorchè trent'anni prima scriveva i _Promessi Sposi_», giacchè il Manzoni stesso impose al Dandolo di non manifestare che l'aveva avuto nelle mani. Tra le carte sue, ho trovato la minuta autografa di questa lettera, che il 17 giugno del '54 indirizzò al conte Tullio: «Essendomi venuto all'orecchio che in un manifesto che deve precedere la pubblicazione del di Lei scritto sul processo della Signora di Monza, si faccia menzione dell'aver io avuta cognizione del processo medesimo, profitto della bontà sua per rivolgermi direttamente a Lei, a fine di venire in chiaro della verità. Se non fosse altro che una falsa voce, confido in codesta bontà medesima per ottenere il perdono d'averla importunata senza proposito; ma se fosse altrimenti, La pregherei con ogni istanza di voler levare dal manifesto suddetto tutto ciò che si riferisca a cose dette da me confidenzialmente, e che non avrei dette di certo, se avessi potuto immaginarmi che fossero per esser rese pubbliche». Del resto, quando il Manzoni diceva al Cusani: «Sappiate che il processo lo tenni mesi e mesi su questo scrittoio», affermava un fatto vero; come affermava un fatto vero il Dandolo quando scriveva che il Manzoni ignorava l'esistenza del processo «quando scrisse il suo immortale romanzo». Il Manzoni l'ebbe in prestito dall'arcivescovo Gaisruck, col mezzo dell'abate Giudici, come asserisce il Cusani; ma l'ebbe dopo che fu pubblicata l'edizione originale de' _Promessi Sposi_; se ne valse, ma in piccolissima parte, per la seconda edizione fatta da lui, quella illustrata del '40. Infatti nel capitolo X, raccontando le colpe di Gertrude, accenna alla conversa, che aveva minacciato di svelare il segreto, e venne fatta sparire. Nella prima edizione si legge: «Si spedirono tosto corrieri su diverse vie per darle dietro e raggiungerla»; nella seconda invece: «Si fecero gran ricerche in Monza e ne' contorni, e _principalmente a Meda, di dov'era quella conversa_». Appunto dal processo aveva appreso che costei era Caterina de' Cassini nativa di Meda. Quando il Manzoni tratteggiò la figura della Signora di Monza ebbe per unica fonte il Ripamonti, e gli fu ignoto perfino il Frisi[95], che non solo svela il nome e il cognome di lei, ma quello pure dell'amante[96].
«Il Manzoni è un psicologo di primo ordine», ebbe a scrivere Eugenio Camerini; «invece di analizzare, a modo di Jouffroy, i fatti interni, ne pinge lo sviluppo, come nell'episodio della Signora di Monza, ove ci parve sempre mirabile il processo della corruzione di quell'anima. Nella _Religieuse_ di Diderot il processo è tutto materiale, il senso si deprava e non conduce che a turpezze; qui si deprava l'anima e conduce al delitto»[97]. Il Cantù affermava: «il Manzoni anche sulle cose che toglieva da altri a prestanza metteva la sua impronta. Diderot aveva rozzamente romanzato una, fatta monaca per forza; il Manzoni il tema stesso elevò a quello stupendo studio del cuore umano e a sapientissima morale»[98]. Alessandro Luzio dice: «Il Manzoni studiosissimo, nella sua giovinezza, della letteratura francese, imbevuto dello spirito filosofico, conobbe e ammirò senza dubbio il romanzo di Diderot; e, più tardi, il ricordo di questo non poteva essere estraneo a determinare l'episodio della Monaca di Monza. Nel quale anzi dovett'essere intendimento del Manzoni di ripigliare sopra un addentellato storico il motivo della _Religieuse_, la violenza cioè fatta da' genitori a una figlia, ripigliarlo e svolgerlo alla sua maniera, sceverando e dalla narrazione, o addebitando al secolo, all'individuo, quanto il Diderot aveva prodotto di tristo e di odioso all'istituzione, all'idea religiosa; cercando, assai visibilmente in qualche punto, di contrapporre un'indiretta, ma efficace confutazione al libro tendenzioso del filosofo»[99]. Il Luzio si sforza di provarlo; v'impiega ingegno e acume, ma non riesce a persuadere[100].
In questi ultimi anni Carlo Casati mise in sodo che una figlia di Tommaso Marini di Genova, Duca di Terranova, andata sposa a Don Martino de Leyva, fu la madre della Gertrude de' _Promessi Sposi_[101]; Luca Beltrami precisò la stanza del palazzo Marino dove nacque[102]; Giovanni Vidari prese a dimostrare come l'episodio di «Gertrude sia nel romanzo, indipendentemente dal merito artistico, uno studio storico, un'analisi psicologica, un alto avvertimento pedagogico-morale»[103]; Luigi Zerbi, non contento di averla rischiarata di nuova luce con la monografia: _La Signora di Monza nella Storia_, volle studiare anche il suo amante[104]; e di lei tornarono a occuparsi e a scrivere Damiano Avancini[105] e Gentile Pagani[106].
Virginia (così si chiamava la madre) in prime nozze sposò Ercole Pio di Savoia, Signore di Sassuolo; ed ebbe da lui Marco e Benedetta. Mortogli ben presto, dopo un anno di vedovanza si rimaritò nel decembre del 1574 con Martino, secondogenito di Don Luigi de Leyva Principe d'Ascoli, portandogli in dote cinquantamila scudi. Martino, gentiluomo di bocca di Re Filippo II e cavaliere di Sant'Jago, aveva combattuto a Granata, a Lepanto e alla Goletta, e teneva allora il comando d'una compagnia di lance a Milano. Dal nuovo matrimonio, verso la fine del 1575, nacque Marianna (la Signora di Monza); la quale, di appena un anno, perdette la madre. Vittima della peste, Donna Virginia, con testamento del 1º ottobre 1576 la fece erede a perfetta metà col fratello Marco Pio di Savoia. Non legò che l'usufrutto della dote e un anello al marito, che di lì a poco andò in Fiandra sotto le bandiere di Don Giovanni d'Austria, lasciando sola la figlia. Il testamento di Donna Virginia dette luogo a un lungo litigio, finito con una transazione nel 1580. L'asse ereditario venne diviso in dodici parti, delle quali ne toccarono cinque a Don Martino e alla figlia; sette al Pio di Savoia. Sulla parte destinata alla figlia il padre stese avidamente la mano. Sposata in seconde nozze Anna Viquez de Moncada, aveva egli riposto ogni cura e ogni affetto nella sua nuova famiglia, composta di tre maschi e una femmina: Luigi, Antonio, Girolamo e Adriana.
Sembra che l'orfanella venisse affidata alla zia materna Marianna de Leyva, moglie di Massimiliano Stampa marchese di Soncino. Infatti l'anno stesso della morte di lei venne portata a Monza e messa in educazione nel monastero di S. Margherita. A tredici anni e tre mesi prese il velo; dopo ventinove mesi e ventotto giorni di noviziato, il 12 settembre del 1591 divenne monaca per sempre, col nome di Suor Virginia Maria. Il padre nel costituirle la dote spirituale (pagata a promesse e menzogne) finì con spogliarla del tutto. Se vi furono de' motivi di nullità nel proferire i voti, «questi motivi» (a giudizio dello Zerbi) «riducevansi a questione di giorni, giacchè è indubitato che la professione avvenne nell'età canonica». La qual cosa però non toglie «che dare il velo a una fanciulla di tredici anni e tre mesi, e farle emettere voti solenni, incancellabili per tutta la vita, a sedici, fu, è, e sarà sempre un delitto di lesa umanità».
De' congiunti di Suor Virginia Maria, il fratello Marco Pio di Savoia, «potente per le sue aderenze e di carattere orgoglioso e violento»[107], fu assassinato a Modena nel 1599, e qualcuno ci vide la mano degli Estensi; Benedetta morì in carcere a Parma nel 1617, dopo che il carnefice ebbe troncata la testa, prima al marito, Girolamo Sanvitale, poi al suo figliuolo primogenito. L'altro fratello, Don Luigi de Leyva, conte di Monza, barone di Trippi, di Racalmalma e Sabuche, lasciò manoscritta la genealogia della propria famiglia, e in essa afferma che il padre (uscito di vita a Valenza nel '99) si accasò con Virginia Marini, ma da lei non ebbe prole: «no tuvo en ella hijos»; aperta menzogna, che giustifica pienamente il Ripamonti, veritiero sempre, il quale disse: Suor Virginia Maria «alienata «adhuc domo, infensisque proximorum animis». Degli altri due fratelli, Don Antonio morì combattendo contro i Mori nella giornata di Querquenez; Girolamo fu governatore e capitano generale nel Perù; Adriana, vittima essa pure dell'avarizia domestica, venne serrata a Madrid nelle Francescane Scalze.
Ai figli di Martino de Leyva toccava a turno, di due anni in due anni, la giurisdizione feudale di Monza; giurisdizione che alla propria volta veniva esercitata anche da Suor Virginia Maria. Osserva con acume lo Zerbi: «Vivente nella necessità di rimanere al cospetto di tutti la _Signora del paese_, circondata da alcuni scellerati, per metà nel chiostro e per metà in pieno tribunale, non poteva di certo conservare la purezza di un sentimento innocente e ascendere da questo al _mistico vaso di elezione_. Cotale impossibile accordo di monaca e di contessa prova altresì che non fu l'ambizione di famiglia quella che lanciò Suor Virginia Maria nell'abisso, bensì la più sordida avarizia: _non tam sua sponte guani avaritiae stimulis_, come scrive il Ripamonti; e che per essa sola videsi al diadema e al manto comitale sostituiti il velo e il saio, accompagnati da un'autorità svestita d'ogni prestigio. Fu per tal modo avvicinata alle noie del mondo materiale, che toglie ogni freschezza di poetiche immaginazioni, per sostituirvi le volgarità della vita pratica. Così Suor Virginia Maria rendeva in sè stessa possibile il predominio della sensualità sulle astratte forme dell'ascetismo monastico, in una parola doveva subire gli effetti di un ambiente che erale pericoloso per ragione dirgli stessi suoi uffici».
Il Ripamonti, vissuto al fianco del Cardinal Federigo e partecipe de' suoi segreti, ebbe modo di conoscere la verità e la conobbe nella sua pienezza. Il racconto che lasciò degli amori di Suor Virginia Maria con Giampaolo Osio e dei delitti che accompagnarono quegli amori, e ne furono la conseguenza, trova conferma larghissima negli atti del processo[108]; da' quali vengono anche rischiarate di nuova luce, o messe in evidenza alcune particolarità, che il Ripamonti adombra appena, o trascura. Una, tra le altre, è singolare. Mescolato in quegli amori fu un sozzo prete, Paolo Arrigone, curato di S. Maurilio a Monza, amicissimo dell'Osio, che più volte si valse di lui per scrivere lettere e portare ambasciate all'amante[109]. Reso ardito dalla gentilezza della Signora, osò volgere gli occhi fino a lei, ma fu sdegnosamente scacciato. Furibondo e offeso, minaccia di svelare le sue tresche coll'Osio. Essa gli scrive: «Sono informata che, da quell'huomo infame e vituperoso che sej, la tua sfacciataggine è arrivata a tale colmo, che haj messo in ordine le solite tue malvagità contra l'honor mio; per il che stupischo de la clemenza di Dio, che avanti che tu ti parta dall'altare, non ti faccia sfavillar focho et portarti via da cento para di diavoli. E però sappi, per il battesimo santissimo che porto in testa et da quella che sono, che ti voglio far conossere da chi non ti conosse et mostrare perchè conto contro di me sij riparato a questo modo: et ti farò conossere per quel perverso e sacrilegho che sej, arrivato a tutte quelle insolentie che sa tutto il mondo, sino alla presuntione di tentare anco qui dentro le spose di Gesù Cristo et procurare in tutti li modi di macchiare l'honore di questo monastero, come apare dalle lettere che, in testimonio di questo, tengho rinserrate presso di me». Da' costituti suoi, da quelli delle sue compiici, dalle deposizioni delle stesse monache che covavano contro di lei astii e rancori non risulta nessuna prova che sia stata partecipe de' delitti perpetrati da Giampaolo. «Ne fu testimone esterrefatta, e nulla più», come nota lo Zerbi. Abbandonò sè stessa al delirio de' sensi: è questa la sua vera, la sua unica colpa; ma le fu un tormento per tutta la vita, e per tutta la vita la pianse.
Il Manzoni, condotta che ebbe a fine la prima minuta del romanzo——e fu il 17 settembre del 1823, come s'è visto——prese a riscriverlo; trasportando però nella nuova minuta alcuni de' vecchi brani: quelli che riteneva bisognosi soltanto di qualche ritocco, non d'un sostanziale rifacimento. Ma li tempestò talmente con la penna, mutando, aggiungendo, correggendo, da non serbare più quasi nessuna delle primitive fattezze. Rivide e corresse da per sè anche la copia, che di su la seconda minuta fece fare, da altra mano, per la Censura; della quale però non resta che il primo volume, essendo gli altri due andati dispersi. Anche la revisione delle bozze di stampa fu una faccenda seria, lunga, spinosa, fastidiosissima. Non era mai contento; mutava e rimutava di continuo. A cagione de' tardi pentimenti, parecchi de' fogli già stampati furon distrutti e di nuovo composti. L'aiutarono gli amici Tommaso Grossi ed Ermes Visconti; molto l'aiutò l'abate Giuseppe Pozzone di Trezzo, che fin dal 1819 insegnava belle lettere nel Ginnasio di Brera.
Chi raffronti insieme la seconda minuta e la copia per la Censura con l'edizione originale, fatta a Milano per i torchi di Vincenzo Ferrano, non trova che differenze di forma. La seconda minuta e la copia per la Censura, in sostanza, salvo ritocchi di lingua e di stile, sono il testo definitivo; ma un testo che è il più radicale rifacimento della prima minuta; la quale, dalle linee generali in fuori, in molte parti par quasi un romanzo affatto diverso. Ho dunque trascritto dalla prima minuta i brani soppressi, o rifatti nella seconda, e li stampo. Saranno un utile studio del modo con cui si affacciò all'immaginazione del Manzoni la tela primitiva del racconto.
Nel testo del volume do i tratti di maggiore interesse e importanza; nelle appendici ho raccolto le bricciche, perchè nulla resti dimenticato. E a queste bricciche della prima minuta ho unito, come saggio della seconda minuta, il brano riguardante l'Innominato, che poi stralciò dalla stessa seconda minuta e soppresse, sembrandogli troppo lungo e particolareggiato. La figura di questo ribaldo, che a un tratto si pente e muta vita; figura che è certo tra le più belle creazioni manzoniane, è la sola di tutto il romanzo ch'egli abbia rifatta tre volte. Il _Conte del Sagrato_ della prima minuta, si trasmuta nell'_Innominato_ della seconda, con fattezze nuove. Ma anche di questo rifacimento il Manzoni non si contenta; torna a tratteggiarlo per la terza volta, e riesce quello che poi è rimasto.
_Torino, 11 marzo 1905._
GIOVANNI SFORZA.
I.
DISCUSSIONE SULL'AMORE NE' ROMANZI
Avendo posto in fronte a questo scritto il titolo di storia, e fatto creder così al lettore ch'egli troverebbe una serie continua di fatti, mi trovo in obbligo di avvertirlo qui, che la narrazione sarà sospesa alquanto da una discussione sopra principj: discussione la quale occuperà probabilmente un buon terzo di questo capitolo[110]. Il lettore, che lo sa, potrà saltare alcune pagine, per riprendere il filo della storia: e per me lo consiglio di far così, giacchè le ragioni che mi sento sulla punta della penna sono tali da annojarlo, o anche da fargli venir la muffa al naso.
La discussione viene all'occasione della osservazione seguente, che mi fa un personaggio ideale.
——I protagonisti di questa storia, dic'egli, sono due innamorati, promessi al punto di sposarsi, e quindi separati violentemente dalle circostanze, condotte da una volontà perversa. La loro passione è quindi passata per molti stadj, e per quelli principalmente che le danno occasione di manifestarsi e di svolgersi nel modo più interessante. E intanto non si vede nulla di tutto ciò: ho taciuto finora, ma quando si arriva ad una separazione secca, digiuna, concisa, come quella che si trova nella fine del capitolo passato[111], non posso lasciare di farvi una inchiesta. Questa vostra storia non ricorda nulla di quello che gl'infelici giovani hanno sentito, non descrive i principj, li aumenti, le comunicazioni del loro affetto, insomma non li dimostra innamorati.——
——Perdonatemi: trabocca invece di queste cose, e deggio confessare che sono anzi la parte la più elaborata dell'opera: ma nel trascrivere, e nel rifare, io salto tutti i passi di questo genere.——
——Bella idea! e perchè, se v'aggrada?——
——Perchè io sono del parere di coloro i quali dicono che non si deve scrivere d'amore in modo da far consentire l'animo di chi legge a questa passione.——
——Poffare! nel secolo decimonono ancora simili idee! Ma i vostri riguardi sono tanto più strani, in quanto l'amore dei vostri eroi è il più puro, il più legittimo, il più virtuoso; e se poteste descriverlo in modo di eccitarne il consenso, non fareste che far comunicare altrui ad un sentimento virtuoso.——
——Armatevi di pazienza ed ascoltate. Se io potessi fare in guisa che questa storia non capitasse in mano ad altri che a sposi innamorati, nel giorno che hanno detto e inteso in presenza del parroco un sì delizioso, allora forse converrebbe mettervi quanto amore si potesse, poichè per tali lettori non potrebbe certamente aver nulla di pericoloso. Penso però, che sarebbe inutile per essi, e che troverebbero tutto questo amore molto freddo, quand'anche fosse trattato da tutt'altri che dal mio autore e da me; perchè quale è lo scritto dove sia trasfuso l'amore quale il cuor dell'uomo può sentirlo? Ma ponete il caso che questa storia venisse alle mani, per esempio, d'una vergine non più acerba, più saggia che avvenente (non mi direte che non se n'abbia), e di anguste fortune, la quale, perduto già ogni pensiero di nozze, se ne va campucchiando quietamente, e cerca di tenere occupato il cuor suo coll'idea dei suoi doveri, colle consolazioni della innocenza e della pace, e colle speranze che il mondo non può dare, nè torre; ditemi un po', che bell'acconcio potrebbe fare a questa creatura una storia che le venisse a rimescolare in cuore quei sentimenti, che molto saggiamente ella vi ha sopiti. Ponete il caso, che un giovane prete, il quale coi gravi uficj del suo ministero, colle fatiche della carità, con la preghiera, con lo studio, attende a sdrucciolare sugli anni pericolosi che gli rimangono da trascorrere, ponendo ogni cura di non cadere, e non guardando troppo a dritta, nè a sinistra, per non dar qualche stramazzone in un momento di distrazione; ponete il caso che questo giovane prete si ponga a leggere questa storia: giacchè non vorreste che si pubblicasse un libro che un prete non abbia da leggere: e ditemi un po' che vantaggio gli farebbe una descrizione di quei sentimenti ch'egli debba soffocar ben bene nel suo cuore, se non vuol mancare ad un impegno sacro ed assunto volontariamente, se non vuole porre nella sua vita una contraddizione che tutta la alteri. Vedete quanti simili casi si potrebber fare. Concludo che l'amore è necessario a questo mondo: ma ve n'ha quanto basta, e non fa mestieri che altri si dia la briga di coltivarlo; e che col volerlo coltivare non si fa altro che farne nascere dove non fa bisogno. Vi hanno altri sentimenti dei quali il mondo ha bisogno, e che uno scrittore, secondo le sue forze, può diffondere un po' più negli animi: come sarebbe la commiserazione, l'affetto al prossimo, la dolcezza, l'indulgenza, il sacrificio di sè stesso: oh di questi non v'ha mai eccesso; e lode a quegli scrittori che cercano di metterne un po' più nelle cose di questo mondo: ma dell'amore, come vi diceva, ve n'ha, facendo un calcolo moderato, seicento volte più di quello che sia necessario alla conservazione della nostra riverita specie. Io stimo dunque opera imprudente l'andarlo fomentando cogli scritti; e ne son tanto persuaso, che se un bel giorno, per un prodigio, mi venissero ispirate le pagine più eloquenti d'amore che un uomo abbia mai scritte, non piglierei la penna per metterne una linea sulla carta: tanto son certo che me ne pentirei.——
——Ma queste sono idee meschine, pinzocheresche, claustrali e peggio; idee che tendono a soffocare ogni slancio d'ingegno, e ben diverse dalle idee grandi della vera religione...——
——La religione ha avuto scrittori del genio il più ardito ed elevato, pensatori profondi e pacati[112], ragionatori d'una esattezza scrupolosa, e tutti questi, senza una eccezione, hanno disapprovate le opere in cui l'amore è trattato nel modo che voi vorreste. Oh, ditemi di grazia, come mai io posso persuadermi che tutti questi non han saputo conoscere quel che si voglia la vera religione, e che voi avete trovata senza fatica la verità, dov'essi, con uno studio di tutta la vita, non hanno saputo pescare che un errore grossolano?——
——Così voi condannate tutti gli scritti....?——
——Sono i giudici che condannano: per me vi dico solo il perchè io abbia esclusi tutti quei bei passi da questa storia. Ma se volete dei giudizj e delle condanne, voi ne troverete nei casi in cui è lecito, anzi bello il condannare, cioè quando uno giudica sè stesso. Vedete quello che hanno pensato dei loro scritti amorosi quegli scrittori (del cristianesimo intendo) i quali si sono acquistata fama di grandi, e nello stesso tempo di più castigati. Vedete, per esempio, il Petrarca e Racine.——
——Il Petrarca viveva in tempi...——
——Non parliamo del Petrarca, perchè io spero che leggeremo presto intorno a lui il giudizio d'un uomo il quale ne dirà quello che nè voi, nè io non giungeremmo a trovare. Vi tratto, conio vedete, senza cerimonie, perchè siete un personaggio ideale.——
——Ebbene, Racine. Non è ella cosa convenuta fra tutti gli uomini che hanno due dita di cervello, e che non sono un secolo indietro dagli altri, che il pentimento che Racine provò per le sue tragedie è una debolezza degli ultimi suoi anni, debolezza indegna di quel grande intelletto, debolezza che fa compassione?——