Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1

Part 3

Chapter 33,836 wordsPublic domain

Il Manzoni confidò anche a un altro degli intimi suoi il proprio segreto, al figliastro Stefano Stampa. «Un giorno ch'io mi trovava nel suo studio a terreno» (così racconta) «e ch'egli in piedi al suo scrittoio sfogliava i suoi manoscritti, venne fuori a dirmi:——Sai cos'è stato che mi diede l'idea di fare i _Promessi Sposi_? È stata quella grida che mi venne sotto gli occhi per combinazione e che faccio legger per appunto dal dottor Azzecca-garbugli a Renzo, dove si trovano, fra le altre, quelle penali contro chi minaccia un parroco perchè non faccia un matrimonio, ecc. E pensai, questo (un matrimonio contrastato) sarebbe un buon soggetto da farne un romanzo, e per finale grandioso la peste, che aggiusta ogni cosa»[63].

Il racconto del Buccellati, noto agli studiosi fin dal 1873, non quello dello Stampa, comparso soltanto nel 1885, fu la fonte alla quale attinsero i primi biografi del Manzoni morto, e prima di tutti Giulio Carcano. Nella commemorazione del Poeta, che lesse all'Istituto Lombardo il 27 novembre del 1873, scrive: «Chi a quel tempo, svoltando dalla piazza de' Belgioioso nella via del Morone, fosse venuto alla casa del Manzoni, la quale serbava ancora la sua negletta facciata del secolo passato[64], attraversando il cortile e il portichetto di fronte, per cercare il poeta, che la gloria salutava col primo sorriso, l'avrebbe veduto nel suo studio a terreno, a manca dell'andito che riesce in un piccolo giardino. Quello studio, le cui pareti si vedono anche oggi coperte all'ingiro da un migliaio di volumi de' classici antichi e moderni, e degli storici e filosofi d'ogni età e paese, e il giardino, ombreggiato da qualche albero antico e sparso d'alcuni cespi di fiori, furono dal principio del secolo l'asilo del poeta; e là corse animosa e non mai stanca la vita del suo pensiero. L'altro studio, di fronte al suo, egli lo aveva destinato al Grossi, che gli era come fratello, e abitava nella stessa casa. Ma pur troppo, già da tre anni, la piccola schiera, che l'amor delle lettere e della patria univa a comuni studi e a ritrovo quotidiano, s'era assottigliata: morto, nel gennaio del 1821, Carlo Porta, il poeta classico del nostro vernacolo; sepolti nelle rocche dello Spielberg, il Confalonieri, il Pellico, il Borsieri. Allo scrittore del _Cinque Maggio_, sospettato anche lui e vigilato da abbietti delatori, non restavano che pochi e buoni amici, il Grossi, il Torti, il Rossari. Un giorno era a Brusuglio, appunto col Grossi, e leggeva dell'Innominato nel Ripamonti e delle grida contro i bravi nel _Saggio d'Economia_ del Gioia: riflettendo sulle miserie di que' tempi, gli balenò l'idea di ritrarli in un romanzo storico. E mentre l'autore già invidiato dell'_Ildegonda_ stava per finire una sua _diavoleria inedita di crociati e di lombardi_, il creatore d'_Adelchi_, smessi i volumi di Liutprando e di Paolo Diacono, studiò gli economisti, per discorrere da senno della questione' de' viveri; cercò i ragguagli di tutte le pestilenze e le teorie mediche degli epidemisti e dei contagionisti, per raccontare i la peste; rovistò gli archivi ecclesiastici e civili, e le biblioteche, studiando codici e leggi, e costituzioni di quel tempo infelice. Mise da parte il disegno d'un'altra tragedia, _Spartaco_; e cominciò a scrivere il libro immortale, a cui pose nome i _Promessi Sposi_»[65].

Una cosa è da notarsi. Nè il Tommaseo, che udì il racconto dalla bocca del Casanova, nè lo Stampa, al quale lo confidò il Manzoni stesso, parlano dell'anno in cui gliene balenò il primo pensiero. Invece lo indicano il Buccellati e il Carcano; ma nell'indicarlo sono tra loro discordi. Per il Buccellati è il 1821, dopo i primi arresti de' Carbonari a Milano; per il Carcano è il 1823, quando già il Gonfalonieri e il Pellico erano sepolti nello Spielberg. Fortunatamente il Manzoni, di sua mano, prese ricordo del giorno in cui principiò e del giorno in cui finì la prima minuta del romanzo. La incominciò il 24 aprile del 1821; la condusse a termine il 17 settembre del 1823. Ha dunque torto il Carcano. Il quale poi, col restringere la lettura del Ripamonti al solo episodio dell'Innominato, mentre il Buccellati l'allarga alla peste e all'esempio invitto di carità dato dai cappuccini in mezzo all'infuriar del flagello, fu cagione, certo non volontaria, del formarsi la leggenda, che nella tela primitiva del romanzo il soggetto principale fosse appunto l'Innominato e la sua conversione, non il matrimonio di Renzo e Lucia e i contrasti che quel matrimonio ebbe a soffrire. Lo accennò per il primo, non senza qualche riserva e dubbiezza, Angelo De Gubernatis: «Il Ripamonti gli suggerì l'episodio che, fin dal principio, fissò in particolar modo la sua attenzione e poco mancò non diventasse il pernio di tutta l'opera: l'episodio dell'Innominato.... L'Innominato, che si convertiva pubblicamente nel cospetto del cardinal Federigo, era il Manzoni stesso che... confessava, anzi esagerava ai propri occhi ed agli altrui la sua antica empietà, per far più grande il miracolo della Chiesa, la quale aveva avuto la virtù di attirarlo nel proprio seno.... Ma il Manzoni dovette ben presto accorgersi che, ov'egli avesse fatto l'Innominato il centro di tutto il suo poema, oltre allo scoprir troppo sè medesimo, non avrebbe mancato di dare al suo romanzo un'aria reazionaria.... Consoliamoci dunque che abbia voluto egli stesso allargare il proprio soggetto»[66]. Più reciso nel sostener la leggenda è il Cestaro. «Il voto è la catastrofe religiosa dei _Promessi Sposi_. Forse n'era veramente la catastrofe, insieme con la conversione dell'Innominato, che, nel primo abbozzo del romanzo, ne doveva essere il protagonista. E forse allora i casi dei promessi non formarono che l'azione secondaria; il ratto di Lucia doveva servire alla grande opera della conversione; e l'Innominato un santo, Lucia votata alla Madonna, Renzo, chi sa? converso nel convento di fra Cristoforo»[67]. L'Albertazzi scrive: «Pare che secondo un primo disegno, il romanzo, in cui avrebbe avuta azione principale l'Innominato col rapimento di Lucia, sarebbe finito col voto della Vergine; e Renzo si sarebbe fatto soldato di ventura, portando il suo dolore, lontano, in Alemagna»[68].

Per buona fortuna il Manzoni conservò gelosamente la sua prima minuta; tanto gelosamente che non distrusse nemmeno i fogli di scarto, che a mano a mano vi andava stralciando[69]. La parte sostanziale della prima minuta, cioè tutto quello che soppresse o mutò, si legge nel presente volume, e mostra chiaro che il soggetto e il pernio del romanzo fu il matrimonio contrastato: in una parola, la tela primitiva, salvo pochi episodi secondari, è quella che poi è rimasta nel testo definitivo.

La storia genuina dunque dell'origine del romanzo è questa. Nella primavera del 1821, il Manzoni, trovandosi a Brusuglio insieme col Grossi, mentre stava leggendo il trattato di Melchiorre Gioia _Sul commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto_, fu colpito da una delle tante gride che esso riporta[70], quella del Governatore di Milano, Gonzalo Fernandez de Cordova, del 15 ottobre 1627, nella quale è detto: «mostrando l'esperienza che molti, così nelle città, come nelle ville di questo Stato, con tirannide essercitano concussioni et opprimono i più deboli in varij modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre, d'affitti, di permute et simili, o non si facciano; Che seguano, o non seguano matrimonij; Non si facciano, o si facciano riuscire contra la voluntà de gli offesi; Non si diano, o si diano querele; Si inuertano li processi; Si testifichi, o non si testifichi; Che uno si parta dal luogo doue habita; Che si astenga da far qualche contratto; Che quello paghi un debito; Quell'altro non lo molesti; Quello vada al suo molino; Quel Prete non faccia quello che è obbligato per l'officio suo, o faccia cose che non li toccano; Far caccia riservata senza autorità; Minacciare ouero offendere quelli che vanno a caccia; Che le Comunità eleggano, o non eleggano Officiali, o siano tali che da gli Essattori non riscuotano li carichi; Che li Officiali con la douuta libertà non essercitino o administrino la giustitia; et altre simili violenze, quali seguono da Feudatarij, nobili, mediocri, vili et plebei». Soprattutto attrassero la sua attenzione due tra i tanti delitti ricordati in questa grida (che è quella stessa che il dottor Azzecca-garbugli mostra e, in parte, legge a Renzo): il procurare che «seguano, o non seguano matrimonij», e che il prete «non faccia quello che è obbligato per l'officio suo, o faccia cose che non li toccano». E subito gli balenò alla mente il pensiero di scrivere un romanzo, che avesse per soggetto un matrimonio contrastato, e come finale la peste del 1630 e '31, che aggiusta tutto. Accarezzando poi questo pensiero, a mano a mano prese a fare uno studio diligente e minuto delle vicende di que' tempi, della vita, degli usi e de' costumi d'allora; studio che lo sforzò ad allargarne la tela, intrecciando alla descrizione della peste, la guerra del Monferrato, il passaggio delle soldatesche alemanne e gli untori; al matrimonio contrastato, i casi della Signora di Monza, il cardinal Federigo Borromeo e la conversione di Francesco Bernardino Visconti (l'innominato); casi e personaggi de' quali aveva fatta particolareggiata menzione lo storico milanese Giuseppe Ripamonti, da cui molto attinse il Manzoni, che lo stava appunto leggendo; come non mancò di attingere, in parte, dal Rivola e dal Tadino, dal Lampugnano e dal Somaglia, dal Ghirardelli e dal Cinquanta, dal Settala e dal La Croce, da' manoscritti del Vezzoli e del Cardinal Federigo, per accennare soltanto a' principali[71].

Il romanzo[72] ebbe prima il titolo di _Fermo e Lucia_; e poi, quando Fermo Spelino divenne Renzo Tramaglino, e Lucia e Agnese, di Zarella si mutarono in Mondella, quello di _Sposi promessi_; titolo che seguitò a portare durante la stampa, e fu impresso sul frontespizio e sulla copertina; ma che poi venne messo al bando, non so bene se mentre lo rilegavano, o dopo[73]. Da principio, ciascuno de' capitoli ebbe un titolo suo proprio. _Il Curato di_.... fu quello del primo, e Don Abbondio vi scaturì fuori bello e vestito, proprio lui, con al fianco la sua Perpetua, che prima chiamò Vittoria[74]; _Fermo_, quello del secondo; il terzo, prima portò scritto in fronte: _Don Rodrigo_, poi: _Il Causidico_; il dottor Azzecca-garbugli, ben inteso, che nacque come visse e vive, ma con altri nomi, essendosi chiamato a vicenda Dottor Pèttola e Dottor Duplica. Il quarto s'intitolava, prima _Il Padre Galdino_, poi diventò _Il Padre Cristoforo_, quando il nome di fra' Galdino lo dette invece al cercatore delle noci, stato fra' Canziano. Il titolo del quinto capitolo fu _Il tentativo_; del sesto, _Peggio che peggio_; del settimo, _La sorpresa_; dell'ottavo, _La fuga_; del nono, prima, _Digressione_, poi: _Digressione_——_La Signora_. E questo ultimo, di capitolo nono divenne il primo del tomo secondo, quando degli otto precedenti formò il tomo primo, divisando di spartire in quattro tomi il romanzo, che finì coll'uscir fuori in tre soltanto. Il secondo capitolo del tomo secondo ricevette per battesimo: _La Signora, tuttavia_. Col terzo il Manzoni smise l'uso d'intestare i capitoli e dette di frego all'intestature già fatte.

Il 3 novembre del '21 scriveva all'amico Fauriel: «mon roman à peine commencé a été mis de côté, et j'ai, non pas achevé, mais fait le dernier vers de ma tragédie» l'_Adelchi_[75]. Soggiungeva: «Pour vous indiquer brièvement mon idée principale sur les romans historiques, et vous mettre ainsi sur la voie de la rectifier, je vous dirai que je les conçois comme une représentation d'un état donné de la société par le moyen de faits, et de caractères si semblables a la réalité, qu'on puisse les croire une histoire véritable qu'on viendrait de découvrir. Lorsque des évènemens et des personnages historiques y sont mêlés, je crois qu'il faut les représenter de la manière la plus strictement historique: ainsi, par exemple, Richard Cœur-de-Lion me paraît défectueux dans Ivanhoe». Data che ebbe l'ultima mano all'_Adelchi_, riprese il romanzo, da più tempo rimasto interrotto e messo in disparte; e vi lavorò con ardore sempre crescente. «Je suis enfoncé dans mon roman, dont le sujet est placé en Lombardie, et l'époque de 1628 à 31»; scrisse al Fauriel il 29 maggio del '22. «Les mémoires qui nous restent de cette époque» (prosegue) «présentent et font supposer une situation de la société fort extraordinaire. Le gouvernement le plus arbitraire, combiné avec l'anarchie féodale et l'anarchie populaire; une législation étonnante, par ce qu'elle présente et par ce qu'elle fait deviner, ou qu'elle raconte: une ignorance profonde, féroce et prétentieuse; des classes ayant des intérêts et des maximes opposées; quelques anecdotes peu connues, mais consignées dans des écrits très-dignes de foi, et qui montrent un grand développement de tout cela; enfin une peste, qui a donné de l'exercice à la scélératesse la plus consommée et la plus déhontée, aux préjugés les plus absurdes, et aux vertus les plus touchantes, etc. etc., voilà de quoi remplir un canevas; ou plutôt voilà des matériaux, qui ne feront peut-être que décéler la mal habilité de celui qui va les mettre en œuvre. Mais, s'il faut périr, _pérons_; j'ose me flatter, (j'ai appris cette phrase de mon tailleur a Paris), j'ose me flatter du moins d'éviter le reproche d'imitation. A cet effet, je fais ce que je puis pour me pénétrer de l'esprit du tems, que j'ai à décrire, pour y vivre; il était si original, que ce sera bien ma faute, si cette qualité ne se communique pas à la description. Quant à la marche des événements et à l'intrigue, je crois que le meilleur moyen de ne pas faire comme les autres, est de s'attacher a considérer dans la réalité la manière d'agir des hommes, et de la considérer surtout dans ce qu'elle a d'opposé à l'esprit romanesque. Dans tous les romans que j'ai lus, il me semble de voir un travail pour établir des rapports intéressants et inattendus entre les différens personnages, pour les ramener sur la scène de compagnie, pour trouver des événements, qui influent à la fois et en différentes manières sur la destinée de tous, enfin une unité artificielle, que l'on ne trouve pas dans la vie réelle. Je sais que cette unité fait plaisir au lecteur; mais je pense que c'est à cause d'une ancienne habitude. Je sais qu'elle passe pour un mérite dans quelques ouvrages, qui en ont un bien réel et du premier ordre; mais je suis d'avis qu'un jour ce sera un objet de critique et qu'on citera cette manière de nouer les événements comme un exemple de l'empire que la coutume exerce sur les esprits les plus beaux et les plus élevés, ou des sacrifices que l'ont fait au goût établi. Ah! si je vous tenais, je vous ferais avaler toute mon histoire, et vous forcerais à m'aider de vos conseils; mais on ne peut ennuyer un ami qu'avec mesure, à une telle distance». Gli riscrisse il 12 settembre dell'anno stesso: «Je ne suis qu'à la moitié du 2.ᵉ vol. de mon roman et j'aurais dû, selon des calculs antécédens, être à la fin du 3.ᵉ; j'ai bien peur que je ne pourrai m'en tirer à moins de 4; mais, s'il ne m'arrive pas des profits extraordinaires d'imbécillité, je compie en être débarrassé avant la fin de février prochain». Condusse a fine il nono e ultimo capitolo del tomo terzo l'11 marzo del '23; egli stesso, per ricordo, ve lo lasciò scritto. In un'altra lettera al Fauriel, che è del 21 di maggio, diceva del romanzo: «J'en suis actuellement a la moitié du 4.ᵐᵉ et dernier volume mais l'achèvement et la correction pourraient exiger encore peut-être trois mois». Come già fu detto, soltanto il 17 di settembre di quell'anno rimase ultimato; e il Manzoni, al solito, lo notò.

IV.

In margine alla prima minuta, Ermes Visconti fece di quando in quando delle postille, che al Manzoni tornarono utili. Come gli tornarono utili le osservazioni che gli fece a viva voce il Fauriel; il quale, morta la vedova del Condorcet, Sofia Grouchy, che era la donna del suo cuore, a conforto dell'animo desolato se ne venne in Italia per riabbracciare il Manzoni, e rimase ospite suo più mesi[76]. Del romanzo così scrive Donna Giulia a monsig. Luigi Tosi il 14 gennaio del '24: «Sia detto fra noi, M.ͬ Fauriel, certamente uno dei più grandi letterati, dice che è una cosa ammirabile, e si è incontrato con Lei dicendo ad Alessandro di togliere affatto l'episodio della monaca». È vero; nel consigliare questo taglio, il Fauriel e il Tosi si trovavano d'accordo. Erano però guidati da fini diversi. Il Vescovo di Pavia, stretto di maniche per sua natura, e fatto più rigido da uno spruzzo di giansenismo, che si sforzava, ma non sempre gli riusciva di tener celato, lo faceva perchè indotto da un male inteso zelo religioso; il Fauriel, mente larga e senza pregiudizi, per ragioni di proporzioni e di estetica[77].

De' tanti ammiratori de' _Promessi Sposi_, il più grande di tutti, Goethe, diceva all'Eckermann: «il Manzoni ha sentimento, ma non mai sentimentalismo: le situazioni sono pure e robuste. Il suo modo di trattare i soggetti è chiaro e bello come il cielo della sua Italia. Pure, a un tratto, a proposito della descrizione della guerra, della fame e della peste, il Manzoni lascia a torto la veste di poeta e mostra lo storico nella sua nudità. Allora le sue descrizioni di cose, già per sè ributtanti, assumono la secchezza della cronaca e divengono appena tollerabili. Ebbe troppo rispetto per la realtà, e si vorrebbe accorciare quella guerra e quella fame d'un buon tratto e d'un terzo la peste. Ma appena i personaggi del romanzo ricompaiono, il Manzoni torna nella pienezza della sua gloria». Nella seconda minuta il Manzoni tagliò e ritagliò senza misericordia, ma forse non quanto l'unità del romanzo avrebbe richiesto; e ne dà egli stesso la ragione in una sua lettera dell'11 giugno del '27, scritta mentre il Trognon, auspice il Fauriel, vagheggiava tradurre in francese i _Promessi Sposi_. «J'approuve d'avance» (così il Manzoni all'amico) «tous les retranchemens qu'il aura crû devoir faire a ma _peste_: je sentais moi-même que c'était trop long, généralment parlant; mais, pour ici, c'est un caquetage de famille, qui peut avoir son prix».

Nella seconda minuta accorciò anche l'episodio della Signora di Monza, che in sostanza è un romanzo dentro il romanzo, e che non dette nel naso al Goethe, appunto perchè in esso ricompaiono i personaggi e il Manzoni «torna nella pienezza della sua gloria». Non lo tolse e fece bene. Esteticamente il Fauriel aveva ragione; ma se il romanzo guadagnava dal lato della proporzione, se acquistava dal lato dell'unità dell'insieme, che stupende pagine, che pittura insuperata e insuperabile del cuore umano veniva a perdere!

La prima stesura di questo episodio, col brano che poi stralciò, si legge nel presente volume e ne forma la parte più interessante e curiosa[78]. La figura drammatica della Signora di Monza fin dal primo apparire de' _Promessi Sposi_ attrasse e colpì, e subito si fece strada il desiderio ardente di conoscerne le vicende «non velate dalle smaglianti vernici del romanzo, ma fredde e limpide quali le può offrire la storia»; desiderio che traeva principalmente origine dalla «speranza di vedere confermati nei particolari i casi di quella Gertrude che il Manzoni aveva confitto nel cuore de' suoi lettori quasi ricordo de' più affannosi»[79]. Cesare Cantù, che per il primo commentò i _Promessi Sposi_, altro non fece che tradurre liberamente» quello che ne dice Giuseppe Ripamonti: la sorgente dalla quale il Manzoni aveva attinto[80]. Svela, è vero, che la monaca colpevole e infelice appartiene alla principesca famiglia dei de Leyva, feudatari di Monza dal 1531 al 1648; fatto però già adombrato dal Ripamonti: «puellaribus annis adolescentula, sicuti tunc ferebatur, virgo sanguisque Principum in monasterium acta fuerat»[81]; e con più chiarezza dal Manzoni: «è della costola d'Adamo; e i suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano»[82]. Soltanto nel '35 gli Archivi incominciarono a dare il proprio contributo per scoprire la verità, e il primo a darlo fu quello del Conte Gilberto Borromeo Arese. Il conoscersi il nome della famiglia di lei non faceva che accrescere la curiosità; troppo «restava ancora a sapersi; e domandavasi il nome di questa donna, il tempo dei suoi errori e quanto fu lungo il castigo che la ricondusse a virtù». Il nome e il tempo l'indicò Francesco Ambrosoli, con l'aiuto di Gioacchino Crivelli, archivista appunto de' Borromeo Arese[83]; che fu largo d'aiuto anche a Pietro Custodi, il quale tirò fuori l'intimazione a Gio. Paolo Osio (l'Egidio del romanzo) di presentarsi, insieme co' suoi complici, al tribunale criminale di Milano, per esservi giudicato[84], e così svelò il vero nome dell'amante, taciuto esso pure dal Ripamonti. I documenti scoperti porsero occasione al Cantù di scendere di nuovo in campo, sia con aggiunte alle successive edizioni del suo commento, sia con lo stralciare da quello la parte riguardante la Signora e farne una pubblicazione a sè[85]; più volte ristampata[86]. Ma però, mentre da un lato, si cerca e si scopre la verità, ecco Giovanni Resini a ottenebrarla col suo romanzo, che ebbe voga e fortuna; poi il tempo ne fece la giustizia che meritava[87]; ecco Michele Maggi che in versi eleganti idealizza la Signora: ecco Francesco Mezzotti che ne fa una delle tante monache del suo racconto: _Il Pozzo della Spagnuola_[88].

Nel 1854 il processo originale della Signora di Monza, che si conservava gelosamente nell'Archivio della Curia arcivescovile di Milano, fu, in parte, pubblicato dal conte Tullio Dandolo[89]. Scrive nella prefazione: «ho praticato di questo manoscritto lo spoglio più scrupoloso, copiando ciò che vi riscontrai di più caratteristico, e riepilogando il resto... Attingendo ad autentiche fonti, ardii svolgere un fascio di nequizie, rimaste fin oggi tenebrose; citai nel suo testo originale una scellerata tragedia.... Io mi son uno de' più caldi ammiratori delle istituzioni monastiche, uno de' più sinceri zelatori dell'onore del cattolicismo: nè quelle istituzioni corrono pericolo, a mio avviso, di subire intacco o crollo in conseguenza d'un fatto isolato.... Che se con essersi messi sotto a' piè i voti giurati, quelle, in pria sciagurate, caddero in ispaventevol abisso di guai, come avvenne che n'uscissero salve, se non fu la efficacia di quelle istituzioni medesime che le castigarono sì da non disperarle, le percossero, ma per redimerle, e, da ultimo, le restituirono a Dio purificate?». Terminata la stampa, il Dandolo s'affrettò a inviarne un esemplare al Manzoni; il quale, scorsa che n'ebbe la prefazione, perduta la pazienza (cosa affatto insolita in lui) scriveva al male accorto editore: «Nel libro offertomi da Lei in dono questa mattina, trovo un giudizio che non può riguardare altro che me. Chi _ha alzato un lembo di tal dramma spaventoso, dianzi sconosciuto, che scambia un monastero di vergini in caverna d'assassini_: cosa che _forse potè parere a rigoristi un argomento fornito a' mali comentarii de' nemici delle istituzioni monastiche_; chi ne ha fatta _clamorosa comunicazione al pubblico_; chi ha _lanciata la fiera tragedia ad essere aggirata nel vortice della opinione, derelitta in balìa ai contrarii parlari degli uomini_; chi ne ha fatto un _tanto più facil ludibrio, e accetta pastura d'oziosi, di tristi, in quanto che notevol parte ne rimase in ombra, indefinito campo a comentarii sfrenati_, avrei a esser io. La conclusione voluta dalle parole che ho dovuto citare, sarebbe che il _rimovere del tutto la tenda insanguinata_, era una cosa necessaria a riparare tutto quel male, al quale io avrei data occasione, e la più comoda occasione. Sono ben lontano dal voler discutere, nè ora, nè mai la giustizia d'una tale accusa; ma Ella non si maraviglierà che il libro che la contiene non possa rimaner presso di me come un dono»[90].