Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 27
[198] Mi pare che la risposta di Geltrude potrebbe esprimere questi sentimenti: Io amarla! non so nemmen io——è un falegname che scrive——se l'amo, o se l'odio. Alle volte vorrei abbracciarla, un momento dopo non la posso soffrire. E dire Geltrude, alla rinfusa, che Lucia è buona, che è superba, che la vorrebbe veder sposa di Fermo, che le fa rabbia, che quando parla della sua innocenza——e ne parla ad ogni tratto——essa le crede; eppure le pare che quella Lucia la guardi con certi occhi come se sapesse qualche cosa, e fingendo rispetto, volesse insultare. _L'ho accolta, sapete_, ecc. [Postilla del Visconti].
[199] _Orrendo concilio_ non mi garba. [Postilla del Visconti].
[200] Segue, cancellato: «Noi ve la lasciamo senza pur curarci di saper ciò che passasse allora nel suo cuore, lieti di abbandonare questa donna, di perderla di vista fino al tempo in cui potremo finalmente rappresentarla affatto mutata, al tempo in cui ella avrà di sè stessa il sentimento che la sua condotta fa nascere in altrui; l'orrore ch'ella avrà di sè stessa potrà cangiare in compassione quello ch'ella ha ispirato». Ciò che si legge nel testo fu aggiunto dal M. in un foglio a parte, segnato X. (Ed.)
[201] Il fabbro, «dopo d'aver contraffatto più di cinquanta chiavi delle varie porte del monastero, fu tanto imprudente di svelare il suo segreto, ed ebbe per ricompensa un'archibugiata nel petto. Egli fu trovato morto per la via. Questo assassinio, nel quale non entra come complice diretta alcuna monaca del convento di S. Margherita, prova che era costume di Gio. Paolo Osio di agire per le spiccie, sbarazzando il terreno di qualsiasi incomodo testimonio». Cfr. ZERBI L. _La Signora di Monza nella storia_; in _Archivio storico lombardo_, ann. XVII, pp. 714-715.
[202] Lo speziale Ranieri Soncino, che somministrava le medicine nelle frequenti malattie della Signora, fu ucciso nella sua bottega con un'archibugiata, e gliela sparò, per incarico di Giampaolo, Camillo detto il Rosso, uno degli scherani di quello scellerato. Domenico Ferrari, fattore del monastero, che lo riconobbe mentre fuggiva commesso il misfatto, interrogato nel processo «quai discorsi tenesse la mattina seguente colle monache, relativamente al fatto, rispose che le più piangevano, che suor Virginia gli mostrò dispiacere che nominasse l'Osio in quella occisione, anzi, sdegnata, lo fece cacciare issofatto insieme colla moglie dai servigi del monastero». Cfr. DANDOLO T. _La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo XVII_. Milano, 1855; p. 39. (Ed.)
[203] Sotto buona scorta, venne condotta a Milano nel monastero del Bocchetto, dove anche lì era professata la regola di S. Benedetto (Ed.)
[204] Suor Benedetta Omati confessò nel processo: «Giampaolo Osio giobbia [giovedì] passato, dopo desinare, mandò a parlarmi un uomo vestito da massaro, da me non conosciuto, il qual mi disse, sendo io alla porta, che l'Osio desiderava sapere se suor Virginia era stata menata via dal monastero; ciò mi scrisse in un biglietto di sua mano; ed io rescrissi sopra un altro bollettino, che suor Virginia era stata condotta a Milano; e che, vedendo quelle cose che si facevano, io desiderava di partirmi da quel monastero e andare in un altro, mi aiutasse e di lì a tre o quattro ore venisse alla muraglia del giardino, che avrei trattato seco circa l'andar via».
Nella fuga le fu compagna suor Ottavia Ricci. Costei ne fa questo racconto: «Ier sera, sendo io nel detto monastero, e circa le ore sei, rincrescendomi stare nella mia camera, avendo l'animo inquieto dopo che fu condotta via quella monaca [la Signora], andai nella camera dove stanno suor Candida e suor Degnamerita, e mi spogliavo per andar a letto con suor Silvia, la quale dorme nella medesima camera, e già m'ero cavati li panni e serbata solo la pelizza in dosso, e mi ero cavate anche le calze e il velo di testa, quando venne all'uscio suor Benedetta Omati e mi fece cenno che uscissi: e, uscita, mi disse:——Io voglio ad ogni modo fuggire, ed ho fatto venire l'Osio che mi meni via.——Le risposi che non dovesse fare questa pazzia. Mi replicò che fuggissi anch'io con lei, altrimenti sarebbe stata pazzia la mia, e si avviò abbasso per la scala della chiesa, ed io le corsi dietro per trattenerla, e le domandai dov'era l'Osio; ed essa mi disse:——Vien con me, che lo vedrai; ha di già cominciato a rompere la muraglia.——E mentre passavano questi ragionamenti tra lei e me, nel fondo della scala mi misi le calzette, che aveva portato meco, e così mi condussi in giardino al luogo dove aveva cominciato a rompere la muraglia dalla parte del portone dei carri; e quando fussimo là, suor Benedetta, parlando all'Osio, che era di fuori:——Non sapete che suor Ottavia non vuol venire?——E il signor Giampaolo rispose:——Faccino loro, ma, per quel che sento dire, di certo hanno la testa in compromesso.——Intanto suor Benedetta continuava ad allargare il buco, levando via dei quadrelli, e l'Osio aiutava per di fuori, replicando entrambi tanti spaventi, che mi disposero a fuggire; dicendomi l'Osio, che se ripugnavo per esser monaca, per la confidenza che aveva in lui mi avrebbe messa in un monastero di Bergamo. Fatta questa risoluzione, andai nella mia cella, mi finii di vestire e tornata al buco escii con suor Benedetta. Abbiamo camminato un pezzo per di dentro, lungo le mura di Monza, sin che siamo arrivati ad un luogo dove era rotta la muraglia, che si chiama Carabiolo, per quanto disse Giampaolo; e di là siamo calati giù e ci siamo avanzati per una strada, che alle volte trovava il Lambro, alle volte lo perdeva; e andassimo alla chiesa della Madonna delle Grazie, onde io persuasi che c'inginocchiassimo e dimandassimo grazia alla Madonna che ci accompagnasse, e così facessimo sulla porta grande della chiesa, e dicessimo sette volte la _Salve Regina_, e partiti ci avviassimo per una strada dietro al Lambro, e dopo siamo giunti in un luogo da cui si dipartivano tre vie: e domandando io all'Osio dove menassero, rispose che una andava verso la Santa, l'altra a Velà, ed io soggiunsi che non volevo andare per vie pubbliche; e così ci condusse per la terza, e di nuovo arrivassimo al Lambro».
Qui avvenne un caso atrocissimo. Udiamone il racconto dalla bocca di suor Benedetta: «Dietro il fiume, dove era un zappello, l'Osio gettò in acqua suor Ottavia, la quale era in mezzo tra noi, e la sentii dire:——Oh! la è questa la maniera?——ed io corsi per darle mano ed aiutarla, ma l'Osio, cavato l'archibugio di sotto il ferraiuolo, ne diede molte percosse sulla testa di suor Ottavia, la qual gridava, invocando la Madonna. Io mi ritirai lontano, per paura che mi dasse, e mi misi a piangere; poi, lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio».
Non era morta. «L'Osio mi ha cominciato a dare» (son parole di quell'infelice); «mi ha cominciato a dare ed io gridava:——Santa Maria di Loreto aiutatemi! ed esso mi tempestava perchè gridavo, così credo io; e mi ferì non so quante volte sulla testa. Io gli diceva:——La Madonna vi gastigherà!——per cui temeva volesse spararmi l'archibugio nella vita, mentre gliel vidi cavar di sotto il ferraiuolo, ma mi diè solo, come ho detto; e volendomi io riparare colla mano, me l'ha tutta rotta. Intanto che l'Osio mi dava, suor Benedetta si ritirò un po' lontano, dicendo:——Non fate queste cose!——e penso si scostasse per paura, o forse perchè doveva aver visto gente venire. Quando l'Osio si accorse che io taceva, forse credette che fossi morta; ma io taceva perchè non mi dasse più. Non vidi più nè l'uno, nè l'altra, chè l'acqua mi andava tirando in giù; e così son giunta, con l'aiuto della Beata Vergine, la qual pregavo che non mi lasciasse morire in quel peccato, ma mi concedesse tempo di potermi confessare; son giunta, dico, nuotando, sino al luogo dove mi hanno trovata. Là ho ben gridato: aiutatemi! Ma non mi sentirono, o non mi vollero sentire, onde vi giacqui tre ore, sino a giorno, che poi venuto un contadino che sta in quelle case, al quale mi scopersi che ero monaca di Santa Margherita e lo pregai che mi tenesse fino a notte, ma nè lui, nè li suoi hanno voluto, e mi scacciarono, dandomi solamente un bastone su cui appoggiarmi; e mi trascinai fino alla chiesa delle Grazie». Di lì fu trasportata in carrozza al monastero di Sant'Orsola in Monza. Gio. Ambrogio Vimercati, _barbitonsor et chirurgus_, prese a esaminare e curare le sue ferite, che erano ventitrè; tutta la cute si vedeva staccata dalla carne e l'intiero capo formava una sola piaga. Restò inferma dal 30 novembre al 26 decembre del 1607; nel qual giorno «circa XIV hora» finirono i suoi patimenti. Moribonda dichiarò: «Se da prima negai alcuna cosa non era per altro che per non iscoprire me stessa ed anche ciò che aveva fatto suor Virginia, per la quale avrei messa la vita, come ce la metto, sendo per questa causa in punto di morte; il che mi ha mosso a sgravare la mia coscienza, altrimenti mi sarei lasciata cavar il sangue, piuttosto che palesar le cose che ho palesate».
Torniamo a suor Benedetta Omati. È lei che parla:
«Lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio dietro il Lambro, e per traversi arrivassimo ad una casa deserta, lontana da Monza cinque o sei miglia.... Ne trovassimo la porta aperta e non vedessimo alcuno.... Vi stetti il rimanente di quella notte e tutto il giorno seguente, che fu venerdì, sempre sola: non vidi l'Osio se non una volta, che venne a portarmi pane, formaggio ed un fiaschetto di vino: ma non volli bere, nè mangiare, dubitando che fosse tossicato, per quel che l'aveva veduto fare a suor Ottavia. Tornò l'Osio alle quattro ore di notte e mi disse che dovevamo andare altrove; e dopo che avessimo camminato un tre miglia per traversi, arrivassimo in una campagna, dov'è un boschetto, ed entrata dentro, vidi un pozzo, nel qual gettai un sasso senza che lo sentissi arrivar al fondo; ed esso, venutomi presso, mi diede uno spintone, per gettarmi giù; ma, grazie al Signore, non caddi, e fuggendo, esso Osio mi corse dietro, mi afferrò per un braccio, mi trascinò al detto pozzo e mi vi precipitò. Nella caduta diedi sulli sassi alla parte sinistra e rimasi talmente offesa che mi trovo in malo modo: dopo che fui abbasso, sentii che fu gettato giù un sasso, dal quale restai colta nel ginocchio destro, che v'è rottura; ed al cadere di quel sasso e al romore che fece m'accorsi ch'era grosso, ma nol vidi; e stetti in detto pozzo, che è molto fondo e non ha acqua, ma pietre ed ossi, tutto il rimanente di quella notte, tutto il giorno seguente sin a mezza mattina di ieri, che, gridando aiuto, fui sentita dagli uomini di quella terra [Velate], che mi cavarono..... Mentre stetti nel detto pozzo io gridava solamente venuto il giorno, e non la notte, temendo che di notte venisse l'Osio e mi rovesciasse altri sassi per ammazzarmi, caso mi avesse conosciuta anco viva; e perciò io teneva la testa a riparo di certe pietre grosse ch'erano sporgenti in quel fondo, che è largo». Fu anch'essa trasportata nel monastero di Sant'Orsola a Monza, ed ebbe comune la sorte con suor Candida e suor Silvia, amiche esse pure e complici della Signora. Tutte e tre, il 26 luglio 1609, vennero «fatte murare separatamente dentro ad un carcere per ciascheduna, in perpetuo, per pena, con altre penitenze salutari». (Ed.)
[205] Scrive il Ripamonti: «Et mulierum quidem violatarum hic exitus fuit: quarum priores duo, in ipso fervore poenitentiae, iam extinctae erant; sanctior haec scribentibus ista nobis adhuc superstes, curvae proceritatis anus, torrida, macilenta, veneranda, quam pulchram et impudicam aliquando esse potuisse vix fides». (Ed.)
[206] Venne condannato «in penam furcharum et bonorum confiscatione versus Regiam Ducalem Cameram Mediolani et perpetuo bannitus a toto Mediolani dominio, ita et taliter quod si dictus Osius pervenerit in fortiis iustitiae, quod ducatur super curru ante monasterium Sanctae Margaritae oppidi Modoetiae, ubi manus potentior ille abscindatur, mox ad locum iustitiae, in dicto loco, super curru conducatur, et interea forcipibus candentibus vellicetur, postea furcis suspendatur, ita quod moriatur, et ejus cadaver in frusta scindatur quae deinde appendatur in locis commissorum delictorum extra tamen dictum oppidum». La sua casa venne spianata da' fondamenti e vi fu fatta una piazza, rizzandovi nel mezzo una colonna di marmo con sopra una iscrizione infamante. (Ed.)
[207] Per testimonianza d'un contemporaneo, a Gio. Paolo «nel bando gli fu tagliata la testa, la quale portata a Milano, il messo s'incontrò con l'Ecc.ᵐᵒ Sig. Conte di Fuentes, Governatore, il quale, avvisato, smontò di carrozza, la fece gettare in terra, e gli pose sopra un piede in detestazione della sua pessima vita». Cfr. T. BERNARDINO BURUCCO, _Fragmenti memorabili_ mss. nell'Archivio Capitolare di Monza. (Ed.)
[208] Come eran sicuri codesti galantuomini che quella giovane era proprio Lucia? [Postilla del Visconti].
[209] Troppi e poi troppissimi _orrendi_. [Postilla del Visconti].
[210] Mi pare che questo bravo potrebbe aver veduta Lucia ed essere stato mandato a fine che gli altri non la pigliassero in scambio. Indicare questa circostanza o qui o altrove. [Postilla del Visconti].
[211] È troppo combattere colla fame: lascerei fuori i possidenti agiati. [Postilla del Visconti].
[212] Qui termina il capitolo IX e incomincia il X. (Ed.)
[213] Togliere l'equivoco della parola _preghiera_. [Nota del Visconti].
[214] Ti rammemoro del cangiamento che hai profilato fare al carattere del Conte. Vedrai se convenga farne cenno fin dal momento in cui Don Rodrigo si porta da lui: oppure quando e come. [Postilla del Visconti].
[215] Perchè non fare a questa vecchia un boccone di cena? Ti costerà meno carta che non all'oste per scrivere il conto. [Postilla del Visconti].
[216] Andiamo allegri con quest'_orrendo_. [Postilla del Visconti].
[217] Periodo che diviene imbrogliato. Sarà facile rimediarvi. [Postilla del Visconti].
[218] Il Manzoni scrisse in margine: «che quella mattina doveva trovarsi ad una chiesa (che nominò, ed era alla metà della via, distante circa due miglia dal castello)». (Ed.)
[219] Segue, cancellato: «Voglio vedere se ha ancora quegli occhj che hanno fatto abbassare i miei... cospetto... cinquant'anni sono. Era uno strano giovanetto! E ora che sarà diventato?» (Ed.)
[220] Segue, cancellato: «L'occhiata, che aveva fatta tanta impressione e lasciato un così profondo marchio di rimembranza nella niente del Conte, era stata data nella occasione che ricorderemo brevemente. Federigo Borromeo, giovanetto allora di 15 anni, si trovava nella chiesa di S. Giovanni in Conca nel giorno solenne di quel santo; e, invitato poscia dai frati, s'era posto a sedere nel presbitero e quivi assisteva pensoso e riverente al rito che si celebrava. Quando una brigata di giovanotti, di adolescenti, delle principali famiglie della città, entrata a turba nella chiesa per curiosità, e visto in quel luogo il giovane Federigo, che sempre con l'esempio e talvolta con le parole gli faceva vergognare del loro vivere superbo, scioperato, molle e violento, s'accordarono di fargli fare una trista figura, di vendicarsi e di divertirsi un momento a sue spese. Rotta la folla, s'avvicinarono all'altare, e appostatisi in faccia a Federigo, si diedero a fare i più strani e beffardi atti del mondo, storcer le bocche, torcere il collo come chi irride un ipocrita, cacciare un palmo di lingua, sghignazzare. Il Conte, che fu poi del Sagrato, era tra essi, anzi queglino erano con lui, perchè egli non era mai stato secondo in nessun luogo e in nessun fatto. Federigo, contristato e mosso a pietà ed a sdegno nello stesso tempo, ma non confuso, girò su quella turba un'occhiata, che esprimeva tutti questi affetti con una gravità tranquilla, ma più potente dell'impeto indisciplinato di quei provocatori: quindi piegate le ginocchia davanti all'altare, pregò per essi, i quali partirono col miserabile contegno di chi è stato vinto in una impresa in cui il vincere stesso sarebbe vergognoso». Il Manzoni fu consigliato a toglier via questo aneddoto dal Visconti, che vi scrisse in margine: «Se quest'occhiata e la storiella di S. Giovanni in Conca sono invenzioni, le cancellerei addirittura, come indegne, per dirla in breve, di Walter Scott. Ancor che sia storia, scancella, per amor di Dio: è proprio una bazzecola». (Ed.)
[221] Qui ha termine il capitolo X. (Ed.)
[222] Questo brano è tratto dal capitolo X e ultimo del tomo II. (Ed.)
[223] Mi spiace, non saprei dire bene il perchè: mi pare una profezia d'autore: è un caso strano che il Cardinale azzeccasse con una parola, detta a caso, in un miracolo vicino. Non sarebbe meglio star più sulle generali, e fargli rispondere, ed anche di dare occasione di operare qualche bene e di stornare qualche male? [Postilla del Visconti.]
[224] Poichè vedo che sei andato cincischiando, mi permetto una cincischiata anch'io: a quella bellezza, smarrita già da più anni, una bellezza senile, la quale spiccava ancor più nella semplicità maestosa della porpora, che, nuda d'ornamenti ambiziosi, tutto ravvolgeva il vecchio. [Postilla del Visconti].
[225] E basta; lascerei l'altro inciso, per la ragione detta poc'anzi, e perchè è troppo precisare. [Postilla del Visconti].
[226] _da spiritato_ è troppo. [Postilla del Visconti].
[227] Se fossi io——e non avrei saputo fare il resto——troncherei il dialogo alle parole: _con una faccia convulsa_: ma mi rimetto al parere di chi sa meglio di me che sia convertire ed essere convertito. Si può anche cominciare la lacuna al luogo segnato. Mi pare poi che qui converrebbe accennare il passo del Ripamonti, perchè il miracolo venga giustificato dalla storia. Dire, per esempio, che il Ripamonti fa menzione d'un altro colloquio, con il quale codesto Conte fu tutt'altr'uomo, ma non lo riferisce; che l'anonimo tuo deve aver riportata questa prima conferenza ove l'animo del terribile capo de' banditi fu tocco dalla grazia, e dopo il quale solo restava quel trambusto d'idee e di confusi sentimenti, che non poteva a meno di aver luogo per alcune ore; che è un peccato che dopo le ultime parole trascritte ci sia una lacuna d'alcune pagine, segno che quella prima conferenza non fu breve; che è uno scarso compenso il trovare almeno nelle prime parole del manoscritto, dopo la lacuna, una pennellata della selvaggia ed avventata natura del Conte, non dissimile in questo da molti energici fra' suoi contemporanei. La faccia del Conte, segue dunque a leggersi nel manoscritto nostro, ecc.——Ommetterei, per altro, l'idea incidente _che dall'infanzia non conosceva le lagrime_, perchè contraddice allo stato d'ondeggiamenti e rimorsi abituali che hai progettato di supporre in lui. Il resto è una galoppata di un cavallo arabo. [Postilla del Visconti].
[228] Per non cadere in contraddizione coi discorsi supposti nella lacuna, puoi dire facilmente: parlate, parlate di nuovo, ora che siete con me. Io non so fare l'ascetico, ecc. [Postilla del Visconti].
[229] Si tratta di Don Abbondio. Intorno a questa stupenda creazione manzoniana è notevole quello che scrive l'abate Antonio Stoppani: «Chi crederebbe, per esempio, che don Abbondio è un personaggio non immaginario, ma vero? Io potrei declinarvi il nome e il cognome; ma _parce sepultis_! Egli era naturalmente un curato, con cui usava spesso Manzoni nella sua giovinezza. Lo conobbi anch'io, ma troppo poco per potervi assicurare, da mia parte, che egli era un don Abbondio in carne ed ossa. Sentite però un piccolo aneddoto che riguarda quell'uomo, e che il Manzoni nella sua più tarda età raccontava come cosa che gli aveva fatto una grande impressione. Siamo proprio ai tempi della prima giovinezza del grande poeta. Giuseppe II, che aveva messo le mani dappertutto e cacciatele fino al fondo nelle cose di sagristia, fondò a Pavia un seminario teologico detto Seminario maggiore, celebre soprattutto per i dissensi che ne nacquero tra la scuola tamburiniana e le curie, principalmente la curia romana. Alcuni de' più distinti studenti di teologia delle diocesi lombarde venivano scelti per compire i loro studi in quel Seminario, e obbligati a frequentare le scuole dell'Università. Quando poi si presentavano alle rispettive curie per essere ammessi agli ordini sacri, dovevano sostenere un esame, come si fa anche adesso, ma che allora era diretto principalmente dalle curie ad assicurarsi che i candidati non erano infetti da dottrine ritenute ereticali. Come il nostro don Abbondio (daremo questo nome al nostro innominato) fosse tra i prescelti, non ve lo saprei dire. Forse era altrettanto distinto d'ingegno, quanto bislacco di volontà. Il fatto è che don Abbondio andò a compire gli studi nel Seminario maggiore, e presentossi, a suo tempo, per ricevere gli ordini alla curia milanese.——Quando mi presentai all'esame——così narrava al giovinetto Alessandro——l'esaminatore mi domandò se i parroci erano d'istituzione umana o divina. Io sapeva benissimo che loro volevano si rispondesse che erano di istituzione umana, e, furbo, risposi tosto: d'istituzione umana... d'istituzione umana!——Il giovinetto, benchè colpito profondamente dal vedere un curato che in una cosa di religione faceva dipendere il sì o il no da riguardi affatto umani, e, se occorreva, affrontava gli ordini con una menzogna; ebbe l'ingenuità di domandargli, se quanto aveva risposto nell'esame corrispondeva veramente alle sue convinzioni.——Oh giusto!——soggiunse don Abbondio:——a me avevano insegnato ben diversamente a Pavia; ma se avessi risposto come la pensava io, non mi lasciavano dir messa.——Il Manzoni volle arrischiare qualche osservazione; ma il curato tagliò corto con questa sentenza:——Quando i superiori domandano, bisogna saper rispondere a seconda del come la pensano loro.——Non vi pare che in questa sentenza ci sia un intero programma di saper vivere, di saper navigare, come si dice? che vi sia insomma scolpito vivo vivo il don Abbondio de' _Promessi Sposi_? Mettetelo in faccia ai bravi, sotto le minaccie di don Rodrigo; poi sappiatemi dire se il Manzoni ha studiato sul vero fin da quando era giovinetto». Cfr. STOPPANI A. _I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature_, Milano, tip. Bernardoni, 1874; pp. 143-148.
Ne svelerò il nome: era don Alessandro Bolis, curato di Germanedo, piccolo paesello in vicinanza del Caleotto, la villa avita del Manzoni.
[230] E basta così, mi pare anche dopo che ho saputo la tua intenzione di fare un ritratto. Attaccherei alle parole: _Se ogni uomo... utopisti più confidenti_, ecc. [Postilla del Visconti].