Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 26
[132] _Gli alti spiriti_, e basta mi pare indicare che la fanciullina, quando le donzelle le insegnavano ch'era bella, aveva appena sei anni, altrimenti non v'era bisogno di avvisatori. [Postilla di Ermes Visconti].
[133] Bada che quest'idea confusa non sia troppo per una fanciullina di sei anni. Kant diceva: è difficile mettersi _ne' panni delle idee_ de' fanciulli, de' selvaggi e de' gonzi. [Postilla del Visconti].
[134] Prima scrisse: _non uscì in Lombardia_. (Ed.)
[135] Prima: _mediocremente pensato_. (Ed.)
[136] Così rifece, ma poi cancellò, questo periodo: «Se alcuno conosce qualche libro composto e stampato in Milano dalla invenzione della stampa fino alla metà del secolo decimosettimo, il qual libro sia scritto grammaticalmente e contenga idee, non dico splendide, ma connesse con senso comune». (Ed.)
[137] Sopra: _cosa di più_, scrisse poi: _indeterminata_. (Ed.)
[138] Bravo! Sarà come la zoppa madre Perpetua; come la madre Reparata, che tossisce sempre ed ha un gozzo come un popone, ecc. ecc. [Postilla del Visconti].
[139] Qui mi pare il luogo di porre l'idea confusa, e che a poco a poco si fa chiara, finchè diventa la parola interiore che detta la risposta. [Postilla del Visconti].
[140] Segue, cancellato: «La povera fanciulla si raffigurava la collera e le minacce dei parenti, le arti di ogni genere che si sarebbero poste in opera per soggiogarla, ma conchiudeva col pensiero che il _sì_ doveva dirlo ella e non lo direbbe. Così si teneva bastantemente sicura;». (Ed.)
[141] A quattordici anni? Dunque è al principio della vera adolescenza. [Postilla del Visconti].
[142] Segue, cancellato: «Chi, condotto da una disciplina ragionata ed amorevole, arriva a quella età, coll'intelletto educato alle massime serie e gioconde ad un tempo della Religione; e si trova avviato in una occupazione utile e gradita, nella quale s'accorga ad ogni passo d'un progresso, e veggia sempre più da vicino uno scopo alla via che sta percorrendo; chi finalmente nello stesso tempo stanchi e rinforzi il corpo con esercizio costante, quegli ha una pubertà felice e si prepara a vincere i pericoli delle età che la seguono. Ma la povera Geltrude non era in tali circo....». (Ed.)
[143] Segue questo periodo, che è cancellato con due freghi col lapis, ed ha in margine, pure a lapis, una postilla che dire: _Periodo inutile. Non l'aveva letto._ Ecco il periodo: «Ma le circostanze della povera Geltrude erano ben diverse: tutto tendeva per essa a _realizzare_ ogni pericolo di quella età e a renderla turbolenta e funesta per l'avvenire». (Ed.)
[144] Le educande e le monache, credo, possono passeggiare più volte in un giorno nel loro orto. Merate! Merate! In quante maniere tu guasti l'intelletto dei poveri tuoi ospiti per forza. [Postilla dei Visconti].
[145] Seguiva e poi lo cancellò: «che in verità erano più comuni e più abbondanti a quei tempi che non lo sieno ai nostri». (Ed.)
[146] Le educande, credo, non vanno in coro. Direi la chiesa delle monache, dietro l'altar maggiore separata, ecc., ecc., ecc. [Postilla del Visconti].
[147] Di fianco a tutto questo periodo, da _Geltrude_ a _pensieri_ i il Visconti tirò una linea, e scrisse in margine: _più chiaro, signor mio colendissimo_. (Ed.)
[148] Non capisco davvero. [Postilla del Visconti].
[149] Frase equivoca: potrà intendersi a rovescio. [Postilla del Visconti].
[150] Varianti: «e davano pur da pensare»; «e se ne faceva pur caso assai». (Ed.)
[151] Parli come avrebbe parlato una Grida di quel tempo: _e con altre pene maggiori ad arbitrio di Sua Eccellenza_. [Postilla del Visconti].
[152] E di fatti un fanciullo di dieci anni ne capirebbe subito di che si tratti! [Postilla del Visconti].
[153] Indicare qui chiaramente che per altro non erasi ancor piegata alla risoluzione di farsi monaca. [Postilla del Visconti].
[154] Qui termina il capitolo II del tomo secondo, intitolato: _La Signora, tuttavia_, e incomincia il capitolo III, che non ha nessun titolo. (Ed.)
[155] Prima scrisse: _che sta sul suo_; poi come nel testo; ma il _riposa_ non gli andava a sangue, e, senza però cancellarlo, v'unì due varianti: _s'abbandona_, e _si dondola_. (Ed.)
[156] Segue, cancellato: «che le era permesso di uscire dalla prigione colla sua donna». (Ed.)
[157] Segue, cancellato: «Finalmente raddolcito alquanto il tuono». (Ed.)
[158] Quante fandonie si possono dire ingenuamente a' giovanetti e alle giovanette. [Nota del Visconti].
[159] Il Visconti sottolineò le parole: «e che non v'era asilo, riposo, sicurezza», e scrisse in margine: _Cancella, cancella, cancella il sottolineato. Il resto optime! Geltrude è come Wildsire interrogata da Ratcliffe; le sottolineate la farebbero divenire quale fu all'interrogazione di Marpitlau._ (Ed.)
[160] Segue, cancellato: «o che si fosse inteso più». (Ed.)
[161] Direi: a certe mire. [Nota del Visconti].
[162] Segue, cancellato: «tante volte ch'egli farebbe uno splendido collocamento se la sorella si facesse monaca, che riguardava assolutamente come un dovere di questa il chiudersi in un chiostro». (Ed.)
[163] Oscuro il perchè si premette che ora non v'è indiscrezione. Affare di stile. [Postilla del Visconti].
[164] Qui termina il capitolo III e incomincia il capitolo IV. (Ed.)
[165] Per giudicar bene il sig. abate doveva non essere un sempliciotto. [Postilla del Visconti].
[166] Troppo ascetismo: e per una monacazione con voti irrevocabili, con sanzione di legge civile! [Postilla del Visconti].
[167] _Consegue_ è equivoco da schivarsi necessariamente in questo luogo. [Postilla del Visconti].
[168] Ascetico e, lo dirò francamente, di cattivo gusto. Il seguito spiega l'idea, e benissimo. [Postilla del Visconti].
[169] Excellent! ma quando le seppe queste arti? È d'uopo d'un cenno che le spieghi. [Postilla del Visconti].
[170] Di qualche contadinella mezzo contraffatta, di qualche signora di Monza con un viso _di Baroni_, che venisse al parlatorio. [Postilla del Visconti].
[171] Il Visconti propone di correggere: «che stava bene con qualunque acconciatura». (Ed.)
[172] _Staccatezza?_ [Postilla del Visconti].
[173] Qui termina il capitolo IV e incomincia il V. (Ed.)
[174] In margine si legge di mano del Manzoni: «Si dirà che Geltrude non era più maestra, ma che continuava ad abitare quel quartiere, per distinzione, etc.». (Ed.)
[175] Più chiara la descrizione architettonica. È facile farla, indicando prima i tre corritoj, dire quali parti del monastero v'erano attigue o, per dir meglio, confinanti all'interno. Poi descrivere l'appartamento della Signora, come hai fatto, ed indicar la coerenza colla parte rustica della casa del sig. Luganagero. [Postilla del Visconti].
[176] _Educande_ fa imbroglio: direi della Signora. [Postilla del Visconti].
[177] Ti regalerò a tempo e luogo una bottiglia di Cipro, se farai un cenno del Marchese Perrone e del suo libro a giustificazione della tua asserzione. [Postilla del Visconti].
[178] Segue cancellato: «una falsa gioja; il suo fallo la innebriò; perchè talvolta le passioni che preparano dolori per tutta la vita». (Ed.)
[179] Dici troppo, almeno in parole, perchè non dici troppo nel valore che gli dava la tua mente quando scrivesti. Ma letteralmente si cade in contradizione coi movimenti devoti, per intervalli, della Signora. [Postilla del Visconti].
[180] Qui termina il Capitolo V e incomincia quello VI. (Ed.)
[181] Il Visconti sottolineò le parole: «fatto ciò ch'era inteso: non resta più che di riporre le cose in ordine» e scrisse in margine: «Mutare il sottolineato: perchè? nol so dire, ma vi è in me qualche cosa che lo dice». (Ed.)
[182] Idem. [Postilla del Visconti].
[183] Segue, cancellato: _manda_. Nell'autografo poi mancano i fogli 60 e 61 con i quali finiva il capitolo. (Ed.)
[184] È un brano del capitolo VII del tomo II della prima minuta. (Ed.)
[185] Accennare perchè non potè fuggire in chiesa: la folla. [Postilla del Manzoni].
[186] NB. Si supponga una conoscenza più stretta, visite periodiche di D. Rodrigo, etc. per evitare gl'impacci d'una prima visita per una domanda di tal natura. Questo avviso servirà per tutta la narrazione seguente. (Postilla del Manzoni).
[187] Qui termina il capitolo VII, del quale il presente episodio è un brano, e incomincia quello VIII. (Ed.)
[188] Questo «sogghigno», nel primo getto del Romanzo, è ricordato quando Don Rodrigo fu colto dalla peste. Ecco cosa scrive il Manzoni. «Finalmente, presso al mattino, s'addormentò. E tosto gli parve di trovarsi in quella chiesa dei cappuccini di Pescarenico, dinnanzi alla quale, se vi ricorda, egli sogghignò in passando, nella sua gita al Conte del Sagrato. Gli pareva d'essere innanzi innanzi nella chiesa, circondato e stretto da una gran folla; non sapeva come gli fosse venuto il pensiero di portarsi in quel luogo, e si rodeva contro sè stesso. Guardava quei circostanti; erano sparuti e lividi, con gli occhi spenti, incavati, colle labbra pendenti, come insensati; egli stavano addosso e lo stringevano quasi col loro peso, e sopra tutto gli pareva che o con le gomita, o come che fosse, lo premessero al lato sinistro, al di sopra del cuore, dove sentiva una puntura spiacevole, dolorosa. Voleva dire: largo, canaglia; faceva atti di minaccia a coloro perchè gli dessero passaggio ad uscire; ma quegli nè parevano muoversi, nè mutare sembianza, nè risentirsi in alcun modo; stavano tuttavia come insensati. Alcuni su la faccia, su le spalle, che nude uscivano tra le vesti lacere, mostravano macchie e buboni. Don Rodrigo si restringeva in sè, ritirava le mani, le membra, per non toccare quei corpi pestilenti; ma ad ogni movimento incappava in qualche membro infetto. E non vedendo la via d'uscire, strepitava, ansava; l'affanno l'avrebbe destato, quand'ecco gli parve che tutti gli occhi si volgessero alla parte della chiesa dov'era il pulpito: guatò anch'egli, e vide spuntare in su dal parapetto un non so che di liscio e lucido; poi alzarsi e comparir più distinto un cocuzzolo calvo, poi due occhi, una faccia, una barba lunga e bianca, un frate ritto ed alto; era fra Cristoforo. Tanto più Don Rodrigo avrebbe voluto fuggire; ma la folla degli incantati era fitta ed immobile. Gli parve allora che il frate, girando gli occhj su l'uditorio, senza fermarli sopra di lui, sclamasse ad alta voce: Per li nostri peccati, la fame! Per li nostri peccati, la guerra! Per li nostri peccati, la peste! La peste! Povera gente; essa vi rode tutti, dal primo fino all'ultimo: tutti avete i segni della morte in volto: beati quelli fra voi che sono preparati a riceverla. Ma... e qui pareva a Don Rodrigo che il frate ristesse, come sopraffatto da un pensiero repentino e profondo: ed egli stava ansioso attendendo. Gli pareva gli uditori non facessero pur vista di scuotersi, e che il frate tutto ad un tratto guardando a lui, e come ravvisandolo, fermandolo col guardo e colla mano alzata, come un bracco sopra una pernice, dicesse ad alta voce: Tu sei quell'uomo! Or ci sei giunto, ascolta. Quanto ti sarebbe costato il rinunziare a quel capriccio infame! Torna indietro colla mente e dillo. Un picciolo pensiero di pietà: ma tu non hai voluto. Tu hai messo, da una parte, su la bilancia l'angoscia, l'obbrobrio, il crepacuore, il terrore d'un'anima innocente; hai pesato, e hai detto: non è niente: pesa più il mio capriccio. Ora le bilance sono rivolte: l'angoscia si versa sopra di te: prova se è niente.——A queste parole Don Rodrigo voleva gridare, nascondersi, fuggire, e si destò spaventato». (Ed.)
[189] NB. Il bravo riconosca Don Rodrigo e lo lasci andare a cavallo per distinzione, ma senza compagni. [Postilla del Manzoni].
[190] Prima scrisse: _Montanaruolo_. Nell'inventare il soprannome de' bravi, il Manzoni trovò un aiuto nel suo amico Tommaso Grossi, al quale scriveva: «Quanto al soprannome del Bravo bergamasco, sappi che non ti lascio requiare, fin che non ne hai trovato uno a mio talento. Nessuno dei proposti è buono. Ella s'ingegni. Voglio una parola indicante qualche qualità fisica notabile, che non sia però parola ingiuriosa; o una parola di giuramento, però decente; o un aggiunto di qualità morale, ecc. Io ho dovuto inventarne due, e sono: lo Sfregiato e il Tiradritto. Così s'inventano i soprannomi!». (Ed.)
[191] Prima: _Nibbiotto_. (Ed.)
[192] Prima: _Schioppettino_. (Ed.)
[193] Riguardo alla casa ecco quanto aveva scritto nel capitolo VIII del tomo I: «Rimaneva da pensare alla custodia delle case, le quali erano prive dei loro custodi naturali. Le chiavi furono consegnate al Padre [Cristoforo]: quelle di Agnese per esser date in mano d'una sua sorella, e quelle di Fermo per un suo cognato. Il Padre ricevette le commissioni d'entrambi, procurando di acquietare la sollecitudine di Agnese». Ne torna a parlare nel capitolo VII del tomo II: «Menico, il quale era pur dolente della fuga delle sue parenti, ma che almeno in questa sventura aveva avuto la felice occasione di far qualche cosa, non ebbe pace fin che non confidò quello che aveva fatto a dei ragazzi suoi coetanei, i quali riuscivano a contargli le congetture che avevano intese, e ai quali egli aveva da raccontare qualche cosa di più fondato. I ragazzi corsero a casa, e si seppe tosto che Lucia, Agnese e Fermo erano andati la notte al convento. Le congetture divennero allora un po' più uniformi e più fondate, giacchè tutti avevano qualche sentore della turpe caccia che Don Rodrigo dava a Lucia». Segue, cancellato: «Quando poi si vide comparire il mattino il Padre Cristoforo con le chiavi della casetta d'Agnese e dare le disposizioni per la custodia di quella». In margine poi si legge di mano del Manzoni: «N.B. per toglier molti impicci che nascono dal lasciare la casa abbandonata, si dia un padre a Lucia, o qualche altro parente che abiti insieme». (Ed.)
[194] Qui seguita a raccontare il viaggio d'Agnese, la sua andata al convento in cerca del Padre Cristoforo, e come il conte zio fosse riuscito a farlo andare da Pescarenico a Palermo. Nella seconda minuta e nel testo definitivo invece lo fa andare e Rimini. Ecco un saggio di quello che scrive nella prima minuta: «Noi torneremo indietro con la buona donna verso le nostre montagne, lasciando andare lo sciagurato Egidio al suo viaggio. Quando Agnese si trovò al punto dove la strada che conduceva al suo tugurio si divideva da quella che dovevan fare i pescivendoli per giungere a casa loro, cioè quando ebbe passato il ponte dell'Adda, scese di carretto e preso il suo fardello cominciò a piedi le due miglia che le restavano di viaggio, camminando non senza sospetto. Si confortava però pensando che Don Rodrigo non l'avrebbe voluta far rapire, e che non sarebbe nemmeno stato tanto scellerato da farle far male alcuno senza suo profitto. Giunta vicino a casa, v'andò, quanto più celatamente potè, per viottoli, e infatti non fu scorta da veruno; picchiò, le fu aperto da quella sua cognata, che stava a guardare la casa, trovò le cose in ordine; chiese novelle del Padre Cristoforo alla cognata, che non potè rispondergli se non che da quel primo giorno non lo aveva più veduto comparire; e dopo d'avere esitato qualche momento, si fece animo e prese la via del convento. Tutta ansiosa si fece alla porta e tirò il campanello, al suono del quale ecco venire un occhio ad una picciola grata della porta e spiare chi sia arrivato, si alza un saliscendo, si apre mezza la porta, e al luogo dell'apertura un lungo, vecchio e magro frate portinajo, con la barba bianca sul petto, che dice:
——Chi cercate, buona donna?
——Il Padre Cristoforo.
——Non c'è.
——Starà molto a tornare?
——Mah!
——Dov'è andato?
——A Palermo.
——A?
——A Palermo, ripetè posatamente il frate portinajo.
——Dov'è questo luogo? domandò di nuovo Agnese.
——Eh! hee! rispose il portinajo, stendendo il braccio e la mano destra e trinciando l'aria verticalmente, per significare una lunga distanza.
——Oh diavolo! sclamò Agnese.
——Ohibò? buona donna, disse pacatamente il frate; che c'entra colui? non chiamatelo qui fra di noi, che poniamo ogni cura per tenerlo lontano.
——Ha ragione, padre; ma io sto fresca.
——Bisogna aver pazienza, rispose il frate, ritirandosi per richiudere la porta.
——Ma, disse Agnese in fretta, ritenendolo, che cosa è andato a fare in quel paese?
——A predicare, rispose il cappuccino.
——Ma perchè è andato via così all'improvviso senza dirmi niente?
——Gli è venuta l'obbidienza dal Padre Provinciale.
——E perchè l'hanno mandato lui, che aveva da far qui, e non un altro?
——Se i superiori dovessero render ragione degli ordini che danno non vi sarebbe obbedienza.
——Va benissimo, ma questa è la mia ruina.
——Ci vuol pazienza, buona donna. Pensate al contento che proveranno quei di Palermo a sentirlo predicare: perchè, vedete, il Padre Cristoforo è cima di predicatori; è un santo padre in pulpito.
——Oh il bel sollievo per me!
——Vedete; se v'è qualche altro nostro padre che possa tenervi luogo di lui, rendervi qualche servizio, nominatelo, e lo andrò a chiamare.
——Oh Santa Maria! rispose Agnese, con quella riconoscenza mista di stizza che fa nascere una offerta dove si trovi più di buona volontà che di convenienza: chi ho da far chiamare se non conosco nessuno: quegli sapeva tutti i fatti miei, mi dava tutti i pareri, aveva amore per noi poveretti.
——Dunque abbiate pazienza, rispose di nuovo il frate, disponendosi ancora a partire....
——Ma, ma.... domandò ancora Agnese, quando sarà di ritorno?.... così a un dispresso?
——Mah! rispose il frate. Quando avrà terminato il quaresimale, cioè a Pasqua, aspetterà un'altra obbedienza, per sapere se deve restar là dov'è andato, o tornar qui, o portarsi ad un altro luogo, dove comanderanno i superiori, perchè, vedete, noi abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo.
——Oh la bella storia! sclamò Agnese.
——Questo è quello che vi posso dire, rispose il frate, chiudendo questa volta la porta sul volto ad Arnese; la quale, dopo esser rimasta ivi un qualche tempo come smemorata, riprese tristamente la via della sua casa, pensando come potrebbe riparare una tanta perdita, e arzigogolando i motivi di una sì subitanea disparizione, senza poter mai venire ad una congettura un po' soddisfacente». (Ed.)
[195] Punto fermo. [Postilla del Visconti.]
[196] Parla del cadavere della monaca uccisa, che era stato da Egidio trasportato nella sua cantina e lì seppellito. Il Ripamonti scrive: «Ancilla monasterii una, quae horto forte jurgis projecerat scire se aliquid, et in tempore patefacturum, impacto in occiput scabello, intra eamdem scelerum omnium officinam, hoc est in Dominae conclavi exanimatur, et corpore occultato, datur, volgaturque fama tamquam silentio noctis ipsa aufugisset». Sentiamone il racconto dalla bocca stessa della Signora. Ecco quello che confessò nel processo: «Narrerò il fatto di questa Caterina, donna dissoluta e mezza matta. Essendo venute molte volte le monache in parere di rimandarla, fu trattenuta per compassione, in grazia mia, credendo che si potesse emendare. Essendo occorso che essa facesse ingiuria a suor Degnamerita, procurai fosse messa prigione, con compartecipazione della Madre [Badessa] e del confessore: ciò fu in tempo che monsig. Barca doveva venire al monastero a mutare gli offici. La Caterina, essendo in prigione, cominciò a dire che voleva comunicare molte cose di me e delle altre; ed accadde che essendosi quella sera introdotto l'Osio [l'Egidio manzoniano], gli fu da quelle monache riferito ciò che la Caterina andava minacciando. Io mi avviai alla sua volta per placarla, col lume in mano, lontana da ogni malo pensiero, avendo in compagnia Ottavia [Ricci], Candida [Trotti de' Biancolini] e Silvia [Casati]. Ci presentammo alla finestra che guarda in giardino, la quale è bassa fino alla cintura; trovai che suor Benedetta [Omati] m'aveva preceduta e stava ragionando colla prigioniera. N'ebbi aiuto ad entrare, poi entrarono le altre, ultimo l'Osio. Dissi allora alla Caterina——odi!——e volevo aggiungere che non parlasse e fosse sicura che avrei procurato di farla restare; ma lei rispondendomi superbamente: non voglio più udire le vostre ciancie e intendo di essere la rovina di noi e del vostro moroso: domattina verrete voi a star qui in vece mia——l'Osio, trasportato dalla collera, le diede con una cosa due o tre volte sulla testa, onde essa all'istante morì. Nè io, nè le altre eravamo consapevoli di ciò che egli era per commettere sulla persona della Caterina».
Della medesima conversa Caterina Cassini, detta da Meda, dal paese nativo, così descrive la morte suor Benedetta Omati: «Stando io per mie faccende in giardino a dir l'offizio, la Caterina mi domandò dalla finestra del luogo dove era stata rinchiusa, che risponde appunto al giardino, pregandomi che andassi a lei, perchè aveva paura; le risposi che non potevo; tuttavia, circa alle due di notte, andai a lei, colla quale stetti un pezzo, parlando del mal tempo, che era tuoni, pioggia, losnata [lampi]; e in quel mentre sopravvenivano suor Virginia, [la Signora] e suor Ottavia. La Caterina disse che non voleva più ciance da lei, e che la mattina seguente avrebbe sentito. In quel tratto era capitato anche l'Osio, e appena lo vidi, che un piè di bicocca, che aveva in mano, diede egli sul capo della giacente, che per quelle botte morì senza dir niente, chè le diede dalla parte di dietro, e le ruppe anche la testa, onde escì sangue e restò imbrattato il suddetto piede di legno, ch'io poi lavai». Questo piede «era quadro, largo nel fondo, che andava stringendosi in forma di diamante, ed era di un legno che tirava al rosso».
Suor Ottavia Ricci, alla sua volta, confessa: «Dirò per la verità, che avendo quella Caterina fatta andar in collera suor Degnamerita, che era la carissima di suor Virginia, questa, per risentimento, la fece metter prigione; per il che la Caterina si prese a dir male di suor Virginia, di suor Benedetta e di me intorno a' particolari dell'Osio, ed in ispezialità che intendeva uscir lei di prigione e farvi metter noi, palesando ogni cosa. Lo che avendo inteso Giampaolo [Osio], che si trovava nel monastero, secondo il solito, presso suor Virginia, ed intendendo che monsig. Barca stava per venire e l'avrebbe levata di castigo, si risolvette di ammazzarla; e, così, a mezzanotte suor Benedetta andò dalla Caterina nella camera ov'era detenuta e cominciò a parlar seco, poi vi andò suor Virginia e, dietro lei, io; sopraggiunse Giampaolo, che avendo un piede di bicocca, da lui tolto nel laboratorio delle monache, dov'era stato messo prima del ritiro, ne diè due o tre colpi nella coppa della Caterina, che stava sdraiata su d'un pagliericcio, e così l'ammazzò, che morì subito alla nostra presenza; e morta la portassimo nel pollaro, aiutando tutte; e suor Benedetta ed io la drizzassimo in piedi in un cantone e le appoggiassimo contro de' legni assai, perchè non potesse esser vista..... La Caterina così morta stette lì tutto il giorno seguente: venuta la notte, tornò l'Osio e, coll'aiuto di suor Benedetta, portò il cadavere a casa sua».
Suor Benedetta in un altro interrogatorio soggiunge: credo che Candida e Silvia vedessero quando si accomodò il cadavere nel pollaro: tutte e due aiutarono a portarlo fuori del monastero, cioè sin alla porta. Io aiutai a trasportarlo sino alla casa dell'Osio». Suor Silvia depose: «L'Osio la notte seguente tornò, secondo il solito, perchè aveva le chiavi contraffatte; e andando tutte noi soprannominate al pollaro, fu messo dall'Osio il corpo in un sacco, portato da lui, coll'aiuto di suor Benedetta, in casa propria, e seppellitovi in una cantina, per quanto asserì suor Benedetta». (Ed.)
[197] Segue, cancellato: «Oh questa lasciatemela; mi diventa preziosa; e quando un altro pensiero verrà a tormentarmi, avrò almeno una consolazione a guardarla, e a dire fra me: ecco, anche questa l'avrei dovuta sacrificare, ed è qui.
——Bene, disse Egidio con uno sdegno, in parte vero, in parte diabolicamente affettato: bene, non ne facciamo più». (Ed.)