Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1

Part 25

Chapter 253,599 wordsPublic domain

[89] _La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo decimosettimo, per la prima volta cavati dalle filze originali, per cura del C._ T. DANDOLO, _cavaliere dell'Ordine pontificio di S. Gregario Magno, dell'Ordine sardo de' Santi Maurizio e Lazzaro, dottore in Legge e socio di molte Accademie_, Milano, Tipografia e Libreria Arcivescovile Ditta Boniardi-Pogliani di Ermenegildo Besozzi, 1855; in-8. La parte riguardante la Signora di Monza occupa le pp. 9-179. È adorna del fac-simile della scrittura di lei e del suo preteso ritratto. Ne fu fatta una «seconda edizione» economica a Milano, per Gaetano Schiepatti [tip. Fratelli Borroni, 1864; in-16]. Vi mancano però le «sentenze ed allegati;» in tutto venti documenti.

[90] Questa pubblicazione tornò sgradita anche al canonico Aristide Sala, archivista arcivescovile, che il 23 luglio del 1855 così ne scriveva al conte Tullio Dandolo: «Ho veduto per pochi istanti la sua pubblicazione del Processo della Signora di Monza sul tavolo di un amico. Il primo periodo della prefazione mi ha vivamente ferito. Come può Ella buttarmi in faccia che questi importanti fascicoli si lasciavano dimenticati _polverosi in tarlato scaffale, ove è da credere continuerebbero a dormirvi sonni indisturbati, se una volontà generosa e fidente_, ecc. mentre Ella li ha veduti portar le traccie d'essere stati più volte accuratamente rappezzati, ricuciti, ordinati, numerizzati, rubricati e quindi anche letti e studiati; e sa benissimo come per consegnarli a Lei furono levati da una secreta custodia, munita di apposita chiave, praticata in uno scaffale di recente costruzione? E là senza dubbio avrebbero quei fascicoli continuato a rimanere in geloso riserbo; ma non già perchè gli impiegati di questa Curia Arcivescovile sieno tali, quali Ella sembra voglia far credere, da non conoscere la preziosità degli oggetti che posseggono, nè di saper usare dei farmachi eroici, di cui tengono sepolto il tesoro, sibbene perchè nessuno era, nessuno è, nella persuasione che si potesse o convenisse pubblicare quel processo; e per soprappiù quella stessa _volontà generosa e fidente_, di cui la S. V. fa menzione, aveva dato al sottoscritto fin da quando fu nominato Archivista le più precise e severe prescrizioni allo scopo che nessuno il leggesse od il vedesse, non solo, ma nè tampoco trapelasse il posto ov'era conservato. Come poi questa _volontà generosa e fidente_, sì severa su di un tal punto con tutti gli altri, per Lei sia stata all'opposto facile tanto e indulgente da _comandare_ che le fosse consegnato per dieci giorni, anzi da permettergliene perfino la pubblicazione, io non debbo investigarlo, ma, comunque sia, ciò non vale a distruggere la realtà delle cose suesposte. Qual sorta poi d'importanza, qual senso Ella pretenda attribuire all'aver io fatto legare in un volume il processo in discorso innanzi di eseguire l'ordine che m'imponeva di consegnarglielo, confesso di non saperlo capire; poichè però vedo che Ella ha voluto nella sua Prefazione accennare anche a questa inezia, io debbo ritenere che la V. S. non l'abbia fatto oziosamente. Giovami quindi di richiamare la cosa alla perfetta sua semplicità. Finchè il processo della Signora di Monza doveva restare nascosto a tutti, si poteva aspettare il compimento dell'intrapreso generale riordinamento e classificazione degli atti d'Archivio, per farlo poi mettere in assetto col rimanente; venuta invece l'occasione di doverlo affidare ad una terza persona e lasciarlo sortire dall'Archivio, diventava indispensabile farlo legare in volume ad ovviare la troppo facile lacerazione di quei logori fogli e la dispersione degli autografi e pezze volanti che vi erano incluse. Del resto, appunto perchè Ella aveva dovuto accorgersi che insistendo per avere il processo e per essere abilitato a stamparlo aveva fatto cosa spiacevole a molti, di ben diverso parere del suo, si sarebbe sperato ch'Ella, riuscito essendo nell'intento, avesse almeno la delicatezza di schivare tutte quelle espressioni che potevano offendere coloro che lo vedevano a proprio malcosto venuto in luce».

Ebbe questa risposta dal Dandolo: «Pregiato mio Signore, Veramente la sua lettera d'oggi stesso (della quale Le piacque farmi firmare dall'usciere latore la ricevuta, quasichè non avesse a parermi soverchio d'averla ricevuta senza l'aggiunta della controsegnata dichiarazione) si assume darmi più di una lezione di delicatezza: dubito forte s'Ella avesse titolo di infliggermele; certo io l'ho di risponderle e di ricambiargliele. Ella mi riprende d'aver parlato di tarlato scaffale e di fascicoli polverosi, mentre, valga il vero, lo scaffale era nuovo e i fascicoli vestivano camicia recente: quando io scrissi così, mi fu sventura porre la mente piuttosto al passato di quell'Archivio che al presente; nè mi diedi cura in affare sì da poco di attenermi scrupolosamente alla verità, dal momento che l'Archivio non doveva essere nominato e il pubblico era destinato a rimanersi all'oscuro dell'archivista a cui quelle malaugurate parole sarebbon parute riferirsi: è da credere che mi seducesse l'effetto pittorico della frase; ed Ella deve abituarsi così ad essere indulgente in fatto di frasi ai letterati, ove si tratti d'inezie, come a ricordarsi manco di sè quando altri per una perdonabile sbadataggine mostrò di non ricordarsene. Ella, che ad ogni mia parola attribuisce una gravità, a cui son ben lontano dall'aspirare, non sa bene a qual fine io accennassi l'avvenuta compenetrazione de' fascicoli in volume, e s'inquieta a investigarlo, quasi anche in ciò si celi insidia ed offesa; mi è caro tranquillarla su questo particolare: accennai del volume per poter dire delle pagine e citarle numerizzate. Se una volontà, ripeterò, generosa e fidente posemi in grado di leggere, studiare, trasuntare e pubblicare il processo della Signora di Monza, tal volontà giace troppo al di sopra della di Lei disapprovazione, perchè io non abbia a starmene contento della fiducia dimostratami e tranquillo dell'uso che ne feci, nonostante le riprensioni di cui Ella mi fa segno; mostrando con questo di non essersi formati retti giudizj di ciò che siamo ambidue. Ella è per certo uno zelante archivista; ma spingere lo zelo, o dirò meglio l'amore dei proprj modi di giudicare, sino alla incriminazione sottintesa del suo Superiore, che mi diè quelle carte, ed esplicita di me, che ne usai, questo, con sua buona pace, è togliersi troppo alla modestia delle attribuzioni che le competono. Quanto a me, sono scrittore abbastanza noto e da molto tempo per la sua devozione alle idee cattoliche, alla cui difesa elettivamente e coraggiosamente mi consacrai; reputai opportuno circoscrivere, precisare un fatto famoso, cui l'indefinito aveva fin qui indefinitamente ampliato; e lo corredai di commenti che ne avessero a mitigare e, se mi riusciva, a distruggere i mal influssi che già esercitò a notizia di tutti. Quest'aperta e non impugnabile intenzione mia avrebbe dovuto procacciarmi da un degno ecclesiastico, qual Ella è, benevolenza e non antipatia. Le lezioni, in generale, son buone a riceversi dagli anziani, dagli autorizzati a darle. Assai più giovane di me e senza titolo a costituirmisi ammonitore e riprensore, la prego di credere che non mi tengo così basso nella mia propria opinione e nella altrui da far buon viso ad un foglio del tenore del suo».

Una petulanza così sguaiata mosse a sdegno quella stessa _volontà generosa e fidente_ che aveva, contro il parere del Sala, accordato al Dandolo il permesso di pubblicare il processo, vale a dire il Provicario Caccia, che, presa la penna, scrisse a difesa del malmenato archivista: «Il Dandolo alla lettera del sig. Sala ha dato un senso che non è il suo ed ha trasportato la questione in un campo ben diverso da quello in cui doveva di propria natura restringersi. La lettera del Sala aveva tutte le formalità d'una lettera d'ufficio e quindi anche quella della ricevuta sul libro di consegna. Il Sala non aveva scritto quella lettera senza aver prima consultato il Provicario, non l'aveva spedita senza prima avergliela letta; tolta quindi ogni intenzione di incriminare il Superiore. Il Sala non parla nemmeno del libro del Dandolo, parla solo della prefazione; tolta quindi anche l'intenzione di riprendere l'autore dell'uso che gli era stato concesso di fare del manoscritto in discorso. Se il Sala accenna che nessuno è nella Curia persuaso che quel libro si potesse o convenisse pubblicarlo, lo fa solo per dare il motivo della dimenticanza in cui parve al Dandolo che fosse tenuto quel processo. Se confessa d'essere stato di diverso parere del Dandolo e del Superiore, lo fa perchè avendo d'altronde piegato alla _espressa volontà_ del Superiore medesimo, trovava in ciò di avere un titolo di più ai riguardi del Dandolo. Del resto, della concessione Superiore il Sala protesta nella di lui lettera che _non deve investigarne le ragioni_. Il Sala si era prefisso unicamente di far capire al sig. Dandolo che la superiore concessione gli dava bensì il diritto di usare del manoscritto per il bene, non quello di intaccare l'onore dell'Ufficio dal quale fu per lui levato. Il Dandolo più che all'infelice passata condizione dell'Archivio Arcivescovile poteva più facilmente e poteva più volentieri por mente al bell'ordine che di presente vi s'introduce. Appunto perchè agli occhi del Dandolo il Sala non ha altro merito in fuori di quello di essere uno zelante archivista, perchè togliergli anche questo poco merito con una men vera allusione? Quando si han da dire parole che ponno dispiacere, non è buona scusa la bellezza della frase o la poca riflessione. Un buon cattolico non scrive lettere così umilianti ad un sacerdote, come il Dandolo ha fatto. Il Sala ha usato del proprio diritto; assalito, si è difeso; e chi scrive parole che toccano una terza persona si mette nella posizione di dover permettere che vi si risponda. Il Dandolo è tanto più ingiusto col Sala, in quanto il Sala quando, pregato dal Dandolo stesso, espose al Superiore il proprio sentimento circa la chiesta pubblicazione del Processo, parlò del Dandolo con profusione di stima per le sue buone intenzioni e per le sue cattoliche idee».

Di tutte queste lettere, che sono inedite, se ne trovano le copie tra le carte del Manzoni, il quale tenne dietro alla controversia con vivo interesse.

[91] _Virginie de Leyva ou intérieur d'un convent de femmes en Italie au commencement du dix-septième siècle d'après les documents originaux, par_ PHILARÈTE CHASLES, _professeur au Collége de France, Conservateur à la Bibliothèque Mazarine. Seconde édition, ornée du portrait authentique de Virginie de Leyva, d'après Daniel Crespi_, Paris, Poulet-Malassis, libraire-éditeur; 1862; in-12. di pp. XII-204.

[92] _La Signora di Monza_ (_Sœur Virginie-Marie de Leyva_) _et son procès_, 1595-1609, _par_ A. RENZI, _membre et administrateur de l'Institut historique de France, etc._ Paris, E. Dentu, éditeur-libraire de la Societé des gens de lettres, 1862; in-8. di pp. viii-192, colla «Effig. della Penit. Ravved. Suor Virginia Maria Leyva» dipinta da Daniele Crespi.

[93] A. VERONA, _Virginia de Leyva (la Monaca di Monza) e i conventi in Italia nel secolo XVII, annotazioni storico-critiche, a proposito dell'opera_: «Virginia de Leyva ossia l'interno di un monastero in Italia sul principio del secolo XVII, dai documenti originali, per Filarete Chasles»; nella _Rivista contemporanea_, di Torino, ann. IX, vol. XXVI, fasc. 95, ottobre 1861; pp. 124-129.

[94] _La Perseveranza_, di Milano, n.º 28, 8 aprile 1875.

[95] Quando il Cantù scrisse il commento al Romanzo frequentava la casa del Manzoni; e che egli, come afferma lo STAMPA [I, 65], «abbia tolto dalle confidenziali conversazioni tenute col Manzoni la sostanza del commento non solo, ma le indicazioni per le necessarie ricerche onde compirlo, è una verità». Nella prima edizione, riguardo alla Signora, altro non fece che tradurre il passo del Ripamonti in cui si raccontano i casi di lei; riprodusse il passo anche nelle successive edizioni, ma notando: «tanto e nulla più sapeva di quella infelice Alessandro Manzoni allorquando la scelse per uno de' suoi personaggi... Il suo seduttore Manzoni lo chiamò Egidio, e non seppe di che famiglia, come non entrò nel suo disegno di mostrarne la fine. Però nel Frisi.... leggevasi abbastanza per poter discoprire il vero essere di quel tristo». L'opera del Frisi, del resto, era ignota anche allo stesso Cantù quando scrisse e stampò per la prima volta il commento, nel quale nulla sa dire di Egidio e della sua famiglia.

[96] Ecco quanto scrive: «Terminò il ramo Osio monzese in Gio. Paolo e Teodoro, fratelli, il primo de' quali avendo commesso un delitto con suor Virginia Leva, monaca del monastero di S. Margherita in Monza, circa il 1600, soggiacque alla confisca de' suoi beni, e per ordine del Senato di Milano venne demolita nel 1608 la di lui casa, situata sulla piazza del detto monastero, coll'essersi eretta nell'arca di detta casa una colonna colla statua della Giustizia in memoria del fatto». Cfr. FRISI ANTON-FRANCESCO, _Memorie storiche di Monza e sua corte raccolte ed esaminate_, Milano, nella Stamperia di Gaetano Motta, 1794; vol. II, p. 224.

[97] CAMERINI E., _Prefazione_ alla prima edizione postuma de' _Promessi Sposi_ fatta a Milano da Edoardo Sonzogno nel 1873.

[98] CANTÙ C., _Alessandro Manzoni, reminiscenze_; I, 160.

[99] LUZIO A., _Manzoni e Diderot. La Monaca di Monza e la Religieuse, saggio critico_, Milano, fratelli Dumolard editori, 1884; in-16. di pp. 96. Ne dette un saggio in _La Domenica letteraria_, ann. I, n. 45, 10 decembre 1882, col titolo: _La Monaca di Monza_.

[100] Cfr. BERTANA E., _Postilla manzoniana: La Monaca di Monza; nel Giornale storico della letteratura italiana_; XXXV, 172-175.

[101] CASATI CARLO, _Nuove notizie intorno a Tommaso De-Marini, tratte da documenti inediti_; nell'_Archivio storico lombardo_, serie II, ann. XIII [1886], pp. 584-640.

[102] Cfr. _La Perseveranza_ del 22 gennaio 1898.

[103] VIDARI G., _La Gertrude, l'Innominato e fra Cristoforo_; in _La Rassegna nazionale_, di Firenze, ann. XVII, vol. 86, 1 e 16 decembre 1895, pp. 528-571 e 672-693.

[104] ZERBI L., _L'Egidio dei_ «Promessi Sposi» _nella famiglia e nella storia, notizie e documenti_, Como, tip. editrice Luzzani Angelo, 1895; in-8. di pp. 86, con l'albero del ramo di Monza della famiglia Osio e la topografia del monastero di S. Margherita di Monza e sue adiacenze, con le case degli Osii, desunta da uno schema tracciato nell'anno 1623 dall'ing. camerale Ettore Barca.

[105] AVANCINI D., _L'amore nei_ «Promessi Sposi»——La Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori [tipografia Umberto Allegretti], 1898; in-12, di pp. 72, oltre il frontespizio.

[106] Nel 1898 GENTILE PAGANI incominciò a stampare nella _Terza raccolta milanese illustrata di notizie storiche, topografiche ed altre di Milano e suo territorio la sua Storia rinnovata della Signora di Monza_ (1575-1650) _secondo documenti autentici_, ma dopo la 3ᵃ dispensa, ossia alla pag. 32, ne smise la pubblicazione.

[107] Litta P., Famiglia Pio di Carpi; tav. IV.

[108] Il Dandolo, benchè si sbracci a dire che le istituzioni monastiche «non corrono pericolo di subire intacco o crollo in conseguenza d'un fatto isolato», nello stampare il processo tagliò e omise tutto quello che non gli andava a genio, mostrando, alla stregua de' fatti, che la verità gli faceva paura. Il processo o non andava stampato, o bisognava stamparlo nella sua integrità. Si credeva e si lamentava perduto; invece, per buona fortuna, è stato rinvenuto fin dal 1899, quando l'Archivio della Curia arcivescovile venne trasportato in un altro locale.

[109] La sentenza lo dichiara «valde gravatum, ac vehementer indiciatum, et respective confessum ac convinctum de enormibus ac atrocibus delictis, criminibus, excessibus et peccatis, videlicet: 1.º quod nonnullis annis elapsis, cum Jo. Paulus Osius (suam tunc domum habitationis habentem Modoetiae prope monasterium monialium sanctae Margaritae dicti oppidi, ac ipsi monasterio coherente), amorem duceret cum sorore Virginia Maria Leva, moniali professa in dicto monasterio, et hunc amorem partecipasset praefato presbitero Paulo secum deambulando in viridario dicti Osii, contiguo praefato monasterio, ex quo dictus Osius videbat praefatam monialem Leva, ac amorem fruebat, et peteret ab eo auxilium pro obtinenda gratia praedictae monialis; idem presbiter Paulus, ad effectum praefatum, quamplures litteras amatorias scripserit propria manu antedictae moniali Virginiae Mariae pro praefato Osio, asserendo precipue in illis respective licere se invicem deosculari absque peccato, adducendo falso auctoritatem divi Augustini, ac minime incurri in excomunicationem ingrediendo septa monasterii monialium; et ad id ei persuadendum, ac eandem monialem decipiendam, trasmissus fuerit ad ipsam liber casuum conscientiae legendus, (ipso presbitero Paulo consultore); 2.º quod, ad effectum de quo supra, dictus presbiter Paulus baptizaverit calamitas, easque tradiderit praefato Jo. Paulo Osio, qui accedendo ad parlatorium dicti monasterii noctu (eodem presbitero Paulo conscio et concomitante, sed remanente extra parlatorium pro custodia) eamdem calamitam, prius ab ipsomet Osio deosculata ac linita, tradidit praefatae sorori Virginiae similiter deosculandam ac lambendam.... 4.º principaliter, quod dictus presbiter Paulus eamdem sororem Virginiam Mariam Leva tum litteris et carminibus ad eam datis, cum et sermonibus viva voce cum ea factis accedendo ad parlatorium, tentaverit habere amasia ac sibi eius amorem conciliare procuraverit». Nè qui si arrestano le scelleraggini di questo perverso; ma fortunatamente non è involta in esse la disgraziata Signora, che pur troppo ebbe la sventura di trovarselo al fianco, consigliere e istigatore alla colpa. È la più losca figura del processo; più losca dello stesso Osio. E pure, di tutti i colpevoli, fu quello che ebbe minore il castigo! Venne condannato a remare per due anni sulle galere e, scontata la pena, al bando perpetuo da Monza e quindici miglia in giro, con minaccia della degradazione dagli ordini sacri, della perdita de' benefizi di curato e d'altri tre anni di galera se ardisse trasgredire questo bando. La sentenza è del 24 gennaio 1609. Gli fu letta il giorno 27, e prese a gridare: «io non accetto niente di questa sentenza, come ingiusta ed iniqua; anzi me ne appello al Papa, perchè mi trovo aggravatissimo, essendo io inconscio di aver commesso tali delitti, che son tutte imposture fabbricatemi da nemici». Cfr. DANDOLO T., _La Signora di Manza e le Streghe del Tirolo, processi famosi, Milano_, 1855; pp. 110-116.

[110] Prima scrisse: _occuperà tutto il resto del capitolo_. Da principio infatti questa discussione formò il capitolo IX, che era intitolato: _Digressione_; avendo poi il Manzoni stabilito di rinnovare la numerazione de' capitoli in ogni tomo, divenne il capitolo I del tomo II, con l'intestatura: _Digressione_——_La Signora_. (Ed.)

[111] L'addio de' due promessi sposi, nella prima minuta, era questo: «Qui Fermo avrebbe dovuto sostare almeno tutta la giornata, ma Agnese e Lucia lo persuasero a partire, ed egli parti, tristo, incerto dell'avvenire, ma certo almeno che un cuore rispondeva al suo e viveva delle sue stesse speranze». Ecco il racconto di questo addio nella seconda minuta: «Renzo avrebbe voluto fermarsi quivi almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi servigi; ma il Padre aveva raccomandato a queste di farlo continuar tosto il viaggio. Allegarono quindi esse e quegli ordini e cento altre ragioni: che la gente ciarlerebbe, che la separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, che egli potrebbe venir presto a dare e ad intendere novelle; tanto che il giovane si risolvè di partire. Furono presi più partitamente i concerti; Lucia non nascose le lagrime, Renzo rattenne a stento le sue, e stringendo fortissimamente la mano ad Agnese, disse con voce soffocata: _A rivederci_, e partì».

La copia per la censura ha una sola variante: invece _di farlo continuar tosto il viaggio,_ legge: _di mandarlo tosto per la sua strada_. (Ed.)

[112] Prima scrisse: _freddi_. (Ed.)

[113] Un giovane Gesuita prese a dimostrare in un discorso, detto pubblicamente, che Racine non era nè cristiano, nè poeta. I Gesuiti biasimarono quella insolenza e per mezzo di Boileau fecero sapere a Racine che avrebbe soddisfazione. Ecco un passo della risposta di Racine: «Vous pouvez assurer le Père Bonhours, que, bien loin d'être fâché contre le régent qui a tant déclamé contro mes pièces de théâtre, peu sen faut que je ne le remercie d'avoir prêché une si bonne morale dans leur collège». [Nota del Manzoni].

[114] Prima questo periodo finiva così: _non ne uscirebbe un costrutto più strano_.... (Ed.)

[115] Il Bonghi dette un cenno di questa discussione, fatta dal Manzoni tra sè stesso e un personaggio immaginario, e ne riportò alcuni de' tratti più caratteristici; e quell'accenno e que' tratti dettero origine e formarono il soggetto di due scritti notevoli del senatore Antonio Fogazzaro e del prof. Damiano Avancini. Cfr. BONGHI R. Alessandro Manzoni, discorso; in Inaugurazione della Sala Manzoniana nella Biblioteca Nazionale Braidense alla _presenta delle LL. MM. il Re e la Regina e di S. A. R. il Principe di Napoli——5 novembre_ MDCCCLXXXVI, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1886; pp. 19-21.——FOGAZZARO A. _Un'opinione di Alessandro Manzoni_ [discorso letto al Circolo filologico di Firenze il 28 marzo 1887]; in _Discorsi_, Milano, tip. editrice di L. F. Cogliati, 1898; pp. 3-29. AVANCINI D. _L'amore nei_ «_Promessi Sposi_——_La Monaca di Monza, saggio critico_, Milano, Albrighi, Segati e C. editori, 1898; in-16º di pp. 72.

[116] Prima aveva scritto: _una barba_. (Ed.)

[117] Prima: _ha trovato non tutto quello che cercava, ma qualche_; poi: _come chi crede_. (Ed.)

[118] Sopra _singolare_ è scritto _egregia_. (Ed.)

[119] Il periodo che segue lo rifece più volte. Da principio scrisse: «La fronte, stretta in un velo di lino, non si distingueva da esso che come un bianco avorio da un bianco foglio di carta»; poi tornò a scrivere: «La parte della fronte che usciva dal velo di lino era di diversa, ma non disuguale bianchezza, e si distingueva da esso come un candido avorio si distingue da un bianco foglio di carta». E di nuovo: «Sotto ad una stretta benda di lino si vedeva una parte della fronte, di diversa, ma di non diseguale bianchezza, e si distingueva da quella come un candido avorio risalta su un bianco foglio di carta». Questo ultimo periodo lo mutò così: «e si distingueva dalla benda come un candido avorio.... un bianco foglio di carta». (Ed.)

[120] Senza dar di frego a _erratico_, il Manzoni vi scrisse sopra: _vagabondo_. (Ed.)

[121] Segue, cancellato: _alquanto scarne_. (Ed.)

[122] Prima scrisse: _colorate d'un roseo vivace spiccavano in quella bianchezza_; poi: _dolcemente prominenti_. (Ed.)

[123] Segue, cancellato: _che scendeva sul seno_. (Ed.)

[124] Prima: _le forme più regolari_; poi: _una proporzione di forme regolare e maestosa_. (Ed.)

[125] Prima scrisse: _guadagno_; parola che, per altro, non cancellò. (Ed.)

[126] Prima: _pericoli, che il suo onore poteva correre_. (Ed.)

[127] Prima scrisse: _contristare_, nè gli dette di frego. (Ed.)

[128] Prima: _della vostra mente_. (Ed.)

[129] Segue cancellato: _e un nostro buon religioso l'hanno tolta dalle sue_; poi: _tolta intatta da_. (Ed.)

[130] Proseguiva così: «Io so che il terrore può far parlare una povera figlia contra il suo cuore, con tanta sicurezza, con tante proteste, con tanti giuramenti, come più che se parlasse dal fondo del cuore». (Ed.)

[131] Qui termina il capitolo primo del tomo secondo e segue il capitolo secondo intitolato: _La Signora, tuttavia_. (Ed.)