Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 24
Fu poi ristampata tra le _Opere minori_ di MELCHIORRE GIOIA e ne forma il vol. XII, Lugano, presso Giuseppe Ruggia e C., MDCCCXXXV.
[59] BUCCELLATI A., _Manzoni ossia del progresso morale, civile e letterario quale si manifesta nelle opere di Alessandro Manzoni, letture fatte avanti il R. Istituto Lombardo di scienze e lettere_, Milano, tip. editrice Lombarda, 1873; vol. II, pp. 41-42.
[60] Il Casanova così dava ragguaglio al suo amico Gaetano Bernardi della prima visita che fece al Poeta: «Stamani, mandando dentro la lettera del Bonghi e del Trotti, sono andato avanti ad Alessandro Manzoni. Che bell'uomo, che bell'uomo! Anche questo! Ho rotto facilmente il ghiaccio, assicurandolo che io non ero lì per doverlo lodare, ma perchè gli volevo bene. Dopo pochi momenti eravamo insieme come vecchie conoscenze. Basta dire che, entrato all'una in punto, ne sono uscito alle cinque: quattr'ore con Alessandro Manzoni! S'è parlato di religione, di politica, di poesia, di tutto (e qui è stato un gran merito mio) dei _Promessi Sposi_ e dell'altre sue opere. Ho tenuto più di tre quarti d'ora in mano il libro dove furono abbozzati gli _Inni sacri_. È un volume prezioso. La _Pentecoste_ bisogna vederlo lì come nacque e come di mano in mano andò, non perfezionandosi, ma ricominciando».
[61] Cfr. _La lettera ad Alfonso Della Valle di Casanova sulle correzioni ai Promessi Sposi_; in _Scritti postumi_, I, 251-293.
[62] MORBIO C., _Alessandro Manzoni ed i suoi autografi, notizie e studi_, Firenze, tip. Editrice dell'Associazione, 1874; pp. 30-31.
[63] S[tampa] S[tefano], _Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie_, Milano, Hoepli, 1885; pp. 60-61.
Nel vol. II [Milano, Cogliati, 1889], a p. 133 torna a scrivere: «Ciò che suggerì l'idea del romanzo al Manzoni fu la grida, di cui ho già parlato. A prima vista par poco, eppure è moltissimo; perchè il Manzoni aggiunse tosto:——Da quella grida e dall'esservi contemplata la proibizione di fare un matrimonio qualunque, venne naturalmente tutto il resto, e la peste poi mi offriva un finale terribile e di molto effetto e che poteva sciogliere tutte le difficoltà del romanzo.——Anche queste sono parole dettemi dal Manzoni».
[64] CARCANO G., _Vita di Alessandro Manzoni_, Milano, Rechiedei, 1873; pp. 22-24.
[65] Dal Manzoni fu poi fatta decorare con alcuni ornati di terra cotta, di gusto Bramantesco, e rimase talmente contento del lavoro, che sotto una fotografia della facciata, che donò all'artista, scrisse di sua mano: _Al Sig. Andrea De Boni, a cui è dovuta la felice invenzione di questo ornato, il proprietario_ ALESSANDRO MANZONI.
[66] DE GUBERNATIS A., _Alessandro Manzoni, studio biografico_, Firenze, Successori Le Monnier, 1879; pp. 220-222, 225 e 228.
[67] CESTARO F. P., _La storia nei_ «_Promessi Sposi_»; in _Studi storici e letterari_, Torino, Roux, 1894; p. 289
[68] ALBERTAZZI A., _Del Romanzo_, Milano, Vallardi, 1904; p. 196.
[69] In uno de' presenti _Brani_, in quello in cui il Manzoni discute intorno all'amore ne' romanzi con un essere immaginario, pone in bocca a costui: «Questa vostra storia non ricorda nulla di quello che gl'infelici giovani hanno sentito, non descrive i principj, li aumenti, le comunicazioni del loro affetto, insomma non li dimostra innamorati». S'affretta però a rispondergli: «ribocca invece di queste cose, e deggio confessare che sono anzi la parte più elaborata dell'opera: ma nel trascrivere, e nel rifare, io salto tutti i passi di questo genere». Osserva il prof. RODOLFO RENIER [_I Promessi Sposi in formazione_; nel _Fanfulla della Domenica_, ann. XXVII, n. 5, 20 gennaio 1905]: «ciò non risponde al vero, se pure non si tratti di abbozzi parziali, anteriori alla prima minuta, dei quali ignoro l'esistenza». Di questi abbozzi non ce n'è neppur uno tra le sue carte, e certo non ce ne furon mai. È una finzione bella e buona.
[70] Si legge a pag. 27 del vol. I, libro 1º, capo 1º, e forma, in parte, la nota seconda, che finisce a pag. 29.
[71] Cfr. quanto scrivo a pp. 536-543 del presente volume.
[72] Il prof. Raffaello Masi, che conobbe il Manzoni negli ultimi anni, afferma che «cominciò a scrivere i _Promessi Sposi_ in dialetto», ma «il Fauriel ne lo distolse». Cfr. CAPITELLI G., _Excelsior, prose_, Lanciano, Carabba, 1893; p. 167. Il Fauriel, come vedremo, venne a trovare il Manzoni quando il lavoro era già innanzi, e nel loro carteggio non se ne ha traccia. Nessuno poi della famiglia e nessuno de' più intimi accennò mai alla cosa.
[73] Per moltissimi anni la casa del Manzoni fu piena de' vecchi frontespizi e delle vecchie copertine, come ebbe a dirmi la mia buona e compianta cugina Vittoria Manzoni ne' Giorgini, figlia del Poeta, che, sebbene bambina, (era nata il 17 settembre del '22), ne ricevette una tale impressione, da non scordarla mai più.
[74] Al Manzoni, mentre stava tratteggiando la figura di don Abbondio, venivano di continuo sulla punta della penna delle trovate piene di umorismo, ma si riteneva dal metterle in carta, pensando che, in fin de' conti, dipingeva un sacerdote, e che per conseguenza ci voleva misura. Lo confidò al suo intimo amico don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, che lo raccontò a me ne' tanti colloqui manzoniani avuti insieme ne' miei soggiorni a Brusuglio. E anzi soggiunse, che una volta al Manzoni, nel tornargliene a parlare, scappò di bocca: «Se nel Seicento fosse usato il matrimonio civile e avessi potuto metter sulla scena un Sindaco, quante gliene avrei fatte fare e quante gliene avrei fatte dire!»
[75] Da una lettera scritta da Ermes Visconti, il 3 aprile del 1822, a Gaetano Cattaneo, che allora, per caso, si trovava a Venezia, si raccolgono alcune notizie intorno a questi lavori. «Manzoni ha già da un pezzo finito l'_Adelchi_, con due cori: presto il manoscritto sarà presentato alla Censura, ma il copista gli fa perdere di molto tempo. Staremo a sentire il giudizio che ne porterà il _gran traduttore_» [Goethe]. «Non vi manca altro se non che Walter Scott gli traduca il romanzo di _Fermo e Lucia_, quando l'avrà fatto. Ci ho proprio gusto che l'onore di una tal traduzione sia toccato al maggiore de' poeti viventi, e non a quello che comunemente è stimato il maggiore. Intanto il Manzoni ha quasi terminato gli studi per la tragedia di _Spartaco_, anzi ha già abbozzato il disegno degli atti. Ti aspetta con impazienza: il maestro antiquario gli deve anche questa volta servire di Pegaso. Insomma ha bisogno d'informarsi da te su molti dettagli relativi ai _Traci_, ai _gladiatori_, ai _bastimenti degli antichi_, e va pigliala. Proprio vero: la poesia romantica è fatta a posta per dispensare la gente dallo studio».
[76] Il Fauriel arrivò a Milano ai primi di novembre del 1823 e si trattenne col Manzoni tutto l'inverno; nell'aprile del '24 fece una gita a Venezia, nel maggio una corsa a Trieste, nel giugno tornò a convivere col Manzoni, e rimase a Brusuglio fino agli ultimi di novembre. Passato che ebbe a Firenze l'inverno, nell'aprile del '25 eccolo di nuovo ospite dell'amico, che lasciò soltanto al principio d'ottobre, Cfr. D'ANCONA A., _Spigolature nell'Archivio della Polizia Austriaca di Milano_, nella _Nuova Antologia_, serie IV, vol. LXXIX, fascicolo del 16 gennaio 1899, pp. 194-195.
[77] Lo SPENCER KENNARD [_Romanzi e romanzieri italiani_, Firenze, Barbèra, 1904; I, 39] nota che il Manzoni «si serve di questo personaggio come di un istrumento necessario allo svolgimento del romanzo; ma lo abbandona non appena gli ha fatto rappresentare la sua parte, non appena Lucia è uscita dal monastero per andare inconscia verso il tranello che dovrebbe essere la sua rovina. Da quel momento Gertrude sparisce dal romanzo e la sua sorte resta per il lettore oscura e misteriosa come le mura del suo convento». Il critico americano evidentemente ignora che il Manzoni accorciò quell'episodio. Al taglio fatto dall'A. accenna il Tommaseo in una delle sue lettere al Vieusseux, senza data, ma forse del luglio del '26: «Si dice che un bell'episodio di delitto di certa monaca illustre egli l'abbia lasciato, per consiglio d'alcuno tra gli amici suoi». Ne tocca anche nella infelice rassegna che de' _Promessi Sposi_ fece nella vecchia _Antologia_: «il carattere della Signora sarebbe più individuale e più vivo, se l'A., come la pubblica voce afferma, non avesse per eccesso di delicatezza troncata la parte dei suoi traviamenti». In quello stesso giornale anche Giuseppe Montani ricordò l'episodio della Signora, «troncato chi crede per ragioni d'arte, chi per altre». Scrive il RENIER [_I Promessi Sposi in formazione. I. La Signora; nel Fanfulla della Domenica_, ann. XXVII, n. 3, 15 gennaio 1905]: «L'episodio, di cui il Manzoni s'era invaghito, aveva già troppo il carattere di un romanzo nel romanzo; e perciò l'amico Fauriel consigliava di sopprimerlo. A questo partito radicale l'A. non seppe decidersi; ma ne eliminò una parte, ne eliminò anche troppa parte. Perchè? Possibile che il romanziere non siasi avveduto essere quelle due scene, rappresentate con plasticità geniale, più utili all'azione principale che quella lunga preparazione remota, per cui Gertrude divenne monaca contro voglia e spergiura e complice d'omicidio? Se si doveva adoperare il ferro chirurgico sulla carne viva del magnifico episodio, perchè rispettare tanto ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento ed inevitabile pervertimento, mentre spietatamente si recidevano le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo? Bisogna pur pensare che gli scrupoli religiosi di monsig. Tosi avessero qualche presa sull'animo del Manzoni. È vero che nella prima stesura aveva messo le mani avanti dicendo: _Il Ripamonti racconta di questa infelice cose più forti di quelle che sieno nella nostra storia; e noi ci serviamo anzi delle notizie che egli ci ha lasciate, per render più compiuta la storia particolare della Signora. Queste cose però, quantunque rese più che probabili da una tale testimonianza, e quantunque essenziali al filo del nostro racconto, noi le avremmo taciute; avremmo anche soppresso tutto e il racconto, se non avessimo potuto anche raccontare in Progresso un tale mutamento d'animo nella Signora, che non solo tempera e raddolcisce l'impressione sinistra che deggiono fare i primi fatti della Signora, ma deve creare una impressione d'opposto genere e consolante_». Cfr. le pp. 32-34 dei presenti _Brani_. Il Renier prosegue: «Questa giustificazione etica, ricercata nella esemplarità finale di quell'intermezzo storico, indusse forse la coscienza del Manzoni a non sopprimere di sana pianta quei due capitoli, che tanto gli piacevano; ma rimaneva pur sempre il pericolo di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio dei lettori per scene pur troppo seguite in un luogo sacro, tra quelle che avrebbero dovuto essere le spose del Signore. Chi sappia ciò che il Manzoni pensava a questo proposito, troverà per avventura in questo timore la ragione sufficiente della mutilazione. I successivi portamenti della Signora non avevano relazione diretta con la favola principale del romanzo, e furono eliminati; le due scene, di cui non si poteva far senza, furono ridotte con tanta arte, che la fantasia dei lettori potesse colmare la loro misteriosa indeterminatezza. Così si tacitavano gli scrupoli e si ubbidiva anche un poco alle esigenze dell'economia del libro, alle quali per altro don Alessandro non era disposto a sacrificare troppo le sue personali inclinazioni e i suoi gusti. Si tenga presente che, malgrado tutti i consigli ed i consiglieri, il vero ed assoluto arbitro nell'opera propria rimase pur sempre lui».
Che gli «scrupoli religiosi» del Vescovo di Pavia avessero «qualche presa» sul Manzoni, e che lo trattenesse il timore «di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio de' lettori» per delitti commessi tra le mura d'un monastero e da persone che si erano consacrate a Dio, come inclina a ritenere il Renier, è da escludere allatto. Uno de' più intimi amici del Manzoni, il compianto don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, un giorno interrogato da me sulle ragioni che spinsero il Poeta ad accorciare l'episodio della Signora, sopprimendone l'ultimo capitolo; il Pecchio, che conosceva quel capitolo, avendoglielo dato a leggere lo stesso Manzoni, ebbe a dichiararmi nel modo più reciso, che le ragioni furono unicamente estetiche e per nulla religiose. Anzi mi soggiunse: _Questo non è un apprezzamento mio; me lo dichiarò di sua bocca don Alessandro_.
Perchè mai il Manzoni nell'adoperare, come dice il Renier, il ferro chirurgico sulla carne viva dell'episodio, rispettò tanto «ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento e inevitabile pervertimento», e invece recise «le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo?» A me la ragione par chiara. Il Manzoni con lo scrivere i _Promessi Sposi_ si è proposto di dipingere con fedeltà storica la Lombardia nel secolo XVII. De' delitti nel romanzo ce n'eran già parecchi, e il racconto d'un omicidio di più niente aggiungeva al quadro. Non poteva togliere neppure una virgola dalle numerose pagine della monacazione, essendo necessario, nel dipingere i costumi d'allora, tener conto delle arti malvagia messe in opera dalle famiglie per seppellire le proprie figliole ne' chiostri. Dato il tradimento che la Signora doveva commettere a danno di Lucia, affidata a lei e sotto la sua protezione, bisognava far conoscere come e perchè si era pervertita. Insomma, di ciò che aveva scritto, tutto era necessario, anzi indispensabile, all'infuori de' delitti. Fu lì che menò le forbici.
[78] Anche dopo pubblicato il romanzo, il Manzoni dette a leggere ad alcuni de' suoi più intimi questo capitolo soppresso; uno anzi di essi, col consenso suo, lo trascrisse. Fu l'ab. Giuseppe Bottelli di Arona, che tradusse in latino con molta eleganza i _Sepolcri_ del Foscolo e le due _Epistole_ del Pindemonte e del Torti. Quando morì il 19 luglio del 1841, il Manzoni, il Grossi e il Torti, tutti e tre insieme, gli composero l'iscrizione, dal dott. Luigi, suo fratello, murata sulla sepoltura. Della cordiale amicizia che ebbe per lui il Foscolo, stanno lì a renderne testimonianze le tre affettuosissime lettere che gli scrisse Ugo e sono a stampa nell'_Epistolario_ [I, 102, 106 e 110]. Il CANTÙ [_Reminiscenze_; II, 43] ricorda «un viaggio in Svizzera per monte Cenere», che diede alla luce. Così ne parla lo Stampa [Op. cit.; I, 231]: «Conobbi l'ab. Bottelli, persona molto colta, celebre latinista, simpatica, bella testa, di alta persona, bravissimo giocator di tarocchi, al quale però teneva fronte onorevolmente il Manzoni, che si lamentava solo, (ben inteso, così per ischerzo) che il Bottelli giocasse con troppo sprezzante noncuranza, come se non trovasse avversari degni di tenergli testa». Serbò sempre come un gioiello il capitolo della Signora, e lo mostrava agli amici, rilevandone la singolare bellezza. Dopo la sua morte, passò nelle mani del fratello, insieme con la ricca e scelta libreria, che poi donò, ma solo in parte, al Comune di Arona: il meglio, col carteggio e i manoscritti, l'ebbe don Carlo Trivi; non però il capitolo manzoniano, andato soggetto a curiose vicende. Di bocca in bocca la voce dell'esistenza di questo manoscritto arrivò agli orecchi di monsig. Ferdinando Minucci, arcivescovo di Firenze, e si accese in lui così vivo il desiderio di leggerlo, che lo fece chiedere in prestito al Bottelli, senza, peraltro, poterlo avere. Il rifiuto non lo sgomentò per nulla, e il 21 marzo del '43 scrisse di punto in bianco al Manzoni: «Di soverchia arditezza comparirò a V. S. «Ill.ᵐᵃ reo, osando, siccome sono, affatto a Lei sconosciuto, dirigerle questa mia lettera. Non ho potuto però a meno di rivolgermi a Lei dopo che il sig. Luigi Bottelli di Arona, pregato da un mio rispettabile amico, perchè si compiacesse favorirmi una copia del manoscritto da esso posseduto di alcuni brani che V. S. Ill.ᵐᵃ credè eliminare nella pubblicazione del suo non mai abbastanza lodato romanzo _I Promessi Sposi_, ha risposto, _che abuserebbe della confidenza dell'autore acconsentendo all'inchiesta, da esso avendone positivo divieto_. Ecco, rispettabilissimo sig. cavaliere, il motivo dell'incomodo che oso recarle, nella dolce lusinga che a me, non ultimo fra i tanti estimatori delle squisite sue produzioni, si compiacerà consentire acciò dal sig. Bottelli possa io ricevere la dimandata copia, ovvero favorirmela di per sè con un tratto più lusinghiero dell'esimia sua gentilezza, promettendo fin d'ora e strettamente obbligandomi di non comunicarla ad alcuno, se così le piace d'impormi». Il Manzoni ricevette questa lettera del Minucci insieme con una di Paolo Rambaldi, sua vecchia conoscenza, che era allora Rettore del Seminario Fiorentino, con la quale lo scongiurava ad appagare «il desiderio grandissimo» dell'Arcivescovo. Il Manzoni, il 5 d'aprile, pregò il Bottelli «di voler soddisfare il desiderio del buon prelato, il quale, del resto, e come accade spesso, sarà gastigato coll'ottenere il suo intento». Finiva con dirgli: «quando codesta copia, che, come credo e spero, è unica, gli sarà ritornata, io riguarderei come un vero favore, o se volesse mandarla a me, o, che è tutt'uno, farmi sapere d'averla distrutta». Il Bottelli, invece d'inviarla al Minucci, la spedì al Manzoni; e fu lui che la mandò all'Arcivescovo di Firenze, col mezzo del Rambaldi, al quale l'accompagnò con questa lettera, scritta da Milano il 19 d'aprile: «Veneratissimo sig. Rettore. Eccole il manoscritto, che la prego di rimettere a Monsignore, il quale quando gli avrà fatto l'onore non meritato di leggerlo, voglia compiacersi, con tutto il suo comodo, di ritornarlo a me, giacchè chi lo possedeva m'ha fatto il piacere di cedermelo. Non voglio lasciarmi sfuggire questa nuova, e sempre per me fortunata occasione di presentare, per di Lei mezzo, a Monsignore i più umili e devoti ossequi. E Lei abbia la bontà, dal tetto in giù, e la carità, dal tetto in su, di rammentarsi qualche volta di chi, con affettuoso rispetto, ha l'onore di dirsi suo umil.ᵐᵒ aff.ᵐᵒ servitore ALESSANDRO MANZONI».
Il Minucci, letta che l'ebbe, restituì la copia al Manzoni; ma l'impressione di quella lettura fu in lui viva e profonda, nè gli si cancellò mai più dalla mente, tanto rimase colpito dalla bellezza di quelle pagine; come ebbe a confidarmi Cesare Guasti, uno degli intimi suoi. Il Manzoni si lusingava che quella copia fosse «unica» e non lo era. L'ab. Giuseppe Bottelli l'aveva data a leggere e lasciata trascrivere a fr. Giulio Arrigoni di Bergamo, valentissimo predicatore, che il Grossi presentò al Manzoni con un biglietto, dove era scritto: «è uno dei molti che desiderano di conoscerti, ma uno dei pochi che lo meritino». L'Arrigoni, che fu poi professore dell'Università di Pisa e arcivescovo di Lucca, negli ultimi anni della vita, una sera, volle farmi una gradita sorpresa e mi lesse quel capitolo; me lo lesse, come sapeva legger lui, nel porgere e nel modulare la voce, inarrivabile addirittura. Non rifiniva di dirmi: che peccato che il Manzoni l'abbia tolto dal romanzo!
[79] LUIGI ZERBI, _La Signora di Monza nella storia, notizie e documenti_; nell'_Archivio storico lombardo_, ann. XVII [1890], fasc. III, pp. 675-753.
[80] _Ragionamenti sulla storia lombarda del secolo XVII per commento ai_ Promessi Sposi _del Manzoni_; nell'_Indicatore_, di Milano, tom. XI, fasc. 31 [aprile 1832], pp. 63-98; fasc. 33 [giugno 1832], pp. 328-383; tom. XII, fascicolo 34 [luglio 1832], pp. 91-141, e fasc. 36 [settembre 1832], pp. 297-312. Ne venne fatta una tiratura a parte, col titolo: _Sulla storia lombarda del secolo XVII, ragionamenti di_ CESARE CANTÙ _per commento ai_ Promessi Sposi _di Alessandro Manzoni_, Milano, presso l'editore dell'Indicatore, presso la Ditta Antonio Fortunato Stella e figli, [coi tipi di Luigi Nervetti], M.DCCC.XXXII; in-8. di pp. VIII-200.
[81] IOSEPHI RIPAMONTI, _canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI_, Mediolani, ex Regio Palatio apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; pp. 358-377.
[82] _I Promessi Sposi_, cap. IX.
[83] A[MBROSOLI F.], _La Signora di Monza_; in _L'Eco_, di Milano, ann. VIII, n. 5, 12 gennaio 1835.
[84] CUSTODI P., _Nuove illustrazioni sulla Signora di Monza_, [lettera] _Al Sig. Gioacchino Crivelli archivista dell'Ecc.ᵐᵃ Casa Borromeo Arese_; in _L'Eco_, ann. VIII, n. 115, 19 ottobre 1835
[85] CANTÙ CESARE, _Maria Virginia de Leiva o la Signora di Monza_; in _Vite e ritratti delle donne celebri_ d_'ogni paese, opera della Duchessa d'Abrantès, continuata per cura di letterati italiani_, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1837; vol. III, pp. 9-24, col ritratto della Signora, litografato da P. Bertolotti, su disegno di M. S. V. tolto «dal quadro posseduto dal sig. dott. Angelo Appiani custode dell'I. R. Palazzo di Monza». Intorno a questo preteso ritratto cfr. MEZZOTTI F., _Effigie della Signora di Monza ravveduta, scopertasi presso una ragguardevole famiglia di Monza_; in _L'Eco_, ann. VIII, n. 38, 30 marzo 1835; e anche: APPIANI ANGELO, _Rinvenimento dell'effigie della Signora di Monza_, nella _Gazzetta privilegiata di Milano_, n. 112, 2 aprile 1835.
[86] Cfr. _La Signora di Monza_; _in Italiani illustri ritratti da_ CESARE CANTÙ, _Terza edizione_, Milano, Gaetano Brigola e comp., senza anno; vol. III, pp. 601-617.
[87] Il Leopardi, il 17 giugno del 1828, scriveva al padre: «Qui si pubblicherà fra non molto una specie di continuazione di quel romanzo» [_I Promessi Sposi_], «la quale passa tutta per le mie mani. Sarà una cosa che varrà poco; e mi dispiace il dirlo, perchè l'autore è mio amico, e ha voluto confidare a me solo questo secreto, e mi costringe a riveder la sua opera, pagina per pagina, ma io non so che ci fare». Monaldo gli rispondeva: «Perchè mai questo amico vostro s'impegna a continuare il romanzo di Manzoni? Quell'opera deve essere imitata quanto si può, ma nessuno speri di eguagliarla: ed essa resterà sempre somma ed inarrivabile nella sua classe. Il mettersi dunque tanto scopertamente in linea con esso, è voler sentire dichiarata da tutto il mondo la propria inferiorità». Si tratta appunto del prof. Giovanni Rosini e della sua _Monaca di Monza_. Pure, al primo apparire, verso la fine di marzo del 1829, levò rumore: basti dire che GIUSEPPE MONTANI nell'_Antologia_ [tom. XXXIV, n. 100, aprile 1829, pp. 75-113] trovava il carattere della Gertrude del Rosini «migliore di quello dell'episodio manzoniano». Il Rosini, prima che la sua _Monaca_ «uscisse de' chiostri della stamperia, ne mostrava a Giampietro Vieusseux certe bellezze a parte a parte, scoprendo con gusto le cose proibite, mezzo velate»; e incontrato che essa ebbe spaccio e fortuna, tanto se ne inorgoglì, da credere e ripetere: «Il Manzoni non mi sa perdonare che la mia Monaca abbia sotterrati i suoi Sposi». Cfr. TOMMASEO N., _Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie_, Firenze, 1863; p. 119.
[88] MEZZOTTI dott. F., _Il Pozzo della Spagnuola, avventura monzese_; in _L'Eco_, di Milano, ann. VIII, n. 25, 27 febbraio 1835, n. 26, 2 marzo 1835, e n. 38, 30 marzo 1835.