Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 23
Il coro di Maclodio, «magnifico pezzo di poesia lirica, «che si può chiamare sublime nel suo genere», fu riprodotto anche dalla _Gazzetta Piemontese_ [n. 19, 12 febbraio 1820]; la quale discorse della tragedia con benevolenza. «Quel giusto desiderio» (così scrive) «da noi più volte in questi fogli manifestato di veder gli ingegni italiani rivolgersi alle nostre antiche istorie, e dai fatti de' nostri maggiori desumere argomenti di tragedie, che, impressionate di pensieri, di passioni e di modi veracemente italiani, divenissero un efficace eccitamento ad irritare le chiare azioni di quegli illustri trapassati, questo desiderio è stato ora, e assai più presto di quello che ci aspettavamo, soddisfatto dalla nobil penna del sig. Alessandro Manzoni». Dà un sunto della tessitura, poi prosegue: «Son questi i fatti sui quali s'aggira; fatti che mi sembra doversi toccare assai più, che non le perpetue cene di Tieste e i delitti dell'infausta razza d'Agamennone. L'autore non ha voluto farsi carico di nessuna regola d'unità di luogo o di tempo; de' principii che lo guidarono in questa bella composizione discorre egli stesso nella prefazione, e l'indole di questo giornale non ci lascia luogo a discuterli ponderatamente. Lasciamo al giudizio e molto più al cuore de' lettori il decidere dello stile e della sceneggiatura di questa tragedia. Queste discipline appartengono al gusto; e se l'A. è riuscito a dilettar grandemente anche con modi non ancor tentati, o non per anco eutenticati, noi loderemo sempre i suoi tentativi. Ma la sentenza finale sopra queste questioni di gusto spetta all'Italia intiera».
[17] ROVANI G., _Le tre arti considerate in alcuni illustri italiani contemporanei_, Milano, Treves, 1874; I, 204-205.
[18] Nel 1827 furono stampati due altri romanzi: _Cabrino Fondulo, frammento della storia lombarda sul finire del secolo XIV e il principiare del XV, opera di_ VINCENZO LANCETTI, _cremonese_, Milano, co' torchi d'Omobono Manini, 1827: due volumi in-24; di pp. 781, e _Alessio o gli ultimi giorni di Psara, romanzo storico di_ ANGELICA PALLI, Italia [Livorno], 1827; in-12. Questi due racconti però non appartengono al genere di Walter Scott. Notava infatti la _Biblioteca italiana_, fascicolo dell'agosto 1827, pp. 179-180: «Cabrino Fondulo è un personaggio degnissimo veramente di storia e se non erriamo acconcissimo ad un romanzo del genere di Walter Scott.... Se il sig. Lancetti avesse voluto fare del suo Cabrino il protagonista di un romanzo, pensiamo che ne sarebbe riuscito assai facilmente un lavoro perfetto, perchè egli si mostra padronissimo dell'argomento e sicuro conoscitore di tutti i grandi e i piccioli personaggi di quella età, e la storia di Cabrino ha quasi da natura la forma di un compiuto romanzo». Affermava G. MONTANI che alcuni moderni romanzi storici «potrebbero accettarsi per belle e buone istorie, se a tal uopo bastasse per noi il non trovarvi mescolato al vero nulla o quasi nulla d'inverosimile». E soggiungeva: «Del loro numero è _Cabrino Fondulo_, non impropriamente intitolato frammento della storia lombarda, poichè fondato, per ciò che contiene di più essenziale, sopra documenti, a cui s'appoggia o potrebbe appoggiarsi quell'istoria, e pel rimanente sopra congetture, giustificate in gran parte o dai documenti o da altri che all'istoria generale d'Italia già sono familiari. In grazia di ciò che avvi in esso di congetturale, e che or serve d'abbellimento, or di legame ai fatti meno dubbi, l'autore non ricusa che si chiami romanzo». Mentre il Lancetti fa servire «l'invenzione alla verità» (è sempre il Montani che scrive), la Palli «fa servire la verità ad una bella invenzione», descrivendo un episodio del risorgimento della Grecia del giugno 1824. Cfr. _Antologia_, tom. XXVII, n. 80, agosto 1827, pp. 75-94.
[19] _Il Nuovo Ricoglitore_, di Milano; anno III, parte I, n. 30, giugno 1827, pp. 440-446.
[20] _Biblioteca italiana_, di Milano, fascicolo del mese di luglio 1827, pp. 128-129.
[21] Non di Novara, ma di Tortona, dove nacque nel 1793. Il 27 gennaio del 1861 fu eletto deputato del collegio di Novi Ligure e lo rappresentò nell'ottava legislatura. Rieletto per la seconda volta, il 29 ottobre 1865, ma dopo essere stato in ballottaggio col marchese Gustavo Reggio, morì a Firenze rappresentante di quel collegio il 15 settembre del 1866. Cfr. CANTÙ IGNAZIO, _Scrittori contemporanei d'Italia_. II. _Carlo Varese_ [I. L'autore——II. Le opere——III. Riassunto], nella _Rivista Europea, nuova serie del Ricoglitore italiano e straniero_; ann. I, parte II [1838], pp. 375-386, 425-498 e 498-500.
[22] _La Vespa, giornale di scienze, lettere ed arti, che succede all'Ape italiana_, Milano, per Nicolò Bettoni, 1827; ann. I, pp. 21-26.
[23] _Corriere delle Dame_, n.º 38, Milano, 22 settembre 1827, pp. 301-302.
[24] Scrive il Rovani: «Dopo il _Castello di Trezzo_, lusingato da un successo che, avuto riguardo al merito intrinseco del libro, ha davvero del prodigioso, il Bazzoni sentì triplicarsi l'ingegno e il coraggio, e fu sotto questa felice influenza che scrisse il _Falco della Rupe_; romanzo che ha maggiore estensione, che è scritto con qualche proposito, che occupa molto studio e dove lo stile sembra accarezzato dal suo autore, specialmente nelle descrizioni, le quali per altro in questo libro sono adoperate più a pompa che ad uso. Ma il nuovo romanzo piacque al pubblico assai meno del _Castello di Trezzo_, il quale aveva lasciato tale impronta nel cuore dei lettori che non seppero trovar posto al _Falco_, il quale rimase così a mezz'aria, come que' drammi che ottengono abborrito successo di stima. Al _Falco_ tenne dietro dopo qualche anno _La bella Celeste degli Spadari_, che è un nonnulla senza un pregio al mondo e tanto indegna del talento di Bazzoni da non parere un'opera sua. Ma non cessò per questo il suo nome di restar popolarissimo. Fortuna che il Bazzoni non volle più metterlo in pericolo, onde stette in silenzio per lunghi anni, e non fu che per cedere alla tentazione di sfoggiare un po' di lingua fiorentinesca che scrisse la _Zagranella_. Ma nè l'età, nè lo studio, nè la necessità di obbedire alle pretese del pubblico, che avendo messo il labbro su cibi squisitissimi più non sapeva star contento a vivande volgari, fecero che il Bazzoni potesse superare l'autore del _Castello di Trezzo_.... Anche nella _Zagranella_ v'è la solita arte dell'intreccio e il segreto di tener sempre vivo l'interesse ne' lettori. Si può dunque concludere che il Bazzoni nacque colla vocazione del romanziere, ma gli mancarono al tutto le doti indispensabili allo scrittore. Anche se i suoi libri parvero qualche cosa al numeroso popolo dei lettori per disperazione, non furono destinati a far parte del patrimonio della nostra letteratura».
[25] _Il Castello di Trezzo, novella storica di_ G. B. B.; _terza edizione, riveduta e corretta dall'autore_, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1828; in 18º con una incisione rappresentante gli avanzi del castello. Prezzo lire 2.50.
[26] _Il Crepuscolo_ di Milano dà esso pure la palma al _Castello di Trezzo_. Ecco quello che scrive: «Walter Scott ebbe genio che precorse i tempi e i lenti progressi delle scienze storiche: egli indovinò la storia per intuizione e la risuscitò ne' suoi quadri. Nondimeno chi negherà che in essi il merito principale, e spesso anche il vizio, è l'abbondanza delle descrizioni, è la fotografica precisione dei dettagli? Chi negherà che gl'imitatori di Walter Scott, privi del suo genio, dovevano riescire, come riescirono, a quel genere di romanzo, che noi, per mancanza di altro nome, chiameremmo volentieri archeologico. E poichè il romanzo storico s'inaugurò da per tutto all'ombra della imitazione di Walter Scott, qual meraviglia se anche in Italia il primo romanzo che si possa chiamare storico appartenne a quel genere? Noi vogliamo parlare del _Castello di Trezzo_ di G. B. Bazzoni. È libro che ai suoi tempi levò un bel rumore, non tanto, crediamo noi, per intrinseco merito, quanto per la sua piena conformità colle nuove esigenze del gusto. Vi era di che allettare le fantasie in quel breve racconto, il quale ci convitava in mezzo alle rovine d'un vecchio castello a narrarci una vecchia storia. Palpitanti ed ansiosi noi seguivamo l'autore per quegli avviluppati sotterranei, nido di malandrini; per quelle sale, ricostruite colà dove ora non crescono che ortiche e gramigne; per quell'antica Milano, colle sue case di mattoni rossi, colle sue finestre a sesto acuto, col suo popolo sì diversamente e sì bizzarramente abbigliato, co' suoi gonfaloni, e co' suoi collegi di magistrati e di artieri. E per tutto questo noi gli perdonavamo di buon grado la povertà dell'azione, dei dialoghi, la sprezzatura dello stile, i non lievi errori di storia e la imperfettissima riproduzione dell'epoca; tanto ci affascinava quel profumo di medio evo, quella viva e brillante esteriorità! E neppure essa era nuova. Già da qualche anno l'Italia possedeva l'_Ildegonda_ del Grossi, la quale, valga il vero, che altro è se non un breve romanzo, consacrato a narrarci la storia d'un affetto e a narrarcela coll'ingenuo abbandono d'una poesia, che spesso non è tale se non per la rima ed il verso? Ivi pure trovavasi la vecchia Milano del primo risorgimento, rissosa, armigera, turbolenta; ivi pure abbondava il color locale. Ma ciò che trovavasi nella novella del Bazzoni, e non in quella del Grossi, era il connubio della invenzione colla storia propriamente detta, era l'amore del finto Palamede che intrecciavasi ai casi del vero e reale Bernabò Visconti, era la fantasia che interveniva a spargere de' suoi vaghi allettamenti la fosca tenebria d'una pagina storica. Diremo noi che il Bazzoni fu veramente il primo a tentare codesta unione del vero e del falso, e che fu la priorità del tentativo quella che specialmente gli valse l'applauso de' contemporanei? Comunque sia, certo è che il tentativo era troppo imperfetto. A compiere il voto dei tempi, a creare il romanzo, che veramente si meritasse il nome di storico, ben più che l'umile studio d'un imitatore, volevasi la potenza divinatrice d'un genio. E il genio non si fece a lungo aspettare».
Come si vede, _Il Crepuscolo_ fa al Bazzoni la parte del leone; del Varese tocca di sfuggita, par che lo conosca di seconda mano, che non abbia letto nessuno de' suoi romanzi, a cominciare dalla _Sibilla_, la rivale del _Castello di Trezzo_. Infatti, dopo aver parlato del Manzoni, del Guerrazzi, del Maestrazzi, del Rosini, del Grossi, del Cantù, del Mauri, del D'Azeglio e del Canale, soggiunge: «fra i romanzieri minori uno dei più rimarchevoli è Carlo Varese, autore d'un _Folchetto Malaspina_, d'una _Sibilla Odaleta_ e d'altri romanzi, che tutti rivelano spontaneità e ricchezza di fantasia». Cfr. _Del Romanzo in Italia_; nel periodico _Il Crepuscolo_, anno IV [1853], n. 33, pp. 520-524; n. 34, pp. 535-538; n. 35, pp. 555-559; n. 41, pp. 650-655; e n. 42, pp. 666-670.
[27] _Il Castello di Trezzo_, novella storica di G. B. BA.....I; in _Il Nuovo Ricoglitore_, anno II [1826], parte I, pp. 335-351, 434-447; parte II, pp. 496-514, 566-575, 652-666, 743-755, 825-839 e 883-897; ann. III [1827], parte I, pp. 33-46, 180-193, 267-279 e 351-361.
[28] Sul frontespizio del tomo I della copia per la Censura, che dice: _Gli_ | _Sposi Promessi_ | _storia milanese del secolo decimo settimo_ | _scoperta e rifatta_ | _da_ | ALESSANDRO MANZONI, si legge: _Admittitur_ | BELLISOMI, e di fianco: _1511. I. R. Censura_ | _Mil.º li 3 luglio 1824_ | _Imprimatur_ ZANATTA. Del canonico Ferdinando Bellisomi, che era insieme I. R. Censore e Prefetto del Ginnasio di S. Alessandro, mi scrisse Niccolò Tommaseo che nella sua giovinezza ebbe lui pure a sperimentare di quest'uomo «la dignitosa temperanza esercitata nel difficile uffizio, e la cortesia tinta di gentile mestizia, e la bontà cordiale». Bartolommeo Zanatta era Primo Censore e Direttore dell'I. R. Uffizio centrale di Censura e Revisione dei libri in Milano. Lo stampatore, nel presentarglielo, lo accompagnò con questo biglietto: «R. I. Ufficio di Censura. Rassegno a codesto R. I. Ufficio di Censura il Primo Tomo del Romanzo storico del Sig.ͬ D.ⁿ Alessandro Manzoni, intitolato: _Gli Sposi Promessi_, dimandando la permissione della stampa. Milano, il 30 Giugno 1824. VINCENZO FERRARIO».
[29] Nel settembre del 1826 n'erano già stampati quattordici fogli del terzo e ultimo volume, come si ricava da una lettera del Manzoni del 10 di quel mese. La sua figlia Giulia scriveva al Fauriel l'11 aprile del 1827: «Il babbo vi dice tante cose; egli lavora, e m'incarica di dirvi che crede finalmente d'essere arrivato al fine del suo eterno lavoro. Voi sapete che spesso un capitolo gli piglia delle settimane; la sua salute, sempre cattiva, n'è cagione; così dunque è quasi finito, ma quando sarà finalmente finito?» Otto giorni dopo Ermes Visconti, scrivendo esso pure al Fauriel, gli dava questi ragguagli: «Alessandro è quasi al punto di consegnare allo stampatore gli ultimi capitoli del suo romanzo. Lo avremo, spero, nel mese di maggio». Il 5 di maggio la Giulia tornava a scrivere al Fauriel: «Il babbo vi manda quattro nuovi quaderni pel sig. Trognon» (lo sperato traduttore de' _Promessi Sposi_), «che gli saranno necessari, s'egli non è già stanco di questa briga... Il terzo volume del romanzo si stampa; si spera che sarà finito pel fine di questo mese, o al più per il principio dell'altro». In una lettera di Tommaso Grossi, del medesimo giorno, si legge: «A giorni uscirà in luce il romanzo del nostro Alessandro, aspettato e sospirato». La Giulia così ne riparla nella sua lettera del 5 giugno al Fauriel: «Eccomi anche questa volta a scrivervi per il babbo... Per la prima occasione che si presenterà vi manderà il resto de' fogli, che saranno, com'egli crede, presso a poco quattro; ve ne manda otto fra tanto, non avendone pronti di più... Voi vedete che noi possiamo finalmente sperare che questo eterno romanzo sarà pubblicato; ed era tempo, di scriverlo e gli altri di attenderlo». L'11 dello stesso mese di giugno il Manzoni stesso gli scrisse: «_Respice finem_, cher ami; c'est pour moi une véritable consolation de penser que désormais je vous entretiendrai d'autre chose que de cette fastidieuse histoire, dont je suis ennuyé moi-même autant que dix lecteurs: moi, dis-je; pour vous, je vous le laisse penser. Voici donc, pour finir d'en parler, les dernières feuilles du dernier volume; vous aurez la bonté de les transmettre a M.ͬ Trognon, s'il n'a jeté la plume après l'écritoire... Je vous préviens aussi que, aussitôt que le trois volumes seront en état de paraître (ce qui sera dans trois ou quatre jours), je chercherai un libraire qui ait quelque correspondant à Paris pour y envoyer cinq ou six exemplaires. Ils vous seront adressés, cher ami, et vous aurez la bonté et la peine d'en faire la distribution. Mais aussi ce sera la fin de la fin». Col seguente biglietto il Manzoni accompagnava un esemplare de' _Promessi Sposi_ al dott. Giuseppe De Filippi, il 18 di giugno: «Se l'autore di questa filastrocca avesse potuto immaginarsi che il chiarissimo cav. dott. De Filippi, volesse dare alla lettura di essa una parte del suo tempo prezioso, non avrebbe certamente indugiato fin ora a pregarlo di gradirne una copia».
[30] BOSIO F., _Opere——vita di F. D. Guerrazzi_, Milano, tip. editrice lombarda, 1877; p. 39.
[31] ALBERTAZZI A., _Il Romanzo_, Milano, Vallardi, 1904: p. 227.
[32] BERTACCHI A., _Storia dell'Accademia Lucchese_; in _Memorie e documenti per servire alla storia di Lucca_, tom. XIII, parte I, pp. 65-67.
[33] _Risposta di P. T. al Signor C. pisano intorno l'opera di F. D. Guerrazzi_; in-8, di pp. 15. Manca il nome dello stampatore, l'anno e il luogo, ma fu impressa a Livorno, co' tipi de' fratelli Vignozzi, nel 1826.
[34] GUERRAZZI F. D., _Lettere_, _per cura di_ FERDINANDO MARTINI, Torino, Roux, 1891; I, 5-8.
[35] MANGINI A., _F. D. Guerrazzi, cenni e ricordi ad illustrazione di sei scritti pubblicati in appendice_, Livorno, Giusti, 1904; pp. 3-5.
[36] GUASTALLA R., _La vita e le opere di F. D. Guerrazzi, con appendice di documenti inediti_, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1903; I, 314.
[37] Detratte le spese, il guadagno ricavato dalla vendita del romanzo doveva spartirsi tra l'autore e gli editori. Le spese ammontarono a lire toscane 2209.10; l'utile netto a lire 78.313.40. Per aver la sua parte, bisognò che il Guerrazzi il 13 maggio del '29 ricorresse a' tribunali. Il 22 agosto del '44, come si rileva da una sua lettera, la _Battaglia_ contava «in Italia e a Parigi» già «dodici edizioni».
[38] _La Battaglia di Benevento, storia del secolo XIII, scritta dal dott._ F. D. GUERRAZZI, Livorno, presso Bertani, Antonelli e comp. all'insegna del Palladio, 1827-1828; volumi quattro in-16. di pp. 239, 263, 143 e 249, con una vignetta nel primo.
Il 1º maggio del '28 il libraio Giuseppe Pomba di Torino così la annunziava nel catalogo delle edizioni «recentemente» entrate nel suo negozio: «Hanno i migliori critici nostri convenuto essere il romanzo storico opera degna degl'Italiani, e, senza parlare della rinomata opera di Manzoni, già da tutti conosciuta, lo hanno già coll'esempio dimostrato altri valenti scrittori. Il romanzo del sig. Guerrazzi tratta il gravissimo fatto della caduta di Manfredi lo Svevo e dello stabilimento di Carlo d'Angiò nel regno di Napoli, avvenuto il 1265. Per l'importanza dell'argomento, non meno che pei pregi dello stile, egli è certo un de' migliori che siano finora usciti in tal genere». Nella _Gazzetta di Genova_ del 4 giugno '28 si legge questo avviso: «Libri nuovi. I tipografi Bertani, Antonelli e C. di Livorno hanno pubblicato il tomo 4º e ultimo del nuovo romanzo storico: _La Battaglia di Benevento, storia del secolo XIII_. Letterati di gran conto hanno trovato questo lavoro del dott. Guerrazzi degno degl'Italiani e trattato con quella verità di stile e di caratteri, propri de' tempi che abbraccia. Trovasi vendibile in Genova in 4 volumi in-12. al prezzo di lire due dal libraio Ferdinando Ricci». Intorno alle varie edizioni che ne furono fatte cfr. VISMARA A., _Bibliografia di F. D. Guerrazzi; aggiuntavi una raccolta di scritti e giudizi su di lui_, Milano, 1880; in-16.——GRAZIANO G., _Bibliografia Guerrazziana_; nella _Rivista delle Biblioteche e degli Archivi_, ann. XV [1904], vol. XV, n. 11-12, pp. 191-192.
[39] _Biblioteca italiana_, tom. LXI, gennaio 1831; pagine 47-61.
[40] _Antologia_, tom. XXXI, n. 92, agosto 1828, pp. 73-100.
[41] _Indicatore Genovese_, n. 16 e n. 17, agosto 1828. Cfr. MAZZINI G., _Scritti editi e inediti_ [quarta edizione], vol. II, Letteratura, vol. I, pp. 61-72.
[42] Il Tommaseo così finiva la giusta rampogna: «Tronchi l'A. dalla sua storia tutte le declamazioni, le troppo smaccate manifestazioni del sentimento suo proprio; e quella storia sarà, non dubito d'affermarlo, una delle più notabili produzioni letterarie del secolo. Ma così, com'ell'è, tutta amareggiata di fatalismo, tutta traboccante di giovenili rancori, malgrado la tanta sua bellezza ed originalità, non può vivere».
[43] Il Bini venne ferito la sera del 2 decembre 1827.
[44] Allude alla famiglia, dove non trovò affetto. Il padre, come nota il Guastalla, era «reso infelice dall'asprezza, dalla malinconia, dalle dure condizioni economiche con cui fu costretto a lottare, e in gran parte dal carattere della moglie». Della madre scrive lo stesso GUERRAZZI [_Note autobiografiche_, Firenze, Successori Le Monnier, 1899; p. 189]: «la mia virtù mi ha impedito di odiarla, di più non ho potuto». Un giorno essa, «tolta fuori di sè da cieca ira», lo ferì, e il figlio, ricordandolo, esclama: «quel sangue scrisse in caratteri che non si cancellano, avermi dato la Natura una madre, avermela negata l'affetto. Scorre pure solitaria la vita quando sull'aurora dei nostri giorni diventa vedova di amore, così necessario e così sacro».
[45] Appunto per questo culto, il suo vecchio maestro Giambattista Spotorno, nel dar ragguaglio della _Battaglia di Benevento_ nel _Giornale Ligustico_ di Genova, da lui diretto [ann. II, fasc. 4. luglio-agosto 1828, pp. 397-399], piangeva «le stravaganze di un giovine che datosi in balìa ad una troppo vivace immaginazione, travolto dalla lettura del Byron, più non ravvisa nell'uomo che la perfidia e la disperazione». Della _Battaglia_ discorse GIUSEPPE BIANCHETTI nella _Continuazione del Giornale sulle scienze e lettere delle Provincie Venete_, n.º 2. pag. 125 e segg. Ne tratta diffusamente CESARE FENINI [_F. D. Guerrazzi, studi critici_, Milano, Hoepli, 1874; pp. 75-162] e prende anche «a mostrare» [pp. 43-74] «in che e per quali cause il Manzoni sia riescito assai superiore al Guerrazzi». Cfr. pure: FIORENTINO L., _La giovinezza di F. D. Guerrazzi e la Battaglia di Benevento_, Firenze, tip. Baroni e Lastrucci, 1900; in-16.
[46] «Forse il sig. Bertolotti si lasciò indurre a tanto schiccherar di romanzi dall'immenso guadagno di Walter Scott; ma se tale fu lo scopo suo, ci dispiace ch'egli andato sia nelle sue speranze miseramente fallito». Così, e non senza veleno, la _Biblioteca italiana_; la quale lo chiama con ragione: «sdolcinato nello stile, talvolta imitator servile degli ultramontani, nè mai pittor de' costumi, nel che consistere dovrebbe il pregio di questo genere di componimenti». Cfr. _Prospetto delle lettere, arti e scienze nell'Italia_; nella _Biblioteca italiana_, fascicolo di gennaio e febbraio 1826; pp. 56-57.
[47] BERTOLOTTI D., _Brevi ricordi della mia vita letteraria_; in BROFFERIO A., _I miei tempi_; XIII, 233.
[48] _La calata degli Ungheri in Italia nel novecento, romanzo storico originale_; in _Il Ricoglitore_, di Milano, vol. XVII [1822], pp. 181-198 e 253-263; vol. XVIII [1822], pp. 43-54, 124-128 e 238-258; vol. XIX [1823], pp. 39-64. Ne venne fatta una tiratura a parte con la data del 1823.
[49] ALBERTAZZI A., _Del Romanzo_, Milano, Vallardi, 1904; pp. 153 e 162.
[50] Infatti è firmata G. Il Manzoni regalò questa copia all'ab. Giuseppe Bottelli di Arona. Venne poi in mano al prof. Alfeo Pozzi, che la donò al conte Ippolito Cibrario di Torino.
[51] _Storia di Clarice Visconti, Duchessa di Milano, di_ PRECHAC, _versione italiana, con note e tavola cronologica, di_ G. AGRATI, Milano, Giusti, 1827; in-12. di pp. 166. Prezzo lire 1.50.
[52] Ne scrisse oltre 400 pagine, che formano le due prime parti. Cfr. RICOTTI E., _Della vita e delle opere di Cesare Balbo, reminiscenze_, Firenze, Le Monnier, 1856; pag. 34.
[53] Assai più tardi Giuseppe Montani di Cremona incominciò anche lui a scrivere un romanzo. Era intitolato: _Milano, Beccaria e Verri_. Cfr. VANNUCCI A., _Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani_, Capolago, tip. Elvetica, 1843; pp.31-32.
[54] CANTÙ C., _Alessandro Manzoni, reminiscenze_; I, 153-154.
[55] UGONI F., _Della vita e degli scritti di Camillo Ugoni; in Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo XVIII, opera postuma di_ CAMILLO UGONI, Milano, Bernardoni, 1857; vol. IV, pp. 511-512.
[56] UGONI C., Op. cit.; IV, 335.
[57] Alessandro Pestalozza, che fu amico del Manzoni ed era ritenuto dal Rosmini il più valente degli espositori del suo sistema filosofico, mostrando un giorno l'edizione illustrata de' _Promessi Sposi_ ad Antonio Buccellati, giovinetto allora di quindici anni, gli diceva: «Di questo libro, nella prima età, tu assapori gustosamente il dialogo; durante il corso di rettorica, ti allettano le descrizioni; fatto adulto negli studi, ti si rivela la storia intima del nostro popolo nel secolo XVII; e poi e poi ogni volta che tu lo rilegga, in ogni linea senti e ritrovi la storia dell'uomo; gli è questo il miglior trattato di psicologia e morale che io conosca».
[58] È invece così intitolata: _Sul commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto. Opera storico-popolare di_ MELCHIORRE GIOIA, _istoriografo della Repubblica Cisalpina_, Milano, 1º Brumale, anno X. Presso Pirotta e Maspero stampatori-librai; due vol. in-16.