Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1

Part 22

Chapter 223,611 wordsPublic domain

Lucia ripensava con amarezza i mezzi che l'infame Rodrigo aveva saputi mettere in opera a perseguitarla, e si angustiava di quello che avrebbe potuto fare nell'avvenire. Come essere al riparo da un sì scellerato tiranno, vivendo presso a lui? o dove andare? come trovare il sostentamento in quei tempi così scarsi, e quando i risparmj degli anni addietro fossero tutti consumati? Ma l'idea più penosa per Lucia, e quella che rendeva tutte le altre più penose, (giacchè abbiamo promesso di non tacer nulla al lettore di quello che è venuto a nostra notizia), il pensiero invano respinto, e che si mesceva a tutti gli altri, era quello del voto fatto nella notte antecedente. Lucia non confessava a sè stessa d'esserne pentita, ma lo era; le sembrava orribile sconoscenza[239] il rammaricarsi dell'offerta posta sull'altare per ottenere un gran dono, rammaricarsene quando il dono era ottenuto; le sembrava che questo sentimento le avrebbe attirate nuove sventure, e queste meritate, e quindi riprovava il sentimento, ma non poteva farlo scomparire. L'invincibile di tutte le difficoltà, l'amaro di tutte le privazioni, l'inestricabile di tutti gl'impacci le pareva che venisse dal non poter essere di Fermo; con lui tanti inconvenienti sarebbero svaniti, e tutti gli altri sarebbero divenuti tollerabili! ma il pensiero di Fermo era per lei una tentazione, quasi un delitto, e doveva sempre respingerlo. La poveretta non era istrutta abbastanza per conoscere che quella promessa, fatta in una agitazione febbrile, senza meditazione, quasi senza piena coscienza, non era un voto; e ch'ella, già legata con una promessa solenne a Fermo, non aveva il diritto di sciogliere, senza consenso e senza colpa di lui, un legame già stretto da due volontà libere e concordi; e ignorava anche i mezzi che la religione, la quale consacra i voti dell'uomo, offre per liberarlo dai voti quando il loro adempimento invece d'essere una occasione di maggior bene, divenga un ostacolo. Lucia aspettava con ansietà amorosa di rivedere la madre, ma tremava di doverla abbracciare con questo segreto nel cuore, ripugnava di rivelarglielo; e sentiva che il silenzio sarebbe stato impossibile.

Era la poveretta in questi pensieri, e sa il cielo fin quando vi avrebbe durato, quando lo scalpito d'un quadrupede[240], che si fermò nel cortiletto, un salire precipitoso per la scaletta di legno, le annunziò Agnese; la porta si aprì impetuosamente; Lucia fu nelle braccia di sua madre, e tutte le altre idee svanirono. Noi non descriveremo le sensazioni delle due donne in quel rivedersi. Questa è la frase della quale si servono tutti i narratori quando si trovano ad un punto simile al nostro, e fanno bene.

Il lettore conosce i casi e il carattere di quelle due poverette, e deve immaginarsi ciò che hanno sentito e detto. Dopo i primi sfoghi cominciarono le inchieste e i racconti, e il soggetto di essi è pure già conosciuto. Una sola di queste rivelazioni vuol essere ricordata particolarmente. Lucia non sapeva nulla della fuga di Fermo, e questa notizia che la madre le diede, le cagionò le più varie e opposte commozioni. L'assenza di Fermo era certo dolorosa per lei, ma quando seppe ch'egli era in sicuro, provò quasi una torbida consolazione nel pensiero che la tentazione era lontana, che l'esecuzione del suo voto diveniva più facile, che se non altro non verrebbe così presto la necessità di parlarne. Lucia ed Agnese erano in colloquio, quando il buon curato entrò nella casa, cercò di Tommaso (perchè egli non si tratteneva col bel sesso[241] che in casi di somma necessità), e gli disse che il Cardinale domandava Lucia e la buona donna che era stata a prenderla. Questa andò ad avvertire le donne della chiamata: Lucia si alzò per partire, la madre le tenne naturalmente dietro, e le tre donne uscirono dalla casa, e attraversando una folla di curiosi, giunsero alla casa del curato, e furono condotte alla presenza di Federigo.

Quando il buon vescovo doveva parlar con donne, cosa che lo impacciava pure alquanto, aveva per massima di non riceverne mai una sola, quando non fosse decrepita[242], e voleva che una matrona le fosse sempre di compagnia. Nel caso presente invece d'una matrona ve ne aveva due, e tutto era più che in regola. Pure, secondo il suo costume, egli fece tenere spalancata la porta, e si pose in luogo dove potesse esser veduto da chi era nell'altra stanza, e così accolse le tre donne, che erano impacciate almeno al pari di lui, ma per tutt'altri motivi. Il riserbo abituale e il contegno modesto di Federigo non potè fare che non gli apparisse sul volto un non so che di affetto soave nell'accogliere Lucia e nel farle animo: ringraziò pure cordialmente la buona donna del pio uficio da lei prestato, e chiese chi fosse la terza: quando seppe che era la madre di Lucia, si rallegrò pure con lei, e la salutò cortesemente. Quindi pregate le due ultime di scostarsi alquanto, si trattenne con Lucia sulle sue vicende, interrogandola con quella delicatezza che richiedeva il pudore di Lucia e il suo; poichè in quella canizie egli conservava la purità ombrosa di una fanciulla. Ma le inchieste ch'egli faceva a Lucia non erano mosse da una vana curiosità, e nè pure dal solo interessamento per quella infelice innocente: erano venute all'orecchio di Federigo voci sorde, confuse, sul conto della Signora, che gli davano da pensare: e in questa occasione egli sospettava con angoscia che la condotta della Signora con Lucia potrebbe rivelare qualche cosa di quella donna, che era per lui un tristo mistero. Lucia con tanto più di schiettezza e di libertà, quanto essa non sospettava nemmeno di accusare, credeva anzi di lodare, soddisfece alle domande di Federigo, nel quale il sospetto crebbe.

Fin qui per Don Abbondio le cose andavano benone. Le circostanze essenziali della storia stavano senza parlare del matrimonio ricusato, e Lucia aborriva il discorso del matrimonio. Ma il Cardinale, che disegnava di riparlare altra volta con Lucia, e non voleva in quel giorno così burrascoso per lei tenerla più a lungo, chiamò a sè le due donne presenti e lontane, e disse a ciascuna ciò che era più opportuno; ringraziò di nuovo la buona donna, consolò Agnese e l'animò ad ammirare la provvidenza che dopo d'averle dato tanti timori per la figlia, l'aveva liberata con modi inaspettati, e l'aveva fatta conoscere ad uno che aveva il dovere e qualche mezzo per proteggerla. Quella benedetta Agnese fra le risposte che diede con un imbarazzo che in lei era un po' comico, perchè voleva non averne, disse anche queste tremende parole: Già, la colpa in gran parte è del signor curato. Come? di che curato? domandò il Cardinale. Oh bella! del nostro, rispose Agnese. Il Cardinale domandò una spiegazione, e Agnese spiattellò tutta la storia del matrimonio, senza però far motto del clandestino. Federigo, che non voleva fare alcuna dimostrazione prima d'avere inteso il curato, per non manifestare un giudizio che forse avrebbe dovuto ritrattare, tacque, ma si legò al dito anche questa. Si rivolse alla buona donna, e le chiese se fino a tanto ch'egli avesse provveduta Lucia d'un asilo, non le sarebbe stato grave di tenerla presso di sè. La buona donna fu contentissima, il Cardinale la ringraziò e pensò a darle qualche segno di ricompensa; e veduto dal suo abito e dal contegno che un dono di moneta l'avrebbe umiliata, prese da un picciolo scrigno un libretto di orazioni ben ornato e un rosario prezioso, e la pregò di ritenere queste memorie della sua riconoscenza. La buona donna ripose con molta gioja il dono, che si conserva tuttavia dai suoi discendenti con molta pietà e si fa vedere con molto amor proprio. Le donne partirono: Federigo accudì a quello che gli rimaneva di faccende per la visita; e sul far della sera partì da Chiuso, accompagnato da una gran folla, e[243] s'incamminò alla volta di Maggianico, paese famoso per le sue campane[244].

FINE DELLA PARTE PRIMA

AVVISO

Sto per incominciare la stampa del

CARTEGGIO DI ALESSANDRO MANZONI

il quale conterrà, oltre tutte le sue lettere edite, molte di quelle ancora inedite e una scelta assai copiosa delle lettere a lui indirizzate dagli uomini illustri del suo tempo. Chi possiede qualche lettera inedita del Manzoni e desidera abbellirne la nostra raccolta, ne mandi copia al

Dott. GIOVANNI SFORZA

Direttore de' RR. Archivi di Stato di Torino

che cura questa edizione; la quale sarà un buon contributo alla storia letteraria del secolo XIX.

NOTE:

[1] Walter Scott, già rinomato per i suoi poemi e principalmente per quello Intitolato: _The lady of the Lake_, che era noto all'Italia per più di una traduzione, nel 1814 stampò il suo primo romanzo: _Waverley; or, it is Sixty Years since_; al quale, l'anno dopo, tenne dietro _Guy Mannering, or the Astrologer_; nel '16 _The Antiquary_, e _Tales of my Landlord, collected and arranged by Jedediah Cleishbotham, first Series: Black, Dwarf and Old Mortality_; nel '18 _Tales of my Landlord, second Series: Heart of mid Lothian_, non che _Rob Roy_, e _Tales of my Landlord, third Series: Bride of Lammermoor and Legend of Montrose_; nel '20 _Ivanhoe_, poi _Monastery_, poi _Abbot_; nel '21 _Kenilworth_; nel '22 _The Fortunes of Nigel_, e _The Pirate_; nel '23 _Poveril of the Peak_, e _Quentin Durward_; nel '24 _Saint Ronan's Well_, e _Redgauntlet_; nel '25 _Tales of the Crusaders. The Betrothed and the Talisman_; nel '26 _Woodstock; or, the Cavalier, a Tale of the Year 1651_; nel '27 _Chronicles of the Canongate, first Series: the Two Drovers, Highland Widow, and Surgeon's Daughter_; nel '28 _Chronicles of the Canongate, second Series: St. Valentine's Day, or the Fair Maid of Perth_; nel '29 _Anne of Geierstein_; e nel '31 _Tales of my Landlord, fourth Series, containing Count Robert of Paris and Castle Dangerous_.

[2] I primi a far tradurre in italiano i romanzi dello Scott, a stamparli e divulgarli, furono Antonio Fortunato Stella e Vincenzo Ferrario di Milano. Oltre un'edizione economica in-16, della quale nel 1828 già erano pubblicati 69 volumetti, il Ferrario ne stampò anche separatamente in-8. L'esempio ebbe imitatori, tanto «il mondo aspettava ansiosamente e divorava avidamente i romanzi di Walter Scott», per dirla col Manzoni. Nella stessa Milano il Truffi ne mise in commercio una raccolta in volumetti in-16, di 250 pagine, a una lira italiana e mezzo l'uno. A Firenze il Coen dette mano egli pure a una collezione in-16, a due paoli e mezzo il tomo; un'altra fu fatta a Napoli dal Borel e compagni, in-8, a quaranta grani ogni volume; un'altra a Parma dalla Tipografia Ducale, che ne stampava un volume ogni due mesi, al prezzo di otto centesimi il foglio. Francesco Pastori, compilatore della _Bibliografia italiana, giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia_, nel darne l'annunzio [I, 192] scriveva: «In mezzo alle versioni e ristampe che de' romanzi di Gualtiero Scott si vanno facendo in Italia, e quasi diremmo in ciascuna provincia di essa, è bello il vedere come ancora tra noi si onori quel vivacissimo ingegno e si satisfaccia alla curiosità pubblica mediante il divolgamento delle sue scritture». Il Nistri, a Pisa, stampò la raccolta completa, in volumetti in-18; un'altra ne fecero a Napoli il Marotta e Vanspandock. Col _Woodatock_ il Camiglio iniziò a Milano, in-24, le _Amenità di_ WALTER SCOTT, _o suoi romanzi storici abbreviati nelle parti meno importanti, dati però interi i più perfetti_. Giuseppe Cassone a Torino inserì parecchi romanzi dello Scott nella sua _Galleria romantica, ossia collezione scelta di romanzi e novelle piacevoli e morali_, composta di cento volumi in-32, di 200 pagine, de' quali ne usciva fuori uno la settimana, al prezzo di cinquanta centesimi. Del _Peveril Del-Picco_ fu stampata a Milano, nel 1828, una traduzione di Pietro Costa, in cinque volumi in-12.

[3] Giuseppe Nicolini di Brescia, il 29 novembre del 1825, scriveva a Camillo Ugoni a Parigi: «Qui si son letti e si leggono i suoi romanzi, dai letterati, io penso, fino alle fantesche. Genio tremendo! Io l'ho in tanta ammirazione che sebbene nulla abbia letto di Goethe, che tu hai per suo rivale, io credo appena che altri possa essere così grande». Nel saggio biografico sullo Scott poi confessava: «qualunque esser possa il giudizio de' posteri, certo nell'età nostra, e forse in nessuna delle passate, non furono opere nè più lette, nè più tradotte, nè più imitate delle sue, nè scrittore di lui più celebre e popolare». Cfr. NICOLINI G., _Prose_, Firenze, Le Monnier, 1861, p. 200.

[4] SANSONE UZIELLI, _Del Romanzo storico e di Walter Scott_; nell'_Antologia_, di Firenze, n. 39, marzo 1824, pp. 118-144, e n. 40, aprile 1824, pp. 1-18. Nel n. 36, decembre 1823, pp. 58-100, dello stesso periodico, aveva pubblicata la prima parte di questo scritto, intitolandola: _Considerazioni sul romanzo in prosa, desunte dalle diverse vicende della letteratura in Italia e in Francia e dalla condizione sociale delle donne_.

[5] _Gualtiero Scott ed i principali fra' suoi successori di Francia che precedettero il 1830_; nel periodico milanese _Glissons, n'appuyons pas_, ann. XII, n. 81 e n. 82, 7 e 10 ottobre 1840.

[6] Per darne un esempio, trascrivo dalla _Gazzetta di Firenze_, n. 57, 12 maggio 1832. il seguente avviso: «La celebrità dei romanzi del sig. Vittorio Ducange ha determinato i tipografi Bertani, Antonelli e comp. di Livorno di pubblicarne la prima traduzione italiana in venticinque volumi in-18º, in bella carta e caratteri, ciascuno ornato di una bella incisione in rame, al prezzo di lire una» toscana, ossia 84 centesimi.

[7] MANZONI A., _Del Romanzo storico e, in genere, de' componimenti misti di storia e d'invenzione_; in _Opere varie, edizione riveduta dall'autore_, Milano, Redaelli, 1845; pp. 482 e 490.

[8] CANTÙ C., _Alessandro Manzoni, reminiscenze_, Milano, Treves, 1882; I, 150.

[9] S[tampa] S[tefano], _Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie_, Milano, Hoepli, 1885; p. 58.

[10] _L'Ape della letteratura italiana_, ann. II, vol. I, pp. 310-311.

[11] Cfr. _Le avventure di Nigel, romanzo di_ WALTER SCOTT, _tradotto dall'originale inglese dal prof._ GAETANO BARBIRRI, Milano, Ferrario, 1828; vol. 4 in-8; e _La bella fanciulla di Perth, ovvero la festa di San Valentino, romanzo storico di_ WALTER SCOTT, _volgarizzato sul testo inglese da_ GAETANO BARBIERI, Milano, Ferrario, 1829, vol. 4 in-8.

Il Barbieri fu nominato professore di geometria elementare nel Liceo di Mantova il 2 gennaio del 1808 e conservò la cattedra anche sotto la dominazione austriaca, unendo all'insegnamento della geometria quello dell'algebra. Ha alle stampe un'_Orazione ad onore dell'augusta imperatrice e regina Maria Teresa, recitata in Mantova nella solenne distribuzione de' premi dell'anno 1814_, Milano, Gio. Pirotta, 1814; in-8. Tradusse la tragedia di Shakespeare: _Giulietta e Romeo_, Milano, Gaspare Truffi, 1831, in-8; i _Viaggi nell'America meridionale_ di Felice Azara; la _Storia universale_ del Müller; la _Storia della Rivoluzione francese_ del Thiers; qualche opera dell'Hugo e di Paolo de Kock. Fu proprietario e direttore del giornale milanese _I Teatri_; prestò la sua collaborazione al _Nuovo Ricoglitore_, al _Ricoglitore italiano e straniero_ e alla _Rivista europea_.

Cfr. _Le Cronache del Canongate, novelle di_ WALTER SCOTT, _traduzione di_ N. TOMMASEO, Firenze, tipografia Berinelli all'insegna di S. Giuseppe, 1828; in-8.

[12] _Sibilla Odaleta, episodio delle guerre d'Italia alla fine del secolo XV, romanzo istorico di un italiano_, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1827; volumi due in-12 di complessive pp. 664. Prezzo lire cinque. Delle «due traduzioni» m'è nota questa soltanto: _Sibille Odaleta, épisode des guerres d'Italie à la fin du XV siècle, roman historique par_ M. VARÈSE; _traduit de l'italien_, Paris, impr. de Cosson, 1828; vol. 4 in-12.

Ecco l'elenco degli altri suoi romanzi storici:

La _Fidanzata ligure, o sia usi, costumanze e caratteri dei popoli della Riviera ai nostri tempi, opera dell'autore della Sibilla Odaleta_, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1828; due vol. in-18. Il Tommaseo, che ne parlò nell'_Antologia_ [tomo XXXI, n. 91, luglio 1828, pp. 115-128], considera «questo nuovo romanzo come un buon passo dall'A. avanzato nel cammino dell'arte»; confessa però che «la bella e bizzarra _Fidanzata ligure_ non ebbe tra noi così lieta accoglienza come la vecchia _Sibilla Odaleta_». La _Biblioteca italiana_ (tomo 50, aprile 1828, pp, 22-39) così la giudica: «molte doti sono nella _Fidanzata_ che nel primo romanzo non erano, e molte pure erano nel primo romanzo che nella _Fidanzata_ non sono. Quello che ne fa essere assai più severi è lo scorgere che l'imitazione dello Scott s'è fatta ancor più servile e che l'A. entrato in un più bel campo ne uscì senza trarne un miglior profitto». Anche _L'Eco, giornale di scienze, lettere, arti, commercio e teatri_, di Milano, ne parlò a lungo [n. 66, 2 giugno 1828; n. 71, 13 giugno 1828; e n. 81, 7 luglio 1828], Dice che «non è propriamente un romanzo storico, dacchè istorici non sono i fatti, nè i personaggi dell'azione, che ne forma il soggetto»; per conseguenza ben gli si addirebbe il titolo «di romanzo descrittivo». Conclude: «l'autore si è studiato ad ogni poter suo di camminare sulle orme» dello Scott, e nessuno vorrà riprenderlo di «essersi proposto un così eccellente modello»; ma «chi lodar vorrebbe quella maniera sì stretta e come a dire scolastica da lui tenuta nell'imitarlo?» Cfr. pure: _Giudizio pronunciato da alcune signorine intorno alla_ «_Fidanzata ligure_»; in _La Vespa_, di Milano, ann. II, semestre I [1828], pp. 238-243.

_I Prigionieri di Pizzighettone, romanzo storico del secolo decimosesto, dell'autore di Sibilla Odaleta e della Fidanzata ligure_, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1829; vol. tre in-8 fig. Ne parlò _La Minerva Ticinese_, di Pavia, ann. I [1829], pp. 775-783. Di questo e del seguente romanzo fece pure una recensione la _Biblioteca italiana_ [tomo LIX, settembre 1830, pp. 312-351]; ritenendo _I Prigionieri_ di una «mediocrità deplorevole»; l'altro: «troppo mediocre e volgare».

_Gerolimì, o sia il Nano d'una Principessa, dell'autore di Sibilla Odaleta_, Mortara, tip. Capriolo, 1829; in-12 di pp. 352. Cfr. CHIAPPA G., _Sui romanzi in generale e in particolare sul_ «_Gerolimì, ossia Nano di una Principessa, dell'autore della Sibilla Odaleta_»; in _La Minerva Ticinese_; ann. I [1829], pp. 635-640.

_La Preziosa di Sanluri, ossia i Montanari sardi, romanzo storico dell'autore di Sibilla Odaleta, preceduto da una dissertazione dello stesso, intitolata: I Romanzi di Walter Scott e le opere di Rossini_, Milano, presso A. Fortunato Stella e figli, 1829; due vol. in-12.

_Il Proscritto, storia sarda, nuovo romanzo istorico dell'autore di Sibilla Odaleta_, Torino, Giuseppe Pomba, 1830; due vol. in-16 grande, con una incisione in rame.

_Folchetto Malaspina, romanzo storico del secolo XII, dell'autore di Sibilla Odaleta_, Milano, presso A. Fortunato Stella e figli, 1830; tre vol. in-16. Ebbe una ristampa con questo titolo: _Folchetto Malaspina, racconto storico del secolo XII, del cav._ CARLO VARESE, _deputato al Parlamento. Vol. unico_, Torino, tip. di Francesco Franchini, 1863; in-8, di pp. 356.

_I Torriani e i Visconti, o scene casalinghe pubbliche e storiche del secolo XV, dell'autore di Sibilla Odaleta_, Milano, 1839; due vol. in-12.

Per consiglio dell'abate Costanzo Gazzera, scrisse la _Storia della Repubblica di Genova dalla sua origine sino al 1814_, che ebbe due edizioni [Genova, tip. Ynes Gravier, 1835-1838, otto volumi in-8; e Venezia, Fontana, 1840, otto volumi in-16]; compilazione affatto dimenticata, che gli costò quattro anni di ricerche, di studio e fatica, e (a sua stessa confessione) «non fu gradita ai Genovesi, nè dubitarono asserire» ch'egli «l'aveva scritta d'ordine del Governo». Questo lavoro gli aprì le porte della R. Deputazione di storia patria, alla quale fu ascritto come socio corrispondente il 25 febbraio 1837. Tradusse dallo spagnuolo le seguenti commedie:

_In bocca di bugiardo la verità è sospetta, commedia di don_ GIOVANNI RUIZ, _liberamente tradotta dallo spagnuolo_, Milano, vedova Stella, 1841; in-18.

_Sì col labbro e no col cuore, ossia il consentimento delle ragazze, commedia di_ L. F. DI MORATIN, _traduzione dallo spagnuolo_, Milano, vedova Stella, 1841; in-16.

[13] _Brevi notizie sulla vita di_ CARLO VARESE; in BROFFERIO A., _I miei tempi, memorie_; XVII, 96-98.

[14] Invece il Tommaseo, la giudica «opera di forte ingegno»; afferma che «dalla storia il ch. A.» ha «saputo trarre partito a rendere animato e vero ed efficace il racconto»; che «non si può non ammirare un talento di descrizione, una fecondità drammatica pressochè originale»; che «la vivezza della pittura ricopre quasi sempre anche i pochi difetti della concezione»; riconosce però che «de' dialoghi altri son distesi con naturalezza e con grazia, altri tengono un po' del pesante e dell'affettato»; conchiude, che «quel che si dice del dialogo, può dirsi de' sali: altri piccanti, naturalissimi, originali, più fini tal volta di Walter Scott, il qual cerca spesso lo spirito nell'amarezza e l'acume nella singolarità; altri languidi, mendicati, comuni». Cfr. _Antologia_, di Firenze, tom. XXIX, n. 87, marzo 1828, pp. 87-93.

[15] _Il Castello di Trezzo, novella storica di_ G. B. B., Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1827; in-8 di pp. 146, con una incisione rappresentante gli avanzi del castello. Prezzo lire 2.60 ital.

[16] Del _Carmagnola_ la _Gazzetta di Genova_ dette questo giudizio [n. 5, 15 gennaio 1820]: «Una tragedia ove sono apertamente violate le inviolabili leggi della unità di luogo e di tempo; tragedia di cui eroico non è l'argomento, giacchè non v'è in essa di greco altro che un coro, ed è tutta irta di nomi, italiani sì, ma volgari, trattandosi di fatto troppo recente (1426-32); tragedia in cui gli interlocutori si danno del _voi_, e la verseggiatura, sebbene nulla abbia in sè di vizioso, e sia anzi lavorata con maestria e naturalezza assai, pure osa scostarsi da quella uniforme e stringata rigidezza, che deve esser indispensabile allo stile tragico, dopo l'esempio d'Alfieri; tale tragedia non può, fuor di dubbio, giudicarsi che pessima e perniciosa. Molti sono d'avviso contrario, e ci avvediamo, pur troppo, ch'essa è letta con piacere, e e la si trova ricca di nuove e schiette bellezze. Ma noi devieremmo dal sentiero felicemente battuto da' giornalisti confratelli, a cui, come sa ciascuno, sta di tanto più a cuore l'onor letterario italiano, che non l'utile proprio, se non fulminassimo, e tosto, colle più solenni censure il _Conte di Carmagnola_, l'autore, i lettori plaudenti e per ultimo il tipografo. Ci vien detto che il sig. Alessandro Manzoni sia noto e caro non meno ai buoni studj che ai veri filantropi. Che monta? egli ha peccato. Vi sono autorità in letteratura a cui è dovere l'ubbidire, sotto pena di essere dichiarato ribelle. E che è poi questo appellarsi alla ragione, e scrivere una _prefazione_, che porrebbe in imbarazzo chiunque volesse confutarla con lealtà? Per buona sorte, ove trattasi di autorità letteraria, la ragione e la lealtà sono frivolezze». La _Gazzetta_ però nel suo numero del 12 febbraio stampava _La battaglia di Maclodio_, confessando: «è un magnifico pezzo di poesia lirica, in cui si compiangono i miseri effetti di una battaglia data tra italiani e italiani. Quest'ode, o inno, o coro, come il chiama l'Autore, commove gagliardamente nell'udirlo recitare separato, molto più che leggendolo ove è posto, e viemmeglio se ne assaporano le molte e singolari bellezze».