Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 2
Riamicatosi col Carmignani, che poi doveva maledire appena fu morto, scrivendo e stampando: «La terra gli sia leggera, o pesa a sua posta, che altre parole non merita»; in una lettera che gli indirizzò il 10 maggio del '27 gli dice: «Voi, se ben veggo, procedete avverso alle nuove dottrine. Vere e diritte saranno le sentenze vostre; ma certo non vorrete negarmi Shakespeare, Schiller, Goethe, Byron nulla aver di comune coi teatri greco e francese, e non per tanto essere alti quanto il volo dell'aquila di Bonaparte. L'italiano Manzoni si conduce sul nuovo cammino, e, in percorrendolo, si mostra figlio d'avventuroso padre; vi si accosta con meno ingegno di lui Niccolini, e ne deriva un'opera, se non meravigliosa, certamente commendevole e commendata.... La mia stima per voi dimostrerò col domandarvi un consiglio. Gli amici miei mi si son messi attorno e mi sollecitane a comporre un romanzo storico, dicendomi di questo genere di componimenti andare difettosa l'Italia, le altre nazioni onorate, questo esser fonte di fama, questa opera importante, per la quale è concesso narrare quelle cose che la storia non può; e già l'animo mio v'inchina, come quello che è vago di casi misteriosi, intollerante di freno, e anelo di ordire lunga serie di eventi; ma, innanzi che per me si ponga mano all'opera, siatemi cortese... di vostro consiglio, e ditemi se stimate voi il romanzo storico tal opera che vaglia la pena di essere scritta».
Ecco la prima idea della _Battaglia di Benevento_. Nell'ottobre dello stesso anno 1827 è in cerca d'un editore, e si rivolge a Vincenzo Batelli di Firenze, in grido a quel tempo. Il giorno 12 gli scrive: «Ho da offrirgli un romanzo, diviso in 4 volumi, che gradirei fosse pubblicato nella capitale. Il suo soggetto è: _La caduta della famiglia di Svevia nel Regno di Napoli_; l'epoca il 1265; il merito, quello sarà giudicato. Le condizioni della vendita del manoscritto sono: una edizione piuttosto bella che brutta, la stampa del 1º tomo avanti la metà di novembre, un numero di copie ch'Ella crederà conveniente di mandarmi.... Si faccia coraggio a stampare romanzi, perchè gli stessi Pievani della _Biblioteca italiana_ a poco a poco diventano romanzieri, e nell'ultimo fascicolo lodano il _Castello di Trezzo_ e promettono _meditate parole_ su i _Promessi Sposi_»[34]. L'offerta non fu accolta. Il Guerrazzi allora si accordò con la tipografia Bertani, Antonelli e C. di Livorno. Il 16 ottobre del '27 uscì il manifesto di associazione. Questi i patti: quattro volumi, il primo da venire in luce al più presto, gli altri ogni quaranta giorni; prezzo, due lire toscane al volume. L'I. e R. Censore scriveva al Governatore di Livorno il 29 dello stesso mese: «L'autore ha sottoposto solo il primo tomo, che fu da me letto e approvato sotto dì 19 corrente. Mi è paruto pregevole e per la vivacità e novità dei pensieri e per la nitidezza dello stile col quale egli si sforza di emulare gli altri scrittori recenti, che hanno assunto l'incarico di ridonare alla lingua nostra il suo antico splendore; e son persuaso che, se il restante dell'opera corrisponderà al principio, questo romanzo acquisterà fama presso le persone di lettere»[35].
Il 26 di novembre un esemplare del primo volume, uscito allora di mano al tipografo, pigliava la via di Pisa, accompagnato da questa lettera al Carmignani: «Gli oltraggi che noi giovani scrittori facciamo alla carta sono maggiori di quelli che un crocchio di vecchie femmine possono fare al pudore. Questo volume, che la gentilezza vostra vorrà ben farmi grazia di non rifiutare, è una nuova prova di quanto ho detto poc'anzi.... Voi vedrete che ho fatto tesoro dei vostri consigli intorno allo stile: riguardo a ciò che mi avvertiste sul tentare il pubblico con piccoli racconti, non ho potuto». Un altro esemplare fu dal Guerrazzi stesso portato a Firenze, e con le proprie mani lo presentò a Leopoldo II Granduca di Toscana. «Si sappia» (così in una lettera al Governatore) «com'io, terminato appena il primo volume della _Battaglia di Benevento_, mi partii da Livorno, e andai ad offrirlo, in segno di riverenza e di amore, al buon Sovrano, ed egli lo accettava cortese, ed ogni qualvolta mediante il sig. cav. Giuseppe Sproni gli feci presentare i volumi successivi, si degnò sempre parteciparmi la sua paterna benevolenza»[36]. Il 31 gennaio del '28 pregò il Carmignani «di accogliere cortese il secondo volume del romanzo»[37]. La lettera con cui gli accompagnò il terzo è perduta; il quarto e ultimo glielo mandò il 2 di maggio[38].
Il Guerrazzi dava lode a Carlo Leoni di Padova di avere lui solo côlto «il vero spirito» de' suoi scritti; e il vero spirito era questo: «Io non ho voluto fare romanzi, ma poemi in prosa». Il Leoni, peraltro, sfondò una porta aperta. Fin dal primo apparire della _Battaglia_ lo Zaiotti nella _Biblioteca italiana_[39] aveva scritto: «poesia vera è la sua prosa»; notava Niccolò Tommaseo nell'_Antologia_: «L'importanza dell'argomento, la novità del lavoro, meritano che il ch. A. si consideri non come romanziere, ma come poeta e l'opera sua come una nuova epopea»[40].
La _Battaglia_ (son parole del Guerrazzi) «incontrò fortuna oltre il suo merito e fu il Beniamino della critica». Infatti lo Zaiotti la chiama: «libro affatto singolare»; ne riconosce «gli ammirabili pregi», le «nuove e somme bellezze»; e nell'autore «un ingegno sì nobile». Il Tommaseo trova che «l'energia del disegno si svolge con sempre nuovo calore ed impeto, nelle immagini e negli affetti»; per lui la «sicurezza, con la quale il Poeta si lancia agli estremi e li passeggia, a dir quasi, è mirabile». E soggiunge: «ci sarà dell'avventato, dello strano, dell'esagerato; chi 'l nega? ma c'è del vero; e profondo; e di quello che mostra verissima la presenza del genio». Nota «la forza, la concisione, la disinvoltura e l'armonia dello stile, che trasse dal trecento quel tanto che convenisse al soggetto, e ve l'adattò con grand'arte e potenza»; non senza però «una certa affettazione di forza, che tien del convulso; ma i difetti, la lima e l'età posson torli; i pregi vengono dal fondo dell'anima». Giuseppe Mazzini scrisse: «E moto e vita e genio sono in questa storia della _Battaglia di Benevento_.... A qualunque leggerà i quattro volumi che la compongono, non accecato da pregiudizi, non inaridito dalla bassa invidia, sarà forza esclamare con noi: questi è chiamato a grandi cose dalla natura.... Lo stile ha sempre un'impronta originale di severità, sovente d'una profonda energia; v'hanno pagine intere dove ogni vocabolo cova un'idea, e una di quelle idee, che, com'altri disse, _abbrucian la carta_. È stile insomma d'uomo che tenta rompere il sonno a' giacenti». De' difetti, sul più grave e dannoso, posò il dito per il primo: «Bella suona la rampogna dei forti all'orecchio dei neghittosi; bello è lo sdegno, quando cova nel petto d'un generoso un nobile fine di miglioramento; ma non s'adegua un tal fine col gridare ad una gente caduta in fondo:——travolgiti eternamente nel fango; non v'ha speme di risorgimento per te——odio l'uomo, che può intuonare sulle rovine l'inno della gioia; ma tra la gioia e la disperazione, la natura pose lo sdegno e il dolore: lo sdegno, che non getta in fondo, ma incita; il dolore, che geme e si lagna, ma lancia talora un guardo di speme nell'avvenire, perchè anche sul terreno dei vinti germogliano le rose della speranza. O giovane! tu hai possanza d'immaginazione e di cuore e di mente.... Non offuscare queste tue doti colla nube della disperazione, perchè essa fa del creato un deserto... Ricordati che il fine d'ogni scrittore è d'illuminar commovendo; e che ogni scossa è soverchia, dove non riveli un profondo vero; inutile ogni quadro, se dal fondo non penetri il raggio della speranza»[41].
A queste parole fecero eco l'_Antologia_[42] e la _Biblioteca italiana_. Il Guerrazzi, che prevedeva l'accusa, mettendo le mani avanti, così aveva scritto al Carmignani: «Non so se le proteste che principiano e conchiudono il libro vagliano a scusarmi degli amari pensieri che vi ho sparso per entro; certo sono andato più oltre di quello che soglio meditare su le condizioni umane; ma il dolore, che mi ha lungo tempo travagliato, mi scusi——un amico diletto, giovane di alte speranze, instruito in cinque lingue straniere all'età di venti anni, Carlo Bini, ferito a tradimento di tre colpi mortali, stette per quarantatre giorni in pericolo di vita.——In questo tempo[43] fu scritta la maggior parte dell'opera:——passava il giorno al suo capezzale, le notti a gittare _tumultuosamente_ su la carta ciò che l'anima aveva sentito nelle pietose visite. D'altronde poi non v'è scelleratezza descritta nel mio romanzo che non sia avvenuta nel mio paese, che fatalmente, spogliando quell'indole mansueta, tanto celebrata dai viaggiatori tra gli altri toscani, ha assunto la ferocia per la quale una volta andavano detestati i genovesi.——Qui, cosa incredibile, è diventato il ferire un diletto, le uccisioni un titolo di gloria. Sperano i buoni nella severità del Governo, e insieme con la _provvidenza_ pregano dal cielo un par di forche in piazza grande——siano esauditi i loro voti».
Nella prefazione poi alla quindicesima ristampa, fatta a Firenze nel '52, e curata da lui stesso con ritocchi di lingua e di stile, confessa: «Rileggendo adesso la Battaglia di Benevento parmi libro ardentissimo e non di bella fiamma: vi traspira dentro un certo sgomento, per nulla naturale alla età in cui lo dettai.... e un alito di dubbio, il quale appena si perdona agli uomini i quali, sviati dalle decessioni, si sentono sazii di vita; fra tutti i tristi peccati, pessimo. Di ciò ne incolpo tre cose principalmente; i molti guai che me fino dai primi anni inasprirono, e la pazienza corta a sopportarli[44]; la condizione dei tempi, che parve agli inesperti irrimediabile; e il culto che professavo e professo ancora a Giorgio Byron[45]. Ma se questo basta alla scusa, non basta alla lode». Con la stessa penna, con la quale faceva questa nobile ammenda, stava allora scrivendo la _Beatrice Cenci_. Fidatevi, se è possibile, degli atti di contrizione de' romanzieri!
Un «gran schiccherar di romanzi» aveva fatto, prima del Manzoni, del Varese, del Bazzoni e del Guerrazzi, Davide Bertolotti, «il redivivo abate Chiari», come lo chiama la _Biblioteca italiana_[46]. Racconta nella propria autobiografia, che «procacciata» a' suoi scritti «la grazia del sesso gentile», corse «più risolutamente l'umana palestra», pubblicando «viaggi dilettevoli e romanzi d'amore». Di questi ricorda l'_Isoletta dei Cipressi_, il _Ritorno dalla Russia_, il _Tappeto nero_, l'_Amore infelice_, le _Due sorelle_ e «molte altre novelle»; non che «la _Calata degli Ungheri in Italia_, romanzo storico, ed _Amore e i Sepolcri_»; e soggiunge: «forse la ingrata dimenticanza cuopre ora questi libri, e la presente generazione gl'ignora; ma chi asserisse ch'essi fecero la delizia della generazione che ora si spegne, non si dilungherebbe troppo dal vero. Giorni felici, in cui la fortuna non aveva per me che sorrisi!»[47].
Inviando un esemplare della _Calata degli Ungheri_[48] a Giuseppe Acerbi, direttore della _Biblioteca italiana_, gli scriveva il 5 febbraio del 1823: «Esso è il primo romanzo originale istorico che sia comparso a luce in Italia. Questo è il solo titolo per cui mi lice raccomandarlo alla tua benevolenza. Desidero che il libro si raccomandi meglio da sè». Il Bertolotti, «attingendo al Muratori e al Sigonio», volle esser de' primi a imitare lo Scozzese; però, come nota l'Albertazzi, «si accosta già al Visconte d'Arlincourt, grande inventore di sensazioni forti e di agitazioni sentimentali, il più romantico seguace dello Scott»[49].
Uno dei romanzi pubblicati in Italia prima de' _Promessi Sposi_ attirò l'attenzione del Manzoni, e tanto gli piacque, da copiarne perfino di sua mano la recensione che n'era stata fatta: forse uscita dalla penna del Grossi[50]. È la _Storia di Clarice Visconti, Duchessa di Milano_, che Giovanni Agrati finse di aver tradotto dal francese[51]. La recensione diceva: «Que' che si sono addimesticati colla lettura dei romanzi di Richardson e di Laclos, troveranno forse di soverchio semplice la _Storia di Clarice Visconti_, tutto il cui merito consiste appunto in tale semplicità di condotta, di stile, di accidenti, che molto s'accosta a quella della natura, e quindi alla verità. Tale è il destino, come delle belle arti, così delle belle lettere, che ove audaci ingegni abbiano una volta spinto le produzioni di esse a certo grado di artifizio e di raffinamento, più non lasciano all'inebriato intelletto la facoltà di gustare le bellezze semplici e primitive della natura, le sole per altro cui sia dato di lungamente e innocuamente toccarci. Così a raffinatissimi ingegni, dopo le letture di Tasso, o d'Ariosto, accade spesso che sfuggano le bellezze d'Omero. A' giorni nostri un seguace di Mozart, che tutto dona all'armonia, trova stucchevole quell'aria di Cimarosa, il cui bello riposa tutto nel semplice della melodia, cioè a dire nella imitazione della natura. E così un gotico architetto riderebbe oggidì della miseria dei nostri palagi, come un palato avvezzo a cibi squisiti, sarebbe insensibile al moderato salubre tocco di cibi più semplici. Che che sia però della semplicità, o a meglio dire della naturalezza, della _Storia di Clarice_, noi siam d'avviso che chi avrà letto le prime pagine, difficilmente poserà il libro prima di aver raggiunta la fine. Questo è almeno quanto a noi stessi è avvenuto, essendoci fatti a leggere questo grazioso libretto senza prevenzione di sorta. Ma noi non anticiperemo nulla sul contenuto di esso, nè molto meno ne daremo un'analisi; non volendo defraudare i suoi lettori, di quella parte di piacere che in fatto di romanzi risulta dalla novità. Solo per dare, fra i molti che si potrebbero, un saggio di quella semplicità, di cui abbiamo parlato, riferiremo la lettera in cui l'ammiraglio Bonnivet rivela la sua passione a Clarice Visconti. Avendosi questa lasciato uscir di bocca, in certa conversazione, che lo spirito, tanto decantato, dell'ammiraglio, non le pareva corrispondere alla fama che n'era corsa, e ciò pervenuto a di lui orecchio, così le scrive: _Sono lietissimo che vi siate accorta ch'io manco di spirito. Anzichè disingannarvene, vi scrivo per confermarlo; perchè tosto ch'io vi veggo, o penso a voi, tutti i miei sensi si turbano, il mio cuore viene agitato da mille pensieri diversi, e mi trovo sì imbarazzato e confuso, che non ho più lena a parlarvi. Non mi biasimate dunque di un difetto, di cui siete voi stessa cagione. Io sono deciso di non emendarmene mai più, amando meglio mancar di spirito finchè vivo, che cessar d'amarvi._ In questa lettera non vi sono disperazioni amorose, non frasi affettate, non ricercate parole, con cui si maschera sì spesso la povertà delle idee, e per questo lato può servire oggidì di lezione a molti scrittori.
«Ma perchè non si creda voler noi spacciare la produzione del signor Prechac, come esente da ogni difetto, laddove ad altri non sarà malagevole il rinvenirne, noi confesseremo di averne pur rinvenuti; e citeremo il più grave a nostro avviso, quello ove l'autore dà in isposa al Duca Sforza la nostra Clarice, contro ogni verità della storia. Vero è che Prechac, il quale intitola _storia_ il suo libro, dà chiaramente a divedere di aver voluto scrivere un romanzo. Ma noi dimandiamo, se anco in romanzi sia poi lecito servirsi di nomi veri, per narrar fatti dalla verità cotanto lontani.
«Ma chi è questo Prechac autore, del romanzo?——Noi abbiam consultato i dizionari, scossa la polvere di qualche armadio nelle biblioteche, e non trovammo Prechac. Sarebbe dunque autore il preteso traduttore? Ce lo farebbero sospettare le note, cui il traduttore confessa per sue. Di molta e schietta erudizione vanno adorne codeste note; di molte ardite e il più delle volte giuste riflessioni sono piene; e assai rischiarano la storia vera dei tempi cui si riferiscono; donde nascerebbe non irragionevol dubbio, dopo averle ben lette, che il romanzo sia stato, per così dire, un pretesto, e le note lo scopo. Se così è, noi ci rallegriamo col signor Agrati, autor probabile del romanzo, ed autore confesso delle note. Per giustificare, almeno in parte, il nostro giudizio sul valore di queste note, noi ne citeremo due soli passi. Nel primo si parla del magno Trivulzio. Ne_lla guerra egli era la perla dei capitani del suo secolo, per usare l'espressione del sig. Thevet; e il maestro di tutti i grandi uomini francesi che militarono con lui e sotto di lui. Terribile in campo e in faccia al nemico, intrattabile in pace, e inaccessibile agli amici e a quelli stessi che lo avevano beneficato nell'avversa fortuna, imperterrito nei disastri, piccolo e vile negli avvenimenti lieti; protettore degli uomini di lettere, orgoglioso e inquieto, senza carattere, e chiamato da alcuni l'uomo a tre faccie, per avere egli servito gli Sforza contro gli Aragonesi, gli Aragonesi contro i Francesi, e i Francesi contro gli Aragonesi e gli Sforza; tale è l'idea che ci possiamo formare del magno Trivulzio dalla di lui vita, scritta dal signor cav. de Rosmini, con bellezza e fedeltà storica degna di lode._ Nel secondo si parla dell'Italia. _Tale a un dipresso era la condizione a cui venne ridotta in quel tempo l'Italia. Gli stranieri, dopo varie vicende, poco dissimili da quelle dell'Italia stessa, divennero saggi, e pensarono a fortificarsi e ad unirsi nel loro paese... Gli stranieri, cui gl'Italiani volevano espellere dal loro suolo, se ne impadronirono, e fecero sentir loro il torto di averli chiamati barbari. I_ barbari, _che così venivano designati i Tedeschi, i Francesi e gli Spagnuoli, salirono tant'alto, chi nel sapere, chi nel vero essere di nazione, che si lasciarono, sotto questo riguardo, molto al disotto la bella e troppo orgogliosa Italia; la quale andava intanto, e va forse pur ora gridando essere stata la prima nazione, la maestra del mondo. Credendosi gl'Italiani col pensiero sempre là dov'erano un tempo, divennero di fatto più forestieri a loro medesimi di quello che fossero i Milanesi cogli Spagnuoli, i Piemontesi coi Francesi, e i Napoletani coi Greci, e oserei dire coi Turchi; desiderando gli Spagnuoli quando avevano i Francesi, e desiderando i Francesi e i Turchi quando avevano gli Spagnuoli o i Tedeschi_».
Il merito d'aver dato all'Italia il primo romanzo storico sarebbe toccato a Cesare Balbo se tirava a fine la sua _Lega di Lombardia_[52], incominciata tra il 1815 e il 1816[53].
III.
Come e perchè balenò alla mente del Manzoni il pensiero di scrivere un romanzo, e di scriverlo pigliando per soggetto la Lombardia nel sec. XVII?
Il Cantù ebbe a dire: «Se si ricordino i legami della famiglia Manzoni colla Filangieri di Napoli, acquista alcuna probabilità l'ipotesi lanciata da Camillo Ugoni, che Manzoni abbia tratto o il concetto o l'impulso da un passo di Gaetano Filangieri, ove per l'educazione del popolo raccomanda i romanzi storici»[54] Nella vita che di Camillo Ugoni scrisse il fratello Filippo si legge: «Ci fa poi sapere nel suo articolo su Filangieri che la prima idea dei _Promessi Sposi_ venne al Manzoni, o crede venisse, dalla lettura ch'ei faceva con grande amore, mentre era tuttavia giovane, della _Scienza della Legislazione_ e precisamente del capo X articolo 3º intitolato: _Letture da proporsi ai fanciulli_, ove il Filangieri esprime il voto di vedere scritto un romanzo, quale è riuscito, e certo riuscì ben sopra ai desiderii dell'illustre napoletano, quello dei _Promessi Sposi_»[55]. Peraltro, Camillo Ugoni non si è mai sognato di scrivere ciò che il fratello Filippo e il Cantù gli fanno dire. Quello che dice è questo: «il Filangieri, parlando del sonno, e concedendolo lungo di ben dieci ore alla infanzia che ne abbisogna, lo vien poi scemando per gradi coll'età, e, tenendo ferma per tutta la vita l'ora della svegliata, lo sottrae all'ora del porsi a letto. Per rimuovere poi dalla promulgata vigilia insieme col sonno anche la noia, che vuol sempre fuggirsi in una buona educazione, propone per quell'ora guadagnata sul sonno la lettura piacevole di romanzi... Ma quali romanzi? Filangieri vuole che siano storici, e che.... gli eroi ne sieno tolti dalle professioni de' fanciulli stessi.... Siamo fortunati di poter stringere in due parole la definizione che ne dà Filangieri, dicendo ch'egli avrebbe voluto de' _Promessi Sposi_»[56].
Avrebbe invece voluto un romanzo storico adattato all'intelligenza dei fanciulli, non de' _Promessi Sposi_; giacchè il Manzoni, «analizzatore fino e profondo di caratteri originalmente sorpresi nella natura, rappresentatore artisticamente immediato della realità, non è autor da ragazzi», come nota con molta ragione Giosuè Carducci[57].
Del resto, che il desiderio del Filangieri desse al Manzoni «il concetto o l'impulso» a scrivere il romanzo, è falso addirittura. Quale realmente fosse questo concetto e questo impulso l'accennò per il primo il prof. Antonio Buccellati in un libro, scritto e incominciato a stampare vivente il Poeta; ma venuto fuori pochi mesi dopo che fu morto. Ne trascrivo le parole: «Rattristato Manzoni per i rovesci del 1821, la morte e la prigionìa degli amici, disse a Grossi ch'egli, non potendo più vivere a Milano, intendeva ritirarsi colla famiglia a Brusuglio. Grossi trovò savio il pensiero del Manzoni, e se ne valse anche per suo conto, seguendo l'amico nel suo romitaggio. Tra i libri che Manzoni portava seco da Milano eravi la Storia del Ripamonti e l'_Economia e Statistica_ del Gioia[58], in cui si trovano citate le gride contro i bravi e gli inconsulti decreti annonari. Oh che tempi!——diceva Manzoni a Grossi, segnando specialmente le pagine del Ripamonti che alludono all'Innominato——sarebbe bene porre sott'occhio in modo evidente questa istoria.... Per allora a Manzoni non brulicava in capo altra idea se non il consiglio dato da quella furbacchiona di Agnese; a questa idea si univa quella delle gride e dei bravi, di cui Gioia gli offriva la storia esposta dal Ripamonti, quella dell'Innominato e della peste, nella quale la carità esercitata da' Francescani gli suggeriva l'ideale di fra' Cristoforo. Ecco l'origine genuina dei _Promessi Sposi_, come con tutta semplicità esponeva Manzoni ad un suo intimo amico»[59]. Il nome di questo amico è svelato da Niccolò Tommaseo in una lettera a Carlo Morbio. «Il napoletano marchese Alfonso di Casanuova (della famiglia stessa di quel Ventignano, autore tragico e duca), giovane d'eletto ingegno e d'esemplare carità, esercitata insegnando a' bambini del popolo per infino alla morte, mi diceva d'avere da don Alessandro Manzoni, che lo pregiava e gli mostrava sin le minute dei suoi scritti immortali[60], e gli indirizzò una lunga lettera intorno alla lingua[61], d'aver sentito come gli fosse prima occasione a pensare i _Promessi Sposi_ la lettura del Ripamonti, del quale io gli intesi, negli anni che stava componendo il romanzo, commendare il latino elegante, egli, che anco dal linguaggio de' latini scrittori ebbe ispirazione a' suoi versi. Questa lettura, che l'avrà forse più attratto co' pregi della locuzione, per riscontro provvido s'abbattè accompagnarsi con quella di un libro di Melchiorre Gioia, nel quale recavansi quelle _gride_ di Governatori spagnuoli, che il romanzo con giustizia pia appose al collo di costoro, mettendoli in gogna cospicua a tutta la terra»[62].