Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 19
Il Conte accompagnò queste parole con una faccia convulsa, e con gesti da spiritato[226], ma Federigo, con una calma solenne, che comandava il silenzio e l'attenzione, replicò: Che può far Dio di voi? Quello che d'altri non farebbe. Cavarne da voi una gloria che altri non gli potrebbe dare. Fare di voi un gran testimonio della sua forza.... e della sua bontà. Poichè finalmente, che vi accusino coloro ai quali siete oggetto di terrore, è cosa naturale; è il terrore che parla e si lamenta, è un giudizio facile, poichè è sopra altrui, fors'anche in taluno sarà invidia, forse v'ha chi vi maledice, perchè vorrebbe far terrore anch'egli: ma quando voi accuserete voi stesso, quando il giudizio sarà una confessione, allora Dio sarà glorificato. Questo può far Dio di voi——e salvarvi.
——No: Dio non vuol salvarmi, replicò il Conte, con un dolore disperato.
Non vuole? disse il Cardinale. Io che sono un uomo miserabile, mi struggo dal desiderio della vostra salute; voi non ne avete dubbio; sento per voi una carità che mi divora; è Dio che me la ispira; quel Dio che ci ha redento non sarà grande abbastanza per amarvi più ch'io non vi ami?
La faccia del Conte[227], fino allora stravolta dall'angoscia e dalla disperazione, si ricompose, si atteggiò al dolore; e i suoi occhi, che dall'infanzia non conoscevan le lagrime, si gonfiarono, e il Conte pianse dirottamente.
——Dio grande e buono! sclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al cielo: che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perchè tu mi facessi degno di assistere ad un sì giocondo prodigio? Così dicendo egli stese la mano per prendere quella del Conte.——No, gridò questi, no: lontano, lontano da me voi: non lordate quella mano innocente e benefica. Non sapete quanto sangue è stato lavato da quella che volete stringere?
——Lasciate, disse Federigo, afferrandogli la mano con amorevole violenza, lasciate ch'io stringa con tenerezza——e con rispetto——questa mano, che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti poverelli, che si stenderà umile, disarmata, pacifica, a tanti nemici.
——È troppo, disse il Conte singhiozzando. Lasciatemi, Monsignore.... buon Federigo; un popolo affollato vi aspetta.... tanti innocenti, tante anime buone... tanti venuti da lontano per vedervi, per udirvi; e voi vi trattenete.... con chi!
——Lasciamo le novantanove pecorelle, rispose Federigo amorevolmente; sono in sicuro, sono sul monte: io voglio ora stare con quella che era smarrita. Quella buona gente sarà ora forse più contenta che se avesse tosto veduto il suo vescovo. Chi sa che Dio, il quale ha operato in voi il prodigio della misericordia, non diffonda ora nei cuori loro una gioja di cui non conoscono ancora la cagione? Son forse uniti a noi senza saperlo; forse lo Spirito pone nei loro cuori un ardore indistinto di carità, una preghiera ch'egli esaudisce per voi, un rendimento di grazie, di cui voi siete l'oggetto non ancor conosciuto.
Al fine di queste parole, stese egli le braccia al collo del Conte, il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, dopo aver resistito un momento, cedette come strascinato da quell'impeto di carità, abbracciò egli pure il Cardinale, e abbandonò il suo terribile volto su le spalle di lui. Le lagrime ardenti del pentito cadevano sulla porpora immacolata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo cingevano quelle membra, premevano quelle vesti su cui da gran tempo non avevano posato che le armi della violenza e del tradimento.
Sciolti da quell'abbraccio, il Cardinale disse con un affetto ansioso al Conte: parlate[228], parlate: apritemi il vostro cuore: ditemi i pensieri che più vi tormentano; quello che hanno di più amaro si sperderà passando su le vostre labbra; il dolore che vi resterà sarà misto di giocondità, sarà una giocondità esso medesimo; non vi lasceranno altra puntura buona che il desiderio di riparare al già fatto. Dite: forse v'è qualche cosa a cui si può riparare ancora.
——Ah sì, interruppe il Conte: v'è una cosa a cui si può riparare tosto: il fatto è turpe, è atroce, ma non è compiuto. Lodato Dio, che non lo è! Per farvelo conoscere è d'uopo ch'io appaja dinanzi a voi, per mia confessione, quello ch'io sono, uno scellerato.... e un vile birbone; ma, non importa, quello che importa è di cessare una crudele iniquità.
Federigo stava ansioso attendendo, e il Conte narrò dell'infame contratto di Lucia, del rapimento, dell'arrivo di essa al suo castello, delle sue suppliche, e dei primi pensieri che a cagione di queste gli erano venuti.
Il buon vescovo impallidì alla storia dei patimenti e dei pericoli di quella giovinetta; ma quando intese ch'ella si trovava ancora al castello: Ah! disse, è salva, è intatta: togliamola tosto da quell'angoscia: ah voi sapete ora che cosa sono le ore dell'angoscia; abbreviamole a questa innocente. Voi me la date...?
——Dio? sciamò il Conte, che uomo son'io, se mi si richiede come un dono ciò ch'io non ho in mio che per la più vile prepotenza! se mi si chiede per misericordia di non essere più un infame!
——Il male è fatto, rispose Federigo: quello che è da farsi è il bene, e voi lo potete; voi lo volete; Dio vi benedica. Dio vi ha benedetto. D'una iniquità, voi potete ancor fare un atto di virtù e di be-neficenza. Sapete voi di che paese sia questa poveretta?
Il Conte glielo disse; Federigo allora scosse il suo campanello; alla chiamata entrò con ansietà il cappellano, il quale in tutto quel tempo era stato come sui triboli, e veduta la faccia tramutata, umile, commossa del Conte, e su quella del Cardinale una commozione che pur traspariva da quella sua tranquilla compostezza, restò colla bocca aperta, girando gli occhi dall'uno all'altro. Ma il Cardinale lo tolse tosto da quella contemplazione, mezzo estatica e mezzo stordita, dicendogli: Fra i parrochi qui radunati ci sarebbe mai quello[229] di....?
——V'è, Monsignore illustrissimo, rispose il cappellano.
——Lodato Dio, disse il Cardinale: chiamatelo e con lui il curato di questa chiesa.
Il cappellano uscì nell'altra stanza, dove i preti congregati aspettavano il suo ritorno con la speranza di saper qualche cosa d'un colloquio che gli teneva tutti sospesi. Tutti gli occhi furono rivolti sopra di lui: egli alzò le mani e movendole l'una contra l'altra con un gesto come involontario, tutto trafelato, come se avesse corso due miglia, disse: Signori, signori: _haec mutatio dexterae Excelsi_. Il signor curato della chiesa e il signor curato di.... sono chiamati da Monsignore.
Il curato di Chiuso era un uomo che avrebbe lasciato di sè una memoria illustre, se la virtù sola bastasse a dare la gloria fra gli uomini. Egli era pio in tutti i suoi pensieri, in tutte le sue parole, in tutte le sue opere: l'amore fervente di Dio e degli uomini era il suo sentimento abituale[230]; la sua cura continua, di fare il suo dovere, e la sua idea del dovere era tutto il bene possibile; credeva egli sempre adunque di rimanere indietro, ed era profondamente umile, senza sapere di esserlo; come l'illibatezza, la carità operosa, lo zelo, la sofferenza, erano virtù che egli possedeva in un grado raro, ma che egli si studiava sempre di acquistare. Se ogni uomo fosse nella propria condizione quale era egli nella sua, la bellezza del consorzio umano oltrepasserebbe le immaginazioni degli utopisti più confidenti. I suoi parrocchiani, gli abitatori del contorno lo ammiravano, lo celebravano; la sua morte fu per essi un avvenimento solenne e doloroso; essi accorsero intorno al suo cadavere, pareva a quei semplici che il mondo dovess'esser commosso, poichè un gran giusto ne era partito. Ma dicci miglia lontano di là, il mondo non ne sapeva nulla, non lo sa; non lo saprà mai; e in questo momento io sento un rammarico di non possedere quella virtù che può tutto illustrare, di non poter dare uno splendore perpetuo di fama a queste parole: Prete Serafino Morazzone curato di Chiuso[231].
All'udirsi chiamare, egli si spiccò da un cantuccio[232], dove stava pregando tacitamente, e si mosse, senza altra premura che di obbedire, senz'altra curiosità che di vedere se vi fosse per lui qualche opera utile e pia da intraprendere.
L'altro chiamato era quel nostro Don Abbondio, il quale per togliersi d'impiccio era stato in gran parte cagione di tutto questo guazzabuglio[233]. Egli non poteva sapere, nè avrebbe mai pensato che questa chiamata avesse la menoma relazione con quei tali promessi sposi, dei quali credeva di essere sbrigato per sempre. Si avanzò anch'egli, incerto e curioso, anche inquieto di dovere trovarsi con quel famoso Conte: pure lo rassicurava la faccia ispirata del cappellano, quelle sue parole che annunziavano oscuramente cose grandi, e ciò che più stava a cuore di Don Abbondio, cose quiete.
Ambedue i curati furono tosto introdotti nella stanza dove il Conte stava col Cardinale. Don Abbondio s'inchinò umilmente ad entrambi e guardava l'uno e l'altro, ma specialmente il Conte; e aspettava che si dicesse qualche cosa, per esser certo che non v'erano imbrogli.
Il Cardinale prese in disparte il curato di Chiuso, e dettogli brevemente di che si trattava, gli espose la sua intenzione di spedir tosto in lettiga una donna al castello a prender Lucia, affinchè questa alla prima nuova della liberazione si trovasse con una donna, il che sarebbe stato per quella poveretta una consolazione e una sicurezza, non meno che decenza per la cosa; e lo pregò di sceglier tosto fra le sue parrocchiane la donna più atta a questo ufficio per saviezza, e la più pronta per carità ad assumerlo. Ne corro in cerca, Monsignore illustrissimo, e Dio compirà l'opera buona.
Detto questo uscì: i radunati nell'altra stanza lo guardarono curiosamente, ma nessuno lo fermò per interrogarlo, giacchè si sapeva ch'egli era così avaro delle parole inutili, come pronto a parlare senza rispetto quando il dovere lo richiedesse.
Il Cardinale si volse allora a Don Abbondio, e con volto lieto gli disse: Una buona nuova per voi, signor curato di.... Una vostra pecorella, che avrete pianta come perduta, vive, è trovata; e voi avrete la consolazione di ricondurla al vostro ovile, o per ora in quell'asilo di che Dio le provvederà.
——Monsignore illustrissimo, non so niente, rispose Don Abbondio; il primo pensiero del quale era sempre di scolparsi a buon conto e di lavarsene le mani.
——Come! disse Federigo, non conoscete Lucia Mondella, vostra parrocchiana, che era scomparsa...?
——Monsignore sì; rispose tosto il curato, che non voleva passare per un pastore spensierato.
——Or bene, rallegratevi, disse il Cardinale, che Dio ce la restituisce: e questo signore, continuò (accennando il Conte), è lo stromento di che Dio si serve per questa opera buona. In altro momento voi mi informerete dei casi e delle qualità di questa giovine.
——Ahi! ahi! pensava fra sè Don Abbondio. Bell'impiccio a contar la storia! Questa donna è nata per la mia disperazione.
——Per ora, proseguì Federigo, quello che preme è di riaverla e di riporla nelle braccia di sua madre, e in casa sua, se potrà esservi sicura. Andrete voi dunque con questo mio caro amico (e così dicendo prese la mano del Conte, il quale lasciava dire e fare, troppo contento che un tal uomo lo governasse e parlasse per lui), andrete al suo castello, accompagnando una buona donna di questo paese, che ricondurrà quella giovine nella mia lettiga. Per far più presto, darò ordine tosto che due delle mie mule sieno bardate per voi e per lui. Vedete, continuò egli coll'accento di chi è compreso di ciò che dice, vedete che in mezzo alle tribolazioni, ai contrasti, agli affanni del nostro ministero, Dio ci prepara talvolta consolazioni inaspettate; e servi inutili, che noi siamo! pure ci adopera in opere nelle quali il bene è visibile, ci vuole cooperatori della sua provvidenza misericordiosa.
Le parole del Cardinale potevano essere belle, ma in questo caso erano veramente perdute; Don Abbondio, all'udire un tal ordine, sentì tutt'altro che consolazione, si trattava di ricondurre in trionfo, alla presenza dell'arcivescovo, quella Lucia nelle cui avventure egli si trovava intrigato un po' sporcamente, nella cui storia era parte, e in un modo e per motivi di cui l'ultima persona a cui avrebbe voluto render ragione era certamente quel Federigo Borromeo. Ma questo non era ancora il peggio: si trattava di far viaggio con quel terribil Conte, di entrare nel suo castello e senza saper chiaramente a che fare. Tutto ciò che il curato aveva inteso raccontare in tanti anni della audacia, della crudeltà, della bizzarria, della iracondia di costui si affacciava allora alla sua immaginazione e metteva in moto tutta quella sua naturale paura. Ma questa timidezza stessa poi non gli permetteva di rifiutare, di fare ostacolo ad un ordine così preciso dell'arcivescovo, in faccia a colui che ne sarebbe offeso. Vedendo poi quello pigliare amorevolmente la mano del terribil Conte, Don Abbondio stava guatando come un ospite pauroso vede un padrone di casa accarezzare sicuramente un suo cagnaccio tarchiato, ispido, arrovellato, e famoso per morsi e spaventi dati a cento persone; sente il padrone dire che quel cane è bonaccio di natura, la miglior bestia del mondo; guarda il padrone e non osa contraddire, per non offenderlo, e per non essere tenuto un dappoco; guarda il cane e non gli si avvicina, perchè teme che al menomo atto quel bonaccio non digrigni i denti e non si avventi alla mano che vorrebbe palparlo; non fa moto per allontanarsi, perchè teme di porgli addosso la furia d'inseguire; e non potendo fare altro, manda giù il cane, il padrone, e la sua sorte, che l'ha portato in quel gagno, in quella compagnia. Tali erano i sensi e gli atti del nostro povero Don Abbondio. Pure, componendosi al meglio che potè, fece egli un inchino al Cardinale per accennare che obbedirebbe, e un altro inchino al Conte, accompagnato con un sorriso, che voleva dire: sono nelle vostre mani; abbiate misericordia: _parcere subjectis_. Ma il Conte, tutto assorto nei suoi pensieri, sbalordito egli stesso di tanta mutazione, intento a raccogliersi, a riconoscersi, per così dire, agitato dai rimorsi, dal pentimento, da una certa gioja tumultuosa, corrispose appena macchinalmente con una piegatura di capo, e con un aspetto sul quale si confondevano tutti questi sentimenti in una espressione oscura e misteriosa, che lasciò Don Abbondio ancor più sopra pensiero di prima.
Il Cardinale si trasse in un angolo della stanza col Conte, che teneva per mano, e gli disse: Vi pare egli, amico, che la cosa vada bene così? Siete contento di queste disposizioni?
——E che? rispose il Conte, commosso e umiliato, dopo aver tanto tempo fatto il male a modo mio, dovrei ora dubitare di lasciarmi governare nel ripararlo? e da Federigo Borromeo?
——Da Dio tutti e due, rispose questi, perchè siamo due poveretti. Andate, continuò poi con tuono affettuoso e solenne; andate, figliuolo mio diletto, a toglier di pene una creatura innocente, a gustare i primi frutti della misericordia; io v'aspetto, voi tornerete tosto, non è vero? noi passeremo insieme tutte le ore d'ozio che mi saranno concesse in questa giornata?
——Se io tornerò? rispose il Conte. Ah! se voi mi rifiutaste, io mi rimarrei ostinato alla vostra porta come il mendico. Ho bisogno di voi! Ho cose che non posso più tener chiuse in cuore, e che non posso dire ad altri che a voi. Ho bisogno di sentir quelle parole che voi solo potete dirmi.
IX.
Liberazione di Lucia.
Scesi [_il Conte del Sagrato e Don Abbondio_] nel cortiletto della casa parrocchiale, trovarono la lettiga con entro la donna, instrutta dal buon curato, e presso alla lettiga le due mule, tenute per la briglia da due palafrenieri. Salirono entrambi in silenzio; i lettighieri uscirono, per porsi sulla via che conduceva al castello; e i due cavalieri su le mule, sempre guidate a mano dai due palafrenieri, la cui compagnia fu molto gradita a Don Abbondio, seguirono posatamente la lettiga.
La casipola del curato era, ed è tuttavia, attergata alla chiesicciuola di quel paesello: la cavalcata, per porsi in via, doveva girare il fianco della chiesa e passare davanti alla fronte, sulla quale è voltato un arco che, appoggiandosi dall'altra parte sul muro della strada, forma tetto sopra di questa.
Già sulla porta del curato cominciava la folla di coloro che non potendo capire in chiesa, nè stare in luogo dove si vedesse quello che vi si faceva, cercavano almeno di starvi più presso che si potesse. Quella pompa singolare si affacciò alla turba, e i lettighieri, che erano contadini del luogo, domandarono il passo ai primi che lo impedivano, con un certo garbo inusitato, che era loro ispirato dal sentimento indistinto che servivano a qualche cosa di santo e di gentile, dall'aver veduto il Cardinale, dalla commozione che appariva su tutti i volti. La folla faceva largo, guardando ognuno quella comitiva con maraviglia e con curiosità e il Conte con un riserbo che non era più quel solito terrore. Così pian piano la comitiva si avanzava, quando giunse sotto il portico, dove si dovette rallentare ancora più la marcia per la folla di popolo chiusa fra i due muri; il Conte, guardando nella chiesa dalla porta che era spalancata, si trasse il suo cappello piumato, e inchinò la fronte fino sulla chioma della mula: atto che eccitò un mormorio di gioja e di stupore nel popolo che poteva vederlo, e si propagò per tutta la folla, ognuno raccontandone il motivo ai suoi vicini. Don Abbondio si trasse pure il suo gran cappello senza piume, s'inchinò, sentì i suoi confratelli che cantavano, e provò, forse per la prima volta, un sentimento d'invidia in una tale occasione. Oh quante volte, diss'egli in cuor suo, queste funzioni mi son parute lunghe come la fame, e non vedevo l'ora d'andarmene in sagrestia a piegare la mia cotta, e adesso terrei volentieri di star lì a cantare fino a sera, in quella santa pace, e invece bisogna andare.... Ma Dio benedetto!——sciamò egli internamente come l'uomo che è vivamente penetrato dal sentimento che gli si fa torto——giacchè m'avete ficcato in questo impiccio, almeno, almeno, ajutatemi.
Superata tutta la folla, il corteggio seguì pianamente il suo cammino: ma siccome la disposizione d'animo dei due personaggi a cavallo era sempre la stessa, anzi i pensieri dell'uno e dell'altro diventavano sempre più intensi a misura che si avvicinava la meta, così il cammino si faceva in silenzio, e noi non possiamo riferire che i soliloquj dell'uno e dell'altro.
Gran cosa, (è il soliloquio di Don Abbondio) gran cosa, che a questo mondo vi debbano essere dei tristi e dei santi, che gli uni e gli altri debbano avere l'argento vivo a dosso, che quando hanno una ribalderia, o un'opera santa da fare, debbano sempre tirare per forza in ballo gli altri, quelli che vorrebbero attendere ai fatti loro, e che tanto gli uni, quanto gli altri debbano venir tra i piedi a me, pover'uomo, che non m'impiccio degli affari altrui, e che non cerco altro che di starmene quieto a casa mia! Quel birbone di Don Rodrigo s'ha da ficcare in capo di sturbare un matrimonio, proprio nella mia parrocchia, e m'ha da venire una intimazione di quella sorte! Un pazzo che ha nascita e quattrini, casa ben piantata e parenti in alto, e potrebbe godersi la sua vita tranquilla, signorilmente: attendere a dare dei buoni pranzi, stare allegro e fare degli allegri: Signor no: ha da desiderare la donna d'altri, tanto per venire a molestarmi. Oh questa ragazza benedetta vuol essere la mia morte! Deve proprio capitare in mano di costui (e così dicendo guatava di sottecchi il Conte, quasi per vedere se poteva arrischiarsi a strapazzarlo mentalmente), e costui, che è sempre stato lontano dai vescovi come il diavolo dall'acqua santa, ha da venir qui in persona a cercare l'arcivescovo, senza che nessuno ce lo abbia mandato per forza, proprio per metter me in impaccio; e questo arcivescovo, benedett'uomo, che vorrebbe drizzar le gambe ai cani, a cui pare che il mondo rovini quando la gente sta ferma, che deve sempre far qualche cosa egli, e far fare qualche cosa agli altri; subito, subito, tutto va bene, gran consolazione, la pecora smarrita, credere tutto, darvi dentro, e far trottare il curato. Che si abbiano concluso fra loro, Dio lo sa; ma, cospetto, non bisogna andar così in furia a questo mondo. La santità non basta, ci vuole un po' di prudenza, e sì che dovrebbe avere imparato: ha avuto delle belle brighe, a forza di cercarne e di volerne fare anelar le cose a modo suo: ma pare che vi c'ingrassi: non ne lascia scappare una. La carità va bene, ma la prima carità dovrebb'essere per un povero curato, che un vescovo, un vero vescovo di giudizio, lo dovrebbe tener prezioso come la pupilla degli occhj suoi. Chi sa costui che cosa gli ha cantato? che fini ha? potrebb'essere una trappola: ahi! ahi! ahi! Ma se anche, come spero, fosse convertito costui (e qui guardava il Conte) dovrebbe sapere Monsignore illustrissimo che dei peccatori inveterati non è da fidarsi così subito, bisogna provarli; i primi momenti sono bruschi; e la forza dell'abito fa ricadere uno quasi senza che se ne avvegga, e intanto... chi è sotto è sotto: ahi! ahi! ahi! S'aveva mo a mandar così un povero curato galantuomo sotto la bocca del cannone?
Don Abbondio era a questo punto della sua meditazione quando la cavalcata giunse alla taverna, dove cominciava la salita, e ne uscirono bravi secondo il solito, i quali videro con istupore il Conte con un prete dietro una lettiga. Pensarono che potesse essere, non lo seppero indovinare, e non fecero altro che inchinarsi al Conte, il quale, con viso serio, proseguì il suo cammino. Ma Don Abbondio continuava: ci siamo: Oh che faccie! Questa è la porta dell'inferno! E costui, vedete, che faccie stralunate fa anch'egli! Un po' pare Sant'Antonio nel deserto quando scacciava le tentazioni, un po' pare Oloferne in persona! Dio mi ajuti, e lo deve per giustizia.
Infatti i pensieri che si affollavano nella mente del Conte, passavano, per dir così, rapidamente sulla sua faccia, come le nuvolette, spinte dal vento, passano in furia a traverso la faccia del sole; alternando ad ogni momento una luce arrabbiata e una fredda oscurità. Pensava a quello che avrebbe detto e fatto, mettendo il piede nel suo castello, trovandosi con quegli dai quali in un punto s'era fatto così diverso. Avrebbe voluto render gloria a Dio, confessare il cangiamento che era accaduto nel suo animo, rinnegare la sua scellerata vita in faccia a quelli che ne erano stati i testimonj, i complici, gli stromenti. Ma... diceva un altro pensiero: guaj se costoro credono un momento ch'io non sia più quello da stendere in terra colui che ardisse resistermi!