Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 18
È cosa degna di maraviglia e di osservazione che il nome di un tal uomo [il cardinal Federigo Borromeo], già ai nostri tempi, in una posterità così poco remota, sia non dirò dimenticato, ma certo non ripetuto così sovente come si fa degli uomini più illustri; che a questo nome sia appena associata una idea languida d'un merito incerto, d'una eccellenza indeterminata; che questo nome pronunziato fuori della patria di Federigo e della società di quelli che più particolarmente si applicano alle cose nelle quali egli fu attore, o passi inavvertito, o riesca anche nuovo, e invece di risvegliare la memoria di una rara preeminenza faccia nascere la curiosità di sapere che abbia fatto colui che lo portava, e che l'elogio che noi vi abbiamo unito abbia avuto bisogno di schiarimento e di prove. E forse ancor più stupore deve nascere al pensare che un uomo dotato di nobilissimo ingegno, avido di cognizioni, perseverante nello studio, sommamente contemplativo, e nello stesso tempo versato nelle società più varie degli uomini, e attore in affari importanti, abbia posta ogni cura nel comporre opere d'ingegno, ne abbia lasciato un numero che lo ripone fra i più fecondi e i più laboriosi; e che queste opere d'un uomo, che aveva tutti i doni per farne d'immortali, non sieno ora quasi conosciute che dai loro titoli, nei cataloghi di quegli scrittori che tengono memoria di tutto ciò che è stato scritto in un tempo in un paese. Ma la spiegazione di questo fenomeno si può forse trovare nella condizione dei tempi in cui scrisse Federigo. A produrre quelle parole o quei fatti, che rimangono presso ai posteri oggetto di una ammirazione popolare, non basta la potenza di un ingegno, nè la costanza di una volontà: è d'uopo che queste facoltà possano esercitarsi sopra una materia la quale abbia da se qualche cosa di splendido, di memorabile: gli uomini di tutte le età rimasti insigni giunsero a quel grado di fama, o accompagnati da una folla d'uomini non insigni com'essi, ma pure partecipi dei loro studj, curiosi delle stesse cognizioni, ornati in parte della stessa coltura: o almeno combattendo contra errori, abitudini, idee, che avessero qualche cosa d'importante, di problematico in quelle dottrine che sono un esercizio perpetuo dell'intelletto umano, trovarono insomma una massa di notizie e di opinioni, un complesso di coltura, sul quale fondarsi, dal quale progredire, al quale applicare gli aumenti e le correzioni per cui la memoria del genio rimane. Che se pure è viva tuttavia la fama e le opere di uomini vissuti in tempi rozzissimi, lo è perchè quei tempi erano sommamente originali, e quelle opere conservano il carattere e mostrano ai posteri un ritratto osservabile d'una età che nessuna altra cosa potrebbe rappresentarci. Ma Federigo Borromeo visse in tempi di somma universale ignoranza, e di falsa e volgare scienza ad un tratto, fra una brutalità selvaggia ed una pedanteria scolastica, in tempi nei quali l'ingegno, che, per darsi alle lettere, a qualunque studio di scienza morale, cominciava (ed è questa la sola via) ad informarsi di ciò che era creduto, insegnato, disputato, a porsi a livello della scienza corrente, si trovava ingolfato, confuso in un mare tempestoso di assiomi assurdi, di teorie sofistiche, di questioni alle quali mancava per prima cosa il punto logico, di dubbj frivoli e sciocchi, come lo erano le certezze. Non v'è ingegno esente dal giogo delle opinioni universali, e già una parte di queste miserie diventava il fondamento della scienza degli uomini i più pensatori. Che se anche i più, anche i più acuti, profondi fra essi, avessero veduta e detestata tutta la falsità e le cognizioni di quel sapere; avessero potuto sostituirgli il vero, giungere al punto dove si trovano le idee e le formole potenti, solenni, perpetue: a chi avrebbero eglino parlato? E chi parla lungamente senza ascoltatori? Il genio è verecondo, delicato e, se è lecito così dire, permaloso: le beffe, il clamore, l'indifferenza lo contristano: egli si rinchiude in sè e tace. O per dir meglio, prima di parlare, prima di sentire in sè le alte cose da rivelarsi, egli ha bisogno di misurare l'intelligenza di quelli a cui saranno rivelate, di trovare un campo dove sia tosto raccolta la sementa delle idee che egli vorrebbe far germogliare: la sua fiducia, il suo ardimento, la sua fecondità nasce in gran parte dalla certezza di un assenso, o almeno di una comprensione, o almeno di una resistenza ragionata. Veggansi, per esempio, le opere di eloquenza di due sommi ingegni, vissuti in circostanze ben diverse nella età posteriore a quella di Federigo, Segneri e Bossuet. Veggasi quali idee, quale abitudine di linguaggio, quali pregiudizj anche suppongano le orazioni funebri di questo negli ascoltatori di quelle; veggasi dalle prediche del Segneri che opinioni egli doveva distruggere, in che sfera d'idee egli doveva attignere i suoi mezzi, le sue prove, per persuadere quegli ingegni, a quali costumanze egli doveva alludere; nella differenza dei due popoli ascoltanti è certamente in gran parte la spiegazione della somma distanza fra le opere di due ingegni ognuno dei quali era grande.
Prima che un popolo il quale si trova in questo grado d'ignoranza possa produrre uomini per sempre distinti, è d'uopo che molti sorgano a poco a poco da quella universale abiezione, che riportino su gli errori, su la inerzia comune molte vittorie d'ingegno difficili, e che saranno dimenticate; che attirino con grandi sforzi le menti a riconoscere verità che sembrano dover essere volgari, che preparino agli intelletti venturi una congerie d'idee, delle quali o contra le quali si possano fare lavori degni di osservazione; e che finalmente col progresso, con la esattezza, con la fermezza e perspicuità delle idee migliorino a poco a poco il linguaggio comune, dimodochè i sommi ingegni possano avere uno strumento che renderanno perfetto, ma che pure hanno trovato adoperevole, possano, per quell'istinto d'analogia che ad essi soli è concesso, arrivare a quelle formole inusitate, ma chiare, ardite, ma sommamente ragionevoli, con le quali sole possono vivere i grandi pensieri. Questo fa d'uopo; ovvero che la coltura più matura, più perfezionata d'un altro popolo venga ad educare quello di cui abbiamo parlato.
Allora gl'ingegni singolari, attirati dalla luce del vero, da qual parte ella si mostri, si levano dalla moltitudine dei loro concittadini, e tendono al punto che essi scorgono il più alto. Cominciano allora le ire di molti e i lamenti di altri contra l'invasione delle idee barbare, contra la dimenticanza delle cose patrie, contra la servilità agli stranieri, contra il pervertimento del linguaggio e del gusto; e non si può negare che queste ire e questi lamenti non atterriscano alcuni, e non gli contristino a segno di far loro abbandonare la via di studio intrapresa; giacchè fargli ritornare al falso conosciuto è cosa impossibile. Ma v'ha pure di quegli ingegni ai quali è, per così dire, comandato di fare; e questi, tenendosi in comunicazione con un'altra età, o con un'altra società d'uomini, dicono ai loro contemporanei cose che questi ascoltano da prima con disprezzo e con indifferenza, quindi in parte pure con qualche curiosità quando la fama viene dallo straniero ad avvertirli che fra loro v'è uno scrittore, imparano un poco mal loro grado, e sono poi quasi tutti concordi sul merito dello scrittore quand'egli ha dato l'ultimo sospiro.
Così, un secolo forse dopo Federigo, cominciò a rinascere in Italia un po' di coltura, e fra quella a sovrastare alcuni scrittori, dei quali vivono le opere e la memoria; ma i principj di quel risorgimento non furono un progresso, un perfezionamento delle idee allora dominanti; fu una nuova coltura, introdotta in opposizione alle idee predominanti; sul che tutti concordano. Ma intorno alla sorgente di questa nuova coltura v'ha due opinioni estremamente disparate. Alcuni, anzi moltissimi, hanno creduto e detto che dal fondo della ricchezza letteraria del secolo decimosesto e dai pochi sommi scrittori più antichi sieno state tolte le idee le quali hanno rinnovellato lo spirito della letteratura e ricondotto il colto pubblico al senso comune; e che principalmente dai canzonieri del Petrarca e del Costanzo sia stata tolta la luce che dissipò le tenebre del seicento. Infatti, i primi riformatori si posero, come alla faccenda più premurosa, ad imitare quelle rime che l'immortale Costanzo vergò, per placare, se fosse stato possibile, quell'empia tigre in volto umano, per la quale è così diviso e combattuto il sentimento della posterità. Poichè, quando si pensa ai dolori intimi, incessanti, cocenti che quella tigre fece tollerare a quel celebre sventurato, non si può a meno di non sentire per essa, voglio dire per la tigre, un certo orrore, un rancore vendicativo. Ma quando poi si venga a riflettere che senza quei dolori non sarebbero stati partoriti quei sonetti e quelle canzoni, che senza quei sonetti e senza quelle canzoni l'Italia si rimarrebbe forse forse tuttavia nell'abisso del gusto perverso, allora si prova una certa non solo indulgenza, ma riconoscenza per colei che con la sua crudeltà fu occasione, fu causa d'un tanto utile e glorioso effetto: si vede allora quanto sia vero che le grandi cognizioni non vengono all'intelletto degli uomini che per mezzo di grandi dolori.
Questo è detto nell'ipotesi di coloro i quali tengono che la rivoluzione nelle lettere, il ritorno ad un certo qual senso comune, che ebbe luogo nel principio del secolo decimo ottavo, abbia cominciato colla poesia, e sia venuto nella poesia dallo studio ripreso dei cinquecentisti, e del Costanzo in ispecie.
Ma non si deve dissimulare che v'ha alcuni altri (pochissimi invero) i quali tengono invece che la lettura degli insigni scrittori francesi, che fiorirono appunto nel tempo in cui le lettere in Italia erano più stolide e più vuote, cominciò a risvegliare alcuni italiani, a dar loro idea d'una letteratura nutrita di ricerche importanti, di ragionamenti serj, di discussioni sincere, d'invenzioni che somigliassero a qualche cosa di umano e di reale, diretta a far passare nell'ingegno dei lettori una persuasione ragionata di chi scriveva, a condurre i molti ad un punto più elevato di scienza, di sentimento, a cui erano giunti alcuni con una meditazione particolare, scorgono costoro che questi italiani cominciano ad imparare dalla lettura di quei libri, e furono dal confronto nauseati degli scritti, dei giudizj, degli intenti, dei metodi, delle riputazioni, di tutta insomma la letteratura italiana di quel tempo; e cominciarono a porre essi nei loro scritti una cura più esatta a cercare un vero importante, e lo fecero con una mente più disciplinata, più addestrata a questa ricerca, e diffusero a poco a poco nei cervelli dei loro concittadini il buon senso che avevano attinto.
Questa tengono essi che fosse non la sola cagione, ma la principale, la prossima della rivoluzione generale e osservabile nel gusto letterario degli italiani. I pochi i quali tengono questa opinione, si trovano in un bell'impiccio; perchè, mettendola fuori, sono certi di acquistarsi il titolo di cattivi cittadini; e fanno compassione; perchè è doloroso il trovarsi tra la necessità o di negare la verità conosciuta, o di acquistarsi un titolo brutto e odioso. E, in verità, noi vorremmo avere qualche autorità, qualche appicco, qualche entratura coi loro avversarj per poterli pregare di provare soltanto con ragioni di fatto che quella opinione è falsa, e di lasciare da banda quel titolo affatto estraneo alla questione, e fuori di proposito. E infatti, se fosse a proposito, dovrebbe applicarsi a tutti gli uomini di qualunque nazione sieno, i quali riconoscano che la loro possa essere stata coltivata con gli studj d'un'altra: ora noi non applichiamo generalmente questa misura; poichè quando troviamo negli scritti d'un francese quella opinione che la Francia barbara, incolta, abbia ricevuta la luce delle lettere per mezzo dei grandi scrittori d'Italia; noi non chiamiamo quella opinione una ingiuria fatta da quegli scrittori alla loro patria, ma una generosa confessione del vero; non gli chiamiamo cattivi cittadini, ma uomini veggenti, candidi, imparziali. Ricordiamoci adunque che l'adoprar peso e peso, misura e misura è cosa abbominevole; e siamo coi nostri così giusti e indulgenti come siamo con gli stranieri; senza pregiudizio però, giova ripeterlo, delle buone ragioni che si potranno dire, quando a Dio piaccia, per provare a questi nostri che pigliano un granchio.
Per vedere una volta quale di queste due opinioni sia la più ragionevole, bisogna esaminare due gran fatti, o due serie di fatti. La prima; in che consistesse principalmente la corruttela delle lettere nel seicento, se questa corruttela sia stata una deviazione forzata dalla via tenuta nel cinquecento, quali idee si siano perdute, quali pervertite da un secolo all'altro; giacchè la corruttela delle lettere non può essere altro che smarrimento o pervertimento d'idee, a meno che non si voglia ammettere una letteratura che non sia composta d'idee. L'altra; quali, dopo quella abbominazione del seicento, siano state le idee introdotte negli scritti italiani, le quali hanno ricreata una letteratura ragionevole e splendida, hanno avvertita l'Europa che le lettere in Italia non erano più, come lo erano state per un secolo, una buffoneria e un mestiere guastato, l'hanno costretta a rivolgersi con attenzione a questa parte per udire con la speranza di una istruzione, d'un diletto razionale, quali siano le idee uscite dall'Italia e ricevute in parte del patrimonio comune della coltura Europea. Raccolti i sommi capi di queste idee della letteratura italiana risorta, bisognerà ancora cercarne la sorgente; vedere se sieno state riprese, svolte dagli scritti del cinquecento, o da che altra parte sieno venute a fare impeto nella letteratura italiana. Quanto alla prima questione... ma qui una buona ispirazione ci avverte che siamo fuori di strada; che musando così in ciarle di discussione, mentre si tratta di raccontare, noi corriamo rischio di perdere, abbiamo forse già perduti tre quarti dei nostri lettori, cioè almeno una trentina; tanto più che questa fatale digressione è venuta appunto a gettarsi nella storia nel momento più critico, sulla fine d'un volume, dove il ritrovarsi ad una stazione è un pretesto, una tentazione fortissima al lettore, di non andar più innanzi, dov'è mestieri di una nuova risoluzione, d'un generoso proposito per riprendere e quasi ricominciare il penoso mestiere del leggere[222].
VIII.
COLLOQUIO DEL CONTE DEL SAGRATO COL CARDINAL FEDERIGO.
Il Cardinale Federigo, secondo il suo costume in tutte le visite, stavasi in quell'ora ritirato in una stanza, dove, dopo aver recitate le ore mattutine, impiegava quei momenti di ritaglio a studiare, aspettando che il popolo fosse ragunato nella chiesa, per uscir poi a celebrarvi gli uficj divini e le altre funzioni del suo ministero.
Entrò con un passo concitato ed inquieto il cappellano crocifero, e con una espressione di volto tra l'atterrito e il misterioso, disse al Cardinale: Una strana visita, Monsignore illustrissimo.
——Quale? richiese il Cardinale con la sua solita placida compostezza.
——Quel famoso bandito, quell'uomo senza paura e che fa paura a tutti.... il Conte del Sagrato.... è qui.... qui fuori, e chiede con istanza d'essere ammesso.
——Egli! rispose il Cardinale: è il ben venuto, fatelo entrare.
——Ma.... replicò il cappellano.... Vostra Signoria Illustrissima lo debbe conoscere per fama; è un uomo carico di scelleratezze....
——E non è egli una buona ventura, disse il Cardinale, che ad un tal uomo venga voglia di presentarsi ad un vescovo?
——È un uomo capace di qualunque cosa, replicò il cappellano.
——E anche di mutar vita, disse il Cardinale[223].
——Monsignore illustrissimo, insistette il cappellano, lo zelo fa dei nemici, sono arrivate più volte fino al nostro orecchio le minacce di alcuni che si sono vantati....
——E che hanno fatto? interruppe Federigo,
——Ma se costui, costui che tiene corrispondenza coi più determinati ribaldi, costui che non si spaventa di nulla, venisse ora.... fosse mandato, Dio sa da chi, per fare quello che gli altri....
——Oh! che disciplina è questa, interruppe ancora, sorridendo severamente, il vecchio, che un officiale raccomandi al suo generale di aver paura? Non sapete voi che la paura, come le altre passioni, ad ogni volta che le si concede qualche cosa, domanda qualche cosa di più? e che a questo modo, di cautela in cautela, bisognerebbe ridursi a non far più nulla dei doveri d'un vescovo?
——Ma questo è un caso straordinario, continuò il cappellano, caparbio per affezione: Vostra Signoria non può così esporre la sua vita. Costui è un disperato, Monsignore illustrissimo, lo rimandi; troveremo qualche onesta scusa....
——Ch'io lo rimandi? rispose con una certa maraviglia severa il Cardinale, per farmene un rimprovero per tutta la vita e renderne poi conto a Dio? Via, via; già egli ha troppo aspettato. Fatelo entrar tosto, e lasciatemi solo con lui.
Il cappellano non ebbe più coraggio di replicare, e fatto un inchino partì per obbedire, dicendo in cuor suo: non c'è rimedio; tutti i santi sono ostinati; epiteto che, nel senso in cui l'adoperiamo, il più sovente significa uno che non vuol fare a modo nostro.
Uscito nella stanza dov'era il Conte, qui pure solo in un canto, mentre tutti gli altri presenti si stavano raggruppati in un altro, a guardarlo e a parlare sommessamente, il cappellano gli si accostò, e gli disse che Monsignore lo aspettava; facendo nell'istesso tempo, in modo da non esser veduto dal Conte, un cenno delle spalle e del volto agli altri, che voleva dire: Quell'uomo benedetto; accoglierebbe Satanasso in persona.
Il Conte allora prese tosto una cintura con la quale teneva appeso l'archibugio e facendolo passare sul capo se lo tolse dalla spalla, si cavò dalla cintura dei fianchi due pistole, si staccò uno spadone, e fatto un fascio di tutto, si accostò ad uno dei preti che si trovavano nella stanza, gli consegnò quel fascio, dicendo: sotto la vostra custodia.
Signor sì, disse il prete, e non senza impaccio, allargando ben bene le mani e ponendo cura che nulla ne sfuggisse, lo prese con delicatezza come avrebbe fatto d'un bambino da portarsi al Fonte. Restava ancora un pugnale, di cui il manico d'avorio intarsiato d'oro, sporgeva tra il farsetto e la veste: e gli occhi erano rivolti sul Conte, per osservare se egli compisse la buona opera di disarmarsi e desse anche questo al curato. Ma il Conte non n'ebbe pure l'immaginazione: togliersi il pugnale era un pensiero troppo strano per lui: gli sarebbe sembrato di andar nudo.
Il cappellano aperse la portiera ed introdusse il Conte; il Cardinale si alzò, gli si fece incontro, lo accolse con un volto sereno, e accennò con gli occhi al cappellano che partisse; ed egli partì. Il Conte s'inchinò bruscamente, e guardò il Cardinale, abbassò gli occhi, tornò ad alzargli in quel venerabile aspetto. Federigo era stato vezzoso fanciullo, giovane avvenente, bell'uomo: gli anni avevano fatto sparire dal suo volto quel genere di bellezza che al suono di questo nome si ricorda primo al pensiero; e già gran tempo prima ch'egli toccasse la vecchiezza, le astinenze stesse e lo studio avevano tramutate ed offuscate alquanto le forme di quel volto; ma le astinenze stesse e lo studio, l'abitudine dei solenni e benevoli pensieri, il ritegno e la pace interna d'una lunga vita, il sentimento continuo d'una speranza superiore a tutti i patimenti, avevano sostituita nel volto di Federigo a quella antica bellezza, una, per così dire, bellezza senile, la quale spiccava ancor più in quel semplice fasto della porpora, che, nuda di ornamenti ambiziosi, tutto ravvolgeva il vecchio[224]. Stava questi aspettando che il Conte parlasse, onde pigliare dalle prime parole di lui il tuono del discorso; giacchè Federigo, benchè non sentisse quel genere di paura che il suo buon cappellano aveva voluto ispirargli, pure sapeva molto bene che bisbetico, ombroso e restio animale avesse dinanzi; e avendo preso di questa venuta una speranza indeterminata di qualche bene, non avrebbe [voluto] dire, nè far cosa che potesse guastare. Stava egli dunque tacito ed invitava il Conte a parlare con la serenità del volto, con un'aria di aspettazione amica, con quella espressione di benevolenza che fa animo agli irresoluti e sforza talvolta i dispettosi a dire cose diverse da quelle che avevano pensate: ma il Conte stava sopra di sè, perchè era venuto ivi, spinto piuttosto da una smania, da una inquietudine curiosa, che dal sentimento distinto di cose ch'egli volesse dire ed udire dal Cardinale. Dopo qualche momento però, ruppe egli il silenzio con queste parole: Monsignore illustrissimo.... dico bene? In verità, sono da tanto tempo divezzato dai prelati, che non so se io adoperi i titoli che si convengono.... che si usano.
——Voi non potete errare, rispose sorridendo gentilmente Federigo, se mi chiamate un uomo pronto a tutto fare, a tutto soffrire per esservi utile.
——Si? rispose il Conte: davvero, Monsignore? Tale è il linguaggio comune.... dei preti principalmente, i quali dicono sempre che non vivono per altro che per servire altrui. Ma per voi.... tutti dicono che non è un semplice linguaggio di cerimonia. Ebbene, se fossi venuto per accertarmene? per vedere se egli è vero che voi siete così dolce, così paziente, così inalterabilmente umile? Se fossi venuto per soddisfare ad una mia curiosità?
——No, no, replicò, sempre sorridendo, ma con una seria espressione di affetto il buon vescovo, non è curiosità in voi di vedere quest'uomiciattolo, che mi procura la gioja inaspettata di vedervi: sento che una cagione più importante vi conduce.
——Lo sentite, Monsignore? qual cagione, di grazia? dicono tanti che voi sapete discernere i pensieri degli uomini? discernetemi il mio, che per.... voi mi farete piacere: mostrandomi che vedete nel mio cuore più ch'io non vegga; parlate voi per me, che forse, forse, potreste indovinare.
——E che? disse il Cardinale, come affettuosamente rimproverando: voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?
——Una buona nuova! io! una buona nuova! ho l'inferno in cuore, e vi darò una buona nuova! Ah! ah! voi non vedete qua dentro. Voi non sapete che io son venuto qui, trascinato senza sapere da chi, che aveva il bisogno di vedervi, che vorrei parlarvi, e che in questo stesso momento io sento in me una rabbia, una vergogna di esser dinanzi a voi... così, come una pinzochera.... Oh, ditemi un po', quale è questa buona nuova?
——Che Dio vi ha toccato il cuore[225], e vuol far di voi un altr'uomo; rispose tranquillamente il Cardinale.
——Dio? ci siamo, replicò il Conte. Dio! quella parola che termina tutte le quistioni. Dov'è questo Dio?
——Voi me lo domandate, rispose Federigo, voi? E chi l'ha più vicino di voi? Non lo sentite in cuore, che vi tormenta, che vi opprime, che vi abbatte, che v'inquieta, che non vi lascia stare, e vi dà nello stesso tempo una speranza ch'Egli vi acquieterà, vi consolerà, solo che lo riconosciate, che lo confessiate?
——Certo! certo! rispose dolorosamente il Conte, ho qualche cosa che mi tormenta, che mi divora! Ma Dio! Che volete che Dio faccia di me? Foss'anche vero tutto quello che dicono, la mia sola consolazione è nel pensare che nemmeno il diavolo non mi vorrebbe.