Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1

Part 17

Chapter 173,349 wordsPublic domain

——Tutto è andato quietamente; e qui fece il Tanabuso la sua narrazione. E aggiunse: Tutto è corso a verso, com'ella vede, signor padrone; ma una sola cosa ci ha dato un po' di disturbo.

——Che è? chiese il Conte.

——Quella ragazza, rispose il Tanabuso... quella povera ragazza.... un tal guaire, un tal piangere, un tal pregare.... restar lì come morta..... guardarci un po' come diavoli, un po' con gli occhi pietosi..... che... che...

——Che? disse il Conte; sentiamo un po' questa che vuol essere nuova, ribaldaccio.

——Che mi ha fatto compassione.

——Ohè! disse il Conte, bisognerà che ti dia doppia mancia per quello che ha patito il tuo povero cuore.

——Possa io diventare un birro se non è così, rispose il Tanabuso: mi ha fatto compassione. Dico la verità, signor padrone, avrei avuto più caro che l'ordine fosse stato di darle una schioppettata, alla lontana, prima di sentirla discorrere.

Ora, riprese il Conte, lascia da parte la compassione, cacciati la via fra le gambe, vanne diritto al castello di quel Don Rodrigo: sai dov'è posto? (Il Tanabuso accennò di sì), fagli dire che sei mandato da me, dagli questo segno nelle mani, e torna a casa. La giornata è stata faticosa, ma tu sai che il tuo padrone vuole essere servito, ma sa anche pagare...

——Oh! illustrissimo!....

——Taci, e vanne tosto..... ma no, aspetta: dimmi un poco come ha fatto costei per moverti a compassione. Che abbia un patto col diavolo?

——Niente, niente, signor padrone, era proprio il crepacuore che aveva quella ragazza. Se non avessi avuto un comando del mio padrone.....

——Ebbene?....

——L'avrei lasciata andare.

——Oh! andiamo a vederla costei; e tu aspetta, partirai domattina... dopo aver ricevuto i miei ordini.... tanto fa che quello inspagnolato aspetti qualche ora di più..... Domattina sii all'erta per tempo.

Il Tanabuso partì, facendo un inchino, e il Conte s'avviò alla stanza dove Lucia stava in guardia della vecchia. Bussò, disse: son io, e tosto il chiavistello di dentro corse romoreggiando negli anelli, e la porta fu spalancata. Lucia si stava seduta sul pavimento, acquattata, accosciata nell'angolo della stanza il più lontano dalla porta, nel luogo che entrando le era sembrato il più nascosto, si stava quivi aggomitolata, con la faccia occultata e compressa nelle palme, tutta tremante di spavento, e quasi fuori di sè. Al romore che fece la porta, alla pedata del Conte, che entrava, trasalì, ma non levò la faccia, non mosse membro, anzi fece uno sforzo per ristringersi ancor più tutta insieme; e stette con un battito sempre crescente, aspettando e paventando quello che avvenisse.

——Dov'è questa ragazza? disse il Conte alla vecchia.

——Eccola, rispose umilmente la malnata.

——Come? disse il Conte, l'avete gettata là come un sacco di cenci.

——Oh, s'è posta dove ha voluto.

——Ehi! quella giovane, disse il Conte, avvicinandosi a Lucia: dove diavolo vi siete posta a sedere? alzatevi, non voglio farvi male..... lasciatevi vedere.

Lucia non si mosse.

——Peggio per voi, disse il Conte, se volete fare il bell'umore. Ah! ah! non sapete dove siete: pretendereste voi di resistermi? Abbassate subito quelle mani, ch'io voglio vedervi.

Queste parole furono dette con un tuono così minaccioso, che le mani di Lucia obbedirono quasi senza il comando della volontà: e Lucia lasciò vedere la sua faccia spaventata e dolente. Alzò ella allora gli occhi al volto del Conte, che la stava guardando attentamente; e dopo un momento gli disse con una voce in cui al tremito dello sgomento era mista la sicurezza d'una indignazione disperata: che male gli ho fatto io?

——E che male voglio io fare a voi, scioccherella? rispose il Conte, con voce più mite. Credete forse di essere condotta al macello? Verrà un giorno che riderete di tutto questo vostro spavento, e riderete forse anche di me, che vi rispondo ora così sul serio.

——Ridere! Oh Dio! rispose Lucia——ridere! e guardando un momento come smemorata, diede in un nuovo scoppio di pianto.

——Sì, sì, tutte voi altre fate così, replicò il Conte.

——Ma perchè, riprese Lucia, mi fa ella patire le pene dell'inferno? Mi dica che cosa le ho fatto? Oh non mi faccia più patire così: Dio glielo potrebbe rendere un giorno....

——Dio, Dio: sempre Dio coloro che non hanno niente altro: sempre rinfacciar questo Dio, come se gli avessero parlato. Dov'è questo vostro Dio?

——È da per tutto, è qui, rispose Lucia; è qui a vedere s'ella si muove a pietà di me, per usarle pietà in ricambio un giorno. Oh abbia misericordia d'una poveretta, mi lasci andare, lasci ch'io mi ricoveri in qualche chiesa, su le montagne, in un bosco. Oh lo vedo; tutto dipende da lei: con una parola ella mi può salvare: dica questa parola. Non so dove sono, ma troverò la strada per andare da mia madre: oh Dio! non è forse lontana: ho visto i miei monti: oh s'ella sentisse quel ch'io patisco! non conviene ad un uomo che ha da morire far tanto patire una creatura innocente: mi lasci andare! oh se pregherò Dio per lei! la benedirò sempre. E animata nel suo discorso, si levò da sedere, si pose in ginocchio, giunse le mani al petto e continuò: Che cosa le costa dire una parola? Non iscacci una buona ispirazione, un sentimento di pietà. Oh, Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!

——Che pazza curiosità ho avuto di venirla a vedere, pensava tra sè il Conte. Dugento doppie! ne ho bisogno.——Costoro vogliono essere ben pagati——eh! hanno ragione: espongono la loro vita: ma vorrei piuttosto toglierne cinquanta a quattro usuraj, e farli scannare tutti e quattro.

——Non mi dica di no, continuava Lucia, sempre singhiozzando, sono una povera figlia. S'ella provasse a pregare, a pregare, a cercar misericordia senza poterla ottenere! E se le accadesse una disgrazia!... ma no, no, io pregherò per lei il Signore e la Vergine..... mi lasci andare.....

——State di buon animo, rispose il Conte, senza intenzione di nulla promettere, senza sapere egli stesso che senso avessero le sue parole, ma spinto da un bisogno di far cessare quell'angoscia e quel lamento, di consolare quella creatura.

——Oh, disse Lucia, Dio la benedica, ella mi lascia andare.

——State di buon animo, ripetè il Conte, cercate di riposare.... domani.... parleremo....

——E voi, rivolto alla vecchia, voi, disse, fate ch'ella non abbia da lagnarsi pure di una parola torta. Ora vi si allestirà la cena.... ristoratevi, e dormite tranquilla.

——No, no, rispose Lucia, mi lasci andar subito....

——Domani.... domani ci parleremo, replicò il Conte, e con un rapido movimento andò verso la porta ed uscì.

Lucia, tutta piena della speranza di ottenere la sua liberazione, si alzò e volle correr dietro al Conte, ma quando si trovò sull'uscio non ardì movere un passo più in là, nè chiamare: tornò indietro come spaventata, e si raccosciò di nuovo nel suo angolo.

——Volete dunque cenare? le disse la vecchia.

——No, no; badate bene a partire di qua, rispose Lucia, ricordatevi di quello che vi ha detto il vostro padrone: chiudete la porta. La vecchia obbedì, e tornata: mettetevi a letto e dormite dunque, disse.

——No: io non mi voglio muovere di qui, replicò Lucia.

——Che pazzie?....

——Non voglio, replicò di nuovo Lucia risolutamente: quel coraggio di disperazione ch'ella si sentiva da quando a quando era stato accresciuto e corroborato da quella compassione ch'ella aveva veduta nel Conte, dalle parole di speranza che egli le aveva date, e dagli ordini ch'egli aveva lasciati con impero alla vecchia.

——Ih! ih! che fumo ha costei, disse tra sè la mala vecchia. Maledette le giovani che hanno sempre ragione e quando sono svergognate e quando fanno le smorfiose.

——Badate a non ispegnere quella lucerna, disse Lucia.

——Sì, sì, rispose la vecchia, e senza più rivolger la parola a Lucia, si coricò brontolando[215].

Lucia rimase nel suo angolo. Era questo per lei in quella orrenda[216] giornata il primo momento di riposo; ma quale riposo! I pensieri che l'avevano assalita tumultuosamente ad intervalli nel giorno, tornavano tutti in una volta ad assediare la povera sua mente. Le memorie così recenti, così vive, così atroci di quelle ore, di quel viaggio, di quell'arrivo, si affollavano alla sua fantasia. L'avrebbero oppressa se fossero state memorie d'un pericolo trascorso: e che dovevano fare, nel mezzo del pericolo stesso, nella durata, nella orribile incertezza dell'avvenimento! Qual passato! e qual presente! quel silenzio, quella compagnia, quel luogo: qual notte! e per giungere a quel domani! L'infelice intravedeva ben qualche cosa della orditura spaventosa del laccio dove era stata tirata, ma rifuggiva dal pensiero di scoprirne più in là. Di quando in quando le parole di speranza del Conte la rincoravano: le andava ripetendo fra sè, s'immaginava di essere l'indomani fuori di quell'antro con sua madre, ma un altro avvenire possibile rispingeva questa immaginazione, e a tutta forza veniva a collocarsi nella sua mente. Tremava, si faceva animo, sperava, disperava, pregava. Le forze del corpo finalmente cedettero ad un tale combattimento dell'animo e Lucia fu presa da una febbre violenta. Le sue idee divennero più vive, più forti, ma più interterrotte, più mescolate, più varie, si urtarono più rapidamente, e la confusione, togliendole una parte della coscienza, rese sofferibile un'angoscia che altrimenti ella non avrebbe potuto sofferire e vivere. Nel calore della sua preghiera, le parve ad un tratto che la preghiera sarebbe stata più accetta, certamente esaudita, se con la preghiera ella avesse offerto in sacrificio quelle che altre volte erano state le sue più liete speranze. L'unica speranza di quel momento, quella di uscire da quel pericolo, le parve con questo divenire più fondata, più ferma: aperse gli occhj, li girò con sospetto e con ansietà nel barlume di quella stanza; tese l'orecchio e non udì altro che il russare della vecchia; si levò chetamente, stette ginocchioni; e votò alla Vergine di viver casta, senza nozze terrene, s'ella poteva uscire intatta da quel pericolo. Proferito il voto, o quello che a Lucia parve tale, ella si sentì come racconsolata; si raccosciò nel suo angolo, e passò il resto della notte in un letargo febbrile, interrotto da sussulti e da vaneggiamenti.

VI.

CONVERSIONE DEL CONTE DEL SAGRATO.

Il Conte, partito da quella stanza, andò secondo il suo costume a visitare i posti del suo castello, a vedere se le guardie erano poste ai luoghi stabiliti, se tutto era in ordine, e si chiuse nella sua stanza. Ma l'immagine di Lucia non l'aveva mai abbandonato nel suo giro: ma quando egli si trovò solo nella sua stanza, senza più nulla da fare che d'ascoltare i suoi pensieri, e di dormire, se avesse potuto, quella immagine più viva, più potente si pose a sedere nella sua mente, e vi stette.

Che sciocca curiosità da femminetta, m'è venuta, andava egli pensando, di andare a vedere questa giovane? Ho dovuto sentire dalla sua bocca di quelle cose che nessun uomo vivente avrebbe ardito dirmi sul volto. Le ho sentite e mi seccano. Perchè non è figlia d'uno spagnuolo? o di qualcuno di quei sozzi birbanti che m'hanno bandito: che avrei goduto di sentirla guaire, di vederla tremante ai miei piedi. Ma costei non mi ha mai fatto male... Ecco lo andava ripetendo... pareva sapesse che questa era la corda da toccare per farmi compassione... Compassione!... ma certo io ho avuto compassione: la sento ancora... e qualche cosa di peggio... Che diavolo ho io addosso questa notte?... Ha fatto compassione perfino al Tanabuso! Oh aveva ragione quella bestia, quando disse che sarebbe stato men male averle data una schioppettata... Poveretta! una schioppettata.... no, credo che mi avrebbe fatto compassione anche morta. Eh sciocchezza! i morti almeno non si stanno a guardare, non si sentono, non vi si mettono ginocchioni davanti... è un conto saldato. Dicono mo' i preti che un giorno hanno a risuscitar tutti quanti! Poh! imposture! imposture, non è vero, non è vero. Vorrebb'essere una bella processione.

E qui cominciarono a schierarsi dinanzi alla sua memoria tutti quelli ch'egli aveva cacciati o fatti cacciare dal mondo, dal primo ch'egli, essendo ancor giovanetto, aveva passato con una stoccata, per una rivalità d'amore, fino all'ultimo, che aveva fatto scannare, per servire alla vendetta di un suo corrispondente; tutti coi loro volti, nell'atto del morire, e quelli che egli non aveva veduti, ma uccisi soltanto col comando, la sua fantasia dava loro i volti e gli atti.

Via, via, sciocchezze, diceva: sono io diventato un ragazzo? domani a giorno chiaro riderò di me. E se domani a sera costoro mi tornassero in mente? Che dovessi passar sempre la notte così? Diavolo! comincio ad invecchiare: vorrebb'essere un tristo vivere, e un tristo... morire. Che cosa m'ha detto quella poveretta? Oh Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia. Che sa mai quella contadina? L'ha inteso dire dal curato e lo ha creduto. Imposture. Ho sempre detto imposture, e quando aveva proferita questa parola, bastava, ma adesso non serve... tornano sempre quei pensieri. Sono io quello? Sono stato tanto tempo un uomo, non ci ho pensato; ho avuto l'animo di farne tante, tante... Ebbene! ne ho fatte troppe... se non le avessi fatte... in verità sarebbe meglio. A buon conto l'opera di misericordia sono in tempo di farla. Poniamo che appena fatto il giorno io entri nella sua stanza: la poveretta si spaventa; ma io le dirò subito, subito: vi lascio in libertà, vi farò condurre a casa. Oh come si cangerà in volto! che cosa mi dirà! mi darà delle benedizioni, che mi faranno bene. Voglio badar bene a tutto quello che mi dirà, e ricordarmene per pensarvi la notte. Oh sono fanciullaggini... ma a buon conto io non posso dormire. Ma quando verrà giorno! Che notte eterna! Mi pare quella notte ch'io passai ad agguattare dietro un angolo quel temerario di Vercellino, che doveva tornare dal festino di corte... Ecco, io stava lì cheto, cheto; quando sentiva una pesta, guardava fiso, fiso; non era egli, ed io ritto e cheto nel mio angolo: sento una pedata che mi par quella, sporgo il capo, guardo, è colui; fuori, addosso col mio stocco: mandò un gemito, e mi cadde sulle gambe, gli diedi una spinta e me ne andai... Oh che coraggio aveva allora! ero un uomo! e in un momento sono diventato.... che cosa son diventato? Che è accaduto? Non son sempre quello? Ecco, anche quel Vercellino vorrei non averlo ammazzato: se doveva pensare così un giorno, era meglio che avessi pensato così sempre. Vieni, o luce maledetta, ch'io possa uscire da questo covaccio di triboli, e andare a vedere quella ragazza. Ma devo lasciarla andare? Vedremo; vedremo come mi sentirò. Se potessi dormire almeno un'ora, forse mi sveglierei coll'animo di questa mattina. In questi e simili pensieri passò il Conte del Sagrato quasi tutta la notte; finalmente, non essendo il giorno lontano, la stanchezza lo vinse, e si assopì. Ma i pensieri che avevano riempiuta la sua veglia, trasmutati ora alquanto e rivestiti di forme più strane e più terribili lo accompagnarono nel sonno. Era già levato il sole, e il Conte stava affannoso sotto il giogo di quei sogni rammentatori, quando a poco a poco egli cominciò a risentirsi, scosso, come e quasi chiamato da un romore monotono, continuo, insolito. Stette alquanto tra il sonno e la veglia, e finalmente tutto desto, e gettato un gran sospiro, riconobbe un suono festoso di campane, e pensò che potesse essere, nè gli sovvenne di cosa che potesse essere allora cagione di festa. Si alzò, si vestì rapidamente, e prima d'andare alla stanza di Lucia (che la risoluzione gliene era rimasta) si fece alla finestra della sua stanza, che dominava il pendìo, prima rapido, poi più lento e quasi piano fino al lago; e qua e là villaggi sparsi e case solitarie. Guardò intorno, e vide contadini e contadine, in abito da festa, per tutti i viottoli avviarsi verso la strada che conduceva al Milanese; altri uscire dalle porte e parlarsi quelli che s'incontravano in aria di premura e di festa. Che diavolo hanno in corpo costoro? disse egli fra sè, e tosto, chiamato uno de' suoi fidati, domandò la cagione di quel movimento e di quel concorso; e intese[217] che s'era risaputo la sera antecedente che il cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, era giunto improvvisamente a Lecco, per visitare le parrocchie di quei contorni; e che tutti accorrevano a vedere quell'uomo, il quale dovunque si portasse attraeva sempre folla[218].

Il Conte congedò con un cenno del capo il fidato, e rimase ancora un momento alla finestra a guardare; dicendo fra sè: come sono contenti costoro! e perchè? Perchè è arrivato un uomo che si porrà un bell'abito, e darà loro delle parole, e alzerà le mani tagliando l'aria in croce. Oh! come saltano: sembrano cavrioli: eh! avranno forse, certo, dormito meglio di me! Tanto contenta questa canaglia... ed io... Voglio andare anch'io,——voglio veder questo uomo, che li fa esser tanto vogliosi, tanto contenti. Andrò, andrò. Voglio[219] parlargli; voglio un po' vedere anch'io quest'uomo. Ne dicono tante cose! Eh! come mi accoglierà egli? ricordati che sei il Conte del Sagrato. Ma che ho io paura di brutti musi? Io andare da lui: a che fare? che dirgli? Certo mi mostrerà due occhj arrovellati——Non importa: voglio andare a sentire che parole ha costui per render la gente così allegra[220]. Così detto, o pensato, il Conte stette un momento in fra due se doveva prima andare alla stanza di Lucia. Dopo aver pensato qualche tempo: no, diss'egli, fra sè: non la vedrò: non voglio obbligarmi a nulla; voglio venirne all'acqua chiara con questo Federigo. Potrei lasciarla andare, e pentirmi. Se comincio a fuggire da uno spauracchio, a desistere da un'impresa, è finita, non son più un uomo. Parlato che avrò con costui mi convincerò che sono sciocchezze, e sarò più forte di prima... o se... costui... mi facesse... cangiare... sono sempre a tempo. Andiamo; sarà quel che sarà.

Chiamò un'altra donna, alla quale, in presenza del Tanabuso, impose che si portasse sola alla stanza di Lucia, che vedesse che nulla le mancasse, e che sopratutto ordinasse alla vecchia guardiana di trattarla con dolcezza e con rispetto; e che nessun uomo ardisse avvicinarsi a quella stanza.

Dato quest'ordine, pensò se dovesse pigliar seco una scorta; e oh! via, disse, per dei preti e dei contadini? Vergogna! Se ci sarà alcuno che non mi conosca non avrà nulla da dirmi; per quelli che mi conoscono...!

Così il Conte solo, ma tutto armato, uscì dal castello, scese l'erta e giunse nella via pubblica, la quale brulicava di viandanti; la turba cresceva ad ogni istante: a misura che la fama del Cardinale arrivato si diffondeva di terra in terra, tutti accorrevano. Ma in quella via affollata, il Conte camminava solo: quegli che se lo vedevano arrivare al fianco, s'inchinavano umilmente, e si scostavano come per rispetto, e allentavano il passo per restargli addietro: taluno di quegli che lo precedevano, rivolgendosi a caso a guardarsi dietro le spalle, lo scorgeva, lo annunziava sotto voce ai compagni, e tutti studiavano il passo per non trovarglisi in paro. Giunto al villaggio, sulla piazzetta, dov'era la chiesa e la casa del Parroco, trovò il Conte una turba dei già arrivati, che aspettavano il momento in cui il Cardinale entrasse nella chiesa per celebrare gli ufficj divini. E qui pure tutti quelli a cui si avvicinava, svignavano pian piano. Il Conte affrontò uno di questi prudenti in modo che non gli potesse sfuggire e gli chiese bruscamente, come annojato che era di quel troppo rispetto, dove fosse il cardinale Borromeo. È lì nella casa del curato, rispose riverentemente l'interrogato. Il Conte si avviò alla casa fra la turba, che si divideva come le acque del Mar Rosso al passaggio degli Ebrei, ed entrò sicuramente nella casa. Quivi un bisbiglio, una curiosità timida, un'ansia, un non saper come accoglierlo. Egli, rivolto ad un prete, gli disse che voleva parlare col Cardinale, e chiedeva di essergli tosto annunziato. Il prete, che era del paese, fu contento d'avere una commissione del Conte per allontanarsi da lui, e riferì l'ambasciata ad un altro prete del seguito del Cardinale. Quegli si ritirò a consultare coi suoi compagni; e finalmente, di mala voglia entrò, per dire a Federigo quale visita si presentava.[221]

VII.

PERCHÈ NON DURI VIVA E GRANDE LA FAMA LETTERARIA DI FEDERIGO BORROMEO.