Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 15
——Non giurate, per amor del cielo, interruppe Geltrude, come spaventata; non fate imprecazioni, perchè noi siamo in uno stato che una picciola parola può bastare... potrebbe essere intesa ed esaudita in quel momento che la proferiamo.
——Via, ve lo prometto da uomo onorato, rispose Egidio, affettando tranquillità: ve lo prometto; e non se ne parli più. Ho bisogno anch'io che voi mi compiacciate in un affare d'importanza; e non mi si deve dire di no, non si deve opporre nemmeno un dubbio.
——Che posso fare? chiese con istanza e non senza inquietudine Geltrude.
——Quella villanotta che v'è stata data in guardia, rispose Egidio, quella Lucia...
——Ebbene...?
——Ho promesso di consegnarla ad un amico, al quale non voglio, nè posso rifiutar nulla; e voi dovete darmi ajuto a liberarmi dalla mia parola.
A questa proposta, Geltrude incrocicchiò le mani con forza, le presse al petto, si strinse tutta, levò al cielo uno sguardo nel quale brillava momentaneamente un raggio dell'antica innocenza, e con voce supplichevole e commossa disse: Ah no: non ne facciamo più, non ne facciamo più, per pietà. Chi sa che quel che abbiamo fatto non possa ancora esser perdonato? C'era una scusa, ma qui non ve n'è. Perchè fare ancora delle cose che si vorranno dimenticare e non si potrà? Non ne abbiamo abbastanza?[197].
——Ah! ah! rispose Egidio, così siete disposta a compiacermi? Adesso vi nascono gli scrupoli eh! Più conto fate d'una villana, che conoscete appena da otto o dieci giorni, che di me. Questa è quella che voi amate.
——Io amarla! rispose Geltrude, io colei! non la posso soffrire, è una superba, non fa che parlare della sua innocenza, e quando ne parla mi guarda con certi occhi come se sapesse qualche cosa, e fingendo rispetto, volesse insultarmi. L'ho accolta, sapete, perchè bisogna nel nostro stato farsi amici più che si può; no ch'io non l'amo; ma lasciatemela, per carità; questa lasciatemela, mi diventerà cara, e quando un altro pensiero verrà a tormentarmi, riposerò i miei occhi sopra di lei, e dirò fra di me: ecco, anche questa l'avrei dovuta sacrificare; ed è qui[198].
——Pazzie, pazzie, disse Egidio: parlate come una bambina sciocca. Lasciate che sul principio si lamenti, e un giorno poi riderà dei suoi terrori, e sarà contenta.
——No, non sarà contenta, rispose Geltrude, con la rapida risoluzione di chi ha il vivo sentimento che le parole che ha udite sono menzogne.
——Va bene, va bene, disse Egidio con uno sdegno, in parte vero, in parte diabolicamente affettato: non ne facciamo più: e già vedo che non possiamo andar d'accordo; è tempo perduto con voi: siamo troppo differenti nel pensare: ma a tutto si può rimediare; i mattoni son lì tutti come contati, e ad ogni volta mi do la briga di riporli al loro posto antico: basta che io porti un po' di calce, il muro sta come prima, tutto e finito.
——No, no, no..., riprese affannosamente Geltrude: dite, che volete ch'io faccia?
——È vero, continuò l'uomo abbominevole, come se persistesse nel suo proposito, è vero che vi sono anche quelle altre...
——Zitto, zitto, per pietà, disse Geltrude, che non sentano: volete farmi diventare il ludibrio di quelle...
——Quelle, quelle, rispose Egidio, saranno certamente più pronte a rendermi un servizio.
——Dite, dite, che volete ch'io faccia?
——Chiamatele, riprese imperiosamente Egidio, e troveremo insieme il mezzo di condurre a capo questa grande impresa.
——Dite...
——Chiamatele, dico, riprese Egidio; e Geltrude, strascinata ancora una volta un passo più innanzi nella via della perversità, avvezza ad ubbidire, ubbidì e andò a chiamare le sue complici.
Egidio sapeva quello che aveva detto, e quelle due sciagurate erano infatti più tranquillamente e più risolutamente perverse di Geltrude. Geltrude dei loro discorsi, del loro contegno sentiva talvolta orrore e disprezzo, ne riceveva una specie di scandalo; ma questi sentimenti ricadevano terribilmente su la sua coscienza, perchè ad ogni volta Geltrude era costretta a ricordarsi che dessa era quella che aveva fatto far loro i primi passi nel cammino dove ora la precorrevano. Non parlo che di questi sentimenti, perchè gli altri, tutti orribili e tutti fastidiosi, che dovevano nascere in quegli animi, in quella situazione, non sono da descriversi; basti dire, che con tante cagioni di vicendevole ripugnanza, una sola cosa le teneva unite, la partecipazione d'un sangue, l'avere una sola coscienza: vivevano insieme, come lo sbigottimento e l'audacia, il desiderio di rimpiattarsi e il desiderio di assalire, il rimorso e il delitto vivono insieme nell'animo d'un masnadiero.
Rivisitate immantinente le porte, tentati i chiavistelli, per accertarsi che fossero ben chiuse, le tre sciagurate s'avviarono insieme verso il luogo più rimoto del quartiere, dove Egidio le stava aspettando. L'orrendo concilio[199] fu ragunato; le sciagurate aspettavano ansiose di udire ciò che Egidio avesse a propor loro, e nello stesso tempo stavano, col capo levato all'indietro, origliando se un qualche romore si sentisse, se qualche suora venisse a bussare per accorrer tosto, per intrattenerla con qualche pretesto, prima di aprire, e dar così tempo ad Egidio di sparire senza lasciare alcun sospetto. Egidio espose loro, in due parole, il suo desiderio: ch'egli aveva bisogno di tenere Lucia, per servire un suo caro amico, che esse dovevano dargli ajuto, che la cosa doveva esser fatta presto e in modo che il sospetto non cadesse nè sopra di esse, nè sopra di lui.
In una brigata di onesti che deliberi su qualche risoluzione da prendersi, ognuno diventa più onesto, il sentimento comune rinforza quello d'ogni individuo che parli, le parole d'ognuno divengono più rigide, più degne, più scrupolose, suppongono sempre un convincimento profondo della persuasione della virtù e così, pur troppo, in una brigata di tristi ognuno diventa più tristo, perchè chi ragiona dinanzi ad un uditorio, per picciolo ch'e' sia, generalmente parlando, non teme nulla più che di stonare dagli altri. Geltrude, che alla prima proposta di quel fatto ne aveva conceputo tanto orrore, risoluta ora di obbedire allo spirito infernale che la possedeva, non avrebbe voluto che altri mostrasse più ardore, più prontezza, più sagacità nel farlo; Geltrude, avvezza ad essere strascinata, e a far sempre qualche cosa di più di ciò che sul principio aveva ricusato di fare, rispose tosto che pigliava essa l'impegno, che ne aveva i mezzi più di chicchessia. Le altre triste protestarono tosto che esse erano pronte a secondarla in tutto. Egidio le chiese se essa avrebbe saputo fare andare Lucia sola in una strada solitaria. Domani, rispose Geltrude. Domani è troppo presto, disse Egidio; la rete non potrà esser tesa che dopo domani. Dopo domani, rispose ancora Geltrude. La congrega si sciolse, ed Egidio corse tosto a spedire un messo al Conte del Sagrato per chiedergli i bravi dei quali avevano convenuto. Il messo partì nella notte stessa, giunse all'alba al castello; il Conte diede tosto gli ordini ai bravi che dovevano andare all'impresa; impose loro di obbedire ad Egidio, e di non nominarlo, di aspettare i suoi comandi, e di non andare a casa sua, nè di cercarlo in alcun luogo; e i bravi scesero all'Adda, e s'imbarcarono. Nello stesso tempo spedì egli una carrozza leggiera da viaggio, con un cocchiere quale conveniva a tal signore; gli ordinò di farsi tragittare su un altro punto del fiume, di non mostrare di avere alcuna relazione con quegli altri amici che partivano, di appostarsi vicino a Monza, nel luogo che era indicato nella lettera di Egidio, e di aspettare pure gli ordini di questo.
Quanto alle ciarle da spargersi per via e alle fermate onde far stornare dal vero le congetture dei curiosi, il Conte ne lasciò l'invenzione alla prudenza ed alla sagacità dei suoi uomini; perchè gli aveva scelti tra i più provati e più destri, e tali che sapessero conformare la condotta e i discorsi alle circostanze, che egli non poteva prevedere. Contemporaneamente, e pure per un'altra via, il messo di Egidio tornò al suo padrone, e gli portò la risposta, nella quale il Conte, con un gergo da loro soli inteso, lo avvertiva di ciò ch'egli aveva ordinato. Egidio, lasciato riposare il messo, lo rispedì alle poste dov'erano giunti gli uomini del Conte, e li fece istruire di ciò che avevano a fare. Tutta quella giornata fu spesa in preparativi. Il giorno appresso, la nostra storia lo registra (ed era il ventuno di novembre), Egidio diede avviso a Geltrude che tutto era in pronto, e ch'ella dovesse mantenere la sua parola, operar tosto secondo le istruzioni che egli le aveva date.
Geltrude scese nel suo parlatorio appartato, e fece chiamare Lucia.
La nostra poveretta innocente corse volonterosa alla chiamata. Dopo la partenza della madre, rimasta come smarrita, senza consiglio, senz'altro appoggio che quello della Signora, non si sentiva mai tanto sicura come presso di lei. Ben è vero che quel non so che d'inusitato e di strano ch'ella aveva trovato nei discorsi e nel contegno di essa, gli aveva lasciata una impressione d'incertezza e quasi di timore, ma ella era tanto lontana dal sospettar pure le vere cagioni di quell'inusitato, che le prime riflessioni della madre l'avevano rassicurata; e Lucia non ne aveva cavata altra conseguenza se non che i signori erano molto differenti dai poverelli. Si presentò ella adunque a Geltrude con quell'aria di fiducia affettuosa, con quella gioja riconoscente, che il debole sente alla presenza del forte, che è per lui.
Le andò incontro come la pecora va incontro al pastore che le si avvicina, che allontana le altre e stende la mano per accarezzarla, e non sa la poveretta che egli ha lasciato fuori del pecorile il beccajo a cui l'ha venduta in quel momento.
La festa ingenua di Lucia, e la sua aria fiduciale, era un rimprovero e una distrazione terribile per la Signora, la quale tosto interruppe alcune semplici parole di affetto e di riconoscenza che l'innocente tutta peritosa aveva incominciate, protestò di non voler ringraziamenti, e postasi in aria di premura e di mistero, le annunziò che l'aveva fatta chiamare per comunicarle cose molto importanti. Lucia si fece tutta attenta, e Geltrude, ripetendo la lezione del suo infernale maestro, cominciò ad impastocchiarla con una storia misteriosa, di pericoli e di speranze, di mezzi posti in opera da lei, di ostacoli, di ajuti, tutto per liberare Lucia dalla persecuzione di Don Rodrigo e per farla essere tranquillamente sposa di Fermo: accennando molto di più che non dicesse, e allegando motivi di prudenza, per non dir tutto; ripetendo ad ogni momento che un po' di coraggio e molta precauzione poteva tutto salvare, e una picciola indiscrezione perder tutto; che l'occasione era pronta, e per coglierla non bisognava perder tempo. E terminò con dire che le bisognava in quel momento un uomo da cui potesse aspettarsi un consiglio fidato e un ajuto operoso, che il solo uomo del mondo che fosse da ciò era quel Padre Guardiano dal quale Lucia era stata scorta al monastero; che ella aveva bisogno di parlare con lui, ma che le mancava il mezzo di farlo avvertire con sicurezza, giacchè dopo d'aver riandate tutte le persone, tutti i modi per questa spedizione, trovava in tutti il pericolo di farsi scorgere, di sventare il segreto, di metter sull'avviso quelli a cui importava il più di tener tutto nascosto, e di perdere così l'opportunità, anzi di avvicinare i pericoli: che insomma, per condurre bene a fine questa faccenda, era necessario che Lucia prendesse un po' di risoluzione, si snighittisse e facesse tosto e segretamente e sola questa commissione. Lucia, a questa proposta, rimase sopra di sè, poichè allontanarsi dal monastero, andarsene soletta per un paese che era per lei come l'America, era un gran pensiero. Fece adunque come si fa ordinariamente quando non si vorrebbe aderire ad una proposta: si mise a discuterla, per poter conchiudere che non era la sola cosa da potersi fare: disse che la Signora avrebbe potuto trovare altre persone fidate e discrete, domandò schiarimenti, volle sapere più addentro come la commissione fosse necessaria, e come essa fosse la sola che la potesse eseguire. Ma la Signora, memore sempre della scuola di Egidio, mostrò prima di offendersi, rispose ancor più misteriosamente alle domande, lagnandosi di Lucia che pretendesse farle rivelare ciò ch'ella non poteva, e che non volesse fidarsi di chi senza un interesse, per pura pietà, si prendeva tanta cura di lei; e conchiuse finalmente col dire: Sono ben io la buona donna a pigliarmi di questi travagli: si tratta di voi, finalmente: io me ne lavo le mani: ho fatto ancor più ch'io non dovessi. Lucia, commossa in un punto di vergogna e di timore, stava per piangere: e la Signora, vedendola arrivata a quel punto, ripigliò il suo discorso, la sgridò più amorevolmente, la rimproverò di poco coraggio, le promise che non le sarebbe mai mancata se ella avesse avuta fede in lei; e infervorata, com'era, nell'impresa di tradire la poveretta, per servire lo scellerato Egidio, con ipocrisia sfrontata le disse, che pensasse ai rimproveri che ella farebbe un giorno a sè stessa di avere per irresolutezza, per infingardaggine rifiutato il mezzo della salute e rovinata sè stessa, la madre, e l'uomo a cui ella s'era promessa. Lucia non seppe più resistere, si accusò di aver resistito, le parve che avrebbe rifiutato il soccorso del cielo, rifiutando quello che le era offerto, piena di una novella fiducia disse: vado tosto.
Geltrude l'accomiatò, lodandola, facendole animo e ripetendo le più liete promesse, e indicandole la via per andare al convento. Lucia, ritenendo a forza il pianto, chiese scusa alla Signora della sua poca fede e della sua ingratitudine. Sono una poveretta senza pratica, diss'ella; ma già ella tutte queste brighe non se le deve pigliar per me, ma per Quello di lassù, che gliele rimeriterà tutte; e abbandonandosi alla grata, colle braccia tese, continuò: se non fossero questi ferri, mi pare che le getterei le mani al collo, ed ella non se lo avrebbe a male, poichè è tanto buona, ed io lo faccio per cuore.
——Sì, sì, Lucia, addio, addio, disse Geltrude,
——Dio la benedica, rispose Lucia, e staccatasi dalla grata, si volse e si avviò verso la porta del parlatorio.
Che orrenda parola! disse in cuor suo Geltrude: Dio gliele rimeriterà tutte, e alzando gli occhi vide Lucia che stava per passare la soglia.
Finchè Lucia aveva litigato contra le persuasioni di Geltrude, questa, impegnata ad ottenere l'intento di Egidio, animata dalla disputa stessa, non aveva pensato ad altro che a giungere al suo fine. Ma quando vide il cangiamento di Lucia, quando vide la sua fede sicura, intera, amorosa, e pensò che la tradiva, quando vide la vittima andare così senza sospetto all'orribile sacrificio, un sentimento improvviso, indistinto, irresistibile le fece pronunziare quasi macchinalmente queste parole: Sentite, Lucia. Lucia ristette, si rivolse, ritornò alla grata. Ma nel momento che Lucia spese a far quei pochi passi, l'immagine di Geltrude aveva già veduto Egidio furibondo per essere stato ingannato, aveva già udite le sue imprecazioni, le sue minacce, s'era già pentita del suo pentimento, e quando Lucia ristette alla grata per intendere ciò che Geltrude avesse di nuovo a dirle, Geltrude, confermata nella iniquità,——senti, Lucia, le disse, ricordati bene di tutte le avvertenze che ti ho date; procura di tenerti in mente la strada che tu hai fatta venendo qui; se fossi in dubbio, domanda con indifferenza e con franchezza a qualche buona donna che passi per via; va in modo di non dar sospetto: fatti animo: che già non è il viaggio di Madrid: va e torna presto.
——Oh, disse Lucia, Dio mi accompagnerà; e si volse di nuovo, s'avviò verso la porta, e passò la soglia.
Geltrude corse a chiudersi nella sua stanza[200]. Quivi l'abbandona il nostro autore; nè in tutto il resto del manoscritto ne fa più menzione. Noi però, trovando descritti dal Ripamonti gli ultimi casi di questa sventurata, stimiamo che monti il pregio d'interrompere un momento la narrazione principale, per accennarli. Ci sembra anzi una specie di dovere per noi, quando abbiamo raccontati i delitti, di non tacere il pentimento, di non tacere che l'orrore a noi così facilmente ispirato da quelli, la religione ha potuto ispirarlo ancor più forte e più profondo all'anima stessa che gli aveva acconsentiti e commessi. Riferiremo quei casi in compendio; chi volesse conoscerli più in particolare, li troverà esposti in bel latino nella _Storia patria_ del Ripamonti, al libro sesto della quinta decade. Siccome egli non vi pone alcuna data, così non possiam dire di quanto sieno posteriori alle cose già da noi narrate.
La condotta, il linguaggio, l'aspetto abituale delle tre sciagurate suore, le loro stesse precauzioni per distornare i sospetti, ne fecero, com'era naturale, nascere dei nuovi, che dopo d'aver serpeggiato nel monastero si diffusero al di fuori. Due vicini di quello, che ebbero la sciagura di ricevere qualche prima confidenza di quei sospetti, un fabbro[201] ed uno speziale[202], accennarono copertamente in qualche discorso, che in un monastero del paese accadevano cose orrende e turpi: l'uno e l'altro furono trovati uccisi. Un terrore misterioso invase tutti gli animi nel monastero e fuori; ai susurri, che già cominciavano a farsi sentire nelle brigate, successe un silenzio cupo e significante, e nelle relazioni più intime, gli sguardi, i cenni, le parole sospese esprimevano o accennavano un sospetto e uno spavento comune. Questi romori, così vaghi e generali com'erano, furono riferiti al cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano. Egli, dolente e turbato d'essere così tardi avvertito, si portò a Monza, sotto colore d'una visita generale, e venne a colloquio colla Signora, per esplorare dalle sue parole lo stato dell'animo suo; e ne uscì con più grave e più fondato sospetto. D'allora in poi, la Signora, irritata dei sospetti che vedeva starle sopra, agitata dalle certezze della coscienza, esaltata, per così dire, dal suo stesso turbamento, perdè tutta la prudenza della colpa, le sue azioni divennero affatto indisciplinate, i suoi discorsi strani, furiosi, inverecondi. La giurisdizione criminale su le persone addette allo stato religioso era allora esercitata dai vescovi. Il Cardinale fece torre la Signora da quel monastero, e trasportarla in un convento di convertite nella città[203]. Ivi l'infelice infuriò per qualche tempo: tentò di fuggire, tentò di uccidersi, ricusò il cibo, diede del capo nelle muraglie; urlava tutto il giorno, bestemmiava più di tutto il Cardinale: contra il quale tale era l'odio di lei, ch'ella ebbe a dir poscia che tutte le inimicizie che gli uomini chiamano mortali, erano un giuoco appo di quella ch'ella sentiva per lui.
Intanto lo scellerato vicino ripose il piede nel monastero, e parte colla persuasione, parte colle minacce, astrinse le altre due sue vittime a seguirlo, e di notte con esse fuggì. Ma, o fosse disegno premeditato di quell'animo atroce, o ebbrezza di scelleraggine, poco distante dal paese, in riva al Lambro, una dopo l'altra le trafisse con un pugnale, gittando l'una nel Lambro e l'altra in un pozzo rasciutto ed abbandonato nei campi. Ma le ferite non furono mortali, ed entrambe le donne furono salve per diversi eventi, e rinvenute e riposte a guarire in un altro monastero del borgo[204].
La Signora all'annunzio di tali atrocità, tutta, tutto ad un tratto, si mutò; rivolse in orrore di sè stessa, in pentimento, in dolore ineffabile, in lagrime inesauste tutto quell'impeto di furore, e da quel momento fino al suo ultimo respiro non si stancò mai di espiare almeno ciò che non poteva più riparare. Il Cardinale, ch'ella chiamò poi il suo liberatore, dovette porre un freno ai rigori ch'ella esercitava contra sè stessa; la visitò da poi e la consolò sovente. Pagò egli poi sempre le spese del suo mantenimento, perchè i parenti, come se col rifiutare quella sventurata avessero potuto scuotersi da dosso la colpa che avevano nella sua rovina, non vollero più udirne parlare. Le due compagne la imitarono nella penitenza[205]. Ma il miserabile pervertitore di tutte, bandito nella testa[206], dopo d'avere errato qua e là, cangiato più volte d'abiti e di nome, chiese asilo in città ad un amico, che lo accolse; ma come amico d'un tale uomo, o per timore, o per ottener grazia di qualche altro delitto, lo fece uccidere in un sotterraneo della casa, e presentò la sua testa al giudice, com'era prescritto dagli ordini di quel tempo, i quali nel caso dei banditi costituivano carnefice ogni cittadino, e offerivano o danari o impunità per altri delitti in mercede all'assassinio[207].
V.
RATTO DI LUCIA.
Lucia uscì nella via e s'incamminò con grande attenzione, con gran riserbo, con un gran battito al cuore, tutta raccolta in sè, studiando la sua strada con le indicazioni che aveva avute e con la memoria che le restava della strada già fatta. Giunse così all'uscita del borgo (perchè il convento dov'ella s'avviava era al di fuori in picciola distanza), riconobbe la porta per dove era entrata la prima volta, e prese a sinistra la via che l'era stata insegnata.
Tutte le strade del Milanese erano a quel tempo anguste, tortuose e nel pian paese profonde e, come quivi si dice, invallate, a guisa di un letto di fiume, fra due rive di campi, alte non di rado un uomo, e orlate di piante, che, intrecciate al pedale di rovi, di biancospini e di pruni, riunivano in alto i rami loro in volta dall'una all'altra parte: e tali sono ancora in gran parte le strade comunali.
Quando Lucia si trovò soletta in una strada simile, si pentì quasi di essersi tanto rischiata, e studiò il passo, per giunger presto, proponendo fermamente di non ritornar dal convento a casa senza una qualche scorta. Ma, voltato uno di quei tanti andirivieni, vide una carrozza da viaggio ferma nel mezzo della via, e fuori della carrozza, innanzi allo sportello, che era aperto, due uomini che guardavano su e giù per la via, come incerti del cammino. E per quella presunzione comune che coloro i quali vanno in carrozza sieno galantuomini, Lucia si sentì tutta rincorata, e le parve d'aver trovata una salvaguardia alla metà appunto del cammino, nel luogo più lontano dall'abitato, e dove il bisogno era più grande. Continuò adunque più animosamente a camminare, e quando fu presso alla carrozza tanto che si potessero distinguer le parole, intese uno di quelli, che stavano al di fuori, dire, con una pronunzia e con un linguaggio, che lo fece conoscere a Lucia per bergamasco: ecco una buona donna che c'insegnerà la strada. Giunta a paro della carrozza, quel medesimo le si volse con un atto più cortese che non fosse la sua faccia, e le disse[208]: buona giovane, sapreste voi insegnarci la strada di Monza? Mentre costui parlava, l'altro s'era posto dinanzi a Lucia in modo da sbarrarle la via, ma come un uomo che sta per udire. Loro signori, rispose Lucia, sono voltati a rovescio: Monza è per di qua (alzando la mano e stendendo il pollice al disopra delle spalle), girino la carrozza, e vadano per questa strada, e saranno a Monza in poco più d'un _miserere_. Così detto, voleva continuare il suo cammino, e s'avvicinava alla riva, per passare senza urtare quel forastiero che stava lì ritto come un termine, e senza dirgli che facesse largo, cosa che alla nostra povera forese sarebbe sembrata troppo famigliare. Un momento, disse colui che le aveva già parlato, ritenendola dolcemente: noi siamo ben impacciati in queste strade dell'altro mondo: non potreste voi farci la cortesia di salire in carrozza con noi e d'insegnarci la strada fino a Monza?
——Signori miei, disse Lucia arrossando e maravigliandosi della proposta, io ho fretta d'andare pei fatti miei, vadano per di qua, e non possono fallire.