Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 14
Questi è un signore davvero, pensava tra sè, continuando la sua salita, Don Rodrigo. Vedete un po' come sa farsi rispettare, ed esser padrone in casa sua. S'io volessi fare una legge simile, non so se vi potrei riuscire: ma è poi anche vero che fa una vita da romito. A voler godere un po' il mondo, non bisogna star tanto in sulle sue, nè metter tanta carne a fuoco. Così Don Rodrigo si racconsolava della sua inferiorità; e nel resto del cammino andava rimasticando i discorsi ch'egli aveva preparati pel Conte.
Giunti al castello, la guida v'entrò con Don Rodrigo, e lo fece aspettare in una sala, dove stavano sempre servi armati, pronti agli ordini del Conte. Dopo pochi momenti la guida tornò, invitando Don Rodrigo ad entrare dal padrone, e di sala in sala, sempre incontrando scherani, lo condusse a quella dove stava il Conte del Sagrato.
Don Rodrigo s'inchinò profondamente, con quell'aria equivoca che può egualmente parere bassezza o affettazione, e il Conte, che in mezzo a tanti affari non aveva potuto conservare le abitudini cerimoniose di quel tempo, gli corrispose con una leggiera e rapida inclinazione del capo, e gli fece segno di sedersi sur una seggiola, la quale era posta in luogo che dall'altra stanza si potesse scorgere ogni moto di colui che vi era seduto. Dopo molte cerimonie, alle quali il Conte badò poco, Don Rodrigo sedette e il Conte pure a qualche distanza.
Era il Conte del Sagrato un uomo di cinquant'anni, alto, gagliardo, calvo, con una faccia adusta e rugosa. Si sforzava fino ad un certo segno d'esser garbato, ma da quegli stessi sforzi traspariva una rusticità feroce e indisciplinata.
——Dovrei scusarmi, cominciò Don Rodrigo, di venir così a dare _infado_ a Vossignoria Illustrissima.
——Lasci queste cerimoniacce spagnuole e mi dica in che posso servirla.
——Non so se il signor Conte si ricordi della mia persona; ma io ho presente di essere stato qualche volta fortunato...
——Mi ricordo benissimo e la prego di venire al fatto.
——A dir vero, riprese Don Rodrigo, io mi trovo impegnato in un affare d'onore, in un puntiglio, e sapendo quanto valga un parere di un uomo tanto esperimentato quanto illustre, come è il signor Conte, mi sono fatto animo a venire a chiederle consiglio, e per dir tutto anche a domandare il suo _amparo_.
——Al diavolo anche l'_amparo_, rispose con impazienza il Conte. Tenga queste parolaccie per adoperarle in Milano con quegli spadaccini imbalsamati di zibetto, e con quei parrucconi impostori, che non sapendo esser padroni in casa loro, si protestano servitore d'uno spagnuolo infingardo. E qui, avvedendosi che Don Rodrigo faceva un volto serio, tra l'offeso e lo spaventato, si raddolcì e continuò: intendiamoci fra noi da buoni patriotti, senza spagnolerie. Mi dica schiettamente in che posso servirla.
Don Rodrigo si fece da capo e raccontò a suo modo tutta la storia, e finì col dire che il suo onore era impegnato a fare stare quel villanzone e quel frate, e ch'egli voleva aver nelle mani Lucia; che se il signor Conte avesse voluto assumere questo impegno, egli non dubitava più dell'evento. Non intendo però, continuò titubando, che, oltre il disturbo, il signor Conte debba assoggettarsi a spese per favorirmi.... è troppo giusto.... e la prego di specificare....
——Patti chiari, rispose senza titubare il Conte, e proseguì, mormorando fra le labbra a guisa di chi leva un conto a memoria: venti miglia.... un borgo.... presso a Milano.... un monastero.... la Signora che spalleggia.... due cappuccini di mezzo.... signor mio, questa donna vale dugento doppie.
A queste parole succedette un istante di silenzio; rimanendosi l'uno e l'altro a parlare fra sè. Il Conte diceva nella sua mente: l'avresti avuta per centocinquanta se non parlavi d'_infado_ e d'_amparo_; e Don Rodrigo intanto faceva egli pure mentalmente i suoi conti su le dugento doppie. Diavolo! questo capriccio mi vuol costare! Che ebreo! vediamo.... le ho: ma ho promesso al mercante... via lo farò tacere. Eh, ma con costui non si scherza: se prometto, bisognerà pagare. E pagherò: frate indiavolato, te le farò tornare in gola... Lucia la voglio... si è parlato troppo... non son chi sono... Fatta così la risoluzione, si rivolse al Conte e disse: Dugento doppie, signor Conte; l'accordo è fatto.
——Cinque e cinque, dieci, rispose il Conte. E questa, se mai per caso la nostra storia capitasse alle mani di un lettore ignaro del linguaggio milanese, è una formola comune che, accennando il numero delle dita di due mani congiunte, significava l'impalmarsi per conchiudere un accordo. E nell'atto di proferire la formola, il Conte stese la mano e Don Rodrigo la strinse.
——Le darò, disse Don Rodrigo, uno dei miei uomini, che conosce benissimo la persona, e starà agli ordini di Vossignoria...
——Non fa bisogno, rispose il Conte del Sagrato; mi basta il nome, e qui cavò una vacchetta, sulla quale sa il cielo che memorie erano registrate, e fattosi dire un'altra volta il nome e il cognome della nostra poveretta, lo scrisse, e notò pure il monastero.
——Ma non vorrei che nascessero abbagli.
——So quel che posso promettere, rispose il Conte, il quale coglieva ogni destro di dare una idea inaspettata del suo potere e della certezza dei suoi mezzi.
——Certo, replicò Don Rodrigo, pel signor Conte non v'è cosa impossibile.
——Ad un mio avviso ella mandi persona fidata con le dugento doppie, e la persona sarà consegnata.
——Così farò; e mi raccomando... vede bene... non vorrei che... il signor Conte darà ordini precisi, e impiegherà persone di giudizio.
——Al corpo di mille diavoli! Ella non sa dunque come io son servito. Tutti i miei uomini sono ben persuasi che colui il quale in una simile circostanza pigliasse la più picciola libertà, sarebbe punito con le mie mani.
——Non ne dubito, rispose Don Rodrigo.
——Segreto e fedeltà ai patti! disse il Conte.
——Son uomo d'onore, rispose Don Rodrigo, e si accomiatò. Uscì del castello, scese alla taverna, trovò la sua scorta, pagò largamente lo scotto, e si avviò verso casa.
Non aveva egli ancora oltrepassata la soglia del castello del Conte, che questi aveva già dato principio all'impresa, prendendo la penna e scrivendo una lettera a quell'Egidio di Monza, che il lettore conosce, per invitarlo a venire al castello per un negozio di somma premura. È duopo sapere che il Conte era uno di quei vecchi amici del padre di Egidio coi quali questi aveva mantenuta corrispondenza; anzi era di tutti il più intrinseco e il più riverito. Il giovane Egidio, appena rimasto solo, aveva implorata l'assistenza del Conte per adempire la vendetta del padre, e il Conte, che nel giovanetto aveva già intravedute disposizioni non ordinarie, e che aveva pensato di farne uno degli agenti che teneva in varie parti del paese, lo aveva in quell'occasione soccorso di denari e d'uomini, e sempre in seguito gli si era mostrato pronto ad ajutarlo dove fosse stato di mestieri.
Si formò quindi tra loro l'intelligenza di darsi mano a vicenda in ogni occorrenza; nel che Egidio faceva le sue parti con molto zelo, e con una certa sommessione verso il Conte, per la sua età, per la sua fama, e per gli obblighi che Egidio gli aveva, e perchè in ogni frangente contava d'avere in lui un difensore invincibile.
Per ciò il Conte, quando Don Rodrigo gli parlò di Monza, corse tosto col pensiero ad Egidio, e conoscendo per esperienza la devozione e risolutezza di lui, sapendo che la sua casa era contigua al monastero, fece ragione che la impresa era come compiuta, e promise a Don Rodrigo con quella asseveranza che abbiamo veduto, e che gli diede una maraviglia non affatto scevra di diffidenza.
Il messo partì; e il giorno susseguente Egidio si mosse di buon mattino, e verso il mezzogiorno salì in trionfo fino al castello del Conte, con due cavalieri e con quattro pedoni che l'accompagnavano; distinzione riserbata a quegli che erano non solo amici, ma alleati, e la gente dei quali era impegnata, al bisogno, ad eseguire i disegni del Conte. Infatti gli uomini di Egidio e quelli del Conte s'erano trovati insieme in più d'una impresa, ed erano per lo più antiche conoscenze, e avvezzi in ogni caso a far conto su uno scambievole ajuto. Quindi a misura che Egidio, avvicinandosi al castello, incontrava di quei bravi che vi soggiornavano, questi, dopo d'avere umilmente inchinato l'amico del padrone, facevano festa, pur camminando, al suo corteggio, ed era una ripetuta stretta di mani e un dare e rendere di saluti, a cui si appiccavano i più bisbetici e scomunicati nomi del mondo.
Ben venuto il Tanabuso! Ben trovato il Tempesta[190]. Oh, addio, Strozzato. Buon giorno, Biondino bello. Bravo Nibbione[191], mi rallegro di vederti bene in gamba. Eh! Spettinato[192], grazie al cielo, in gamba, sano e salvo agli statuti di Milano, fin che viene la mia ora. Bravo un'altra volta. Ehi! e quel tale Brusco che ti faceva l'amore dietro tutte le siepi? Mandato a dormire senza cena, rispose il Nibbione, stendendo il braccio sinistro e appoggiando orizzontalmente la mano destra alla guancia. Bene, rispose lo Spettinato, così va fatto: meglio pagare che riscuotere. Così m'ha insegnato mio padre, replicò il Nibbione. Con questi bei ragionamenti giunse la nostra brigata alla vista del castello; quivi si trovò il Conte, che, avendo veduto salire l'amico, gli si faceva incontro. Quando Egidio lo scorse, balzò da cavallo, gittò la briglia a uno de' suoi uomini e corse a lui; si abbracciarono, entrarono insieme nel castello, gli scherani dell'uno e dell'altro seguitarono riverentemente in silenzio, ed entrati pure in frotta, andarono tutti insieme a gozzovigliare, secondo gli ordini dati dal Conte.
Quando i due amici furono soli nella stanza appartata dove il Conte trattava gli affari più reconditi, scoperse ad Egidio il motivo della chiamata in questo modo:
——Mio caro Egidio, e posso dir figlio: Ho un affare a Monza, pel quale m'è duopo un amico fidato, e un uomo destro e valente; e ho posto gli occhi sopra di te.
——Vorrei vedere, rispose Egidio, chi sarebbe in Monza colui che ardisse vantarsi di esservi più amico di me.
——La mentita gliela darei io, replicò il Conte.
——Ora mettetemi alla prova.
——Ho bisogno di avere in mano una persona, disse il Conte.
——Viva o morta? domandò Egidio.
——Viva, viva, rispose il Conte; è un affare allegro.
——Bene, disse Egidio, purchè non sia il castellano, nè alcuno di sua famiglia, nè il feudatario, nè il podestà, nè un ufiziale spagnuolo...
——Ih! ih! disse il Conte, che vorresti tu ch'io facessi di questa gente? Quando io gli avessi tutti in questo castello, farei aprire tutte le porte per lasciarli andare. Non sono buoni da nulla, nè vivi, nè morti.
——Che so io? riprese Egidio: Bene, purchè non sia ancora nè l'arciprete, nè tampoco un prete, nè un frate, nè una monaca, perchè non vorrei aver che fare col Cardinale, che sarebbe uomo da mettere a soqquadro tutta Roma e tutta Madrid, finchè non ne avesse veduto l'acqua chiara; purchè non sia nessuno di questi, vi prometto, umanamente parlando, che siete servito.
——Ebbene, disse il Conte, quello che io vorrei che tu prendessi non è nessuno di questi uccellacci che hai nominati; è il più picciolo _reatino_ che tu possa immaginare. Solamente, è rimpiattato in una certa fratta che ci vorrà destrezza assai a cavarnelo.
——Vediamo, rispose confidentemente Egidio.
Il Conte cavò la sua vacchetta, e dopo aver rivolto qualche carta, lesse: Lucia Mondella, e continuò: è una contadina di questi contorni che si trova in Monza nel monastero contiguo alla tua casa, sotto la protezione della Signora; protezione molto fredda però; è raccomandata al Guardiano dei cappuccini.
——Ne ho inteso parlare, rispose Egidio, il quale ne sapeva sul conto di Lucia molto più del Conte, ma non voleva mostrarsene più inteso, perchè i suoi rapporti con la Signora erano un segreto al quale non ammetteva nemmeno gli amici più intrinseci.
——Prendi tu l'impegno? domandò il Conte.
——Senza dubbio, rispose Egidio.
——E la Signora?
——La Signora, come vi hanno detto benissimo, non si piglia molto a cuore questa donna; così almeno ho inteso dire da quelli di casa mia, che bazzicano con l'ortolano, o con qualche altro mascalzone del monastero. E poi, faremo la cosa in modo che nè la Signora, nè altri possa sospettare donde il colpo venga.
——Sai tu ch'ella si allontani dal monastero, qualche volta? Hai mezzo per farla uscire?
——M'impegno di trovarlo. E non vi posso promettere nè pel tal giorno, nè per la tale settimana; ma piglierò il tempo, e sarete servito; e non andrà molto.
——Bravo! e hai tu bisogno d'uomini in ajuto?
——Ho bisogno certo d'uomini, non tanto per compire l'opera, come per distornare i sospetti. Quando io vi darò avviso, voi mi manderete dei vostri uomini forestieri, dei più destri e determinati; costoro si lasceranno vedere qualche tempo prima; si parlerà in paese di loro; quando la donna sarà scomparsa...
——Va bene, si dirà che è stata rapita da forestieri sconosciuti, da Bergamaschi.
——Rapita, o fuggita con essi: quel che si vorrà: o anche l'uno e l'altro, perchè ho veduto in più d'un caso che il raccontare una storia in diverse maniere serve molto a confondere le teste, e a tener lontani i sospetti dalla verità del fatto.
——Tu parli come un vecchio, e sai operare da giovane, rispose il Conte. Io ti manderò gli uomini che mi richiederai: e non avranno altro ordine che di ubbidire ai tuoi.
Così fu conchiuso l'orribile accordo. Egidio annunziò al Conte che l'indomani ripartirebbe di buon mattino, e che appena giunto a casa avviserebbe ai mezzi di condurre a buon fine l'impresa.
La sicurezza però di Egidio, diede al Conte una maraviglia non molto dissimile da quella che Don Rodrigo aveva presa della sua. Si aspettava bene il Conte che Egidio avrebbe abbracciata l'impresa e trovato il modo di compierla, ma ch'ella dovesse parergli così agevole, non lo avrebbe immaginato. Si preparava anzi a fargli animo, e a suggerirgli i mezzi per vincere gli ostacoli che Egidio gli avrebbe opposti, e fra questi il primo gli pareva che dovesse essere la Signora: ma il lettore sa che questo, che al Conte sembrava ostacolo, dovette tosto affacciarsi alla mente di Egidio come un mezzo validissimo. Ed è questo uno dei molti vantaggi dei lettori di storie: il sapere certe cose ignorate dai personaggi più importanti di esse; il veder chiaro dove i più accorti ed oculati personaggi camminano all'oscuro: vantaggio che dovrebbe ispirare ad ogni lettore bennato molta riconoscenza a coloro che glielo procurano, che alla fin fine sono gli scrittori di quelle storie.
Nel resto di quel giorno il Conte trattenne in festa l'amico, in quella festa però che poteva essere in quel luogo e fra quei due. All'indomani, dopo molti affettuosi congedi, Egidio partì, promettendo che ben presto manderebbe al Conte buone novelle dell'affare, discese al lago, entrò nel battello del Conte; traghettato all'altra riva dell'Adda coi suoi, si ripose a cavallo e prese la via di Monza.
In quel tempo di provocazioni, di vendette, di agguati, di tradimenti, l'uomo che si allontanava quattro passi da casa sua, camminava sempre con sospetto, a guisa d'un esploratore in vicinanza del nemico; e più d'ogni altro i facinorosi e soverchiatori di mestiere, quelli che avevano in ogni parte conti accesi di offese o di minacce, come era Egidio.
Benchè mandasse alcuni passi innanzi a battergli la via uno de' suoi cavalieri, il quale spiava se vi fossero insidie, o se giungessero nemici, pure andava egli stesso guardandosi a destra e a sinistra, cercando di penetrare con lo sguardo ogni siepe, alzandosi di tempo in tempo su le staffe per veder dietro i muri dei campi, piegandosi per vedere dietro ogni cappelletta, volgendosi di tempo in tempo a vedere dietro le spalle, e affissando da lontano chiunque veniva, perchè poteva essere un nemico, o il sicario nascosto di un nemico. Alla metà circa della via incontrò egli una caravana di carretti e di pedoni, e li riconobbe da lontano per quelli che erano veramente, cioè pescivendoli che tornavano da Milano dopo avere smaltita la loro merce, e che camminavano di conserva per assicurarsi dai masnadieri. Esaminando però attentamente ogni persona della caravana a misura che gli passava dinanzi, gli parve di riconoscere una donna che si stava accosciata sur un carretto, coperta il capo d'un fazzoletto rannodato sotto il mento, la quale, veggendo venire armati, guatava con una curiosità mezzo spaventata. Egidio la mirò più fissamente, s'avvide che s'era apposto, che era dessa, e si rallegrò pensando che a Monza troverebbe un impiccio di meno nell'esecuzione del suo mandato.
Era la nostra povera Agnese, che avendo in vano aspettato le lettere o almeno imbasciate promesse dal Padre Cristoforo, impaziente di venire in chiaro del come andassero le cose, qual partito si dovesse finalmente pigliare, tornava al paese per saperne qualche cosa, per dare nello stesso tempo una occhiata alla casa ed alle masserizie[193]. Lucia, alla quale i pericoli passati, la fuga, il trovarsi come smarrita, lungi dalla sua casa, fra gente nuova, il timore continuo di peggio, avevan restituita quasi tutta la timidezza della infanzia, aveva più volte afferrata la gonna della madre per non lasciarla partire, aveva pianto e pregato; ma finalmente, stanca essa pure della incertezza e più ansiosa di saper qualche cosa di quello non ne confessasse, rassicurata dal trovarsi in un asilo così guardato e così santo, s'acquetò e lasciò che la madre ne andasse; e Agnese se n'era venuta, senza cruccio della figlia, che le pareva d'aver lasciata, come si dice, su l'altare[194].
Quando Egidio si avvenne nella nostra povera Agnese, andava appunto fantasticando sul modo di soddisfare al più presto ai desiderj del suo degno amico, e di dargli con la prontezza del servizio una prova di audacia e di destrezza singolare; e nei varj disegni che ruminava il pensiero, questa Agnese gli si gittava sempre a traverso come il maggiore impedimento. Come staccare da essa Lucia, che le stava sempre appiccata alla gonnella? Rapire Lucia, quando fosse in compagnia della madre, era esporsi ad un vero scandalo: la resistenza che la madre avrebbe tentato di opporre, poteva render necessaria qualche violenza, che avrebbe renduto l'affare più serio, o almeno avrebbe fatto perder tempo, forse sfuggire l'opportunità; le sue grida potevano attirare dei guastamestieri, o almeno dei testimonj; e ad ogni modo essa, rimanendo in Monza, avrebbe esclamato, ricorso, parlato e fatto parlare. Al contrario, quando Lucia non avesse in paese persona a cui calesse di lei particolarmente, i discorsi sarebbero stati d'un giorno ed era molto più agevole dare all'avventura quella spiegazione che fosse convenuta e che nessuno avrebbe potuto smentire. Si andava dunque Egidio risolvendo ad aspettare che Agnese si fosse allontanata da Monza, ma, non sapendo quando ciò fosse per accadere, si rodeva di dover rimettere ad un tempo non ben determinato l'impresa e l'onore dell'impresa. Ma, alla vista di Agnese, che tornava a casa, Egidio si sentì libero d'una grande incertezza, risolvette di por mano al disegno appena sarebbe giunto a Monza, e continuò a maturare il suo disegno[195]; i suoi pensieri camminavano più spediti, e per mettere del paro ad essi il suo cavallo, gli diede una voce ed un colpo di sprone, dicendo ai seguaci a piedi, che erano obbligati di trottare un po' affannosamente: animo, figliuoli, che la giornata o bella.
Giunto a Monza, entrato in casa, scavalcato, deposte le armi più gravi e più lunghe, egli corse tosto per la via, da lui solo conosciuta, alla porta abominevole che egli aveva aperto nel solajo, entrò con le solite precauzioni nel solajo dell'abitazione vicina, fece i soliti segni. La Signora, che stava sull'avviso, intese, avvertì le sue complici; le quali andarono a chiuder le porte del quartiere che comunicavano col chiostro, e la sciagurata corse incontro ad Egidio tutta ansiosa.
——Sia lodato il cielo, diss'ella, che vi riveggo! Oh che giorni ho passati! e che notti! Che paura ho avuto questa volta! e, mentre ella parlava, una specie di consolazione angosciosa e di rincoramento agitato dipingevano sulle sue guance come due pezze di rossore, che contrastavano tristamente col pallore di tutta la faccia.
——Le solite sciocchezze? disse Egidio con impazienza.
——Oh! sciocchezze! So io quel che soffro; e fossero anche sciocchezze, a chi tocca aver compassione di me? Mai mai, non avete voluto compiacermi. Se provaste un'ora quello che io sento tutto il giorno! tutta la notte! Non posso più, non posso più vivere con colei così vicina[196]. Qua giù, qua sotto, a pochi passi, nella vostra cantina: e quando voi non ci siete...! l'ho veduta sempre, sempre, l'ho veduta smuovere a poco a poco il mucchio di sassi, e poi metter fuori il capo, e poi venir su... avrei gridato, se non avessi temuto di far correre tutto il monastero... e poi entrare qua dentro per questo pertugio, senza mai volersi fermare, e poi sedersi qui... quello sgabello son ben sicura d'averlo bruciato; e pure, quando colei arriva, si trova sempre a quel posto, ed ella vi si adagia, e non vuol partirne. Mi pare che se fosse lontana dove io non sapessi, non potesse venire così a tormentarmi.
——Donne indiavolate, vive o morte, disse lo scellerato: ecco le accoglienze gioconde che mi fate.
——Non andate in collera, disse Geltrude, perchè chi altri ho io? a chi mi posso confidare? e continuò con voce più sommessa: quelle altre, non mi consoleranno, vedete, se racconterò loro che siete in collera con me; state in pace e fatemi questo piacere una volta. Voi sapete far tante cose! Non sarete più contento, quando mi vedrete tranquilla?
——Ma sono queste cose da pensare, e da dire? rispose Egidio. È un affare finito, che non dà più impaccio, e volerne andare a cercare uno di questa sorta? perchè? per una pazzia? Che volete ch'io faccia? Ch'io desti il cane addormentato? Senza una ragione al mondo? come l'ho da portare? dove?
——Scendete una notte solo, disse Geltrude, già voi non avete paura, fortunati gli uomini! prendetela, portatela al fiume, gittatela in un pozzo abbandonato.
——Bel divertimento! bella festa in vero, disse Egidio, con un sorriso di rabbia e di scherno: bella commissione che mi date! Pazzie! E tutto per trar fuori quello che è ben nascosto! Savio disegno! Sapete voi dirmi un luogo dove possa star più nascosta che ora non è?
——È vero, disse Geltrude, gran cosa che non si sappia che fare d'un morto?
——Che farne? rispose Egidio, niente: sta bene dov'è. Dimenticatela, pensate quello che pensano tutte le vostre suore: è andata alle Indie su una nave olandese, e pensa a vivere allegramente: lo credono tutti...
——Ma non è vero, risposo Geltrude.
——Che fa questo? disse bruscamente Egidio.
——Fa tutto, replicò tristamente Geltrude, e proseguì: anch'io prima... credeva che purchè lo sapessimo noi soli, la cosa sarebbe come se non fosse avvenuta, ma ora...
——Ora è tempo di finirla, interruppe, sempre aspramente Egidio.
——Oh ecco come son trattata! disse con accoramento Geltrude; mi strapazzate perchè patisco; siete voi quello che mi strapazzate, voi... Che colpa ho io se sono una poveretta? Vorrei anch'io non curarmi di nulla, esser come voi... voi siete un uomo, voi mi date animo... ma no, no: voi avete troppo coraggio, troppa presenza di spirito... mi fate quasi... paura... penso... penso che se... mi odiaste... ah i morti non vi danno travaglio!
——Che pazzie! che pazzie! disse Egidio, con istizza sempre crescente.
——Ebbene, disse Geltrude in tuono supplichevole, compiacetemi, levatemi questa spina dal cuore, allontanate colei da questa abitazione; voi vedete ch'io non posso allontanarmi io.
——Via, rispose Egidio, fingendo di acconsentire alla domanda, vi compiacerò; è un impiccio, è un fastidio, è un pericolo, ma per voi lo farò.
——Oh davvero! disse Geltrude, non lo dite per acquetarmi, come avete fatto altre volte... vi ricordate? promettetelo da vero.
——Possa essere...!