Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1

Part 13

Chapter 133,923 wordsPublic domain

Fece egli in modo che il Podestà lodasse particolarmente il vino della tavola: cosa non difficile ad ottenersi, perchè il vino era buono e il Podestà conoscitore. Allora Don Rodrigo: Oh, signor Podestà, giacchè ho la buona sorte di posseder cosa di suo aggradimento, mi permetterà....

——Non mai, non mai, signor Don Rodrigo, se avessi saputo ch'ella sarebbe venuta a questi termini avrei dissimulata la mia ammirazione per questo incomparibile....

——Bene, bene, signor Podestà, ella non mi farà il torto....

——Don Rodrigo conosce la stima....

Il conte Attilio interruppe la gara, la quale era già realmente composta. Don Rodrigo parlò all'orecchio ad un servo, e il Podestà tornando poi a casa trovò sei tarchiati contadini che erano venuti a deporre nella sua cantina le grazie di Don Rodrigo.

Dato l'ordine segreto, Don Rodrigo ritornò al discorso incominciato, benchè sembrasse mutarlo affatto e passare dal vino all'economia politica, ma chi appena osservi la serie delle sue idee scorgerà il filo recondito che le tiene.

——Che dice, continuò adunque Don Rodrigo, che dice il signor Podestà di questo spatriare che fanno i nostri operaj?

——Che vuole ch'io le dica? rispose il Podestà: è cosa da non potersi comprendere. Quanto più si moltiplicano le gride per trattenerli, tanto più se ne vanno. Non si sa capire: è una pazzia che gli ha presi: sono pecore, una va dietro all'altra.

——Eppure, continuò Don Rodrigo, pare che questa cosa stia molto a cuore di sua Eccellenza.

——Capperi! veda con che sentimento ne parla nelle gride. Ma costoro, parte per ignoranza, parte per malizia, non danno retta; armano mille pretesti, ma la vera ragione si è la poca volontà di lavorare e il disprezzo temerario delle leggi divine ed umane.

——Ma per buona sorte, disse il dottor Duplica, a cui Don Rodrigo, aveva detto non tutto, ma quanto bastava a fargli intendere come Don Rodrigo desiderava di essere servito; per buona sorte abbiamo un signor Podestà che non si lascerà illudere da pretesti e saprà tener mano ferma....

——Mano ferma, signor Podestà, riprese Don Rodrigo, mano ferma: il primo che c'incappa farne un esempio.

——Io so, disse con gravità misteriosa il conte Attilio, che sua Eccellenza tiene gli occhi aperti su questo sviamento degli artefici e sulla esecuzione delle gride che lo proibiscono, perchè il Conte mio zio del Consiglio segreto qualche volta, in confidenza, si è spiegato con me.... Basta non voglio ciarlare; ma son certo che quando, tornato a Milano, andrò a fare il mio dovere dal Conte mio zio, egli non lascerà di farmi mille interrogazioni.... In verità, avere dei parenti in alto è un onore, ma un onore un po' pesante. Non si può parlare con loro che non vogliano ricavare qualche notizia, non si sa come sbrigarsene.

——Mi raccomando ai buoni uficj del signor conte, disse umilmente il Podestà; una buona parola trasmessa da una bocca tanto garbata in orecchie tanto rispettabili....

——È pura giustizia renduta al merito, signor Podestà; però se la parola ha da ottenere il suo effetto, da far colpo, sarà bene che si vegga qualche dimostrazione esemplare dello zelo del signor Podestà in questa materia.

——È mio dovere, e starò sull'avviso.

——Oh le occasioni non mancheranno, disse il Dottore, perchè, come diceva sapientemente il signor Podestà, è una pazzia universale in costoro. Quindi, prendendo l'aria grave e pensosa di chi passa dai fatti ad una idea generale, continuò: Vedano un po' le signorie loro come son fatti gli uomini, e particolarmente la gente meccanica, che non sa riflettere. Comincia a mettersi fra gli artefici questa smania di sviarsi, di cambiar cielo. La sapienza di chi governa vede il male e tosto applica il rimedio della proibizione e delle pene. Si può far di più? eppure, costoro, presa una volta quella dirittura di andarsene a processione, proseguono ad andarsene come se nessuno avesse parlato. Come si spiega questo? Col dire che sono pazzi. Ma coi pazzi come bisogna fare? Castigarli.

È facile supporre che con questi ragionamenti il signor Podestà si trovò disposto a credere poi, o a fingere di credere, alle insinuazioni incessanti del dottor Duplica e alle deposizioni degli onorevoli suoi ministri, che Fermo si era spatriato in contravvenzione alle gride. Il signor Podestà non si lasciò scappare una occasione gli si era tanto raccomandato di afferrare, e nel giorno susseguente, fatte fare ricerche di Fermo, le quali riuscirono inutili, lo notò come fuggitivo, gli fece intimare alla casa l'ordine di ritornare, e nello stesso tempo rilasciò l'ordine di catturarlo s'egli ritornava.

Non importa di accordare quei due ordini: basta che con questi si ottenesse l'effetto desiderato che era di toglier la volontà a Fermo di ritornare[184].

IV.

VISITA DI DON RODRIGO AL CONTE DEL SAGRATO——EGIDIO E LA SIGNORA——RAVVEDIMENTO E FINE DI COSTEI.

Il Griso partì coi due compagni, spiò e raccolse che Lucia era nel monastero, sotto la protezione della Signora, che però la Signora l'aveva ricevuta per compiacere al Padre Guardiano, che nessuno pensava che altrimenti ella si sarebbe pigliata a petto questa faccenda, giacchè Lucia non le apparteneva per nulla, che Lucia abitava nel monastero, ma fuori del chiostro, che si lasciava poco vedere, e sempre di chiaro giorno: che la madre aveva disegnato di tornarsene a casa, lasciando Lucia così bene appoggiata. Tutte queste cose riferì il Griso a Don Rodrigo, il quale, lodatolo e ricompensatolo, si pose seriamente a pensare quale risoluzione fosse da prendersi.

Tentare un ratto a forza aperta, in Monza, su un terreno che egli non conosceva bene, in un monastero, a rischio di tirarsi addosso la Signora e tutto il suo parentado, del quale Don Rodrigo conosceva molto bene la potenza e la ferocia in sostenere le protezioni una volta abbracciate, era impresa da non porvi nemmeno il pensiero. Pure Lucia fra pochi giorni sarebbe rimasta sola senza la madre, e a chi avesse avuta pratica del paese, aderenze, notizie per conoscere le occasioni e per approfittarsene, per evitar i pericoli, l'impresa poteva forse essere agevole non che possibile. Bisognava dunque ricorrere ad un alleato potente e destro, ad un uomo avvezzo a condurre a termine spedizioni di questo genere, e Don Rodrigo si determinò in un pensiero che gli era passato più volte per la mente, che non aveva mai abbandonato, il pensiero di raccomandare i suoi affari al Conte del Sagrato.

Avremmo desiderato di poter dare il vero nome di costui, giacchè quello che abbiam trascritto era un soprannome, ma le nostre ricerche sono state infruttuose. Al prudentissimo nostro autore è sembrato di avere ecceduto in libertà e in coraggio col solo indicare con un soprannome quest'uomo. Due scrittori contemporanei e degnissimi di fede, il Rivola e il Ripamonti, biografi entrambi del cardinale Federigo Borromeo, fanno menzione di quel personaggio misterioso, ma lo dipingono succintamente come uno dei più sicuri e imperturbabili scellerati che la terra abbia portato, ma non ne danno il nome e nè meno il soprannome, che noi abbiamo ricavato dal nostro manoscritto, insieme con la narrazione del fatto che glielo fece acquistare, e che basterà a dare una idea del carattere di quest'uomo.

Abitava egli in un castello posto al confine degli Stati Veneti, sur un monte; e quivi menava una vita sciolta da ogni riguardo di legge, comandando a tutti gli abitatori del contorno, non riconoscendo superiore a sè, arbitro violento dei negozj altrui, come di quelli nei quali era parte, raccettatore di tutti i banditi, di tutti i fuggitivi per delitti, quando fossero abili a commetterne di nuovi, appaltatore di delitti per professione. La sua casa, per servirci della descrizione che ne fa il Ripamonti, era come una «officina di mandati d'uccisione: servi condannati nella testa e troncatori di teste; nè cuoco, nè guattero dispensati dall'omicidio; le mani dei valletti insanguinate».

E la confidenza di costui, nutrita dal sentimento della forza, e da una lunga esperienza d'impunità, era venuta a tanto, che dovendo egli un giorno passare vicino a Milano, vi entrò senza rispetto, benchè capitalmente bandito, cavalcò per la città coi suoi cani, e a suon di tromba, passò sulla porta del palazzo dove abitava il governatore, e lasciò alle guardie una imbasciata di villanie, da essergli riferita in suo nome.

Avvenne un giorno che a costui, come a protettore noto di tutte le cause spallate, si presentò un debitore svogliato di pagare, e si richiamò a lui della molestia che gli era recata dal suo creditore, raccontando il negozio a modo suo e protestando ch'egli non doveva nulla, e che non aveva al mondo altra speranza che nella protezione onnipotente del signor Conte. Il creditore, un benestante d'un paese vicino, non era sul calendario del Conte, perchè senza provocarlo giammai, nè usargli il menomo atto di disprezzo, pure mostrava di non volere stare come gli altri alla suggezione di lui, come chi vive pei fatti suoi e non ha bisogno, nè timore di prepotenti. Al Conte fu molto gradita l'opportunità di dare una scuola a questo signore: trovò irrepugnabili le ragioni del debitore, lo prese nella sua protezione, chiamò un servo, e gli disse: Accompagnerai questo poveruomo dal signor tale, a cui dirai, in mio nome, che non gli rechi più molestia alcuna per quel debito preteso, perchè io ho riconosciuto che costui non gli deve nulla; ascolterai la sua risposta: non replicherai nulla quale ch'ella sia, e quale ch'ella sia tornerai tosto a riferirmela. Il lupo e la volpe s'avviarono tosto dal creditore, al quale il lupo espresse la imbasciata, mentre la volpe stava tutta modesta a sentire. Il creditore avrebbe volentieri fatto senza un tale intromettitore; ma, punto dalla insolenza di quel procedere, animato dal sentimento della sua buona ragione, e atterrito dalla idea di comparire allora allora un vigliacco e di perdere per sempre ogni credito; rispose ch'egli non riconosceva il signor Conte per suo giudice. Il lupo e la volpe partirono senza nulla replicare, e la risposta fu tosto riferita al Conte, il quale, udendola, disse: benissimo. Il primo giorno di festa la chiesa del paese dove abitava il creditore era ancora tutta piena di popolo, che assisteva agli ufficj divini, che il Conte si trovava sul sagrato alla testa di una truppa di bravi. Terminati gli ufficj, i più vicini alla porta, uscendo i primi e guardando macchinalmente sul sagrato, videro quell'esercito e quel generale, e ognun d'essi spaventato, senza ben sapere che cagione di timore potesse avere, si rivolsero tutti dalla parte opposta, studiando il passo quanto si poteva, senza darla a gambe. Il Conte, al primo apparire di persone sulla porta, si era tolto dalla spalla l'archibugio, e lo teneva con le due mani in apparecchio di spianarlo. Al muro esteriore della chiesa stavano appoggiati in fila molti archibugj, secondo l'uso di quei tempi, nei quali gli uomini camminavano per lo più armati, ma non osavano entrar con armi nella chiesa, e le deponevano al di fuori, senza custodia, per ripigliarle all'uscita: tanta era la fede pubblica in quella antica semplicità! Ma i primi che uscirono non si curarono di pigliare le armi loro in presenza di quel drappello: anche i più risoluti svignavano dritto dritto dinanzi un pericolo oscuro, impreveduto, e che non avrebbe dato tempo a ripararsi e a porsi in difesa. I sopravvegnenti giungevano sbadatamente sulla soglia, e si rivolgevano ciascuno al lato che gli era più comodo per uscire, ma alla vista di quell'apparato tutti si volgevano dalla parte opposta, e la folla usciva come acqua da un vaso che altri tenga inclinato a sbieco che manda un filo solo da un canto dell'apertura. Si affacciò finalmente alla porta con gli altri il creditore aspettato, e il Conte al vederlo gli spianò lo schioppo addosso, accennando nello stesso punto col movimento del capo agli altri di far largo. Lo sventurato, colpito dallo spavento, si pose a fuggire dall'altro lato, e la folla non meno, ma l'archibugio del Conte lo seguiva, cercando di coglierlo separato[185]. Quegli che gli erano più lontani s'avvidero che quell'infelice era il segno, e il suo nome fu proferito in un punto da cento bocche. Allora nacque al momento una gara fra quel misero e la turba, tutta compresa da quell'amore della vita, da quell'orrore di un pericolo impensato, che occupando alla sprovveduta gli animi, non lascia luogo ad alcun altro più degno pensiero. Cercava egli di ficcarsi e di perdersi nella folla, e la folla lo sfuggiva, pur troppo si allontanava da lui per ogni parte, tanto ch'egli scorrazzava solo di qua di là, in un picciolo spazio vuoto, cercando il nascondiglio il più vicino. Il Conte lo prese di mira in questo spazio, lo colse e lo stese a terra. Tutto questo fu l'affare di un momento. La folla continuò a sbandarsi, nessuno si fermò, e il Conte, senza scomporsi, ritornò per la sua via, col suo accompagnamento.

Se quel fatto crescesse in tutto il contorno il terrore che già ognuno aveva del Conte, non è da domandare; e l'impressione comune di stupore e di sgomento fu tale, che nessuno poteva pensare al Conte senza che il fatto non gli ricorresse al pensiero; e così fu associata al nome quell'idea che tutti avevano associata alla persona. Il Conte sapeva che lo disegnavano con questo soprannome, ma lo sofferiva tranquillamente, non gli spiacendo che ognuno, avendo a parlare di lui, si ricordasse di quello ch'egli poteva fare; o forse che avendo in qualche romanzo di quei tempi veduto qualche menzione di Scipione l'Africano, o di Metello il Numidico, amasse di aver com'essi il nome dal luogo illustrato da una grande impresa.

Teneva egli dispersi o appostati assai bravi nello Stato Milanese e nel Veneto, e dal suo castello, posto a cavaliere ai due confini, dirigeva gli uni e gli altri, facendo ajutare o perseguitare quegli che si rifuggivano da uno Stato nell'altro, secondo l'occorrenza tramutandone alcuno talvolta, quando qualche operazione lo domandasse, o anche quando alcuno avesse in uno Stato commessa qualche iniquità tanto clamorosa, che la giustizia per averlo nelle mani facesse sforzi straordinarj, che esigessero sforzi straordinarj per difenderlo. Allora la fuga del reo era una buona scusa ai ministri della giustizia del non far nulla contra di lui, e la cosa finiva quietamente, tanto che dopo qualche tempo non se ne parlava più, nè meno sommessamente, e il reo ricompariva con faccia più tosta che mai. Questo maneggio serviva non poco ad agevolare tutte le operazioni del Conte, perchè le si compivano tutte senza molto impaccio dei ministri della giustizia, i quali potevano sempre allegare l'impossibilità di porvi un riparo. Quanto alle operazioni che il Conte eseguiva di propria mano, la giustizia non se ne mostrava accorta; ed era regola ricevuta di prudenza, che erano di quelle cose in cui ogni dimostrazione avrebbe prodotti più inconvenienti che non il dissimularle.

Le sue corrispondenze erano varie, estese, sempre crescenti. Pochi erano i _tiranni_ della città e di una gran parte dello Stato che non avessero qualche volta fatto capo a lui per condurre a termine qualche vendetta, o qualche soperchieria rematica, massimamente se la persona da colpirsi, o il fatto da eseguirsi, era nelle sue vicinanze. E non basta; fino alcuni principi stranieri tenevano comunicazione con lui, e a lui avevano ricorso tal volta per qualche uccisione d'importanza, e quando il caso lo richiedesse gli mandavano rinforzi; fatto attestato dal Ripamonti, e strano certamente per chi misura la probabilità degli avvenimenti e dei costumi dalla sola esperienza dei suoi tempi; ma fatto che cammina benissimo con tutto l'andamento di quel secolo.

Nella sua professione d'intraprenditore di scelleratezze, era egli pieno di affabilità nel contrattare, e nel l'eseguire metteva ed esigeva una somma puntualità. Accoglieva con molta riserva, certamente per non incorrere nel pericolo al quale era sempre esposto, ma con molta piacevolezza, quelli che venivano a domandare l'opera sua, deponeva con essi il sopracciglio, stipulava con parole spicce, ma pacate, non andava in furia contra chi non avesse voluto stare alle sue condizioni, ma rompeva pacificamente il trattato, non volendo, nè disgustare alcuno senza utilità, nè atterrire coloro i quali avevano per la scelleraggine più inclinazione nella volontà che determinazione di coraggio. Ma stretti i patti, colui che non gli avesse ben fedelmente serbati con lui, doveva esser bene in alto per tenersi sicuro della sua vendetta.

Don Rodrigo conosceva il Conte non solo di fama (chi non lo conosceva di fama?) ma di persona, per essersi talvolta avvenuto in lui[186]. In tutti questi incontri Don Rodrigo, sentendo la sua inferiorità, aveva deposto ogni orgoglio e aveva cercato con molte espressioni di rispetto di porsi in grazia al Conte; non ch'egli pensasse allora che un giorno avrebbe cercato il suo ajuto, ma soltanto per non farsi un tale nemico.

Confermato nel suo perverso proposito di attingere la innocente Lucia, e convinto che le sue mani non erano abbastanza lunghe, si risolvette Don Rodrigo di andare in cerca di chi volesse prestargli le sue; e fatta questa risoluzione, non v'era da titubare sulla scelta del personaggio, perchè il Conte era appunto per lui quel _che il diavolo fece_[187].

Il mattino seguente, senza por tempo in mezzo, Don Rodrigo a cavallo, in abito da caccia, col fedel Griso, che camminava a fianco del palafreno, e con una quadriglia di bravi, si mosse verso il castello del Conte, come altre volte Giunone verso la caverna di Eolo; se non che la dea pagava in Ninfe l'opera buona del re dei venti, e Don Rodrigo sapeva bene che avrebbe dovuto recarla a Doppie. La via era di cinque miglia all'incirca; e Don Rodrigo la faceva lentamente, e per dare agio alla scorta pedestre di seguirlo, e perchè il cammino, quasi tutto montuoso, e disuguale e sassoso anche dove era piano, obbligava il ronzino ad andare di passo e a cercare il luogo dove posare la zampa con sicurezza.

I villani, che si abbattevano su quella via, al vedere spuntare il convoglio, si ritiravano dall'un canto verso il muro, e per dare a Don Rodrigo il comodo d'un libero passaggio; e quando erano giunti al medesimo punto della strada, si ristringevano ancor più al muro, con aria quasi di chiedere scusa a Don Rodrigo d'essersi trovati sul suo cammino.

Don Rodrigo, che già cominciava a godere nella sua mente una anticipazione della potenza che gli avrebbe data l'alleanza che andava a contrarre, guarda con un volto fosco e sprezzante, come se dicesse: vi siete rallegrati troppo presto a mie spese: lo so; ma vedrete chi sono.

Giunto dinanzi al convento, che si trovava su la sua strada, Don Rodrigo rallentò ancor più il passo, e si rivolse tutto a sinistra, guardando fieramente se mai il Padre Cristoforo girasse fuori dal nido: ma non v'era nessuno: la porta della chiesa era aperta, e si sentivano i frati cantare l'uficio in coro. In mezzo alla sua ira, Don Rodrigo si risovvenne delle promesse del Conte Attilio, e dei disegni che questi gli aveva comunicati sul modo di liberarlo da quel frate: pensò che in quel momento forse la trappola era già tesa; e passando dalla collera alla compiacenza, fece un sogghigno[188] accompagnato da un ah! ah! il cui senso non fu chiaramente compreso che dal fidato Griso, il quale, per mostrare la sua sagacità e per far vedere ai compagni ch'egli era molto internato nei segreti del padrone, si volse a questo, pur sogghignando, e facendo col volto un cenno che voleva dire: a quest'ora il frate sarà servito.

Pochi passi dopo il convento, giunse la brigata ad uno di quei tanti torrenti che si gettano nel lago dai monti che lo ricingono. Questo si chiamava e si chiama tuttavia il Bione, nome che non si troverà in alcun dizionario geografico: e a dir vero colui che lo porta non merita per nessun verso di esser memorato.

Scappa fuori da un monte che è quasi poggiato nel lago, e per un brevissimo e larghissimo letto manda per lo più qualche filo d'acqua, e dopo le grandi pioggie, e allo scioglimento delle nevi, mena un largo fiume d'acqua, che in un momento si perde, e un flagello di ciottoloni, che rimangono. In quel momento non vi scorrevano che due o tre rigagnoli, sparsi in un deserto di sassi: noi avremmo voluto che la nostra storia registrasse a questo passaggio qualche incontro, qualche avvenimento inaspettato, per poterne illustrare quel torrente e togliere il suo nome dalla oscurità, ma la storia non ne registra; e noi, solleciti della verità più che d'ogni altra cosa, non possiamo dire altro se non che il cavallo di Don Rodrigo attraversò il letto in retta linea, tenuto pel freno dal Griso, il quale dovette porre i piedi nel guazzo, scontando così, come era giusto, un poco l'onore di star vicino al signore; mentre gli altri bravi passarono un po' più in giù, sur un ponticello stretto, a piedi asciutti.

Varcato il Bione, andarono per un miglio circa sulla via pubblica, che conduce al luogo dove allora era il confine dello Stato Veneto; e quindi presero un viottolo ripido a sinistra, che conduceva al castello del Conte.

Appiedi della ultima salita, che dava al castello, v'era una rozza e picciola taverna; e sulla porta della taverna un impiccatello, di forse dodici anni, il quale, a veder gente armata, entrò tosto a darne avviso; ed ecco uscirne tre scheranacci, nerboruti ed arcigni, i quali, deposte sul tavolo le carte sudicie e ravvolte come tegole, con le quali stavano giuocando], stettero a guardare con sospetto chi veniva. Don Rodrigo aveva già tirata la briglia del suo ronzino per rivolgerlo sulla salita, quando uno dei tre, facendogli cenno di ristare, gli chiese molto famigliarmente: dove si va, signor mio, con questa bella compagnia? In altro luogo ed in altra occasione Don Rodrigo, che aveva la superiorità del numero, e che non era avvezzo a sentirsi così interrogare da paltonieri, avrebbe risposto chi sa come; ma egli sapeva di essere negli stati del Conte, e s'avvedeva che parlava con dipendenti da quello, onde, fingendo di non trovar nulla di strano in quel modo, rispose umanamente: vado ad inchinare il signor Conte.

——E chi è Vossignoria? replicò l'altro, con tuono più amichevole, ma non meno risoluto.

——Sono il signor Don Rodrigo...

——Bene; ma sappia che su per quell'erta non camminano altri armati che quelli del signor Conte; e s'ella vuole riverirlo, potrà venir solo a fare una passeggiata con me.

Don Rodrigo intese che bisognava anche scendere da cavallo, e ricordandosi di quel proverbio: _si Romae fueris, romano vivito more_, non si fece pregare, e disse: avrò molto piacere di far questi pochi passi a piede; e voi intanto, disse rivolto alla sua scorta, starete qui aspettandomi a refiziarvi e a godere della compagnia di questa brava gente. Mentre quivi si parlamentava, scendevano per l'erta a varie distanze uomini del Conte, che dall'altura avevan veduti armati a fermarsi; ma colui, che s'era offerto di accompagnare Don Rodrigo, accennò loro che erano amici, e quegli ritornarono. Don Rodrigo sceso, e date le briglie in mano al Griso, cominciò a salire con la sua guida[189]; la quale, non volendo forse avere offeso un uomo che poteva esser più amico del Conte che non si sapesse, fece una qualche scusa a Don Rodrigo di averlo fatto scendere. Se il signor Conte, disse colui, fosse stato avvertito della sua visita, avrebbe dato ordine perch'ella fosse accolta con le debite cerimonie: perchè ella deve sapere quanto il mio padrone sia cortese coi gentiluomini che sanno il vivere del mondo, ma vossignoria non è aspettata, e noi abbiamo dovuto fare il nostro dovere, che è di non lasciar passare a cavallo che gli amici vecchi del signor Conte.

——Certo, certo, rispose Don Rodrigo, io sono buon servitore del signor Conte, e non pretendo che egli abbia a far complimenti con me.