Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1

Part 12

Chapter 123,933 wordsPublic domain

Egidio intanto eseguiva gli altri concerti che erano stati presi, o per dir meglio ch'egli aveva proposti; giacchè il disegno era tutto suo. Occultata la vittima, egli uscì di notte fitta, accompagnato da alcuni suoi scherani, come soleva non di rado per qualche spedizione. Gli dispose in un luogo distante da quello a cui aveva designato di portarsi, e gli lasciò come a guardia, lasciando loro credere che andasse ad una delle sue solite avventure. Quindi per lunghi circuiti si condusse ad un campo disabitato, col quale confinava l'orto del monastero, e ne era diviso dal muro. Ivi, dopo d'aver ben guardato intorno se nessuno vi fosse, si trasse di sotto al mantello gli stromenti da smurare, che aveva portati nascosti con le armi, e pian piano, in una parte del muro già intaccata dal tempo, e ch'egli aveva fissata di giorno, aperse un pertugio, tanto che una persona potesse passarvi. Riprese i suoi ferri, si ravvolse nel mantello, e camminando non senza terrore, minacciato com'era da più d'un nemico, raggiunse i suoi scherani; si mostrò ad essi lieto, s'avviò con essi, gittò per via qualche motto misterioso di altre avventure, e tornò alla sua casa.

Il mattino vegnente una suora mancò, si corse alla sua cella; non v'era; le monache si sparpagliarono a cercarla: ed una, che andava per frugare nell'orto, vide da lontano... possibile? un pertugio nel muro, chiamò le compagne a tutta voce, si corse al pertugio; è fuggita; è fuggita. La badessa venne al romore: lo spavento fu grande, la cosa non poteva nascondersi, la badessa ordinò tosto che il pertugio fosse guardato dall'ortolano, che si mandasse per muratori onde chiuderlo, e che si spedisse gente per raggiungere la sfuggita. Il lettore sa che pur troppo ogni ricerca doveva riuscire inutile. L'occupazione che questo affare diede a tutte le monache fece che le tre che erano la trista cagione di tutto fossero lasciate in pace, o per meglio dire, sole.

È facile supporre che da quel giorno in poi il carattere di Geltrude (giacchè di essa sola esige la nostra storia che ci occupiamo) fu sempre più stravolto. Combattuta continuamente tra il rimorso e la perversità, tra il terrore d'essere scoverta, e un certo bisogno di lasciare uno sfogo alle sue tante passioni, e tutte tumultuose, dominata più che mai da colui che ella risguardava come l'origine dei suoi più gravi, più veri e più terribili mali, e nello stesso tempo come il suo solo soccorso, l'infelice era nel suo interno ben più conturbata e confusa che non apparisse nel suo discorso, per quanto poco ordinato egli fosse. Una immagine la assediava perpetuamente, e non è mestieri dire quale. Tentava ella di rappresentarsi alla fantasia la sventurata suora, quale l'aveva veduta infocata di collera e con la minaccia sul labbro quell'ultimo giorno. Ma l'immagine s'impallidiva sempre nella sua mente, invano ella cercava di raffigurarla con la testa alta, con l'occhio acceso, con una mano sul fianco; la vedeva indebolirsi, non poter reggere, abbandonarsi, cadere; se la sentiva pesare addosso. Per togliere ogni sospetto, e nello stesso tempo per dare un altro corso alle sue idee, procurava ella di toccar materie liete o indifferenti di discorso; ma ora il rimorso, ora la collera contra tutti quelli che le erano stata occasione di cadere in tanto profondo, ora una, ora un'altra memoria si gettavano a traverso alle sue idee, le scompaginavano, e lasciavano nelle sue parole un indizio del disordine che regnava nella sua mente.

E quella regola nei discorsi, quel contegno nei modi, ch'ella non poteva avere naturalmente, e per ispirazione della pace dell'animo, non aveva i mezzi per trovarlo nella esperienza e per comandarselo. La sua esperienza non era altro che del chiostro, di quel poco che aveva veduto nel tempo burrascoso passato nella casa paterna, e di ciò che aveva imparato dall'infame suo maestro; le sue idee erano un guazzabuglio composto di questi elementi, ed ella non aveva potuto attingere d'altronde cognizioni per fare almeno una scelta in questi elementi. Le sue parole e il suo contegno sarebbero state uno scandalo insopportabile in un secolo meno bestiale di quello; ma allora la stranezza universale non lasciava spiccare la sua al punto da farne un oggetto di maraviglia singolare.

Due anni erano già trascorsi da quel giorno funesto, tempo in cui la nostra Lucia le fu raccomandata dal Padre cappuccino, il quale, come pure ogni altro del monastero, e di fuori, conosceva bene la Signora per un cervellino, ma era lontano dal sospettare quale in tutto ella fosse.

Siamo stati più volte in dubbio se non convenisse stralciare dalla nostra storia queste turpi ed atroci avventure, ma esaminando l'impressione che ce ne era rimasta leggendola dal manoscritto, abbiamo trovato che era un'impressione d'orrore; e ci è sembrato che la cognizione del male, quando ne produce l'orrore, sia non solo innocua, ma utile.

Abbiamo lasciata, se il lettore se ne ricorda, Lucia sola nel parlatorio con la Signora. Il dialogo fra quelle due così dissimili creature continuò a questo modo:

——Ora, disse la Signora, parlate con libertà. Qui non c'è nè madre, nè padre; e ditemi il vero, perchè le bugie, che mi potreste dire, le ravviserei tosto come una antica conoscenza: non temete di nulla: qualunque sia il vostro caso, io vi proteggerò, purchè siate sincera con me.

Lucia pose la piccola sua destra sul cuore, e con quell'accento che toglie ogni dubbio, rispose: Signora, la verità è quello che ha detto mia madre, e che ha scritto il Padre Cristoforo; io non ho mai giurato finora, ma se ella, reverenda signora, vuole ch'io giuri, in questa occasione, io son pronta a farlo.

——Non di più, che vi credo, rispose la Signora. Ma contatemi dunque tutta questa storia. E qui cominciò ad affogare Lucia d'inchieste, volendo sapere tutti i particolari della persecuzione di Don Rodrigo e delle relazioni di Lucia con Fermo.

Questa curiosità era, come ognuno può figurarselo, assai molesta alla povera Lucia. All'istinto del pudore rei alla ripugnanza naturale di parlare di sè stessa su questa materia, si aggiungeva il timore anche di dire qualche cosa di sconvenevole in presenza della reverenda madre. Lucia, che aveva parlato con un uomo, e che gli aveva dato promessa di sposarlo, che aveva tentato un matrimonio clandestino, si riguardava come una donna esperta, e più forse che non conveniva, nelle cose del mondo, come una scaltritaccia al paragone di una monaca, velata, rinchiusa, separata dal consorzio degli uomini, e pigliava le inchieste della Signora a un dipresso come si fa a quelle talvolta indiscretissime dei ragazzi, dalle quali uno si sbriga alla meglio, cercando di non rispondere direttamente e di mandare in pace l'interrogante.

E quanto le domande erano più avanzate, Lucia le attribuiva ancor più ad una pura e santa ignoranza. Rispose dunque sopra Fermo, che quel giovane l'aveva chiesta a sua madre e che essendo a lei dalla madre proposto il partito, ella lo aveva accettato volentieri, e che tanto bastava per conchiudere un matrimonio. Ma per ciò che riguardava Don Rodrigo, per quanto Lucia ponesse cura a schermirsi, le fu pur forza entrar in qualche particolare per ispiegare alla Signora la persecuzione ch'ella aveva sofferta, e contro la quale cercava un ricovero.

——Egli pativa dunque davvero per voi, domandò la Signora.

——Io non so di patire, rispose Lucia; so bene che avrebbe fatto meglio per l'anima e per il corpo a lasciarmi attendere ai fatti miei, senza curarsi d'una tapinella che non si curava niente di lui.

——Poveretto! sclamò la Signora, con una certa aria di compassione, nella quale pareva tralucesse quasi un rimprovero a Lucia.

——Poveretto? riprese questa, poveretto? Oh Madonna del Carmine! Ella lo compatisce, illustrissima!

——Sì, poveretto, rispose la Signora. Convien dire che voi non abbiate mai avuto chi vi volesse male, giacchè sentite tanto orrore per chi vi ha voluto bene. Birbone, cattivo, tiranno! Che parolone, figliuola, per una quietina, come parete; e la carità del prossimo?... Se gli aveste provati i tiranni davvero...! Vorrei un po' che mi ripeteste le ingiurie che vi diceva, per vedere quanta ragione avete di chiamarlo con questi nomi.

——Le ingiurie dei signori, rispose Lucia con quella sicurezza che non manca mai a chi comincia un discorso con una persuasione viva ed intima, le ingiurie dei signori, sono tremende pei poverelli: ma se gli era pur destino che quel signore dovesse aver qualche cosa a dirmi, sa il cielo, che io sarei ben contenta che m'avesse detto ogni sorta d'ingiurie, piuttosto che quello che mi è toccato sentire da lui. Io non avrei risposto, le avrei sofferte, è il destino di noi poverelli, e quando egli si fosse stato stanco, l'avrebbe finita; ed ora io non sarei qui lontana dalla mia patria, come una sbandata, a domandare un ricovero per amor di Dio, sarei... pensi, Signora, s'io posso dir bene di lui. Non ch'io gli desideri del male, no, grazie a Dio, ma quanto al bene ch'egli mi poteva volere... Santissima Vergine, che razza di bene! Io non vorrei dir cose da non dirsi in sua presenza, signora madre, e so ben io quel che dico; ella sa molto di cose alte, di quelle che si trovano sui libri, ma le cose del mondo non è obbligata a conoscerle, e certe cose che potrei contare sarà meglio tacerle.

——Vi ho detto di parlare con sincerità: dite pur tutto; rispose la Signora ridendo, e senza quell'imbarazzo che le aveva cagionata una proposizione somigliante nella bocca del Padre Guardiano.

——Spero dunque di poter parlare con prudenza, riprese Lucia, ma di poterle far toccare con mano che cosa poteva essere il bene di quel signore. Sappia che io non sono stata la prima a cui per mala sorte egli abbia badato. Eh...! le cose si sanno, purtroppo: e d'una poveretta in particolare, io non ho potuto a meno di non saperlo, perchè eravamo amiche, e me ne piange il cuore tuttavia. Questa poveretta, non la nomino——diede retta al bene di quel signore; e sa ella che ne avvenne? Cominciò a disubbidire ai suoi parenti; quando fu ammonita si rivoltò, la casa le venne in odio, non ebbe più amiche, disprezzava tutti, e diceva: puh villani! come avrebbe potuto fare una gran dama. Quando i parenti s'avvidero di qualche cosa, sulle prime negò, e poi, rispose in modo da farli tacere per paura. Comparve con un vestito troppo bello per una ricca sposa, e credeva la poveretta che tutti avrebbero fatte le maraviglie e l'avrebbero inchinata, e tutti la sfuggivano: i ragazzi le facevano dietro mille visacci. Un fior di giovane, mi compatisca se parlo male, che voleva ricercarla in matrimonio, non la guardò più; nessuno le parlava, nessuno voglio dire della gente come si deve, perchè i cattivi se l'avvicinavano per la via con una famigliarità come se le fossero sempre stati amici, e fino, a parlare con poca riverenza, i birri, la salutavano ridendo e le gittavano parole da non dire. Poveretta! di tratto in tratto pareva più lieta che non fosse mai stata, ma le lagrime che spargeva in segreto! e quante volte la vedevamo da lontano piangente, e si nascondeva da noi; e io mi ricordava di quando ell'era allegra come un pesce, di quando ridevamo insieme alla filanda. Basta: la disgraziata non potè più vivere nel suo paese e un bel mattino fece un fagottello e finì a girare il mondo.

——Girare! interruppe la Signora, non è poi la peggior disgrazia.

——E tutto questo, continuò Lucia, senza parlare dal tetto in su; perchè all'altro mondo Dio sa come andranno le cose. Ma povera la mia Bettina! oh poveretta me, ho detto il nome... spero che Dio le farà misericordia; perchè poi finalmente è stata tradita. Ma per me, dico davvero, che se per andare in paradiso bisognasse fare la vita di quella povera figlia, la mi parrebbe ancora molto dura.

——Ma quel signore, riprese la monaca, era egli di stucco? non la sapeva far rispettare? lasciava la briglia sul collo a quei tangheri?

——Fortunata lei, rispose Lucia, che non sa come vanno queste cose. Il signore, dopo qualche tempo, non si curò più di quella meschina; e si venne a sapere che un giorno ch'ella si lagnava con lui d'essere disprezzata, egli le rispose: si provino un po' a farvi qualche sgarbo in mia presenza, e vedranno. Tutto quello che la poverina doveva patire fuori della sua presenza, non era niente. Ma tutto questo non bastava a disingannarla; soffriva, ma non sapeva staccarsi da colui. Finalmente bisognò che fossi tormentata io, per farle conoscere il suo stato. Quando costui... sfacciato!... cominciò a pormi gli occhi addosso, allora...

——È un vile birbante, interruppe la Signora, avete ragione: avete fatto bene a voltargli le spalle, e io vi proteggerò.

——Dio gliene renda merito. Lo diceva ben io che se avesse saputo...

——Sì sì, è un birbante; son tutti così costoro. Date loro retta, sul principio: voi, voi sola siete la loro vita: che cosa sono le altre? nulla; voi siete la sola donna di questo mondo, e poi... Fortunata voi che potete sbrigarvene. Vi avrebbe voluta vedere amica di Bettina... amica! e sprezzarvi tutte e due, e vi so dire io come vi avrebbe trattate peggio che da serve. Se aveste fatto il primo passo...

Lucia teneva gli occhi sbarrati addosso alla Signora, come stupefatta ch'ella ne sapesse tanto addentro. Geltrude s'avvide che questo suo modo di disapprovare il seduttore non era più conveniente alla sua condizione di quello che fosse stato quel primo compatimento, e che invece di togliere il sospetto, o almeno lo stupore che quello poteva aver fatto nascere, lo avrebbe accresciuto, e si ripigliò dicendo:

——Del resto, son cose che io non posso conoscere; ma già l'avrete inteso anche dai predicatori che quelli che seducono le povere figliuole sono i primi a sprezzarle. E se da principio, io ho mostrato qualche dispiacere per colui, è perchè non vi eravate bene espressa; io credeva che alla fine egli avesse intenzione di sposarvi.

——Sposarmi! sposarlo! sclamò Lucia, maravigliata di questo pensiero, che supponeva l'accordo di due volontà, una delle quali ella sentiva, e dell'altra sapeva che ne erano le mille miglia lontane. Geltrude credette che Lucia non alludesse ad altro ostacolo che alla differenza delle condizioni. E perchè no? rispose, e abbandonandosi alla intemperanza della sua fantasia continuò: Perchè no, sposarvi? Se ne vede tante a questo mondo. Sareste la signora Donna Lucia: che maraviglia! non sareste la donna più stranamente nominata di questo mondo. Avete sentito come mi chiamava quel buon uomo colla barba bianca, che vi ha condotta qui? Reverenda madre. Io, vedete, sono la sua reverenda madre. Bel bambino davvero ch'io ho. E a questa idea si pose a ridere sgangheratamente; ma tosto aggrondatasi e levatasi a passeggiare nel parlatorio, madre!... continuò... avrei dovuto sentirmelo dire; non da un vecchio calvo e barbato[183]:.........

III.

FERMO PERSEGUITATO DAL PODESTÀ DI LECCO A ISTIGAZIONE DI DON RODRIGO.

Quand'egli [_il Griso_] ebbe fatto la sua relazione, Don Rodrigo si volse al cugino, come per chiedergli consiglio. Il conte Attilio era uno sventato, ma l'affare era tanto serio, ch'egli stesso lo era divenuto, e disse: se mi aveste chiesto parere quando avete cominciato a divagarvi con questa smorfiosa, da buon amico vi avrei detto di levarne il pensiero, perchè era cosa da cavarne poco costrutto; ma ora l'impegno è contratto, c'entra il vostro onore e quello della parentela; ora si direbbe che vi siete lasciato metter paura e che non l'avete saputa spuntare. Dal modo con cui vi conterrete in questa occasione dipenderà la vostra riputazione e il rispetto che vi si porterà nell'avvenire.

——Avete ragione.

——E, continuò il conte Attilio, fate pur conto sopra di me come sopra un buon parente ed amico: non si tratta ora più di scommesse e di scherzi.

——Avete ragione. Griso, che cosa dicono questi villani?

——Il signor padrone può ben credere che in faccia mia nessuno avrebbe osato proferire una parola poco rispettosa: ma so che parlano e si mostrano contenti.

——Ah! contenti, riprese Don Rodrigo, vedranno, vedranno. Il Podestà è tutto mio... ma nulladimeno... che ne dite, cugino? sarà bene di prevenirlo favorevolmente.

——Certo, rispose il conte Attilio, non bisogna tralasciare nessuna precauzione.

——E poi, continuò Don Rodrigo, non bisogna metterlo in impaccio. Siccome si parlerà della fuga di costoro e la giustizia forse non potrà schivare di far qualche ricerca, bisognerebbe trovare una storia che spiegasse la fuga e che rivolgesse i sospetti in tutt'altra parte.

——Si potrebbe, per esempio, disse il conte Attilio, sparger voce che quel villano ha rapita la ragazza e fargli mettere un bando in modo che non ardisse più di comparire in paese.

——Non va male, rispose Don Rodrigo, ma....

——Se mi permettono questi signori, disse umilmente il Griso, avrei anch'io un debole parere.

——Sentiamo, dissero entrambi.

——Fermo, rispose il Griso, è lavoratore di seta e questa è una bella cosa.

——Come c'entra la seta? domandò il conte Attilio.

——I lavoratori di seta, continuò il Griso, non possono abbandonare il paese: è un criminale grosso. Ecco che il signor Podestà, quando voglia, come è giusto, servire l'illustrissima casa, potrà fare un ordine di cattura contra Fermo come lavoratore fuggitivo; e poi si dirà che se Fermo ritorna, guai a lui; e Fermo non sarà tanto gonzo da venire a giustificarsi in prigione.

——Ma bravo il mio Griso, proruppe Don Rodrigo, mentre lo stesso conte Attilio faceva un sorriso d'approvazione.

——Ma bravo: va, che ti voglio fare ajutante del dottor Duplica. Per bacco, ch'egli non l'avrebbe trovata più a proposito.

——Eh, signore, rispose il Griso con affettata modestia, ho avuto tanto che fare con la giustizia, che qualche cosa devo saperne.

——Del resto, continuò Don Rodrigo, per quanto grande sia l'abilità legale del Griso non voglio ch'egli sbalzi di scanno il nostro dottore. Fa ch'egli venga oggi a pranzo da me e m'intenderò con lui. Tu intanto abbi cura di vedere il bargello e di dirgli che questa volta venga più presto del solito a ricever la mancia consueta, e che mi troverà di buon umore e avrà un regalo di più.... Così si potrà andare innanzi a fare tutto quello che sarà necessario.... Purchè la cosa non si risappia a Milano....

——Che diavolo di paura vi nasce ora, interruppe il conte.

——Caro cugino, la cosa non è finita; costei la voglio....

——Va bene.

——E non so dove bisognerà andare a cercarla, che passi bisognerà fare....

——E bene, a Milano hanno altro da pensare che a questi pettegolezzi. C'è la carestia, c'è il passaggio delle truppe, c'è mille diavoli. E poi quand'anche se ne parlasse a Milano, sarebbe la prima che avremmo spuntata?

——Va bene, ma quel frate; quel frate, vedete, chi sa quali protezioni potrà avere; e vi assicuro che non istarà quieto fin che.... Quel frate è il mio demonio, e.... non posso farlo ammazzare.

——Il frate lo piglio sotto alla mia protezione, rispose sorridendo il conte Attilio. Non pensate a lui, me ne incarico io.

——Eh, se sapeste....

——Via, via, che ora non saprò fare stare un cappuccino. Vi dico che se avete in me la più picciola fede, non prendiate pensiero di lui, che non ve ne potrà dare. Domani a sera sono a Milano, e dopo due o tre giorni udrete novelle del frate.

——Non mi state a fare un guajo che mi ponga in maggior impiccio....

——Quando vi dico di fidarvi di me, fidatevi; ma se volete, vi dirò prima il modo semplicissimo che ho pensato per torvelo d'attorno, modo tanto semplice che l'avreste immaginato anche voi, se non foste un po' conturbato.

Infatti Don Rodrigo, combattuto, trainato da sentimenti diversi e tutti rei, tutti vili, tutti faticosi, era un oggetto di pietà senza stima agli occhi stessi del Griso e del conte Attilio, e avrebbe eccitato orrore e stomaco nell'animo di chiunque gli avesse meno somigliato che quei due signori.

La passione di Don Rodrigo per Lucia, nata per ozio, irritata e cresciuta da poi dalle ripulse e dal disdegno, era diventata violenta quando conobbe un rivale. La fantasia sozza e feroce di Don Rodrigo si andava allora raffigurando quella Lucia contegnosa, ingrugnata, severa, se l'andava raffigurando umana, soave, affabile con un altro; egli immaginava gli atti e le parole, indovinava i movimenti di quel cuore, che non erano per lui, che erano per un villano; e la vanità, la stizza, la gelosia aumentavano in lui quella passione, che per qualche tempo riceve nuova forza da tutte le passioni che non la distruggono, o ch'ella non distrugge, da quelle che possono vivere con essa. Tutte queste passioni lo avevano allora spinto ad impedire con minacce il matrimonio di Lucia, senza ch'egli avesse risoluto quel che farebbe da poi, ma per impedirlo, a buon conto, perchè ella non fosse d'un altro, per guadagnar tempo, per isfogare in qualche modo la rabbia e l'amore, se amore si può dire quel suo. Quindi, allorchè egli riseppe dalla narrazione del Griso che Lucia e Fermo erano partiti insieme, i dolori della gelosia e della rabbia lo colpirono più acutamente che mai. Egli pensava qual prova Lucia aveva data di amore per Fermo e di orrore per lui, abbandonando, così timida, così inesperta, la sua casa paterna, i luoghi conosciuti, andando forse alla ventura; pensava che in quel momento essi erano in cerca d'un asilo per essere riuniti tranquillamente, e risolveva di fare, di sacrificare ogni cosa per impedirlo. Dall'altra parte, avvezzo bensì a non rifiutarsi mai una soddisfazione, quando non gli doveva costare altro che una bricconeria, ma avvezzo a commetterne in un campo ristretto e conosciuto, si atterriva al pensiero di uscirne, di dovere intraprendere una ricerca difficile e pericolosa per porsi poi ad una impresa chi sa quanto vasta, chi sa quanto difficile e pericolosa.

Tanta era l'agitazione di Don Rodrigo, ch'egli pensava in quel momento non senza terrore alle gride contra i tiranni. (Così chiamavano le gride coloro che sopraffacevano come che fosse i deboli, quasi con questa espressione querula e paurosa volessero confessare l'impotenza di contener quelli e di difender questi). Bene è vero che quelle gride erano per lo più inoperose, e Don Rodrigo lo sapeva per esperienza, come noi lo sappiamo ora dal trovare ad ogni nuova pubblicazione di esse la dichiarazione espressa che le antecedenti non avevano prodotto alcun effetto. Ma però queste gride stesse potevano essere un'arme potente quando una mano potente le afferrasse contra chi le avesse violate, e v'era di mezzo un frate, un personaggio, cioè, alla influenza ed alla attività del quale nessuno poteva anticipatamente prevedere un limite, e questo frate pareva risoluto a proteggere ad ogni costo gli innocenti.

In questa tempesta di pensieri, Don Rodrigo passeggiava per la stanza, facendo ad ogni momento nuove interrogazioni al Griso e affettando sicurezza dinanzi al conte Attilio: finalmente conchiuse col dire: Per ora non c'è altro da fare che di sapere precisamente dove sono andati: tocca a te, Griso, e poi, e poi... non son chi sono se... non è vero, cugino?

——Senza dubbio, rispose il conte, al quale, alla fine, non premeva realmente in tutta questa faccenda che di far pensare che nello stesso caso egli avrebbe saputo giungere ai suoi fini senza esitazione e senza fallo. Così fu sciolta la conferenza e il Griso partì.

Don Rodrigo pensò che in quel giorno sarebbe stata cosa molto utile l'avere il Podestà a pranzo, per mostrare sicurezza e per far vedere ai malevoli che la giustizia era per lui, e lo fece invitare, pregando il conte Attilio di non disgustargli quel brav'uomo con tante contraddizioni. Venne il Podestà e il dottore, si stette allegri, si parlò ancora della marcia delle truppe e della carestia, ma degli affari del paese, della campana a martello, della fuga nè una parola. Soltanto Don Rodrigo accennò indirettamente questa faccenda nel modo il più gentile ed ingegnoso, come si vedrà.