Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1 Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1
Part 1
OPERE DI ALESSANDRO MANZONI
_EDIZIONE HOEPLI_
Vol. II. (in due parti)
BRANI INEDITI DEI PROMESSI SPOSI
DI
ALESSANDRO MANZONI
PER CURA
DI GIOVANNI SFORZA
PARTE I.
SECONDA EDIZIONE ACCRESCIUTA
Milano——ULRICO HOEPLI——Editore
BRANI INEDITI
DEI
PROMESSI SPOSI
BRANI INEDITI
DEI
PROMESSI SPOSI
DI
ALESSANDRO MANZONI
PER CURA
DI GIOVANNI SFORZA
PARTE I.
Seconda edizione accresciuta
ULRICO HOEPLI
EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO
1905
PROPRIETÀ LETTERARIA
Milano, 1915——Tipografia Umberto Allegretti, Via Orti.
INDICE DELLA PRIMA PARTE
I primi Romanzi storici in Italia e le minute autografe de' «Promessi Sposi», studio di GIOVANNI SFORZA IX
I.——Discussione sull'amore ne' romanzi 1
II.——Lucia e Agnese a Monza——Presentazione al monastero——Storia della Signora——Suo colloquio con Lucia 13
III.——Fermo perseguitato dal Podestà di Lecco a istigazione di Don Rodrigo 141
IV.——Visita di Don Rodrigo al Conte del Sagrato——Egidio e la Signora——Ravvedimento e fine di costei 155
V.——Ratto di Lucia 221
VI.——Conversione del Conte del Sagrato 251
VII.——Perchè non duri viva e grande la fama letteraria di Federigo Borromeo 263
VIII.——Colloquio del Conte del Sagrato col Cardinal Federigo 275
IX.——Liberazione di Lucia 301
X.——Il Conte del Sagrato dopo la sua conversione 327
XI.——Lucia a Chiuso 341
I PRIMI ROMANZI STORICI IN ITALIA E LE MINUTE AUTOGRAFE DE' «PROMESSI SPOSI»
I.
È indescrivibile il rumore che levarono e la voga che ebbero dal 1814 in poi i romanzi storici di Walter Scott[1]. Si succedevano gli uni agli altri con una rapidità addirittura maravigliosa, e i lettori erano affascinati dalla sua inesauribile fantasia, dalla verità, dalla vivezza e dalla bravura con la quale dipingeva un paese pittoresco come la Scozia; facendone rivivere gli aspetti eroici, le tradizioni poetiche e le antiche leggende. In questo genere di letteratura, che non aveva riscontro nell'antica, il mondo d'allora vide un nuovo sentiero aperto allo spirito umano, vi riconobbe l'invenzione d'una maniera sconosciuta di scriver la storia degli uomini, con i loro usi, i loro costumi ed i loro pregiudizi. I romanzi dello Scott si tradussero in ogni lingua[2]; diventarono la lettura ambita e cercata, desiderata e gradita di tutti[3]. Un'infinità di persone si dettero a scriverne, tenendoli per modello. Nella stessa Edinburgh (la sua città nativa) tra il '19 e il '23 comparvero dodici romanzi. Erano di tre autori diversi, ognuno de' quali, imitando anche in questo il caposcuola, nascondeva il proprio nome; uno di loro, Giovanni Galt, rivaleggiò perfino con lui per la fecondità[4]. In Francia gli imitatori e i seguaci di Walter Scott andarono moltiplicando ogni giorno[5]; alcuni levarono talmente grido, che i loro romanzi finirono con essere tradotti e stampati tra noi[6].
Il Manzoni, che chiama Walter Scott «l'Omero del romanzo storico», si domanda: «mi sapreste indicare, tra l'opere moderne e antiche, molte opere più lette, e con più piacere e ammirazione, de' romanzi storici d'un certo Walter Scott?» E risponde: «Che quei romanzi siano piaciuti, e non senza di gran perchè, è un fatto innegabile»[7]. Il Cantù afferma: «quei romanzi erano divorati dal bel mondo milanese; tutti tradotti da amici del Manzoni; sulle scene, nei quadri, nella nuova arte della litografia se ne riproducevano i fatti»[8]. Che gli amici del Manzoni se ne facessero traduttori, fu negato, ma a torto[9]. Nel 1823 l'_Ape della letteratura italiana_[10] annunziando _La prigione di Edimburgo_ dello Scott, tradotta in que' giorni a Milano e stampata, in quattro volumi, da Vincenzo Ferrario (il tipografo dei romantici), notava: «La raccolta dei romanzi di Walter Scott, volgarizzati da vari dotti scrittori e posti in luce dal Ferrario, prosegue con felici auspici. Dalla elegante versione di alcuni versi è facile il conoscere che il traduttore di questo romanzo è il chiarissimo autore dell'_Ildegonda_: in prova della qual nostra opinione ne trascriviamo qui alcuni:
Quando il falco dal nuvolo scende Cheto cheto il verdello s'appiatta; Oliando il veltro le macchie scoscende Trema il daino e non lascia la fratta.
Dettata pure da una facilissima vena è la quartina che si pone in bocca a Magde:
Oh che festi del mio anello, Dell'anel che mi sposò? Durerà fino all'avello Quell'amor che lo donò».
Degli amici del Manzoni, Tommaso Grossi non fu il solo traduttore; parecchi ne voltò in italiano Gaetano Barbieri[11]; uno, Niccolò Tommaseo.
Racconta Carlo Varese nella propria autobiografia: «Nel '22 o '23 comparvero i romanzi di Walter Scott, che levarono quel grido che ognuno sa: subito me ne invaghii, nè basta: subito destarono in me l'idea che a quel modo stesso si sarebbe potuto descrivere i casi d'Italia nostra, della quale appena si poteva proferir il nome senza pericolo; e in pochi mesi dettai il mio primo romanzo storico: _Sibilla Odaleta_, episodio delle guerre d'Italia, cioè l'invasione del Regno di Napoli per Carlo VIII: e mi determinai di preferenza per quell'argomento unicamente in grazia della fiera risposta di Pier Capponi: _Voi darete nelle vostre trombe, noi daremo nelle nostre campane_. Mandai il manoscritto a Stella in Milano, sotto il velo dell'anonimo; a Stella, solo perchè lo sapeva editore dei romanzi dello Scott, tradotti dal Barbieri. Stella aveva allora per consigliere in cose letterarie un Compagnoni di Lugo, cavaliere della Corona di ferro, già membro della Consulta di Lione, uomo d'ingegno, di mente e di cuore, autore di molte belle opere storiche e filologiche, alle quali finora non fu fatta giustizia, perchè _habent sua fata libelli_. Trasmise a lui il mio manoscritto per un parere; Compagnoni glielo rimandò con queste parole: _è una massa d'oro colla scoria_, e lo Stella a me; ed io mi diedi a ripulire, come seppi meglio, ma sapeva poco, perchè l'educazione francese mi aveva guasta la lingua e lo stile. Tuttavia, tal qual è, quel libraccio fu letto avidamente, perchè d'un italiano e di tema italiano, ed anche per essere il primo in siffatta maniera di letteratura. Ebbe dieci o dodici edizioni e l'onore di due traduzioni[12]. Intanto non si sapeva il nome dell'autore, ma Stella lo propalò, ed io scapitai molto nella mia qualità di medico, chè un medico non deve scriver romanzi! Il successo doveva naturalmente incoraggiarmi: dettai successivamente i sette od otto miei romanzi; la maggior parte pubblicati dallo Stella, e sempre senza nome d'autore, cioè coll'indicazione: _dell'Autore della Sibilla Odaleta_»[13].
Osserva Giuseppe Rovani: «Il Varese colla _Sibilla Odaleta_ fu il primo forse a farsi imitatore del grande scozzese, ma imitatore più della novità e della fantasia sbrigliata, che delle bellezze straordinarie e dei pregi di descrizione[14]. Tuttavia la novità, che rende saporite anche le cose più comuni, fece che il libro del Varese venisse letto da tutti gl'italiani, i quali credettero d'avere anch'essi il loro Walter Scott a buon mercato. Con maggior diritto del Varese ottenne molta voga Giambattista Bazzoni col suo _Castello di Trezzo_[15], che fu stampato prima dei _Promessi Sposi_ e che parve preconizzare la grande epoca romantica. Correva l'anno 1824; la musa di Grossi non si era ancora effusa nella sua mestizia irresistibile; di Manzoni non si conoscevano che gl'inni e le tragedie, lette da pochi, dispregiate da molti[16]. Le lettere italiane erano dunque silenziose e in istato di letargo, e chi avesse voluto cercare un passatempo nelle produzioni del paese, veramente non avrebbe avuto con che soddisfarsi. D'altra parte, le opere di lord Byron erano più celebrate che conosciute, e di esse non correvano che poche e cattive traduzioni; bene all'ozio dei lettori aveva provveduto la Stäel colla sua _Corinna_, ma non era bastato. Gl'italiani andavano dunque guardandosi intorno avidamente, come bachi che cercassero la loro foglia. Non è dunque a maravigliare che al primo comparire dei romanzi di Varese e di Bazzoni, tutti facessero una gran festa come se si trattasse di un avvenimento memorabile»[17].
La _Sibilla Odaleta_ e il _Castello di Trezzo_ non vennero fuori nel 1824, come sembra credere il Rovani; videro la luce nel 1827, Tanno stesso della pubblicazione de' _Promessi Sposi_[18]. La _Biblioteca italiana_ ebbe a confessare: «la sola notizia che l'autore dell'_Adelchi_, il poeta degl'_Inni sacri_ scriveva un romanzo, nobilitò la carriera e trasse alcuni chiari intelletti ad entrarvi». _Il Nuovo Ricoglitore_, nel giugno del '27, annunziava la comparsa del _Castello di Trezzo_ e de' _Promessi Sposi_. «Questa novella» (scriveva di quella del Bazzoni) «è, a mia notizia, il primo esperimento di romanzo storico, alla maniera di Walter Scott, che venne offerto all'Italia. Negli ultimi anni vennero pubblicati alcuni romanzi, più o meno lodevoli, attinti alla storia, ma nessuno aveva ancora impreso a calcar l'orme del maraviglioso Scozzese. Io trovo in questa circostanza un bel titolo di lode per l'autore del _Castello di Trezzo_, e credo che in grazia di essa dobbiamo andar paghi di quanto egli ha fatto, senza pensar molto a quello che per avventura avrebbe potuto fare»[19].
La _Biblioteca italiana_ nel luglio annunziò la pubblicazione della _Sibilla_ e de' _Promessi Sposi_, impegnandosi di tornarne a parlare «distesamente a suo tempo». Della _Sibilla_ scriveva: «è nel genere di Walter Scott, e l'imitazione dee dirsi felice»; chiamava «nuova e importante» l'opera del Manzoni[20]. Discorse del romanzo del Varese nel novembre, concludendo: «fra quanti ubbidirono al tacito invito del Manzoni, il primo posto dee concedersi a questo sconosciuto autore della _Sibilla Odaleta_». Fin dall'agosto aveva parlato con indulgenza benevola di quello del Bazzoni. «Un giovane che ha saputo immaginare e condurre la novella del _Castello di Trezzo_ sarà probabilmente uno scrittor di romanzi, tosto che avrà fatta una più lunga esperienza del cuore umano e coll'esercizio si sarà reso padrone di quello stile che più si conviene a siffatti componimenti». Sentiva però una grande predilezione per la _Sibilla_, la quale prima ancora di vedere la luce aveva trovato un protettore potente in Paride Zaiotti, che era la colonna più salda di quel giornale. N'è prova una sua curiosa lettera al Salvotti, scritta il 4 d'agosto. «Un'altra apparizione» (egli dice) «s'aspetta con impazienza ed è un nuovo romanzo italiano intitolato _Sibilla Odaleta_. L'autore è anonimo, ma posso dirti che è un dott. Varese di Novara[21], medico accreditato, di circa trentacinque anni, che muove in questo modo i primi suoi passi nella carriera delle lettere. Ei voleva tenersi occulto, e n'avea ben ragione, se vuol continuare nella professione di medico e trovare ammalati che s'adattino a morire di sua mano. Ma il secreto, che prima era tra due sole persone, s'è ora allargato, e tutto mostra che all'uscire del libro sarà il secreto del pubblico. A me fu comunicato il manoscritto prima della stampa, e trovai il libro, sotto alcuni rapporti, superiore a quello di Manzoni: certo che è un romanzo, cosa che non oserei dire degli _Sposi Promessi_. Il difetto suo consiste nello stile, che dovrebbesi rifondere per intero».
Lo Stella stampò la _Sibilla_ «in continuazione» alla _Biblioteca amena ed istruttiva per le Dame gentili_ e la mise in commercio nell'agosto del 1827. Il giornale _La Vespa_ prese subito a pungerla. «O donne, ditemi sinceramente, vi par egli che _Sibilla Odaleta_ sia un romanzo veramente _istruttivo ed ameno_? Esaminiamolo un poco fra noi». E qui ne dava la tela; poi proseguiva: «tutte queste cose, innestate insieme con un accorgimento tutto proprio dei Walter Scott italiani, e preparate e condotte con un'arte egualmente tutta loro, formano il bell'_episodio delle guerre d' Italia alla fine del sec. XV_, o romanzo istorico, o come meglio volete chiamarlo, poichè è moda d'oggidì che i nostri autori comincino dal titolo a imbarazzare ed essere imbarazzati. Ora, ditemi, o donne gentili, ditemi per vostra fede, vi siete voi bene istruite nei pochi cenni istorici di quella sciagurata spedizione di Napoli? O donne mie! se la leggeste nel Guicciardini, se rifletteste di che sventure è stata cagione, di che avvenimenti feconda, di che tratti di virtù e di delitto, di eroismo e di barbarie, e più di tutto come ha influito sul resto dell'Italia, gittereste il libro sdegnate, che a tante e tali vicende siasi innestata una favola sì misera e in nessun modo corrispondente ai sommi interessi di quell'epoca; una favola che potea collocarsi in ogni tempo e in ogni nazione, senza che per questo riuscisse o peggiore o migliore di quello ch'ell'è. In che dunque vi siete istruite? Forse nei costumi di quei tempi? Quando saprete che il Re conduceva seco un buffone; che gli Svizzeri portavano un abito di scarlatto e dei _calzoni di bufalo_; che le donne credevano all'astrologia; che i becchini avevano paura dei morti; che gli ebrei falsavano le monete, rubavano le ragazze, faceano i cerretani e detestavano cordialmente i battezzati, le peregrine cose che avrete sapute! Forse apprendeste lo stato delle lettere e delle scienze, della pace e della guerra, di tutto insomma che poteva aver luogo opportunamente in un'azione collegata ad un'epoca istorica tanto interessante le nostre patrie vicende? No, davvero. Eppure un bel campo di osservazioni presentavano all'autore, e le perfidie del Duca di Milano, e gli scaltrimenti del Pontefice, e la lentezza de' Veneziani, e le discordie dei Baroni di Napoli, e l'una e l'altra fortuna, così rapida, così capricciosa dei Francesi e degli Aragonesi! Eppure vi erano tanti uomini illustri da mettere in iscena, tanti progetti delusi da scoprire, tante speranze tradite da compiangere, tante mine da deplorare! E vi erano.... Non la finirei più, se dovessi accennare tutte le fila che un esperto scrittore avrebbe potuto comprendere nel tessuto della sua storia. Se non vi siete istruite, vi sarete almeno divertite, ossia, per servirmi della frase messa in fronte alla vostra _Biblioteca_, avrete trovata qualche _amenità_ nella offertavi lettura. Non saprei quale.... Finisco per non più trattenervi: e non vi parlo dell'orditura, dello stile, della descrizione, dei dialoghi, dell'estetica insomma di siffatto romanzo, poichè dovrei perdermi in certe sottigliezze che vi verrebbero a noia, e correrei forse il pericolo di non saperne io medesimo raccapezzare il costrutto. Questo solo io dirò, che a malgrado dei difetti da me trovati in _Sibilla Odaleta_, vi son pure sparse per entro alcune cose scritte con garbo e con evidenza, dalle quali si può arguire che l'autore non sarebbe digiuno dell'arte di ben raccontare, se conoscesse un po' meglio quella di ben inventare»[22].
Benevola al nuovo romanzo fu invece la _Gazzetta di Milano_. Così ne parlava il 13 di settembre: «Nel momento che sopra un romanzo, a cui dà giustamente un grande sostegno la ben meritata fama dell'illustre suo autore, si è per ogni banda assordati da cento dicerie, diverse tra esse e sovente ancora contradittorie, ecco apparirne tacitamente uno, avviluppato in modesto velo, non preconizzato, non predicato, non fatto ancora soggetto di diffuso giudizio: la _Sibilla Odaleta_». Espostone l'intreccio, finiva: «In mezzo a tanti variati fatti, che questa accurata composizione contiene, niun carattere si presenta che non sia vero in natura e proprio delle circostanze; niun tratto che a proporzione non interessi; niuno che non esponga l'opportuna relazione delle cose, E la narrazione poi cammina senza minutezze che incaglino la curiosità del lettore, senza ricercatezza di stile e senza pedantesca elocuzione. Nobili, mezzani, infimi che siano i personaggi, che in questo quadro figurano, tutti hanno il loro natural colorito, tutti il loro conveniente linguaggio». Il _Corriere delle Dame_, di Milano, ne dava questo giudizio: «Parlando dei _Promessi Sposi_ abbiamo notato che la storiella di Renzo e Lucia pareva troppo picciola cosa in confronto di tutto il restante; sicchè potea dirsi episodio quello che in buona regola dovrebbe essere parte principale del libro: qui, se non erriamo, può dirsi il contrario, perchè la storia ha troppo deboli relazioni col fatto. E veramente crediamo che la principale difficoltà in questo genere consista appunto nel trovare un argomento in cui siano bene equilibrate fra loro la parte storica e la parte immaginaria, e l'una all'altra si leghi non già pel semplice arbitrio e per l'arte dello scrittore, ma sì per la natura medesima delle cose. Del resto, l'abbondanza de' casi non lascia che mai si raffreddi l'interesse del leggitore; i tempi vi sono ben dipinti, in quella parte almeno che l'autore ha voluto dipingere; i personaggi da lui posti in iscena sono caratterizzati con evidenza e con verità, e così pure i costumi dei tempi. Lo stile, considerato nella sua più ampia significazione di questa parola, non manca di pregi; perchè tutto è rappresentato e mosso, direm così, con vivacità e in modo da fare una forte impressione sull'animo de' leggitori; ma se guardisi alle parole, alle frasi, al suono de' periodi, potrebbe desiderarsi assai più. L'autore di questo libro ha data tal prova d'ingegno, che l'Italia può ripromettersi da lui, quando che sia, un romanzo che dir si possa perfetto»[23].
De' tanti altri giudizi dati allora sulla _Sibilla Odaleta_ è notevole quello che si legge nella _Gazzetta di Genova_ del 27 ottobre 1827. Dopo aver detto che il romanzo trovasi «da pochi giorni in Genova al Gabinetto letterario di M. Gravier», soggiunge: «Benchè non manchi al Genio italiano nè fervida immaginazione, nè lingua ricca, e, per disgrazia nostra, ripiene sieno le patrie cronache di terribili vicende adatte a smuovere ogni sorta di affetti, ci mancava ancora il _Romanzo storico_, genere di letteratura in cui tanto si distinguono i Francesi e gl'Inglesi e più di tutti l'immortale Scozzese, che, sorto all'improvviso dalle montagne dell'antica Caledonia, sforzò imperiosamente la colta Europa ad arrestarsi innanzi alla violenta rappresentazione che in mille diverse maniere le affacciò di paesi, d'uomini e di fatti barbari, temperandone ingegnosamente il ribrezzo con opportuni contrapposti e giustificandoli coll'autorità della storia. Ad occupare un seggio, che finora rimase vacante, è comparso non ha guari un romanzo che sostiene la ben meritata fama del suo illustre autore e di cui di giorno in giorno ognora più si apprezza il merito, senza temere le critiche dell'invidia, nè l'aculeo importuno di qualche _Vespa_, che risente forse un po' troppo lo stimolo del proprio istinto. Il romanzo storico, che annunziamo, viene secondo: nè è poca gloria l'aver nome dopo i sommi. L'autore, che modestamente cela il suo nome, c'informa che son questi i suoi primi passi, e ben da questi può argomentarsi quanto siano per esser grandi e felici i secondi».
Il 19 giugno del 1827, poco dopo la pubblicazione de' _Promessi Sposi_, il Bazzoni, che subito era corso a leggerli, ricevendone un'impressione profonda, inviò al Manzoni un esemplare del suo _Castello di Trezzo_, scrivendogli: «Ella deve perdonarmi se le presento questo mio primo tenuissimo lavoro, chiedendogli che si degni di leggerlo. Avendo io in cuore di adoperarmi nel crearne qualche altro, che riuscirà forse meno di questo difettoso[24], possedendone ora un ottimo modello nei _Promessi Sposi_, ho vivo desiderio di saper quanto valgo e se il primo saggio indica in me alcuna disposizione a pervenire collo studio al di là del mediocre. Ella, siccome gentilissimo ed ammiratore della buona volontà e l'uno dei pochissimi che ponno su ciò inappellabilmente pronunciare, non vorrà rifiutarsi a soddisfare alle mie richieste e ben anche indicarmi quali vie abbia a percorrere tendendo ad una meta elevata. Tanto oso sperare dalla bontà sua, e riserbandomi a venire qualche momento da Lei pel sovraddetto scopo, le offro colla massima sincerità i miei più rispettosi sentimenti di stima ed amicizia».
Del _Castello di Trezzo_ furono esaurite in pochi mesi le due prime edizioni; nel giugno del '28 già era in vendita la terza[25]. Questo romanzo ha la priorità della stampa sulla _Sibilla_ del Varese[26]. Infatti fu messo in vendita tra il febbraio e il marzo del '27; n'era però incominciata la pubblicazione a brani fin dall'anno innanzi nel periodico _Il Nuovo Ricoglitore_, che ne dette il primo capitolo nel fascicolo di maggio del 1826[27]. È una priorità soltanto sulla _Sibilla_. Il primo romanzo storico dell'Italia, anche cronologicamente, è quello del Manzoni, incominciato a scrivere (come vedremo) il 24 aprile del 1821 e approvato dalla Censura il 3 luglio del '24[28]. Il primo e il secondo volume dell'edizione originale portano nel frontespizio la data del '25; il terzo e ultimo quella del '26, ma non fu messo in commercio che o il 14 o il 15 giugno del '27[29].
II.
Ferdinando Bosio, che fu in intimità col Guerrazzi, del quale dettò la vita, mandandogliene a leggere manoscritti i capitoli a mano a mano che gli uscivano dalla penna, afferma che la _Battaglia di Benevento_ «abbia preceduto i _Promessi Sposi_, benchè di poco tempo»[30]. Adolfo Albertazzi ripete che «era stata pubblicata pochi mesi prima dei _Promessi Sposi_»[31]. Quando a ventidue anni Francesco Domenico prese a scrivere quel romanzo, aveva già fatto le sue prime armi con una tragedia, due prose e un dramma, che non incontrarono accoglienza cortese. Allora in Toscana Giovanni Carmignani si arrogava il diritto di farsi giudice di ogni nuova tragedia; diritto che trovava la propria ragione nell'essere riuscito vincitore del premio assegnato dall'Accademia Napoleone di Lucca alla più bella dissertazione sulle tragedie d'Alfieri[32]. Singolare debolezza di un ingegno potente, che spaziava sovrano e ammirato ne' campi del diritto criminale, dove ha lasciato tante orme. Del _Priamo_ del Guerrazzi ne disse ogni male; e altro non meritava: lo disse perfino «posto tra le tragedie come gli antichi posero Priapo tra le divinità»; e fu un passare il segno. Il ferito mandò un grido feroce e gli si avventò addosso con la rabbia e la furia d'una belva; però con la maschera sulla faccia, cosa nè bella, nè generosa[33]. Non contento di chiamarlo «più maligno della vipera»; di accusarlo di «cercare la cenere de' padri per maledirla», gli fa questa apostrofe: «Una fierissima tigna ha dato il guasto al vostro capo: onde ho pensato che ella vi sia discesa nel cuore. Pover'uomo! E che volete fare con un cuore tignoso?» Il dramma _I Bianchi e i Neri_ capitò per caso in mano al Mazzini, e, «di mezzo a forme bizzarre e a una poesia che rinnegava ogni bellezza d'armonia», vi riconobbe «un ingegno addolorato, potente e fremente di orgoglio italiano». Fu rappresentato a Livorno nel teatro Carlo Lodovico, ma per confessione stessa dell'autore, «ebbe plauso eguale a quello che fecero i demoni all'orazione di Satana giù nello inferno quando egli riferì la caduta dell'uomo». Non si perse ne' panni; e a Elia Benza, (che del dramma disse parole gentili nell'_Indicatore Genovese_; come benevole furono quelle di Giuseppe Montani nell'_Antologia_ di Firenze), scriveva: «Me strinse il dolore (chè la speranza delusa non è piacere), ma non mi vinse; assomiglievole a Calandrino colto di un ciottolo nel calcagno dall'amico suo, levai la gamba soffiando e dissi: Ho urtato; poi, senza piegar costa, nè mutare aspetto, continuai per l'incominciato cammino».