Part 9
Noi, nati nel paese che ispirava il canto nostalgico di Mignon, nel paese «dove fioriscono i limoni, dove tra le brune foglie rosseggiano le arance d’oro, dove un’aura leggera scende dall’azzurro cielo e il mirto cresce modesto e superbo l’alloro,» noi pensiamo con terrore alle lande desolate dove vegetano a stento i licheni che Linneo chiamò «gli ultimi vegetali che coprono l’ultima terra». Quasi tutto l’anno la neve copre il suolo sterile, e qualche volta il termometro segna cinquanta gradi sotto lo zero. Per molti mesi il giorno cede il posto alla notte continuata, incresciosa, e per altrettanto tempo la notte scompare affatto e il sole rimane ventiquattro ore sull’orizzonte, snervando gli uomini colla sua luce ostinata e nemica del sonno, come nascondendosi per giorni lunghi, eterni, pareva aver già spento la vita ingrata, vive un povero popolo di pastori erranti e semibarbari. Quando la stagione lo consente i lapponi scendono verso il mare, dove le acque tepide del Gulfstream mantengono una temperatura meno gelata. Le correnti portano qualche volta tronchi d’alberi cresciuti sotto cielo migliore e semi fino dalle Antille, che sono raccolti e conservati come amuleti. Poi, esauriti i pascoli per le renne, è d’uopo ritornare al triste luogo di partenza. Il Mantegazza dà la traduzione di alcuni canti lapponi: eccone uno tristissimo che ho chiuso nelle strettoie del verso italiano:
Io, povero lappone vagabondo Io qua giù debbo faticando errar. Debbo peregrinar per tutto il mondo, Tutta la vita mia così passar.
Non è bello; si sa, è poesia lappone: ma è ben triste questa sintesi della vita di un popolo intero chiusa in quattro versi dolorosi, mentre a noi, come all’Ermengarda del Manzoni,
...ogni aurora Cresce la gioia del destarsi!....
Partono cogli armenti di renne, affaticati dalla vita nomade, privi d’ogni conforto, d’ogni comodo, d’ogni speranza di meglio. Il Rèclus ci dice che hanno gli zigomi sporgenti, il naso schiacciato all’estremità, gli occhi piccoli, la faccia triangolare, la barba rasa e la pelle spesso giallastra. Insomma non sono belli. Vivono in buchi scavati in terra e mal coperti da una tenda di lana o di pelle. Tremano tutto i giorni che il lupo non assalga le renne e non privi l’intera famiglia dell’unico mezzo di sussistenza. Di rado sanno leggere, e spesso nella loro nuova religione non possono dimenticare le superstizioni dell’antica idolatria. Tutto manca loro: bellezza, ingegno, sicurezza, coltura, reliquie, tutto. Eppure... eppure queste creature disgraziate, queste caricature d’uomo, amano e soffrono come noi, cantano l’amore meno raffinatamente ma collo stesso cuore del Petrarca, il quale avrebbe espresso certo in versi migliori ma non meno melanconici quei sentimenti del povero lappone che emigra:
Avanti me ne vo peregrinando, Ma si volgono addietro i miei pensieri: Dov’è, dov’è la sposa mia? domando... Ahimè, segue il mio cuore altri sentieri!
Tornati nelle terre più centrali, non cercano per loro le privazioni e gli stenti. Il loro vitto è orribile. Poco latte di renna cagliato e gelato. Carne bollita e tuffata nel sego. Caffè misto di sangue e di grasso, qualche cosa insomma da rivoltare lo stomaco ad una statua di bronzo. Eppure in mezzo agli orrori di quelle notti senza fine, di quelle fatiche senza riposo, di quella vita dolorosa che per metà ci fa compassione e per metà schifo, l’amore rimane in tutte le sue migliori forme e canta gli inni del trionfo o le elegie dell’abbandono, come presso tutti i popoli del mondo. A Roma, per dire quel che hanno visto tutti, il cacciatore che ha ucciso la volpe le recide la coda e la presenta alla nobile dama che prima sopraggiunge. Il lappone canta:
Andai su gli alti monti De ’l rangifero a caccia. Uno ne cadde sotto al ferreo strale E penetrò la punta Tutta ne ’l caldo cor de ’l animale. Cadde il renne ad un tratto e su la neve Immobile si giacque. Su le spalle lo presi E a ’l villaggio natìo così discesi, Gli recisi le zampe e le scagliai E disdegnoso le gettai ne ’l lago, Gli recisile zampe e le scagliai Ne l’onda, e presi il corpo e lo portai A’ genitori miei ne la capanna. A lor la carne diedi, Ed a la donna mia, tutto festante, Il coricin donai caldo e fumante.
Il Petrarca scrive un canzoniere per la morte di Laura, che egli rassomiglia volentieri al _superbo alloro_ di Mignon. Il lappone non conosce l’alloro e paragona la sua donna alla neve, a quella stessa neve che a noi sembra tanto triste:
Ahi, che il mio cuore di tristezza è greve Perchè m’han tolto la mia cara neve! E pure, e pur se a questo mondo gemo, C’incontreremo in ciel, c’incontreremo.
Vi ricordate la canzone di Desdemona _a’ piè d’un mesto salice?_ E i bei versi di Alfredo di Musset che gli amici inscrissero sulla pietra sepolcrale?
Mes chers amis, quand je mourrai, Plantez un saule au cimetière, J’aime son feuillage éploré, La páleur m’en est douce et chére, Et son ombre sera légére A la terre ou je dormirai.
Anche il lappone canta l’albero che è simbolo della melanconia:
Piccolo salice, piccolo salice, Deh, perchè questa tua confusione? Ti culla il vento, piccolo salice, Ti culla il vento de ’l settentrione? Ti culla il vento, piccolo salice, O con la piova tormentatrice Ti sbatte, o scende co’ l’onda gelida, Co’ l’onda, a carezzar la tua radice?
E vi ricordate la prima favola de La Fontaine: _La cigale, ayant chanté tout t’étè_, ecc.? Dice il lappone:
Chiese la cavalletta a la zanzara: —Che cosa fate voi tutta l’estate? —Canto, rispose. E voi che cosa fate? —Ballo, mia cara.
Che più? Ci sono delle frasi intere che sono belle in Grecia come in Lapponia. Un canto, che lascio per maggior precisione nella versione in prosa del Mantegazza e che fa parte del ciclo _del gemente Kaskias_, dice: «Io non ritorno più,—giammai—giammai in questo mondo—ritornerò io a te.» E un frammento di Saffo (diciamolo in latino!):
Virginitas virginitas, quo abis me rèlicta? (Non amplius, reddam ad te, non amplius!)
Insomma vediamo tra i poveri lapponi e il resto degli europei una diversità radicale di razza, di istinti, di vita, di costumi, di tutto quel che volete, ma troviamo una equivalenza quasi completa nella espressione letteraria dell’amore, almeno per quel che si può capire dai pochi canti amorosi che ci riferisce il Mantegazza. Intendiamoci. Sicuro che la espressione letteraria del Petrarca è meravigliosamente superiore, come raffinatezza di forma e di sentimento, a quella dei poeti lapponi; si capisce. Ma il sentimento, benchè più primitivo e rozzo, il lappone lo ha identico e lo esprime con la stessa intonazione di un poeta incivilito e colto. Si può dire che questa è una affermazione degna del signor De La Palisse, buon’anima sua, perchè l’amore è lo stesso da per tutto; ma io mi permetterò di respingere rispettosamente questa parentela coll’illustre guerriero che seppe esser vivo due ore prima della morte, osservando che c’è proprio una grandissima differenza nella espressione letteraria e facilmente anche nel sentimento dell’amore, tra noi e le razze semitiche. L’amore noi lo sentiamo e non lo cantiamo come il poeta ebreo del Cantico dei Cantici, mi pare Hafiz e il Petrarca furono contemporanei, furono grandi tutti e due nella lirica amorosa; eppure c’è meno differenza tra il poeta italiano e il lappone, che non tra l’italiano e il persiano. Non faccio, s’intende, paragoni irriverenti, ma voglio dire soltanto che il lappone semita sente ed esprime l’amore piuttosto come un indo-europeo che come un asiatico; eppure il lappone è asiatico. Mi spiego?
E questa somiglianza colpisce di più, se si bada che tutto quello che non riguarda l’amore è sentito ed espresso come noi non sappiamo sentire ed esprimere. Il canto i _figli del Sole_, raccolto dal Fjellner, è lappone, è barbaro, è strano, non ha una frase che possa entrare nelle nostre letterature senza sforzo. Il canto _La bellezza della sposa_ si può invece tradurre benissimo, e mi ci proverei se non fosse troppo lungo e la poesia lappone non fosse ormai troppa. Una stranezza sola c’è in quei trenta versi, ed è là dove l’innamorato si augura _i piedi dell’oca ed i piedi della bella anatra_, per andare dalla sua bella. Tutto il resto può essere scritto in Italia, in Germania, in Inghilterra, dove volete; e questo perchè è un canto d’amore, mentre l’altro, esclusivamente ed orribilmente barbarico ed intraducibile, è un canto tra l’epico e il drammatico, riflesso di qualche antica leggenda.
Così, ignorato quasi tra le nevi e la notte, vive un popolo che non conosce nessuno di questi sorrisi di cielo, di queste mollezze del clima, dei costumi e dei canti nostri. Chi potrebbe far capire ad un povero lappone come sia azzurro il mare a Sorrento, come sia allegro un giorno di vendemmia, come sublime un quartetto di Beethoven? Noi ci sentiamo mossi a pietà.... eppure il lappone è del parere di Mefistofele e non ha troppo simpatie pel mezzogiorno. Mefistofele non ci poteva soffrire i preti e gli scorpioni, ed il lappone non può soffrire il vento caldo. Egli dice (abbiate pazienza, ho finito):
Di’, quale è il vento che ti par più bello? Di’, quale è il vento che ti piace più? Quello de ’l sud, torbido e caldo, o quello Che da i monti de ’l nord fresco vien giù?
Siamo ben lungi dunque dall’invidiarci a vicenda, come facciamo spesso coi nostri vicini. Possiamo dunque, così da lontano, mantenere una corrente di platoniche simpatie, che non influirà punto sopra i nostri confini o le nostre letterature: e questo mi pare uno dei più invidiabili casi di fratellanza dei popoli. Se si potesse far sempre così!
L’IMITAZIONE E GIACOMO LEOPARDI
—Vieni un po’ a vedere.
—Che c’è?
Mi sono affacciato al balcone ed ho visto il mio bimbo giù nel prato, col cappellino alla sgherra, le mani dietro la schiena e la pipa (spenta, meno male,) la mia pipa in bocca. Se vedeste che arie si dà, se vedeste con che gravità, con che sussiego passeggia! Ah, canaglietta! Alto due soldi di cacio, non arriva a tre anni e prova già la fregola della pipa!
Sua madre gli ha domandato:—O bimbo, che fai?
—Faccio _tome papà. _ Vedete un po’ il birbante! Adduce a scusa l’esempio paterno. Ma che gli evoluzionisti abbiano proprio ragione e che l’uomo non sia altro che il perfezionamento di uno di quei bertuccioni che ci rifanno in caricatura tanto volentieri? Che l’ugola della Patti non sia proprio altro che lo sviluppo degli organi vocali di una ghiandola, e l’eloquenza di Marco Tullio un progresso sulle facoltà del pappagallo? Lo si direbbe, a vedere come tutti abbiamo nel sangue la tendenza all’imitazione, alla contraffazione, alla parodia, e come di veri originali a questo mondo ce ne siano tanto pochi. Il pastore Dindenault manca di rispetto a Panurgio e Panurgio compra un montone dal pastore a carissimo prezzo. Sapete, e già lo disse anche Dante, che trattandosi di pecore _quel che l’una fa e l’altre fanno_; quindi Panurgio spinse in mare il montone comprato e il resto del gregge gli si precipita dietro; esempio memorabile di follia pecorina passato in proverbio.
Ma l’uomo ha egli poi tanti vantaggi sulle pecorelle dantesche o sul gregge del giocondo curato di Meudon? Che cosa è la moda se non una speculazione commerciale sui nostri istinti pecorili? La fama del Brummel, il re del _dandismo_, vive tuttora e non si spiega che ammettendo una eccitazione morbosa delle nostre facoltà imitative. E in altro modo non si possono spiegare le mode deformatrici delle crinoline, dei _puff_, delle parrucche gialle, dei cappelli a cilindro, delle lenti incastrate nell’occhiaia, dei colletti che segano le orecchie ed altre fantasie che sembrano sforzi inventivi dei cercatori dell’orrido, dei pittori chinesi e giapponesi che spingono la deformità fino al delirio sulle pance dei vasi di porcellana. E imita anche le imperfezioni fisiche, poichè non solo le donne affettarono di zoppicare al tempo di madamigella De la Vallière, ma gli uomini zoppicarono al tempo di lord Byron. La pipa, la mia pipa stessa, non è un esempio caldo e fumante di una moda diventata consuetudine e poi necessità? Imitiamo proprio come i bertuccioni evolutivi.
E fuori della moda? I popoli malati di politica si rubano le Costituzioni, le Carte e gli Statuti. I filosofi, i gravi e frigidi filosofi, passano da Aristotele a Platone, da Cartesio a Vico, da Kant ad Hegel, da Darwin a Spencer, ora coi greci ed ora cogli arabi, ora cogli scozzesi ed ora coi tedeschi, sempre imitando, sempre copiando, senza posa e senza costrutto. I militari non solo al principio del secolo imitano la tattica e la strategia di Napoleone ed alla fine quella di Moltke, ma cascano sino a copiare i vestiti, come se i prussiani avessero vinto a Sadowa ed a Sedan in grazia dell’elmo col chiodo. I poeti.... oh! i poeti poi sono animali imitatori per eccellenza e basta il Seicento per mostrare sino a che aberrazioni mentali possa far discendere la manìa dell’imitazione e della moda. Insomma i novantanove centesimi delle azioni umane non sono che azioni imitative; il che dovrebbe dare una bella sgonfiata all’orgoglio del re della creazione.
Abbiate pazienza, ma non basta. Non solo imitiamo noi, ma poichè nei bimbi, nei fanciulli e nei giovani è più fresco, più vivo questo istinto di imitazione che ci viene dalla parte men nobile del nostro essere, non ci par vero di coltivarlo e di crescerlo amorevolmente nelle scuole e nelle famiglie ad ogni modo. Se il bimbo mangia o fa peggio colle dita, non gli spieghiamo già il perchè e il per come non stia bene svergognare a quel modo monsignor Della Casa, ma gli diciamo invece che il piccolo Caio mangia colla forchetta e Semproniuccio adopera il fazzoletto. Così l’educazione si fonda in gran parte sull’esempio, e l’istruzione poi non ha altro fondamento dai primissimi esemplari di calligrafia ai più alti precetti di rettorica. Cominciamo dal ricopiare i bastoni, e le aste ed i rampini del maestro, per riuscire a contraffare un brano del misterioso Compagni o l’_Italia mia_ di messer Francesco. La facoltà dell’invenzione, la tendenza al raziocinio sono pur troppo meno coltivate dell’imitazione. La pedagogia va pianino e i principii direttivi del metodo froebeliano paiono troppo rivoluzionari ai discepoli del Pestalozza e dell’Aporti. I giardini d’infanzia sono novità tenute ancora in quarantena da noi, mentre fuori di qui sono vecchi stravecchi.
Non già che l’imitazione sia da scomunicare; tutt’altro. Ne’ primi stadi dell’insegnamento è necessario servirsi dell’istinto per giungere poi a sviluppare le altre facoltà più nobili. Ma se ne abusò e se ne abusa, specialmente negli stadi più alti, là dove è inutile servirsi dell’istinto perchè le altre facoltà possono essere più utilmente usate. Se ne abusa ancora proponendo dei modelli d’invenzione, come se si potesse inventare copiando, come se il maggior pregio del Tasso fosse quello di attenersi fedelmente allo schema del poema virgiliano, come se non si potesse fare un buon romanzo altrimenti che mettendo esattamente il piede nelle gloriose orme di Alessandro Manzoni. Così accade che un giovane il quale voglia scrivere un sonetto (i giovani li hanno pur troppo questi riscaldi di cervello) intinge la penna nel calamaio e rimane sospeso pensando non già a quello che vuol dire, ma se imiterà lo stile di Caio o di Tizio, se sarà verista o idealista, se scriverà in lingua classica o in lingua parlata. Così di mille volumi di versi che sbocciano tutti gli anni in questo giardino del mondo, novecento novantanove appartengono a quel che si dice una scuola vale a dire che gli autori cercano di travestirsi, di sformarsi tanto da rassomigliare alla meglio ad uno di quegli infelici che ebbero la maledizione d’esser unti ed incoronati capi di scuola. In questa faceta repubblica delle lettere ognuno vorrebbe avere la fisonomia del suo vicino, proprio come nel facetissimo regno della moda una volta volevano tutti rassomigliare a Vittorio Emanuele portando i baffi come lui, anche quando sformavano la fisonomia. Ci sono poi certi critici stravaganti che compiono la confusione delle lingue e dei cervelli lodando queste rassomiglianze artificiali. Li sentirete dire: bel bozzetto! potrebbe firmarlo De Amicis! Lodi sbagliate, scelleratamente sbagliate, poichè equivalgono a dire che l’autore contraffece perfettamente De Amicis. Ma secondo questa critica i cento copiatori della Madonna della Seggiola sarebbero artisti squisiti, le imitazioni varrebbero quanto gli originali! Gli artisti finirebbero a fare come gli operai di Norimberga, che dopo aver fatto un bel soldatino di piombo ne fanno centomila compagni.
E’ vero, però, che in fatto di originalità qualche cosa si è guadagnato; almeno dalla parte del pubblico. Infatti la ricerca assidua del nuovo, che molti a torto biasimano, non è che una domanda di originalità, alla quale l’offerta degli autori risponde poco per ora, ma risponderà in seguito. E se si ricerca la smania di travestirsi che infieriva nelle accademie di una volta, si vede che un pochino si è guadagnato anche dalla parte degli autori. Quel che forse l’imitazione una volta, anche pei grandi ingegni, la vera misura dell’errore pedagogico intorno a questa benedetta imitazione, si vede in un lavoro giovanile di Giacomo Leopardi, intitolato: _Appressamento della morte_. Lavoro atteso da lungo tempo, lodato prima d’esser veduto ed inferiore troppo all’aspettazione che le lodi premature avevano destato in tutti.
Dire che una cosa di Leopardi, anche di Leopardi bambino, sia brutta, non si può senza spiegarsi chiaro e profondo e dell’ammirazione grandissima che si porta all’infelice poeta. Prima di alzare il martello sopra una immagine sacra, bisogna celebrare dei riti espiatorii i quali stabiliscano bene nella coscienza de’ fedeli che non è il santo che si vuoi mettere in pezzi, ma la sua immagine contraffatta e calunniata. Giacomo Leopardi è così grande nella storia letteraria e nella coscienza di tutti, è così in alto nella giusta venerazione degli italiani e dei forestieri, che prima di chiamar brutta questa benedetta cantica, bisogna pensarci tre volte, domandare scusa e parlare con circospezione. Aggiungasi che il poeta recanatese fu così meravigliosamente precoce in tutto, che non si sa bene come giudicare un lavoro compiuto sul finire del quarto lustro, com’egli stesso dice: non si sa davvero se giudicarlo coi criterii applicabili ai giovanetti che tentano i primi canti, o giudicarlo come opera di un grande ingegno maturato già dal lungo studio: dalla sventura e dalla solitudine. Quest’ultimo giudizio però riuscirebbe così giustamente severo che per quanto contrario alla precocità ammessa e provata dell’infelice poeta, bisogna cacciare il dubbio e finire col credere che il Leopardi quasi ventenne fosse su per giù quel che sono gli altri giovani di quella età e di discreto ingegno. Imbroglio, contraddizione se volete, ma davvero non saprei come uscirne. O negare la precocità provata, o dir bello un lavoro brutto. Io scelgo il primo corno del dilemma, e ritengo la cantica opera di un adolescente non superiore alla sua età; il che non fa torto a nessuno.
Il pretonzolo al quale fu affidata l’istruzione dei giovani conti Leopardi doveva aver bene insistito sulla necessità dell’imitare i classici, poichè vediamo l’allievo imitar tanto che qualche colta copia addirittura. La lingua, che non si può inventare, tradisce tuttavia uno studio di arcaicità che nocerebbe senza dubbio alla spontaneità del poema, quando spontaneità ci fosse. La lingua sul finire del Settecento e durante il dominio francese s’era impinzata di tanta roba straniera da muover la nausea e venne necessariamente una reazione. Fu allora che il Cesari, il Puoti, il Perticari, il Giordani e tanti altri predicarono la crociata contro i neologismi forastieri in nome dell’aureo Trecento. Si tornò all’antico, accettando ad occhi chiusi il buono ed il cattivo di una lingua ancora allo stato di formazione, e chi seppe cavare dai _Fatti di Enea_ e dai _Fioretti di San Francesco_ i termini più eterocliti ed antiquati, colui scrisse meglio. Reazione che ebbe la sua utilità, come quella che pulì un poco la lingua e mantenne un certo spirito di italianità nelle lettere, appunto quando ogni speranza di italianità pareva perduta; ma reazione sempre, quindi cieca, intollerante, meticolosa. Il pretonzolo dei Leopardi senza dubbio insegnò questo scrupoloso purismo ai suoi allievi, propose i modelli di moda all’imitazione sconsigliata, e la cantica di quel Giacomo, che scrisse poi l’italiano come nessuno seppe scrivere finora, ribocca di parolacce viete, muffite, quasi umoristiche. Per chi vorrà gettare gli occhi sulla cantica non c’è bisogno di esempi: ogni pagina, presa a caso, dice più che qui non si possa dire. Nella stessa ortografia c’è un’affettazione di arcaismo che non si trova più nei lavori successivi, anche giovanili, del poeta.
E il poema che cosa è in fondo? Una imitazione fredda e servile un po’ del Poema divino, un po’ dei Trionfi del Petrarca. Cominciamo a trovarci nella solita landa, come Dante si trovò nella selva selvaggia. Il poeta sovrano ci dice:
Io non so ben ridir come v’entrai, tant’era pien di sonno in su quel punto.
e il povero imitatore:
I’ non vedeva u’ fossi ed u’ m’andassi, Tant’era pien di lutta e di terrore.
Vien la solita tempesta, _la solita lusnada_ del Porta ed appare un angelo che annunzia al poeta la sua prossima fine, l’appressamento della morte. Tuttavia, perchè il poeta non si dolga troppo di abbandonare il mondo in così giovane età, l’angelo mette mano alla solita lanterna magica che dopo la Basvilliana dovrebbe essere lasciata stare, e fa vedere la processione delle vittime dell’amore, dell’avarizia, dell’errore, della guerra, della tirannia, tale quale nei Trionfi del Petrarca. L’anima di Ugo da Este a modo di episodio, un po’ Ugolino, narra la nota tragedia e come dopo il colpo paterno, _svolazzò lo spirto sospirando_. Si maledice l’eresia anglicana e si sente un po’ d’influsso alfierano nella declamazione contro la tirannia; e insomma imitando un po’ a destra ed un po’ a mancina, finito il corso dei carri, si spalanca il cielo e si vedono Cristo, ’a Madonna, i santi e tutto l’empireo cattolico. Dante, il Petrarca e il Tasso sono del beato coro. Chi sa perchè ne è escluso l’Ariosto?
Dopo questa beatifica visione tutto sparisce, ed il poeta, rimasto solo, si duole di dover morire, ma pure si rassegna e finisce invocando Dio e la Vergine perchè l’assistano nell’ultimo passo. A questo punto ritorna in capo al lettore lo stesso dubbio che lo assalì sino dalle prime terzine e si chiude il libro tentennando il capo e chiedendo: ma è proprio roba del Leopardi?
Si trovano molti riscontri nelle lettere del Leopardi, del Giordani e d’altri, che parlano della cantica: la calligrafia sembra del Leopardi, il quale ordinò per la stampa le prime ventotto terzine riducendole a venticinque molto rivedute e molto corrette. Certo un contraffattore poteva tener conto delle lettere, imitare la calligrafia e lavorare sulle terzine stampate; ma la persona che ritrovò e diede alle stampe la cantica è incapace di fare un tiro simile al buon pubblico. Non resta dunque se non concludere che questa povera roba imitata, messa insieme a pezzetti come un mosaico, sia proprio di Giacomo Leopardi: ma di un Leopardi quasi ventenne, che non conoscevamo ancora, di un Leopardi scolaretto senza esercizio di comporre, senza gusto di lingua, senza lume di poesia. Bisogna rassegnarsi a credere che questo imparaticcio scolastico sia stato messo assieme un anno dopo al _Saggio sugli errori popolari degli antichi_ nell’anno stesso dell’_Inno a Nettuno_ e delle _Iscrizioni triopee_, un anno o due prima delle più celebri, delle più gloriose poesie della letteratura moderna. È dura, ma è così.