Part 8
Che strano desiderio! Eppure, dopo aver faticato il giorno intero a scarabocchiare la carta, dopo aver turbato il fiele colla lettura dei giornali e scaldato il sangue colle ire politiche o colle gesuitate letterarie, dopo essersi tormentato in una eccitazione faticosa coi nervi tesi come corde di violino che vibrano dolorosamente ad ogni moto vengono questi desideri della calma molle, dell’ozio del cervello, dell’animalità soddisfatta. L’abbazia di Thélème sognata dal Rabelais è anche il sogno segreto di tutti i letterati combattenti, i quali, stanchi della tensione quotidiana, non immaginano di meglio che un ospizio dei poeti invalidi, un convento di frati godenti. Io lascio al giocondo curato di Meudon le torri di marmo, le camere dorate, le vesti di porpora, i conviti delicati; io mi contenterei d’esser fatto curato di monte Calderaro. Ivi riposerei beato e chiuderei gli occhi per sempre in un bel tramonto come questo, guardando al sole, ai monti, al mare lontano, e susurrando soddisfatto: _Hoc erat in votis!_
Mi vedete? Lassù nel silenzio della montagna, sul praticello che verdeggia davanti alla canonica, c’è un tavolino con alcuni libri ed una bottiglia. Accanto, in un comodo seggiolone, siede il reverendo curato, seggo io, coi capelli bianchi e la gota florida posata sulla palma della mano. Oh, come sono lontani i tempi della mia giovinezza, come sono lontane le donne che mi lacerarono l’anima col pretesto di volermi bene! A quei tempi come si combatteva, come soffriva o per un diritto o per un amore! Il mondo era una battaglia; il vecchio urtava col nuovo, il privilegio col dritto, l’interesse col dovere, l’equivoco colla verità, e si combatteva. Oh le belle pugne, i bei colpi! E gli strazi delle sconfitte e il giubilo delle vittorie sante, delle vittorie degli umili, del trionfo dei deboli, della redenzione degli oppressi! Ci dicevano senza fede, e noi per la fede nostra davamo ogni cosa più caramente diletta, per la fede conducevamo nella mischia anche i nostri figli, la carne della nostra carne, l’anima dell’anima nostra.
Ci dicevano senza amore, e molti di noi per amore sono morti; ci dicevano senza generosità, e non abbiamo vinto per noi. Questa pianura immensa è seminata delle ossa dei caduti; i vincitori e i vinti dormono nello stesso sepolcro e sulla terra immensa regna solo la giustizia. La battaglia è finita: pace, eterna pace ai morti! Il mio cuore la prega e l’invoca. Non sono curato per niente!
Giù, fumano le ville nascoste tra i frutteti; oggi si cibano coloro che digiunavano ieri. Ecco le messi d’oro, le viti opime, la prosperità della pace, ed è pur dolce pensare che per questa pace si è fatto qualche cosa anche noi. Quando starò per addormentarmi nel sonno che non ha fine mai, mi voglio far portare a quella finestra là, voglio dare un’ultima occhiata a questa terra che altri maledisse e noi benedicemmo, a questa patria de’ miei affetti, dove nacquero i figli miei, dove riposano i miei cari.
Con quello sguardo la vedrò tutta, bella, grande, felice, e non mi dorrà di morire in terra di libertà: con quello sguardo voglio darle l’ultima benedizione; ma la benedizione del vecchio che abbandona la vita sereno, senza dolore e senza rimorsi. Poi mi seppelliranno sotto una pietra bianca qui, all’ombra delle querce, ed i fringuelli faranno i nidi a primavera tra i rami, e nelle notti serene canteranno i rosignoli nei cespugli di rose. Quelli che ora sono bimbi, diverranno uomini, e passando di qui, guarderanno la mia pietra coperta di fiori selvaggi e di muschi morbidi e diranno: povero curato! Era un galantuomo e ci ha voluto bene!
Si, vi ho proprio voluto bene, parrocchiani miei. Io non vi ho insegnato ad aver paura di Dio, non vi ho imbrogliato la testa e la coscienza con precetti minuti e con obblighi di pratiche superstizione. Vi ho detto: non fate male a nessuno; amate il vostro paese, la vostra libertà i vostri fratelli; questa era tutta la dottrina del povero curato. Vi ricordate le sere lunghe d’inverno, quando nevicava fitto ed io accanto al fuoco vi narravo la storia del nostro paese? Ebbene, io non v’ho insegnato mai ad odiar nulla, fuori che il male. Io ve la predicavo davvero quella legge d’amore, di tolleranza, di rettitudine di cuore, per la quale da giovane avevo combattuto i sacerdoti che maledicono, che ingannano, che odiano. Questa chiesa non era la chiesa delle scomuniche, ma della carità e della fratellanza, e voi non avevate paura della logora mia vestaccia nera; e quando d’estate io passavo lungo i margini de’ campi leggendo Virgilio, le belle mietitrici si rizzavano sui solchi, sorridenti nel sole splendido, coi capelli dati ai liberi venti delle nostre montagne, e tendendomi le braccia nude, mi gridavano: Buon passeggio, signor curato! Ed io alle vostre belle mietitrici non ho guastato nè la coscienza, nè altro: questo proprio lo posso dire!....
Ehi, dico, signor curato, dove andiamo a finire? Vedete un po’ che razza di sciocchezze mi girano pel cervello a guardare quella chiesina solitaria sulla vetta di monte Calderaro! Sì, davvero sarei un buon curato io, con quell’odore di santità che ho indosso! Bisognerebbe proprio che monsignore arcivescovo fosse matto da legare per sacramentarmi questo! E poi tutto questo non è che un sogno impossibile. Certo sarei un buon curato, meglio di molti e di moltissimi, ma quelle benedette mietitrici dovrei confessarle io, e... basta!
O la faina dov’è? Non s’è vista o m’è passata tra le gambe senza che io me ne avveda. Riportiamo a casa la doppietta... e l’articolo bell’e fatto. La caccia poteva andar peggio, non è vero?
NEBBIA IN MONTAGNA
Chi conosce la montagna, sa i curiosi effetti ottici che procura la nebbia. Salite lentamente come in una nube e la vista non va più in là di pochi passi. Questo vapore umido è quasi palpabile e si muove lentamente a fiocchi, a strisce, a globi, come il fumo del sigaro che disegna cento forme bizzarre in un raggio di sole. Il vostro alito diventa visibile come nell’inverno, e tutto, l’erba, i sassi, i tronchi, è infiltrato d’una umidità fredda che vi attornia, vi penetra le vesti, le carni, le ossa. Alla immobilità sonnolenta de’ boschi aggiungete il silenzio solenne della montagna, la coscienza d’esser molto in alto senza che la vista ve lo dica, tutto quel non so che di misterioso che ha la natura quasi selvaggia, deserta, rude, e sentirete che una salita sopra ai mille metri, in mezzo ad una nube grigia e densa, deve fare un certo effetto.
Sull’ultima vetta, là dove l’occhio dovrebbe dominare una immensa stesa di monti e di pianure, quel maledetto velo di nebbia si interpone come un sipario bianco tra lo spettatore e la scena. È già una sensazione curiosa questa che si prova davanti allo sterminato velo che vi toglie una veduta certamente magnifica; ma se la fortuna vi consente un quarto d’ora propizio, se un soffio di vento spazza via sotto ai vostri occhi la nebbia e vi si scopre quasi improvvisamente lo splendido e desiderato spettacolo, la sensazione esce dal novero delle ordinarie ed entra nella categoria di quelle singolari e meravigliose che gli anglosassoni vengono a cercare sulle nostre alpi col pericolo imminente di fiaccarsi la noce del collo.
Io che cerco ed amo la montagna, mi sono trovato parecchie volte a questa festa degli occhi e dell’intelletto, e tutte le volte m’è venuta in testa una matta idea. Anche stamane ho goduto lo spettacolo della nebbia che si leva rapidamente e scopre la pianura illuminata dal sole, ed anche stamane l’idea matta m’è ritornata in capo e c’è rimasta con tanta ostinazione che mi tocca dirvela.
Tutte le volte, dunque, per chi sa quale strana associazione di idee, penso alle sensazioni ed alle impressioni che proverebbe Marco Tullio Cicerone se agli occhi suoi si scoprisse improvvisamente il nostro mondo, se insomma ritornasse a vivere ad un tratto. È una idea stravagante, ma è così.
Ve lo immaginate voi? Capisco che la sorpresa sarebbe tanto grande da far morire di nuovo il povero oratore per una apoplessia fulminante. Ma poichè siamo sull’immaginare, facciamo conto che viva e cercate di mettere insieme colla fantasia tutta la infinità delle sue sorprese. Aveva lasciato il mondo colla toga e lo ritrova bracato come i galli dei tempi suoi. A che servono i cappelli a tuba? E che scopo può avere il colletto inamidato che sega le orecchie? E gli orologi da tasca? E i portafogli pieni di cartaccia unta? E le _botti_? E i _tramways_? E i liquoristi? E i frati ecc.
Un oratore che ebbe tanta parte nelle vicende del suo tempo cercherebbe subito il Foro, e ci troverebbe gli scavatori. Se qualche professore di Università arrivasse a capire il latino del povero resuscitato, lo manderebbe a Montecitorio e il presidente Farini lo farebbe assistere alla tornata dalla tribuna dei senatori. Immaginatevi pure l’arpinate che assiste alla discussione, mettiamo di un bilancio, e ascolti attentamente un’orazione dell’onorevole Luporini. Scapperebbe immediatamente dopo le prime frasi, perché... come ho detto, non intenderebbe l’italiano.
E non intenderebbe il telegrafo: la locomotiva lo spaventerebbe, e ad ogni passo proverebbe una sorpresa nuova e stravagante. Come deve rimanere un romano dell’epoca di Cesare vedendo un romano dell’epoca di Umberto accender la pipa con un fiammifero! E come rimarrebbe chi scrisse della natura degli Dei, dando una occhiata alla nostra santa religione?
Che cosa sono, che cosa fanno tutti quei fratacci di mille colori ma tutti lerci ad un modo? E nelle chiese che cosa significano quelle mascherate buffe, che cosa vogliono dire le riverenze, le smorfie, i segni cabalistici di tutti quei preti coperti da pianete, da stole, da mitre asiatiche, da stoffe d’oro? Gli incensi che fumano, gli inni ragliati, i salmi miagolati sorprenderebbero il buon arpinate, che cercherebbe senza dubbio di metter la testa tra le imposte della sagrestia per vedere se gli auguri ridono tra di loro come ai suoi tempi.
E i cannoni? E i fucili? Non è facile capire quel che potrebbe passare pel capo a un legionario di Farsalia che si trovasse alle grandi manovre, o a un capitano di una trireme d’Azio che assistesse agli esercizi del _Duilio_ ed ai tiri del cannone da cento tonnellate.
Il giuoco del lotto colpirebbe la fantasia del resuscitato quasi quanto i palloni aerostatici, per poco che ne intendesse il meccanismo. E se arrivasse a capire le teorie umanitarie che i governanti sviluppano nei discorsi della Corona e nei discorsi dei ministri, non potrebbe mettere insieme la contraddizione patente e volgare tra le parole e i fatti, non potrebbe capire che si parli come Catone e si agisca come Verre.
I telai, la macchina da cucire, la macchinetta da caffè, il cavaturaccioli lo empirebbero di meraviglia. Ma più si meraviglierebbe se potesse entrare in un ministero, e vedesse che per ordinare il restauro di un muro in un edificio del governo, ci vuole un macchinismo più complicato che non ci voglia a fabbricare un orologio di precisione tanta è la moltitudine dei controlli, dei capi divisione, dei capi sezione, protocollisti, ragionieri e copisti che occorrono per ordinare la spesa di cinque lire.
E per finirla con tutte queste sorprese di Marco Tullio Cicerone, che potete moltiplicare a piacere, dategli a leggere lo Statuto del regno d’Italia in un vagone della ferrovia funicolare del Vesuvio; dategli insomma due diverse meraviglie sott’occhio.
Come stupirà il facondo oratore salendo sicuramente un piano inclinato pericoloso, seduto tranquillamente sui cuscini imbottiti, guardando il magico golfo, le rive ridenti dove anch’egli aveva un giorno una splendida villa. Così l’uomo ha trionfato degli ostacoli della natura, ha portato la comodità dove non era che il pericolo, ha fatto prova di un meraviglioso ingegno nel servirsi di tutti i mezzi offertigli dalla natura e nel superare le forze inerti a lui contrarie coi prodigi della meccanica. A quell’altezza, su quel monte infocato, in faccia ad uno dei più splendidi spettacoli che sia dato all’uomo di contemplare, bisogna che il romano prorompa in tutte le interiezioni latine, in tutte le esclamazioni incomposte dettate dall’istinto, non per esprimere, ma per testimoniare il proprio sbalordimento.
Fategli leggere poi lo Statuto, un accozzo di articoli che vogliono essere la legge fondamentale di tutta una nazione, e che tutti i giorni sono cucinati in tutte le salse secondo il partito che governa. Ditegli che questa legge deve essere immutabile, che è delitto di lesa maestà sostenere il contrario, ma che non c’è un articolo al quale o l’arbitrio di un ministro o l’abilità di un curiale non abbia fatto uno strappo. Ditegli che quella legge invecchiata ha degli articoli caduti per forza in desuetudine, altri così bigottamente ridicoli che provocherebbero uno scoppio di indignazione contro chi ne sostenesse soltanto la possibilità, come quello che sottopone al _visto_ del vescovo i libri di argomento religioso che si stampano nella diocesi, e ditegli che a dispetto di questo noi siamo costretti a dire che lo Statuto è ottimo, a venerarlo, o ad aver a che fare col procuratore del re se non lo trattiamo bene; e il buon Marco Tullio non sarà meno sorpreso che della sua salita verticale sul monte.
Accostatevi al romano, come si fa tra coloro che sono rinchiusi nella stessa carrozza, e domandategli in confidenza che cosa pensa di tutto questo. È avvocato, quindi loquace, e ve lo dirà. Vi dirà che mentre i progressi meccanici, positivi, riguardanti le cose necessarie od anche di lusso, lo hanno compreso di meraviglia indicibile, trova però che in tutto il resto siamo forse più indietro di quel che si era ai suoi tempi. Religione, governo, morale, non sono dei primordii dell’impero, ma del basso impero. Oh, la sa lunga Marco Tullio Cicerone.
Vedete un poco che matte idee fa nascere la nebbia in montagna!
NEL BOSCO
Scrivo a cento passi dall’idillio.
A cento passi di qui, sulla schiena del monte, c’è un bosco di querce non molto alto, perchè la scure lo martirizza troppo, ma fitto e frondoso. In molte macchie il sole non entra mai e l’erba rimane sempre verde, di quel verde oscuro che rivela il terreno grasso e fresco. Ma il monte non scende verso il mezzodì col dolce pendìo di un monte dabbene e tranquillo. L’acqua di un torrentello chiassoso röse sotto, ed una frana gigantesca tolse l’uniformità alla sua architettura troppo regolare. Dall’alto si vede tutta la possente rovina e la fuga de’ massi precipitati al fondo, accavallati, squartati. Una valanga di scogli divelti rovinò giù da questo lato del monte, che rimase come un muro scheggiato, dove, tra risalto e risalto, riescono a saltare solo le capre. Chi si affaccia all’orlo della frana vede in giù il precipizio, il vuoto.
Eppure tra le rocce accatastate in fondo, le querce qua e là rinacquero. Scendendo per altra via sino al torrente, sparisce la sensazione dell’orrido che si prova, guardando dall’alto e si gusta una nuova forma dell’idillio, un nuovo aspetto del paesaggio. Anche qui ci sono ombre fresche ed erbe sempre verdi. L’edera, le vitalbe, i muschi si abbarbicano agli scogli e li vestono, i rovi pendono dai crepacci ed i fiori gialli della ginestra si aprono a centinaia per le coste dirute. Il torrente, castigato dall’estate, ha perduto la voce e scivola tra i sassi quasi vergognoso. Chi cerca il silenzio lo trova qui, meglio che tra i certosini. L’idillio è completo per chi bada ai canti dei fringuelli che fanno all’amore nel bosco profondo, od alle note velate dell’usignuolo che sonnecchia ne’ cespugli, cantando in questa tranquillità anche nelle ore meridiane a dispetto della storia naturale. Tutto ispira la tranquilla melanconia dell’egloga virgiliana, anche il grido rauco della ghiandaia, anche lo strillo acuto del falco, anche il chiocciare pettegolo del merlo che si leva e fugge. Trilli, canti, grida che non sembrano rompere il silenzio solenne, il raccoglimento calmo del luogo e dell’ora. Perchè cercate un Dio pauroso e bieco nel silenzio forzato de’ monasteri, nel raccoglimento voluto ed imposto delle chiese senza luce e de’ chiostri senza vita? Qui bisogna venire a cercar Dio vero e vivo, il Dio che non ha bisogno di teologia e di sacerdoti; e così, nella rivelazione della natura, lo cercarono i pagani e lo trovarono. Il nostro Dio è fuori, dove sbocciano i fiori, dove maturano i frutti e sussurrano il suo nome le querce mosse dal vento e cantano le sue lodi gli uccelli nella libertà del bosco. Il nostro Dio è fuori dalle chiese buie, nei cieli azzurri, nei campi ricchi d’oro delle messi, nel mare immenso, nella verità della giustizia, nel giubilo della bellezza. Fuori dalle chiese è la religione.
Conoscete il vecchio racconto? Al tempo di Augusto o di Tiberio, non ricordo bene, un navigatore attraversava l’Egeo e moveva verso l’Italia. Il vento era propizio e la ciurma sonnecchiava nella quiete del meriggio: solo il nocchiere vegliava. Ad un tratto una voce lo chiamò chiaramente per nome; ma il mare era deserto ed il nocchiere credette di esser vittima di una illusione. Tre volte la voce misteriosa che aleggiava sull’onda, tre volte chiamò il navigante, che finalmente rispose. Disse allora la voce:—Va a Roma e reca la gran novella che il gran Pane è morto!—A queste parole seguì un tumulto di grida, uno scoppio di lamenti e di pianti, poi tutto svanì nella profondità dello spazio e nel silenzio meridiano.
Ebbene la voce mentì. Il gran Pane vive ancora sul mare e sulla terra ed esiste al tramonto della gran favola giudea.
Egli non ha che un’arma per vincere e trionfare: la libertà. La libertà che uccide tutte le religioni, o traendole allo scetticismo col libero esame, o resistendo alla tirannia dei dogmi irragionevoli o reagendo contro la compressione del dispotismo canonico: questa libertà del mare e dei boschi, che diviene a poco a poco la libertà de’ consorzi civili. La voce misteriosa mentì. Il gran Pane non è morto.
Di quanti stolti pregiudizi ci avvelenava questa vecchia religione che vive ormai soltanto perchè si è trasformata in partito politico! I polemisti cattolici che infuriano contro il verismo invadente e lo accusano di fare l’apoteosi del brutto, hanno dimenticato troppo presto che nella loro religione la bellezza è il dominio. Hanno dimenticato che S. Ambrogio, uno de’ padri più tolleranti, tratta la donna di _janua diaboli_, _via iniquitatîs_, _scorpionis percussio_, e gli altri non hanno abbastanza vituperi e sporcizie per la bellezza femminile, per l’amore e per la vita. Ogni fiore nasconde un demone, ogni gioia un peccato, ogni minuto di libertà una eternità di dannazione. L’ideale della perfezione è la Tebaide, e Domenico Morelli interpreta fedelmente lo spirito del cristianesimo romano quando ai diavoli che tentano S. Antonio dà le squisite forme della bellezza muliebre. La perfezione cattolica sta nella sporcizia di S. Francesco, nella deformità ulcerosa di S. Rocco, nella macerazione contro natura, nel terrore di Dio, del demonio e del mondo. La bellezza e la gioia sono peccati.
Questi boschi che il paganesimo aveva popolato di liete fantasie, il cattolicismo li ha popolati di tentazioni e di demoni. L’anacoreta non fugge solo il mondo, ma la natura, cercando la sterilità del deserto; e i monaci occidentali che si contentano delle cime sassose della Verna o di Subiaco, sono già troppo lontani dalla perfezione dell’anacoreta; sono soldati della Chiesa accasermati su quelle cime, ma pronti a discendere al combattimento non appena l’obbedienza li chiami. E in quei boschi stessi, dove il paganesimo avrebbe visto animarsi la natura e i fauni uscir dalle macchie e le ninfe dalle fonti e dagli alberi, il fedele non trova più che la tradizione di spaventose lotte dei santi coi diavoli, impressioni miracolose di piedi e di mani nel sasso, reliquie paurose delle pugne antiche tra il cristianesimo e la natura. È legge dunque che la creatura debba amare senza fine il creatore, ma odiare senza misura il creato. La legge di Cristo, che in principio fu di amore e parve un socialismo uguagliatore ed umano, dopo il trionfo divenne legge di odio universale, santificazione di tutte le tirannie più bestiali e feroci.
Ma il mondo si muove. All’esposizione di Torino i soddisfatti hanno visto con terrore i prodromi di quell’arte dagli intenti sociali, che videro già e maledissero nelle lettere. Tutto si agita, e chi tende l’orecchio sente i rumori misteriosi che fremono nella foresta quando il succhio comincia a risalire pei tronchi irrigiditi dall’inverno e le gemme inturgidiscono e nel silenzio si desta la vita. Già si comincia ad amare il mondo ed a cercarvi quel che ci promisero al di là della tomba. Sfumano i vecchi ideali, sogni senza forme precise, aspirazioni indefinite ed oziose ad un bello intangibile, ad un bene impossibile, e comincia la ricerca assidua della verità definita, del bello e del bene che possiamo raggiungere. Non c’è bisogno di una Sibilla Cumea per vaticinare la fine di una età e l’inizio di una nuova; tutti lo sentiamo intimamente, anche quelli che, come i bimbi, si turano le orecchie per tema dello scoppio.
E torneremo ad una poesia dove anche l’idillio sarà ammesso, quell’idillio che si comunica da molti col nome di Arcadia. Già il Carducci, nel _Canto dell’amore_, ci additava le nuove forme di una poesia della natura, di quella poesia la cui perfezione spaventa nelle _Odi barbare_. Quello non è l’idillio dell’Arcadia davvero, eppure chi negherà che in quei versi non si trovi una viva ed evidente rappresentazione della natura? Si grida alla poesia pagana! E che per ciò? Al postutto il mondo pagano non si corruppe se non quando abbandonò la via della libertà, di quella libertà che oggi cerchiamo. Perchè non saremo piuttosto pagani che flagellati?
Le querce susurrano parole d’amore e le fronde si cercano, e le cime si chinano leggermente come per accarezzare le cime vicine. Cantano sempre gli uccelli e cantano d’amore. Fino le stridule cicale cantano a modo loro l’inno della vita.
Chiedetelo a questi boschi, che ve lo diranno. La legge vecchia fu legge d’odio: la nuova sarà di amore.
IN LAPPONIA
Il Lèouzon Le Duc, stampando la sua traduzione dei canti nazionali svedesi, diceva che mentre il mezzogiorno ci illumina col suo sole, ci culla con la sua armonia, c’inebria co’ suoi profumi, il nord invece non ci appare che attraverso ad una nube lontana, come un fantasma gelido avvolto in tenebre eterne. Il nord ci fa paura.
Ed è vero. Il Baretti, uomo di pochi pregiudizi e che aveva girato il mondo, chiama _spaventosa_ la Norvegia ed _orribile_ la Finlandia. I lapponi che ci descrive il Mantegazza[1] ci fanno proprio paura.
Se dobbiamo credere alla Genesi, poi che Noè «bevve del vino e s’inebriò e si scoperse nel mezzo del suo tabernacolo» il curioso Cam fu maledetto ed i suoi discendenti condannati ad essere i servi de’ suoi fratelli. Bisogna dire che Dio non ratificasse la maledizione dell’enologo patriarca, perchè i cananei sono più fortunati di molti semiti. L’Africa, la terra dove le tradizioni religiose hanno voluto mettere la punizione del peccato di Cam, ad ogni nuovo viaggio di scoperta ci appare più ricca ed invidiabile, mentre la terra della desolazione e dello spavento è toccata in retaggio ai poveri semiti che avevano bene meritato della decenza. Così va il mondo.