Part 7
Lascio stare la politica. In quel benedetto regno tutti giudicano secondo il partito cui appartengono e sopprimono, incoscienti, le proprie convinzioni personali pel trionfo d’un uomo o d’una bandiera. Ma nei quattro primi volumi delle _Memorie_ di Metternich ci sono parecchi fogli di stampa che non trattano di politica e, senza passione, si può ragionarne. Nel terzo volume specialmente ci sono molte lettere scritte dall’Italia, e per dire fin da principio l’impressione che quelle lettere lasciano in un italiano mediocremente colto, per dirlo anzi in termini garbati e parlamentari, diremo che non si può essere più corto, più volgare, più talpa di Sua Altezza il principe Clemente Venceslao Nepomuceno Lotario di Metternich, Cancelliere di Corte e di Stato dell’Impero d’Austria.
Io credo che se Ferdinando Martini non avesse fatto altro, avrebbe dato già una prova di grande ingegno definendo, come definì, il principe di Metternich _un grande impiegato_.
Non credo che un viaggiatore possa essere più trivialmente volgare del principe quando scrive le impressioni ricevute dalla natura o dall’arte italiana. La più frigida miss inglese scrive con maggior entusiasmo e con maggiore intelligenza gli scarabocchi del suo giornale di viaggio. Ho il sospetto che il principe copiasse qualche _Guida_ o cresimasse come sue le bestialità di qualche _cicerone_ patentato, e che scrivesse di suo solo le variazioni di temperatura; come quando in faccia alla divina veduta della Toscana non sa dire altro che c’è una finestra dalla quale si vedono quattro mila case e che dalle undici alle cinque fa caldo. E questo sospetto cresce quando sento il principe dire: «Una cosa notevole di questo paese è la qualità di coltura che si trova nel popolo. Non c’è un contadino che non parli la sua lingua con tutta la ricercatezza e l’eleganza di un accademico della Crusca. Parlare con questa brava gente è cosa curiosa, poichè parlano come si parla nelle illustri sale di conversazione, senza dialetto e senza quelle grida e quegli scoppi di voce che si sentono nel resto d’Italia. Un vignaiuolo che aveva l’aspetto quasi di un negro mi fece da _cicerone_ e mi raccontò tutto, mi spiegò tutto, come avrebbe potuto fare un antiquario».
Povero principe! Certo qualcuno gli diede ad intendere queste sciocchezze per canzonarlo, e lasceremo a carico della sua coscienza la ricercatezza e l’eleganza del discorso degli accademici della Crusca, il purgato dire dei vignaiuoli di Fiesole (Dio.... buono!) e la scienza archeologica che si trova così facilmente fuori di porta San Gallo, come le pietre nere su pel Mugnone. E gli lasceremo l’entusiasmo che prova pei vasi di alabastro e tutte le furberie dei negozianti e dei figurinai del Lungo Arno, entusiasmi che mostrano in lui una perfetta assenza d’ogni gusto d’arte, una innata volgarità, una grave atrofia d’ingegno. Il figlio, che pubblicò queste _Memorie_, scelse la parte di Cam; ma avrebbe fatto meglio, come Sem e Jafet, a coprire le miserie paterne.
Lasciamo pure la politica, benchè, senza offendere le convinzioni di nessuno, si possa meravigliare come un grand’uomo di Stato come il Metternich, da Napoli alla vigilia dei moti del 1821, scriva che il Re è amato da tutti e che le due Sicilie saranno l’ultimo paese in cui la rivoluzione potrà tentare una levata di scudi. Ma ad ogni modo bisognerà pur convenire che, quando un uomo di una certa coltura, giunto ad una altezza dove pochi giungono, che si ritiene quasi infallibile e che scrive confidenzialmente quel che gli esce dal cuore e scrive a quel modo, bisogna che senta ben poco e intenda meno, se, in faccia a spettacoli od a capolavori che commoverebbero un maniscalco, non sa trovare che una frase minchiona, sempre quella: «_Non si può veder nulla di più bello_.» Davanti alla Venere dei Medici, alla Madonna della Scodella, agli splendidi orizzonti toscani, al verde paradiso dei bagni di Lucca, dove persino l’acredine germanica di Enrico Heine si temperò fino all’atticismo, il povero principe sente di essere obbligato ad entusiasmarsi e si flagella i fianchi per trovar qualche cosa e non sa scrivere alla moglie altro che la frase stereotipa ed eterna: «_Non si può veder nulla di più bello_». Povera principessa! Giova sperare che sarà stata più forte della Regina di Spagna nel Ruy Blas di Victor Hugo, la quale nell’ora della tentazione riceve dal marito la nota lettera: «Madame, il fait gran vent, et j’ai tué six loups».
Certo il Metternich, in queste parecchie migliaia di pagine, rimane sempre un diplomatico cui non sfugge un segreto. Ma è difficile parlar molto, parlar tanto, senza che l’ascoltatore non capisca anche quello che l’autore cerca di nascondere con ogni studio. Quando, dopo aver navigato sopra questo pelago immenso, si giunge faticosamente alla riva, uno si raccoglie dentro sè stesso, conclude e per forza riassume le diverse impressioni provate. Nessuna onda tradì da sè il gran secreto dello sterminato mare, ma tutte insieme lo hanno tradito. Possiamo bene trovar qua e là dei tentativi di espansione, dei desiderii di pace e d’amore, ma nel complesso immenso dell’opera spariscono per lasciar posto ad una impressione geniale di aridità, di povertà di cuore, di miseria intellettiva, che davvero agghiaccia anche i più benevoli. Questo non è un uomo di carne e d’ossa come noi, ma è un uomo di legno: di quercia se volete; ma sempre di legno. È una macchina da scriver note diplomatiche, caricata di una forte molla, precisa come un cronometro nella inflessibilità logica dei suoi principii: ma sente quello che sente una macchina. Che gli uomini muoiano, che i popoli sudino sangue, non importa: l’orologio prosegue imperturbato il suo moto e peggio per quelli che nel quadrante leggeranno l’ora dell’agonia.
Eppure, se il libro della sua inesorabile freddezza attrista e fa perdere la fede nella bontà umana, eppure ci consola in questo, che ci appare come un’ammenda onorevole che il superbo principe fa davanti a noi, colla corda al collo e i piedi scalzi. Egli è venuto finalmente a rispondere di sè al nostro tribunale, a scolparsi, ad implorare una assoluzione che gli neghiamo. Ecco il principe che fondava una Rivista, e che tuttavia ispirandola la sottoponeva alla censura della polizia, eccolo che approfitta di questa maledetta stampa poichè sente ch’egli deve scolparsi davanti ai posteri. Egli viene a noi per dirci che fu buon figlio, buon marito e buon padre; che agì secondo la sua coscienza gli dettava, che la religione e l’educazione sua gl’imponevano di agire così; e noi, giudici tutti ed oramai dal tempo fatti imparziali, gli rispondiamo che solo la compassione che proviamo per le sue miserie di cuore e d’intelletto ci trattengono dal condannarlo alle gemonie dell’umanità. La sola attenuante sta nella viltà di coloro, piccoli o grandi, che poterono rassegnarsi al dominio di due uomini senza viscere umane come l’imperatore Francesco e il suo cancelliere. Non si può invocare altro che un mezzo di difesa; il noto detto: _i popoli hanno il governo che meritano_.
Quando gli muore la figlia Maria, quella che amava di più, egli finalmente si sente commosso; ma il suo dolore non è di animo ben fatto. Chi di noi in simili sciagure non ha tentato di salvare almeno una tavola dal naufragio, un ritratto, una ciocca di capelli, un nastro, qualche cosa che tenga viva la memoria dei morti? Coloro poi che sono squisitamente sensibili, provano una specie di voluttà a rimescolare col ferro dentro la piaga, a tormentarsi, a martirizzarsi senza fine, ritornando alle memorie del passato felice, evocando nella fantasia le sembianze dei morti, le dolci parole, le carezze perdute per sempre. Ma questo padre, colpito nel più vivo de’ suoi affetti, non ha che un desiderio solo, quello di disperdere dalla terra ogni cosa che gli rinnovi il dolore. Egli gode sapendo che la casa dell’estinta sarà spianata e che passeggiando per quella via non ci sarà più memoria delle mura dove la figlia sua, la carne della sua carne, soffrì o fu felice. E questa gioia il Metternich non la nasconde; se ne vanta quasi colla serena imbecillità dell’egoista, proprio là dove protesta alla posterità d’esser stato buon padre ed amantissimo della famiglia. Ora in faccia a questo egoismo ingenuamente brutale, davanti a questa macchina da protocolli che non solo è sorda alle grida dei torturati dello Spielberg, ma che respinge come un attentato alle proprie digestioni le strazianti memorie di una figlia perduta, non c’è che un sentimento che possa renderci indulgenti: la compassione.
Sono ingiusti coloro che vituperando le avare virtù e gli avarissimi vizi della borghesia, accusano la società presente di aver partorito questa classe di uomini piccinamente egoisti. Perchè gridare contro ai poveri droghieri se non intendono le squisitezze dell’arte o gli ardimenti della politica? Ecco un principe educato con ogni cura nelle ricchezze e nelle pompe, salito sino dove si può salire, onorato come un sovrano, ricco come un nababbo, temuto come uno czar, ed eccolo più miserabilmente borghese di un Gerolamo Pâturot qualunque, più egoista che non sia il più egoista dei rivenditori di candele e di pepe. Non è dunque una istituzione, non è un ministero, non è una società che dobbiamo incolpare delle idee piccine e maligne di una data classe di persone. Gli egoisti sono di tutti i tempi e di tutti i paesi, e ci sono centomila pizzicagnoli che hanno più cuore ed idee più generose che il cancelliere dell’imperator Francesco.
Dicono che le ire nemiche non debbono sopravvivere alla tomba; ma poichè il principe si appella ai posteri questi possono ben dirgli quel che sentono di lui. Egli non ci appare più che come un mediocre capo sezione che supplisce colla cocciutaggine alla mancanza del giudizio, del cuore, e forse della coscienza.
LA PRINCIPESSA DI METTERNICH
Il quinto volume delle _Memorie_ del principe di Metternich non so se sia più importante dei precedenti in riga di politica, ma è certo il più curioso di tutti, specialmente per gl’italiani. Infatti, la curiosità generale vi è stuzzicata da frammenti di _memorie_ della principessa Melania, terza moglie del celebre Cancelliere; e la curiosità politica, specialmente per noi, da tutto quello che si riferisce ai moti del 1831.
Lascio stare la politica, anche storica che non è di mia competenza qui, e vi prego di dare un’occhiata ai brani staccati dal Giornale della principessa; staccati, ahimè, con molta, con troppa parsimonia. Anche qui il pubblicatore, troncando e tagliando, fa nascere nei lettori il sospetto che tutta la fisonomia della illustre dama non si trovi nei pochi segni mostrati al pubblico. Che questa pubblicazione sia fatta con un intente, spiegabile, ma poco imparziale, di glorificazione postuma dell’antipatico cancelliere, è già stato detto e provato. Ora è confermato dalla severa misura con cui ci sono date le poche pagine del _Diario_ della principessa. _Diario_ che, secondo la prefazione, consta di trenta volumi in quarto, di scrittura minutissima. Anche qui, dunque, siamo sicuri che non ci è offerto se non ciò che può servire all’apoteosi del principe. A questo intento quelle brevi pagine sono troppe, perchè inutili; per l’interesse generale della biografia e della storia, sono invece poche, e poco sincere perchè amputate.
Ad ogni modo non cessano però d’esser curiose, e senza dubbio sono la parte meno pesante di questi pesantissimi volumi.
La contessa Melania Zichy Fèrraris non era più d’una giovanetta appena pubere, quando il principe di Metternich due volte vedovo, le diede il suo nome ed i suoi sessant’anni. E’ molto difficile che l’amore le abbia fatto accettare la mano grinzosa del vecchio diplomatico, il quale, a buon conto, aveva in casa due figlie da marito. E’ troppo facile capire da quali sentimenti sia stata mossa la gentildonna che era in età di comprendere il passo che faceva.
Certo, a quel tempo, il gusto di sentirsi chiamare principessa di Metternich doveva essere tale da far superare parecchie delicate ripugnanze femminili; ma questa indagine dei perchè, non sarebbe qui al suo posto.
Le nozze avvennero nel 30 gennaio 1831 ed è a quella data che ci è permesso di leggere qualche riga del diario della principessa. «Ho cominciato la mia giornata confessandomi al Padre Schmitt; poi tutti, con mio padre, ci comunicammo nella cappella degli Scozzesi. La mattina, Clemente (il principe) venne a portare i miei diamanti che sono bellissimi e benissimo legati. Alle sei andammo a colazione da Clemente con Adele e Guglielmo Taxis, poi mi misi in gala, veste di pizzo, diamanti, velo e corona di mirto che la zia Lichnowsky m’aveva mandato da Gratz. Era venuta una folla di gente per vedermi. Chiesi ai genitori la loro benedizione, poi andammo in carrozza dal Nunzio, presso al quale era riunita la famiglia intera. C’erano più di novanta persone ed il Nunzio ci unì e ci fece un bel discorso. La cerimonia non durò molto ed insomma tutto fu assai bello e conveniente, eravamo appena in casa che tutta Vienna accorse e le nostre sale rigurgitavano di gente. Feci quel che potevo per far buona impressione a tutti e tutti furono buoni per me. Cenammo in famiglia, poi la mamma mi accompagnò nella mia nuova dimora».
Io domando se queste sono le emozioni ed i sentimenti della fanciulla che si trova finalmente in faccia a quella incognita desiderata e temuta, a quel terribile e dolce mistero del matrimonio? S’intende bene che alla gran dama non si chiede la confidenza degli intimi spaventi del pudore e della delicatezza, ma s’intende anche che in un giorno come quello è per lo meno strano rimaner colpiti soltanto dalle pompe esteriori, dalla corona di mirto, senza badare al loro profondo significato, sarebbe abbastanza strana l’impressione d’un soldato che di una carica sanguinosa non ci ricordasse altro che le stonature della tromba. Io chieggo a tutte le signore che non hanno sposato un principe di sessantanni, se del giorno delle nozze non conservano altre memorie che quelle del vestito e del velo. Io domando a tutti se questa bella dama che pronuncia il _sì_ irrevocabile davanti al suo Dio, ami davvero l’uomo che le porge il simbolico anello. Le signore, e anche le signorine, rispondano.
Più tardi la principessa diventerà ammiratrice fanatica del marito e consegnerà al suo diario le espressioni vivaci del proprio entusiasmo. I figli, la sua rosea Melania che le sorride cogli occhi azzurri, le ispireranno alcune di quelle frasi che non possono esser indovinate che dalle madri: ma pel marito non c’è altro che l’ammirazione. O che i pubblicatori le abbiano soppresse, o che in fatto ne’ diari non ci siano, cerchereste inutilmente quelle parole care che sfuggono alle donne innamorate per quanto cerchino di custodire gelosamente il segreto. Il principe sessagenario può sforzarsi di esser marito quanto gli pare, l’affetto che gli si restituisce è filiale, non coniugale.
Del resto il principe doveva preferire senza dubbio una moglie piena di sentimenti di venerazione ad una ardente di amori giovanili. Egli stesso l’educa al nuovo stato, e si vede chiaro che la spinge a farsi amministratrice della casa e propria intendente. I vecchi sono quasi sempre egoisti; figurarsi poi quel Metternich che aveva altro pel capo che le sensibilità romantiche del suo tempo! La principessa attribuisce a fortezza d’animo i suoi sonni tranquilli nei momenti più gravi, come in quella notte che fu l’ultima per l’imperatore Francesco. Sarà: ma l’aridità dell’egoismo potrebbe entrarci per qualche cosa.
Comunque sia, è evidente che il Metternich, il quale era troppo religioso e troppo prudente per cercare distrazioni passeggere al suo stato vedovile, e che d’altra parte aveva bisogno di una dama che sapesse ricevere degnamente i suoi invitati, scelse la contessa Zichy con tutt’altri criteri che quelli dell’affetto comune. Due settimane dopo le nozze, parla d’affari alla moglie, la quale si sforza a capirli, sapendo bene che diverranno una obbligazione per lei. Si fa leggere da lei i dispacci, le parla di politica, e la principessa racconta ingenuamente ch’egli continua questi discorsi anche quando la sera, dopo la partenza degl’invitati, rimane con lei da solo a sola, nell’intimità. Qualche volta pare che la moglie senta la tristezza di questa vita consacrata tutta ai comodi di un vecchio; ha degli impeti di espansione che non trovano sfogo e tre mesi appena dopo il matrimonio, dice tristamente: «Ah, chi potesse trovare il tempo di parlare con lui!» Intanto il principe ha raggiunto il suo scopo. La principessa presiede ammirabilmente alle sue feste, e nell’intimità è divenuta la sua paziente lettrice. Aveva preso moglie pei suoi comodi e pei suoi incomodi, ed era stato felice nella scelta. I vecchi però non s’illudano. Non è facile essere così fortunati.
Nel primo anno, la principessa è quasi spaventata dell’altezza su cui si trova. Ha il capogiro e tutto le dà i brividi della paura. Il primo anno del suo diario è tutto pieno di questi spaventi, e ad ogni tumulto che accade, anche nelle più lontane plaghe d’Europa, le pare che il mondo debba finire a sconquasso. E’ ben vero che nel 1831 anche il cancelliere aveva paura e scriveva ad Apponyi, ambasciatore austriaco a Parigi, queste parole: «La situazione generale delle cose è delle più pericolose. Sapete che io non sono di quelli che disperano facilmente del buon successo della cosa pubblica, eppure la mia coscienza mi dice che i pericoli sono più grandi delle probabilità di salute». Lo diceva lui che credeva d’aver stritolato Napoleone! E’ naturale dunque che la principessa tremasse più di lui: ma non tardò molto a riprendere l’equilibrio. Il primo gennaio del 1834 si sentiva così padrona di sè e del marito, da gittare un sanguinoso insulto in faccia a Luigi Filippo nella persona del suo ambasciatore.
Ella narra la cosa a questo modo: «Questa sera non si parlava che della risposta che feci al signor di Saint-Aulaire il 1º gennaio. Portavo una specie di corona di diamanti ed egli mi disse: “Ma, principessa, ella ha in testa una corona,” ed io senza commuovermi replicai: “E perchè no? E’ mia, e se non fosse mia non la porterei.” Questa storiella ha fatto rapidamente il giro della società e gli arciduchi me ne hanno parlato; il che ci secca, perchè lo saprà il pubblico e Clemente me ne rimprovererà.» E’ inutile spiegare come in quella risposta impertinente fosse un’allusione troppo chiara alla corona di Luigi Filippo; corona, secondo le conosciute opinioni della principessa, usurpata ai legittimi possessori.
Come si vede, la principessa non era più la timida sposina di tre anni avanti. E più impertinenti sono le risposte date all’ambasciatore che dodici giorni dopo veniva a chiedere spiegazioni. «A mezz’ora dopo mezzodì; entrò da me con aspetto molto serio. Gli dissi che mi pareva che venisse da me con intenzioni ostili e che ero pronta a sostenere una lotta ad oltranza, ed egli rispose molto serio che non veniva a scherzare sopra cose gravi. Suonai per far chiamare mio marito, che venne subito. Allora il signor di Sante-Aulaire, visibilmente irritato, ripetè la risposta che gli avevo fatto il primo dell’anno. Aggiunse ch’egli m’aveva inteso dire parole più o meno convenienti, ma che non avrebbe creduto ch’io le avrei ripetute. Disse che da tutte le parti erano venuti a raccontargli che m’ero vantata di questa risposta offensiva e che anzi aveva aggiunto: «Gliene ho ben detto delle peggio!» Io non mi sconcertai un momento, e gli dissi che non potevo negare di aver dichiarato con intenzione che se la corona che portavo non fosse stata mia, non l’avrei portata; ma che tuttavia non avevo ripetuto quella dichiarazione, sopratutto perchè l’occasione non s’era presentata, e poi perchè anche avendo pochissime simpatie pel suo Governo e tutto quel che lo riguarda, non avevo però mai avuta l’idea di offender lui personalmente e di recar dispiacere a sua moglie ed i suoi figli che ritenevo buoni ed onesti».
La risposta era garbata per la persona, ma offensiva per l’ambasciatore e il suo Governo. Ad ogni modo la faccenda si quietò mettendo ogni cosa sul conto dei mettimale, ed anche forse perchè non conveniva al Governo francese dar troppo importanza alle malignità di una pettegola. E’ però curiosa la versione ufficiale che il Cancelliere ne diede ad Apponyi. «Il primo dell’anno avevo riunito presso di me ad un gran pranzo il corpo diplomatico, ed ecco quel che è successo. Mia moglie aveva un abbigliamento come la circostanza richiedeva ed il signor Sainte-Aulaire le ha detto: “Che bei diamanti Ella ha! Sono superbi! Sono proprio gioie della Corona!” Melania, un po’ impazientita, poichè parecchie persone le avevano parlato del suo abbigliamento, al quale, come sapete, non dà gran peso, rispose: “I miei diamanti sono quelli che sono. Li porto come me li hanno dati e non li ho rubati”». E seguono istruzioni per mettere il resto sul conto delle chiacchiere maligne.
Il Cancelliere mente, poichè la principessa nel suo diario non aveva ragione di mentire. È chiaro lo studio di sostituire _diamanti_ a _corona_, per togliere l’allusione; ma è anche chiaro che la principessa aveva già la lingua e l’orgoglio che ebbe sempre da poi. Infatti ella divise a Vienna l’impopolarità di suo marito; e il suo salotto, frequentato dai più superbi reazionari dell’impero, pareva il centro delle idee più aristocratiche e retrograde.
Potevano infatti essere diverse le idee d’una donna cui fino dal primo giorno delle nozze mancò l’amore che ingentilisce l’anima? Dicono che sarà perdonato molto a quelli che hanno amato molto, ma io credo che in buona giustizia si debba perdonare di più a quelli che non hanno potuto amare.
IN SACRIS
Ieri a sera il campanaro mi assicurò di aver trovato il covo della faina nel bosco, ed eccomi qui nascosto nella macchia coll’occorrente per scrivere sulle ginocchia e la doppietta accanto, in atto di sorvegliare attentamente il nemico. Vorrei dire che lo sorveglio colla penna e colla spada, ma la doppietta non è una spada, cavalleresca: ahimè, costa trenta lire, e se domani dovessi fare alle schioppettate, non ci farei una buona figura!
La faina non esce dal covo che a sera per la notturna caccia de’ polli, e il sole sta per cadere dietro monte Donato. L’ora è propizia. Tra le frasche dei quercioli veggo la pianura che sfuma sino all’orizzonte, violacea, azzurrognola e le torri le case di Bologna tinte di quel colore di rosa de’ tramonti che non bisognerebbe rimproverare al Carducci, il quale non ne ha colpa, ma alla natura che lo fa a questo modo. Alla mia destra si profilano nel cielo turchino i colli che sorgono tra l’Idice e il Sillaro; i più vicini colorati del giallo carico delle stoppie o del verde cupo delle macchie cedue, i più lontani, azzurri o violetti velati dalle nebbioline della sera, segnati da qualche striscia aranciata riflessa dal sole che tramonta. Il silenzio solenne dei boschi fa più vive queste sensazioni del colore e della prospettiva aerea, queste gioconde eccitazioni dell’occhio non distratto, questi contatti calmi colla bellezza e colla natura la voluttà della quete si affina e si sublima. Non ha più nulla della materialità sensuale. La fantasia lavora senza forze e senza coscienza. Si sogna quasi, si sogna ad occhi aperti.
Lassù, in alto, lontano lontano, sulla vetta di un monte azzurro si vede distintamente una chiesa rosea che domina la solitudine dalla montagna. È monte Calderaro, tra il Sillaro e la Quaderna. Come si deve star bene lassù a quest’ora col mondo sotto gli occhi eppure tanto lontano! Quel curato là lo invidio: vorrei essere io il curato di monte Calderaro.