Brandelli

Part 5

Chapter 53,781 wordsPublic domain

Si vede che il bibliotecario aveva bisogno di uno sfogo, perchè chiuse seccamente il volume e dall’alto della scaletta lo buttò giù sulla tavola. (Santi Numi, che polvere!) Discese brontolando e, attirato dalla luce e dal rumore, s’incamminò verso il finestrone; ma a mezza strada si volse tutto d’un pezzo come se lo avessero chiamato, e guardò Giustiniano tra gli occhi come un avversario dicendo:—Dichiaro che l’Heinecken ha torto.—E poichè Giustiniano seguitò a sorridere ma non rispose, riprese con voce più alta:—Sissignore; dichiaro che l’Heinecken ha torto: torto marcio!—E volse dispettosamente le spalle al povero imperatore, incamminandosi al balcone.

Il libro che il bibliotecario aveva scaraventato giù dalla scaletta era appunto: _Idea di una collezione di stampe, con una dissertazione sull’origine dell’incisione_, stampato a Lipsia nel 1771 in ottavo. Ivi l’Heinecken osserva che il _Tolomeo_ stampato a Roma nel 1478 non contenendo altro che carte geografiche incise in metallo e fuori del testo, il primo libro con rami inseriti è il _Dante_ commentato dal Landino e stampato a Firenze da Nicolò di Lorenzo della Magna nel 1481 _in folio_. Gli esemplari di questo raro volume che si trovano ancora nelle nostre biblioteche hanno per lo più due sole incisioni ed un’altra ripetuta, rimanendo in capo ad ogni canto vuoto lo spazio delle incisioni assenti: ma la Vaticana deve averne un esemplare con una serie di 18 incisioni incollate al loro posto, ed il catalogo della biblioteca Marchi ne annunciò uno con 19 stampe; il che mostra come le incisioni fossero in gran parte eseguite se non inserite. Siano queste incisioni o no disegnate da Sandro Botticelli ed eseguite da Baccio Baldini, (non pare verosimile che siano di Maso Finiguerra, come vorrebbe una nota manoscritta della Biblioteca nazionale di Parigi), questo libro è creduto il primo che porti incisioni in metallo inserite nel testo, ed è appunto contro questa affermazione dell’Heinecken che il bibliotecario protestava.

Sotto al balcone c’era il prato della scuola veterinaria. Di là dal prato le case, e sopra le case facevano capolino i colli oramai vestiti di verde. Il sole d’aprile certo aveva letto male il lunario, e, saltando un mese, s’era messo a splendere come agli ultimi di maggio, tanto esultava nel cielo turchino, tanto i suoi raggi scaldavano. E giù, nel prato rinverdito, le margherite novelline alzavano curiosamente la testa nelle cuffiette bianche per spiare i fiori candidi dei mandorli, i fiori carnicini de’ peschi primaticci e tutta la nuova festa delle foglie giovani, dei getti freschi, dei ramoscelli gonfi di linfa, delle gemme turgide di succhio. Le finestre delle case circostanti erano spalancate al sole, addobbate di biancheria messa ad asciugare, sonanti di grida fanciullesche, di canti femminili. L’atmosfera limpida non sfumava i colli col solito velo di nebbia ma lasciava distinguere le casine bianche, tra siepi ed i campi verdi. Fino le campagne parevano assorte in questa fulgida ora di rinascimento e rispettavano tacendo la gioia della terra e dei viventi.

Qualche volta a dispetto dei regolamenti, un bibliotecario non è una macchina, ma un uomo. Il nostro aspirò sonoramente l’aria libera, spianò le ciglia corrugate e immerse profondamente le mani nelle tasche. L’ho a dire? Ve lo dirò; purchè non lo ripetiate al ministro Baccelli. Il bibliotecario cavò di tasca una vecchia pipa, la riempì e, dopo averla accesa, puntò i gomiti sul balcone fumando saporitamente! Ma se proprio volete raccontare questa infrazione dei regolamenti al ministro che governa le biblioteche, ecc., raccontategliela pure: tanto lo sanno tutti che, mentre nelle sale di lettura, dove non c’è pericolo d’incendio, è rigorosamente vietato di fumare, nelle altre sale si chiude un occhio, e una fumatina, via, si può fare. O che male c’è? La Regia ci guadagna, gli impiegati ammazzano il tempo, e il fumo del tabacco nuoce solo all’_Anobium pertinax_ e all’_Anobium striatum._

Dunque il bibliotecario fumava come un tizzo verde e pensava:—Che bella giornata! Nitida come un Aldo in quarto, splendida come un Bodoni in carta distinta... ma l’Heinecken ha torto. Prima del Dante ci dev’essere un altro libro con incisioni in metallo. Ah, bibliotecario di poca memoria, se lo sapesse il ministro! Quanti passeri! _passer_, _deliciae meae puellae_, e sono eccellenti in umido. Il _Missale Herbipolense_ è anche lui del 1400 dunque non è quello; ma come si chiama quell’altro? Come si deve star bene in collina oggi! Ma come si chiama quell’altro libro, come si chiama?

Si spalancò una porticina, due bimbi irruppero nella sala gridando:—_Babbo! babbo!_—e la signora bibliotecaria in guanti e cappelline, sollevando con garbo la veste per non tuffarla nella dotta polvere, entrò nel regno del marito. Il bibliotecario vuotò la pipa e la rimise in tasca.

I bimbi saltarono in giro schiamazzando, e si fermarono a studiare profondamente ed a far girare sui perni una sfera celeste, dove un frate del seicento aveva dipinto tutti i cancri, i capricorni e gli altri mostri delle costellazioni. La signora raggiunse il bibliotecario, che da buon marito non s’accorse come nella disinvolta cera della moglie un secreto desiderio e una novità d’appetito covassero insidiosi. Già egli pensava all’Heinecken.

—Che bella giornata!—cominciò la signora.

—Bellissima!—rispose il bibliotecario quasi sospirando.—E dove conduci i bimbi?

La bibliotecaria non rispose subito, ma si accomodò il nastro del cappellino che non ne aveva bisogno.—Li conduco fuori—disse poi.—E tu non vieni?

—Vedi, verrei volentieri, ma debbo lavorare. Sappi che l’Heinecken dice...

—Lascialo dire. Oggi si deve star bene fuori. Vieni con noi. Anzi—(il segreto desiderio stava per vedere la luce)—anzi, non si potrebbe trovare un po’ di svago pei bimbi... e per te che stai qui sempre chiuso....

—T’ho pur detto che non posso. Senti; il primo libro con incisioni...

—Perchè non puoi? Ecco, se s’andasse tutti a pranzo fuori di porta, in campagna.... (il segreto! il segreto!) si andrebbe coi bimbi, sai, là nei giardini, sotto il pergolato... Ti ricordi come ci si stette bene l’anno passato? Ti ricordi? Non mi dire di no... sii buono...

Ah, donne seduttrici! Ella aveva posato la manina inguantata sulla spalla del marito e lo guardava di sotto in su, sorridendo colle labbra fresche e con gli occhi pieni di furberie e di tentazioni. Sulle gronde i passeri cinguettavano più che mai e le margheritine bianche parevano tanti occhi curiosi che spiassero il balcone.

—Abbi pazienza—disse il bibliotecario dopo aver superato la tentazione.—Abbi pazienza. L’Heinecken...

La bibliotecaria battè il piedino per terra e ritirò la mano dalla spalla del marito. Era offesa, stizzita della negazione e della mala riuscita del suo disegno.—Caro mio—riprese, sporgendo il labbro inferiore ed aggrottando le ciglia—caro mio, son pur seccanti i tuoi libri! Quando ci avrai rimesso la salute! E a contentar noi non ci pensi mai? Quando ci farai un piacere, _nel nome Santo di Dio?_

Il bibliotecario diede un guizzo e spalancò le braccia.

L’ho a dire? Scaraventò la papalina di velluto contro Giustiniano, e e.... via, lo dico... baciò sonoramente la bibliotecaria su tutte due le gote. La povera signora che si aspettava un rimprovero, rimase attonita, poi arrossì un pochino e, rassettando il nastro del cappellino che questa volta ne aveva bisogno, rivolse istintivamente la testa. Ma i bimbi studiavano le costellazioni.

—_Il Monte Santo di Dio_—diceva il bibliotecario, gesticolando allegramente.—_Il Monte Santo di Dio_ di Antonio Bettini da Siena, stampato da Nicolò di Lorenzo della Magna in Firenze il 10 settembre 1477 in quarto grande, caratteri tondi, senza numerazione ma con segnature. È proprio quello, sai, ed è rarissimo! Ce n’è uno nella Casanate; un altro è indicato nel catalogo Jackson di Livorno 1756, ma dev’essere andato nella libreria del Duca della Vallière. E sai dove l’ho visto? Vuoi vederlo anche tu? È nell’Avvertimento del tomo III del catalogo stampato dalla Casanate. Quello è il primo libro con incisioni in metallo inserite nel testo; proprio quello!

Il bibliotecario era raggiante. La bibliotecaria rasserenata non capiva bene l’importanza della notizia, ma capiva che una esclamazione fortunata le aveva fatto vincere la causa. Quel giorno pranzarono coi bimbi sotto la pergola dove erano stati tanto bene l’anno passato.

La sera, la bibliotecaria era già in letto e sorrideva cogli occhi semichiusi. Il bibliotecario in abbigliamento molto leggero... molto beduino, puntò il ginocchio sul letto per saltarvi dentro, ma alla prima non gli riescì.

—Com’è alto il nostro letto—disse.—È un vero monte!

La bibliotecaria aprì gli occhioni birbi, fece una risatina piena di malizia e di carezze e susurrò:—_Monte Santo di Dio!_

Ah, l’irriverente!

LE POESIE DI ANGELO VIVIANI

Le _Poesie di Angelo Viviani_ stanno tutte in un fascicoletto di ottanta pagine, compresa la prefazione: sono stampate a Firenze dalla tipografia del Vocabolario, e sono tra le più brutte che siano venute alla luce in questi anni di versi scellerati.

* * *

Nella estate scorsa mi fermai due giorni in una città che non nomino, per ragioni che il lettore vedrà più avanti, se la buona volontà gli dura. Mi fermai solo, alla locanda, per l’amore non corrisposto che porto ai libri vecchi ed alla carta scritta da un pezzo e, conservando l’incognito meglio dei sovrani, avevo il melanconico aspetto di un viaggiatore di commercio, piuttosto che quello di pretendente alle compiacenze delle vergini Muse, da buon cittadino ossequioso alle leggi, avevo dovuto scrivere il mio nome e cognome sui registri dell’albergatore, il cui aspetto poco letterario del resto mi rassicurava.

Dopo essermi lavato dalla dotta polvere, scesi nella sala a pian terreno destinata al pasto degli avventori e alle esercitazioni coreografiche delle mosche. Ivi, contendendo con una costoletta che pretendeva di non lasciarsi mangiare sotto il futile pretesto che nel censimento degli animali regnicoli era stata compresa nella categoria _asini_, colla coscienza tranquilla di chi si ciba di tenero vitello, guardavo alla strada deserta bruciata dal sole, e pensavo a Fano, di dove ero partito il giorno prima, ed alla felicità di sentirsi due metri d’acqua salata sulla testa.

Leggermente intontito dal lavoro del giorno e quasi assopito dal caldo, non davo altro segno di vita che un movimento isocrono delle mascelle ed un abbondante sudore. L’ora, e la distensione di nervi che succede alla fatica, mi davano una calma stupida ma piacevole. I pensieri mi venivano in mente quasi velati, e le stesse mosche mi trovavano senza dubbio indulgente; quando il cameriere mi si avvicinò colla ciera trasognata ed irresponsabile di un ambasciatore che porta cattive nuove, dicendomi sottovoce:—C’è un sacerdote che le vuol parlare.

* * *

Un sacerdote? Ma io non ho relazioni col presbiterato! Qui non conosco nessuno, tanto meno poi preti! Vi pare l’ora questa di seccare un galantuomo che pranza? E chi è questo sacerdote?

Il cameriere alzava le spalle a maggior confermazione della propria irresponsabilità e non sapeva ripetermi altro che:—Quel sacerdote le vuol parlare.

Forse la costoletta che tentavo di mangiare mi suggerì l’idea della pazienza. Del resto, come ho detto, l’ora persuadeva alla calma. Dalla finestra socchiusa vedevo una striscia di strada bianca, arroventata, popolata soltanto da un cane che accovacciato nel rigagnolo con pazienza esemplare andava a caccia di selvaggina sul proprio individuo. Il silenzio era profondo e il ronzìo incessante delle mosche non lo interrompeva. Tutto disponeva alla tranquillità filosofica, e mi rassegnai a dare udienza al reverendo.

* * *

Era un uomo robusto, bruno di pelle e di capelli, lucido in viso come fosse unto. Si avvicinò mezzo sorridente e mezzo imbarazzato, ed al mio invito di sedersi, rispose con un gesto negativo risoluto e forte come la sua persona. Il collo toroso e le spalle quadrate indicavano che il sacerdote doveva avere dei terribili accessi di tentazione, ed auguro alla chiesa che il suo ministro abbia avuto la forza dell’anima uguale, a quella del corpo: se no, poveri voti!

Così in piedi, davanti alla tavola, il reverendo mi disse che era curato in montagna, che aveva saputo per caso la mia presenza all’albergo, e che aveva voluto procurarsi l’onore ecc., ecc. Aveva un vocione robusto come le spalle, e certi scoppi di voce che facevano vibrare i cristalli. La salute e la vita traboccavano in lui, e non l’avrei certo consigliato per confessore alle damine che soffrono di debolezze. Sicuro di sè dopo due minuti di conversazione, piantato energicamente sulle gambe muscolose e sui piedi da montanaro, gestiva largamente, franco come chi non teme ostacoli e non sa che sia la paura del ridicolo. Sarà un buon curato, non dico, ma a prima vista non ricordava le macerazioni dei perfetti servi di Dio.

* * *

Dopo i primi complimenti tirati a bruciapelo, saltò a parlare di scuole poetiche. Ne parlava ruvidamente con idee vecchiotte, reminiscenze forse del corso di retorica fatto in seminario, ma con una schiettezza cui sono poco usati i critici di mestiere. Ricordava il _tipo del bello_, la _verità eterna_ e tante altre cose che ora non si ricordano più, e di quando in quando puntava le mani aperte sulla tavola con certi «che ne dice lei?» baritonali e sonori, senza attendere la mia risposta. Poi s’imbarcava di nuovo ne’ suoi ragionamenti antiquati, di dove scoppiettava qua e là qualche idea bizzarra o ingenua, con una foga di uomo convinto e militante che mi meravigliava.

Mi meravigliava e m’imbrogliava. Che diavolo voleva egli da me? Per grande che sia la mia presunzione, non arriva fino ad ammettere che un curato di montagna venga a cercarmi pel solo gusto di fare la mia conoscenza. Un perchè dunque ci doveva essere. Ma quale?

Pensai di offrire da bere al mio reverendo interlocutore, ma egli, senza interrompere il suo discorso, fece il suo solito segno di negazione colla mano, e tirò avanti a parlare di idealismo e di realismo.

Io cominciavo a riflettere seriamente alla digestione.

* * *

Quando Dio volle, cominciai a capire dove andava a cascare tutto questo discorso. Il curato tirò fuori di tasca un mazzo di bozze di stampa e vidi con raccapriccio che erano versi. Sono parecchi anni che passo la mia vita a trovare delle scappatoie per non leggere i versi che mi mandano perchè io dia un parere secondo il mio illuminato giudizio. Ho finito col non rispondere più a nessuno; ma questa volta dovevo pur dir qualche cosa. Un curato di quella robustezza non si può lasciar senza risposta come una lettera. Mi convinsi che la costoletta era decisamente asinina. Come mi pesava sullo stomaco!

* * *

Pensai, così alla prima, che i versi fossero del curato in persona: ma me ne diceva male con troppa convinzione perchè io credessi ad una finta da parte sua. Ne diceva corna; dunque doveva esser roba di un suo amico.

Così difatti era. I versi di Angelo Viviani sono di un suo amico, curato anche lui! Ero proprio cascato nelle braccia della Chiesa.

Il curato poeta ha voluto fare anch’egli la sua gherminella come un tale di mia conoscenza, ed ha fatto precedere ai versi una prefazione firmata _Un amico_, nella quale si legge come qualmente Angelo Viviani era un giovane pieno di buone qualità, bersagliato dalla fortuna, innamorato senza speranza (hai! ahi!) ed altre belle, ma vecchie cose. Solo che il romanzetto, invece di finire al solito colla morte del protagonista per via della solita tisi, finisce colla emigrazione del Viviani per la libera America. È vero: _Ecclesia abhorret a sanguine_.

Il curioso poi era che il curato presentatore dei versi del Viviani non aveva abbastanza parole per biasimare la gherminella che gli pareva irriverente pel pubblico, indegna di uno che ha fede nelle cose proprie, e via di questo passo. Non si ricordava forse a chi parlava. La costoletta era dura a digerire, ma il curato peggio.

* * *

E poichè parlo di gherminelle, intendiamoci bene. Protesto che vi racconto la verità senza abbellimento di alcuna sorta, e solo con quelle poche velature che valgono a far perdere la traccia de’ miei due curati ai rispettivi vescovi, se per caso leggessero queste righe. Il fatto è verissimo, dal principio alla fine, e pur troppo mi è capitato. Dio nella sua misericordia perdonerà ai curati peccatori. Io li punisco con questo racconto: ma mi dorrebbe che li punisse il vescovo. Sarebbe un rimorso che mi peserebbe sullo stomaco più della costoletta.

Mentre il curato parlava, io andavo leggendo qua e là i versi che sono davvero bruttini. Ce ne sono di quelli che, se non sono zoppi affatto, sono molto sciancati: ma poichè ormai il notare i versi che non possono camminare la dicono pedanteria, mi fermo a dire che quel libretto mi dà un po’ l’idea d’un magazzino di rigattiere, tante sono le ciarpe vecchie che l’ingombrano, come i sonetti alla luna, alla malinconia e simili. Ci sono poi delle idee curiose, come quelle d’una quercia che crescendo addosso ai morti allevia i loro giacigli, e degli errori curiosi di storia naturale, come quello che fa le gaggìe cerulee. Si vede che il curato poeta non ha molta pratica di fiori e di fioraie.

L’odor di prete si sente dappertutto, poichè ad ogni pagina s’incontrano Dio, il purgatorio, le campane, i mistici fiori, i martiri, gli eletti ed altre sacrosante cose. Ma in mezzo a questo c’è un amore; anzi, a quanto pare, più d’uno.

Voglio credere, per l’onore del sacerdozio, che quegli ardori profani siano una reminiscenza di gioventù, una reminiscenza che ha preceduto la solennità della tonsura. Ma tuttavia il sentire un reverendo curato cantare alla luna i rigori di una Emilia in carne ed ossa, mi fa un certo effetto!...

* * *

Così andavo leggendo, quando mi capitò sotto gli occhi questo sonetto sgangherato, ma strano in bocca a un prete:

20 SETTEMBRE 1880

Da questa eccelsa vetta abbandonata, D’alberi monda e sol d’erba vestita E d’ermi fiori, dove cento han vita Ruscelli d’acqua limpida e gelata, O il bel cielo ch’io miro, o quale aurata Spera di sole, o l’Alpi, o l’infinita Cerchia di mar e i fertil pian (gradita Stesa di ville!) o Ausonia mia adorata Al bel Paese delle Grazie e Amore Risorto ormai, sì impreco in questo giorno: L’ira d’Iddio lo distrugga intero Se de’ suoi figli il senno ed il valore Nol serberà di libertade adorno, Uno e temuto in faccia allo straniero.

Tombola! Un curato che parodia i versi di Garibaldi: «_Vorrei veder la trepida_—_Sotto il baston del Vandalo_» ecc.; un curato che canta l’Italia _libera ed una_ proprio il 20 settembre, l’anniversario della breccia!...

Questa non me l’aspettavo! Guardai in faccia il mio reverendo interlocutore che tacque un momento e lo interrogai. Caddi di sorpresa in sorpresa! Anche questo curato era liberale, unitario ed ammiratore della breccia! Vi parrà impossibile, ma fu vero pur troppo per me, che dovetti sorbirmi una nuova esposizione di principî. Ne disse di quelle che, se la Curia lo avesse sentito, lo avrebbe sconsacrato lì, proprio nella sala della locanda.

* * *

Ma più di tutto era furibondo contro ai seminari.—Ci prendono bimbi, c’imbottiscono di sciocchezze—(e additava le bozze del suo amico),—ci tengono chiusi come frati in una atmosfera artificiale come i poponi nelle stufe, ed un bel mattino ci ungono come stivali di vacchetta e ci mandano per bosco e per riviera. Arriviamo nel mondo colle nostre idee del seminario e troviamo che non sono altre che buffe. Tentiamo di cambiarle, di studiare, di capire il mondo in cui dobbiamo vivere, ma abbiamo sempre un filo legato al piede, siamo sempre tenuti d’occhio come gli ammoniti. Lo stigma del seminario non si cancella più dalla nostra fronte, ed è vero il detto: _Semel abbas semper abbas_. Quando la chiesa ha afferrato una volta la sua preda, non la lascia più. Ci destiamo un bel mattino al bivio o di apostatare per essere odiosi a tutti, o di essere ipocriti per essere accetti da tutti. È troppo naturale che la umana debolezza scelga quest’ultima strada, ma perdio—(disse proprio _perdio_ chiaro e tondo)—ci pesa il batterla e la colpa è tutta di quelli là.

Qui il curato tese il dito in direzione nord-ovest, dove suppongo che si trovasse il seminario dell’anima sua ed abbandonò le sereni leggi del linguaggio parlamentare.

Doveva toccare a me anche questa! Il mio curato aveva spiegato le vele a tutti i venti, e bestemmiava le cose più sacre della religione cattolica, come il poter temporale, la prigionia del papa e simili quando io che non ne poteva più gli troncai a mezzo il discorso coll’apostrofe del Carducci:

Cittadino Mastai, bevi un bicchier!

e gli tesi il bicchiere colmo. Rimase col discorso a mezzo, esitò, poi scosse la testa come per dire mi _decido!_ ed afferrò il bicchiere colla sinistra. Intanto alzò il pugno destro in aria, colla fronte corrugata e i denti stretti, brontolando:—Ah! Mastai! Mastai!

Se la Curia avesse visto che pugno nocchieruto era quello!

* * *

Bevve, riprese le bozze, contentissimo che i versi del suo amico non mi fossero piaciuti. Mi alzai in maniera di congedo, mi strinse forte la mano, e se ne andò calcandosi il nicchio sul cranio con un gesto nervoso.

L’altro ieri la posta mi ha portato i versi di Angelo Viviani, e la scena mi è tornata in mente, tanto che non ho potuto resistere al prurito di raccontarla tale e quale.

Fortuna che per l’Appennino dei Viviani ce ne son pochi; se no, il Parnaso e il Vaticano starebbero freschi!

L’ULTIMO AMORE

Non mi ricordo più che ufficio avesse nella Pia Opera dei Ciborii, ma so che era bella; bella come non dovrebbe poter essere una signora cattolica e clericale, militante, per giunta. Era di non so quanti comitati di dame cattoliche: aveva subìto imperterrita le fischiate rivoluzionarie uscendo dal congresso cattolico di Bologna (mi ricordo che, aveva un cappello tondo a larga tesa che le stava di incanto!), era stata a Lourdes, alla Salette, a tutti i pellegrinaggi vaticani. Ricamava pianete e tovaglie d’altare firmava le proteste pel riposo domenicale, sottoscriveva a tutti gli oboli, non mancava a nessun triduo; eppure era bella!

Vestiva per lo più nero, non so se pel lutto della chiesa o perchè il nero stava bene ai suoi capelli biondi ed alle sue forme ricche, benchè non milionarie. Però era solita e tener gli occhi bassi, e questo le stava male, perchè due occhioni così profondi e che ricordavano la morbidezza nera e voluttuosa del vellutto avrebbero dovuto mostrarsi di più per dar gloria a Dio nella sua creatura. Pareva che i suoi piedini sdegnassero il selciato volgare delle nostre vie, perchè non la vedevo altro che nella sua carrozza foderata di raso turchino e con tanto storico blasone allo sportello. Ci stava dentro un po’ sdraiata, ma sempre vestita di nero, sempre cogli occhi bassi, sempre sola, perchè suo marito aveva quindici anni più di lei e soffriva di podagra.

Bisogna dire, a sua lode, che una virtù così severa non s’era vista da un pezzo nella nostra aristocrazia un po’ larga di cintura. Le lingue aguzze ed affilate, che nei caffè e nei _circoli_ tagliano e cuciono, avevano risparmiato sempre la sua riputazione. Che cosa avrebbe potuto dire? Non frequentava divertimenti mondani, non aveva amiche intime, non aveva nemmeno un cugino e, cogli occhioni abbassati, andava alla santa messa tutte le mattine.