Part 4
Per questo, stia a sentire, comprai due fogli di carta bollata da una lira e venti centesimi l’uno. Ci stesi, in doppio originale firmato, la mia brava domanda al signor prefetto della provincia, a norma dell’articolo 1 del regolamento per l’applicazione delle leggi 25 giugno 1865, n. 2337, e 10 agosto 1875, n. 2652, approvato con R. Decreto pure 10 agosto 1875, n. 2680. S’intende che le due domande erano scrupolosamente stese secondo il modulo A, e portavano in seno due esemplari del mio _Barbaverde_, che costa venti centesimi. E s’intende pure che, prima di portare le domande in prefettura, portai la mia persona dal signor ricevitore del registro, in mano del quale pagai dieci italiane lire di tassa a norma dell’articolo 2 del citato regolamento. E colla ricevuta, le domande e un po’ d’asma, salii le interminabili scale del palazzo del governo.
L’impiegato che mi ricevette fu gentilissimo. Si cavò e si rimise la pipa in bocca in segno di saluto, come noi facciamo col cappello, e mi permise di accostarmi al caminetto. Quando gli ebbi contato il mio affare, pipò alquanto ironicamente, prese con delicatezza le mie domande e ci scrisse sopra un certificato secondo il modulo C., da esser poi trascritto sopra apposito registro a norma del noto regolamento. Ed Ella crede senza dubbio che la cosa finisse qui, ma sbaglia! _errando discitur_, e l’impiegato mi raccomandò di tornare dopo tre giorni.
In questo frattempo (_rebus sic stantibus_) l’impiegato ordinò ad un suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera al rettor magnifico della R. Università di Bologna, nella quale fosse detto che in esecuzione dell’articolo 6 del regolamento 10 agosti 1875, n. 2680, per l’applicazione delle leggi 25 giugno 1865, n. 2337, e 10 agosto 1865, n. 2652, si trasmetteva un esemplare del _Barbaverde_ agli effetti di tutelare la proprietà letteraria ecc. ecc. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal prefetto, protocollata e spedita al suddetto rettore, in unione al citato esemplare del _Barbaverde_ che costa venti centesimi.
Il rettore, ricevuto il messaggio prefettizio, lo consegnò al suo segretario, il quale ordinò al suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera al bibliotecario, dove fosse detto che in esecuzione dell’articolo 6 del regolamento 10 agosto 1875 ecc. ecc., gli si mandava un esemplare del _Barbaverde_ agli effetti di tutelare la proprietà letteraria ecc. e che si domandava ricevuta del deposito. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, protocollata e spedita al bibliotecario coll’esemplare del mio _Barbaverde_.
Ella crede che qui sia finita? Sbaglia anche questa volta _non bis in idem!_ Il bibliotecario infatti, ricevuta la missiva del rettore, chiamò un suo assistente e gli ordinò di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra una minuta di lettera al rettore, nella quale si accusasse ricevuta dell’esemplare della proprietà letteraria a norma dell’articolo 6 del regolamento 20 agosto ecc. ecc. L’assistente scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal bibliotecario, protocollata e spedita al rettore.
Il quale così rassicurato sulla sorte del mio _Barbaverde_ che costa venti centesimi, consegnò la ricevuta al suo segretario, che ordinò ad un suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera al prefetto, nella quale si accusasse ricevuta del mio _Barbaverde_ depositato in biblioteca per gli effetti della proprietà letteraria a norma dell’articolo 6 del regolamento ecc. ecc. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal rettore, protocollata e spedita al prefetto.
È lunga la camicia di Meo! _Longum est indusium meum!_ Eppure anche il prefetto ordinò ad un suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera a S. E. il signor Ministro di agricoltura e commercio, nella quale si trasmettesse la ricevuta del rettore insieme ad una delle mie dichiarazioni in carta bollata col relativo certificato, e ciò per gli effetti della proprietà letteraria a norma dell’art. 6 ecc. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal prefetto, protocollata e spedita al ministero.
Innalzo alla Divinità ardentissime preci perchè mi sia risparmiato il sapere quello che poi sia successo al ministero, quante minute siano state scritte, quanti registri siano stati incomodati, quanti numeri di protocollo occupati, quanta carta, quante firme e quanto tempo sciupati in forza dell’art 6. Mi contristerebbe il saperlo (_tristis est anima mea_), e del resto gl’impiegati non hanno a mangiare il pane a ufo. Intanto, dopo tre giorno e dopo aver rifatto coll’asma i sei chilometri di via e gli scaloni della prefettura, riebbi una delle mie famose dichiarazioni in carta bollata, corredata finalmente da un certificato del deposito fatto, e me ne ritornai a Casalecchio allegro come un fringuello.
Ebbene, lo crederebbe Ella? _Credat Judaeus Apella?_ Tornato a Casalecchio, ritrovai sul mio scrittoio un esemplare dello _scellerato_, dell’empio _Barbagialla_; e questa oscena contraffazione mi era stata spedita dalla stessa tipografia Balanzoni, con tanto (_pro pudor!_) con tanto di _proprietà letteraria_ stampato sulla copertina!
La mia indignazione fu gigantesca. Non posi tempo in mezzo, rifeci la strada volando e capitai come una saetta addosso al mio avvocato. Costui, annusando una causa, mi fece bere un bicchierino di vermutte e volle sapere per filo e per segno tutta l’odissea del mio povero lunario. Gli contai tutto, gli consegnai il certificato della prefettura, mi lasciai dire che bisognava far causa, che ero sicuro del fatto mio e che i birbanti l’avrebbero pagata. Intanto gli lasciai mandato di procura e duecento lire di deposito per le spese.
Signor Lettore, la causa fu discussa oggi e il tipografo Balanzoni mi aveva dato contro querela. Egli provò con documenti alla mano che aveva eseguito il deposito del suo _ignobilissimo_ Barbagialla a norma dell’art. 6, non solo, ma che l’aveva depositato un giorno prima del mio _Barbaverde!_ Naturalmente il suo avvocato provò senza fatica che il contraffattore, il birbone, il ladro era io. Me ne dissero di tutti i colori, ed il mio avvocato vedendo inevitabile la condanna volle alleggerirla provando chiaramente che sono uno stupido, un imbecille, un cretino. Nessun vituperio fu risparmiato alla mia onorata calvizie, e la fama del _Barbaverde_ e del suo editore è rovinata per sempre. Per fortuna il tribunale, mosso dalle ragioni giustissime del mio avvocato, si piegò all’indulgenza e fui condannato soltanto a duecento lire di multa, più le spese ed i danni da liquidarsi in separata sede. E il _Barbaverde_ costa soltanto venti centesimi!
Signor Lettore, _favete linguis_, mi ascolti? Valeva la pena di spender tanti quattrini, di far tante miglia e tante scale, d’incomodare tanta gente, di sporcar tanta carta di perder tanto tempo e di sopportare tante seccature e impertinenze, per sentirmi poi condannare come un birbante? Sono questi i risultati di tutti quei regolamenti arruffati che non ci lasciano più nè mangiare nè dormire in pace, tanto spesso cambiano, ricambiano e tornano a cambiare che sembrano le vedute della lanterna magica? È questa la legge sui diritti di autore (_dura lex, sed lex_) più complicata di un orologio e più elastica di un paio di calze a macchina? Ah, io da oggi, profondamente amareggiato e disgustato, negherò alla società ingrata i lumi del mio lunario; come Achille mi ritiro sotto la tenda; come Scipione grido: Ingrata patria, tu non avrai il _Barbaverde_!
Questa mia virile protesta serva di meritata lezione ai legislatori ed ai cittadini. Io non cercherò più la proprietà letteraria per _omnia sæcula sæculorum_. _Amen._
LA PROPRIETÀ LETTERARIA
Eran già i versi ai poeti rubati, Com’or si ruban le cose tra noi... A me quei d’altri son per forza dati, E dicon tu gli arai, vuoi o non vuoi.
Così diceva il Berni alcuni secoli addietro, quando la _proprietà letteraria_ era ancora nella mente del Signore Iddio, o tutt’al più era rappresentata dai _privilegi_ che i sovrani concedevano agli editori per un numero di anni limitato; e così ci tocca sentire anche oggi da Edmondo De Amicis, non solo derubato del suo, ma caricato per forza di quel d’altri. Dopo tanto gridare intorno alla proprietà letteraria, dopo tante chiacchiere di progresso, di civiltà, di leggi e di diritti; siamo al punto in cui si trovava Berni: che anzi i tempi suoi possono invocare come attenuante l’assenza dei codici, dei procuratori del re, e delle guardie di pubblica sicurezza. E poi andate a negare il progresso!
In questa settimana stessa, la Corte d’Assise di Bologna condannò a due anni di prigione un tale che rubò dieci galline: che anzi i giurati, teneri di cuore come sono, ammisero le circostanze attenuanti; se no il ladro di galline avrebbe avuto forse un anno di carcere per ogni gallina rubata. Questa severità, non solo fa onore alla giustizia del nostro paese, ma è un titolo di gloria per la nostra polizia. Le galline rubate sono soggette ad esser mangiate; il che rende difficilissimo il seguire le tracce della _refurtiva_. Ma nulla sfugge alla sagacia della nostra polizia, che sa fiutare le tracce delle galline digerito colla stessa acutezza d’olfato con cui il bracco annuncia la pastura delle starne o delle quaglie. E facendo questo dovuto elogio alla polizia del mio paese, voglio mostrare d’esser giusto con lei, dovendo poi biasimarla per l’ottusità d’odorato che l’affligge quando si tratta di altre materie.
I procuratori del re spiegano giustamente tutto il rigore di un animo onesto, offeso dalla scelleraggine dei ladri di galline: e dal loro gabinetto firmano ordini severi per assicurare l’inviolabilità dei volatili domestici, istruiscono importanti processi contro i perturbatori della sicurezza dei pollai, e in faccia ai giurati spiegano tutte lo forze della dialettica, tutte le furberie degli esordi _ex abrupto_ e delle perorazioni fondate sulla commozione degli affetti, per ottenere il sì che condanna, per liberare la società dei galantuomini dal pericoloso contatto dei ladri da polli. Nè crediate ch’io scherzi.
Anch’io posseggo dieci galline, tre delle quali fanno l’ovo; e rendo grazie alla polizia che le protegge ed alla magistratura che ne fa trionfare i sacrosanti diritti. Ma oltre alla galline posseggo qualche altra cosa, e vedrei volentieri l’abilità della polizia e la severità del procuratore del re occuparsi anche di questa qualche altra cosa che mi preme almeno quanto i bipedi interessantissimi che fanno la gloria del mio pollaio. E sono certo che l’egregio De Amicis sarà della mia opinione.
Il caso del De Amicis è noto ai lettori. Un libraio che aveva parecchi esemplari invenduti di due romanzi, fa stampare tanti frontispizi nuovi quanti sono gli esemplari: o per facilitare la vendita, invece del nome del vero autore mette quello del De Amicis, simpatico al pubblico italiano e garanzia di esito certo. Il De Amicis protesta, il vero autore del libro protesta anch’egli, tutti protestano, ma... in fondo chi ha avuto, ha avuto.
Il caso del povero Lorenzo Stecchetti ve lo dirò io. Quel disgraziato mise al mondo un libro di versi col titolo di _Postuma_ al prezzo di lire tre italiane, e il libro, indegnamente, fece fortuna. Un editore pensò allora di contraffare l’edizione e di venderla a miglior mercato. Esaurita la prima falsificazione, ne fece una seconda, e i librai girovaghi la portano in giro e la vendono a buon mercato alle guardie di pubblica sicurezza che hanno istinti letterari. (Sono pochine, ma ce ne sono).
Il caso di Giosuè Carducci è lo stesso. Le _Odi Barbare_ facevano meritamente fortuna e furono falsificate e vendute a buon mercato.
Il caso di.... Lasciamo andare, poichè i casi sono infiniti.
Per tornare a quel povero Lorenzo Stecchetti, cui voglio un bene grandissimo, vi dirò che appena se ne accorse s’informò, e seppe nome, cognome, patria, età, insomma le _generalità_ del suo ladro. Ma siccome le seppe, come accade sempre, sotto il sigillo di confessione, non potè citare testimoni. Egli si ricordava benissimo che in Italia c’era una polizia astuta che aveva sorvegliato attentamente la sua porta invece di quella d’un vicino che si querelava di tentativi di furto con chiavi false. Egli si ricordava che chiamato come testimonio in un processo, aveva sentito il Pubblico Ministero leggere _preti_ per _poeti_ in un’ode della _Polemica_, e gli era toccato di confessare le proprie opinioni politiche e sociali davanti ai giurati come se fosse lui l’accusato. Indusse non ostante l’editore delle cose sue a ricorrere ai magistrati.
Non solo tutto questo è vero come il vangelo e forse più, ma dopo gli accadde quel ch’è narrato nel vangelo Anna lo mandò a Caifa, Caifa ad Erode, Erode a Pilato e così via. La Questura, la Procura e il resto si rimandarono l’una coll’altra il povero editore, al quale furono fatte stendere querele, istanze, ecc. Chi sa sa quanti quintali di carta furono scarabocchiati!
Uno di questi procuratori del re, in una città lontana di qui quanto Roma, pregato, invitato, spinto anche da pezzi grossi che l’autore e l’editore avevano persuaso, mostrò la buona voglia di far qualche cosa, ma disse chiaro che se l’editore non indicava chi era il contraffattore e chi vendeva le edizioni contraffatte, sarebbe stato tempo perso. E infatti, se non si sa contro chi procedere, come si fa a procedere? Il desiderio dall’egregio magistrato era giusto: ma pel ladro di dieci galline non si chiese ai derubati altrettanto. L’applicazione di questo nuovo canone di procedura condurrebbe a questo, che se l’assassinato non rivela il nome dell’assassino, non si potrà fare il processo: e in certi casi gli assassinati hanno delle forti ragioni per non rispondere.
La quistione sta qui: che mentre pel furto di dieci galline si procede d’ufficio, si mette in moto la pubblica sicurezza, s’incomodano i giurati con orazioni ciceronianissime; nel furto invece di diecimila lire fatto ad uno che il difetto di scriver versi (pare che i _pennaruoli_ siano amati come li amava il re Bomba) bisogna che il derubato sporga querela e denunzi da sè stesso i rei, altrimenti i magistrati hanno diritto di sorridere e di scherzare. Ora, non vorrei parere adirato, ma con tutta la freddezza possibile debbo dire che questa è una vergogna, non solo per quelli che sorridono e scherzano, i quali hanno tutti i diritti di non prendere sul serio altro che il ventisette del mese, ma pel nostro paese tutto che si vanta d’esser colto e lascia che simili delitti si compiano impunemente.
Non crediate che il dispetto mi faccia uscire dai gangheri. Parlo tranquillamente e noto che il De Amicis ha protestato energicamente in molti giornali, che il Carducci e lo Stecchetti sporsero querela, presentarono esemplari delle falsificazioni commesse a loro danno, fecero insomma più di quel che si domandi per fare capire ai magistrati che fu commesso un reato... Ebbene, mentre i querelanti offrivano come saggio ai magistrati gli esemplari delle falsificazioni, i magistrati, con tutti i mezzi di azione di cui dispongono, non sono riusciti a sequestrarne uno; dico uno solo. Ma dunque le guardie di sicurezza pubblica debbono servire soltanto a votare pei candidati del governo?
Vedete dunque che non è il dispetto che mi fa parlare: oltre all’interesse privato offeso, mi pare che ci sia in ballo anche un poco l’interesse pubblico. Il pubblico infatti ama e stima le istituzioni a seconda dell’utile che gli fruttano, ed il contribuente in particolare venera la giustizia, rispetta la Questura e le salaria tutte e due solo perchè gli danno la sicurezza del viver sociale. Ma quando la Questura ha troppo da fare per elezioni e la giustizia pei ladri da polli, tanto che il resto va come va, è ben naturale che la magistratura non sia presa sul serio e le guardie di sicurezza pubblica siano bastonate come bistecche; il che in Romagna accade troppo spesso.
Visto che la polizia era inutile per noi, cercammo di supplirla e molte volte abbiamo detto ai magistrati: badate; nella tal città un venditore ambulante vende pubblicamente edizioni contraffatte.—I magistrati erano subito infiammati dal santo zelo della loro professione e pareva che rispondessero:—Ah! c’è un venditore ambulante, mettiamo a Viterbo, che si permette questo sfregio alle vigenti leggi! Ora vedrà! ora l’avrà da fare con noi!—E qui carta, penna, calamaio, numeri di protocollo, firme, controfirme, lettere di un procuratore del re all’altro, di un questore all’altro; e dopo quindici giorni di tempo, dopo un quintale di carta sporcata e un litro d’inchiostro sparso, si arrivava a constatare colla massima serietà che il venditore ambulante _di cui nella nota a margine segnata_ era già partito da Viterbo. Un’altra volta fu comprato un esemplare falsificato nella bottega di un libraio. Si ricorse subito al magistrato, il quale prese la cosa a petto e ci si mise con tanta energia che i preliminari furono finiti in una settimana e si riuscì a risparmiare una dozzina di chilogrammi di carta. Intanto però la cosa era diventata così nota ai lippi ed ai tonsori, che quando la bottega del libraio fu finalmente perquisita si trovò che il libro meno innocente che ci fosse era il catechismo. Il magistrato si adirò giustamente perchè gli avevano fatto scomodare un innocuo libraio. _Amen_: il torto era diventato nostro!
Così tutto è stato inutile e si è dovuto venire al punto di far concorrenza ai ladri vendendo la roba a un prezzo derisorio. E poichè oramai l’edizione a buon mercato è tutta smaltita, ne farò un’altra a miglior mercato ancora con una prefazione davanti, ornata dei nomi, cognomi e connotati di tutti quegli egregi uomini che si sono degnati di scriver tante lettere d’ufficio a proposito di un reato che non poterono scoprire benchè fosse consumato e si consumi ancora sulle pubbliche piazze. Noterò come in Italia si spendano più di ottanta milioni all’anno tra il Ministero di grazia e giustizia e quello dell’interno, e che quando un autore è leso ne’ suoi interessi, come il De Amicis, trova più naturale ricorrere all’associazione della stampa che alle autorità che costano ottanta milioni: e finirò notando che se quel che si chiama il _prestigio dell’autorità_ scade tutti i giorni in Italia, la colpa non è tutta di quelli che mettono l’autorità in burletta, ma anche dell’autorità stessa che si diverte a farcisi mettere.
Poichè alcuni fatti audaci hanno attirato l’attenzione del pubblico sopra le falsificazioni che si commettono impunemente in Italia e poichè i giornali hanno gridato all’autorità che bisogna provvedere, vi dirò io quel che accadrà. Il Ministero, scriverà una circolare ai Procuratori generali perchè veggano, ecc. ecc. Questi alla loro volta..... Insomma tra carta scritta e carta stampata si consumerà qualche centinaio di lire, e tutti pari. A far molto, qualche venditore minchione le farà tanto grosse che per forza bisognerà sequestrargli la mercanzia e farlo condannare a due lire di multa con una requisitoria, dove sarà constatato che la vigile giustizia protegge i diritti di tutti e che non è poi vero che di certe cose non si occupi affatto.
Mi pare dunque che il De Amicis abbia mostrato troppa ingenuità protestando con tanta energia. Egli fa vedere di conservare ancora troppe illusioni per un uomo che ha viaggiato e conosciuto il mondo come lui. Crede dunque ancora a tutte quelle frasi fatte che si leggono nei giornali, che si sentono nelle Camere e nei Tribunali, come «la santità, l’inesorabilità, la severità della giustizia, l’oculatezza, la perspicacia della polizia giudiziaria» ed altre belle cose? Sono cose che si dicono così per dire e tutti sappiamo oramai quel che valgono. Io ho giocato al tresette quasi tutte le sere per un anno intero con un Sostituto Procurator Generale, e quando nell’aula della giustizia lo vedevo in toga con tanto di fascia e di berrettone e sentivo che gli davano del rappresentante della legge e qualche volta dell’Eccellenza, non potevo dimenticarmi che al tresette era una sbercia di prima qualità. Così quando sento dire tutte queste bellissime cose a proposito della giustizia e della polizia, mi ricordo che tutte le cose umane, anche le guardie di pubblica sicurezza, sono imperfette e che io non ho potuto ottenere che i miei diritti siano tutelati e che siano puniti coloro che li offesero.
Faccia come me l’egregio De Amicis. Si consenta che la Questura gli fa la guardia al pollaio e che, in caso, i giudici, i giurati, il Pubblico Ministero e il resto, puniscono chi gli rubò le galline. Non sia indiscreto e non chiegga alla magistratura più di quel che possa dare. Io, per cacciare il malumore che qualche volta m’invade, in faccia a certe enormità, mi distraggo raccogliendo molti casi che illustrano «la santità, l’inesorabilità, la severità ecc. della giustizia». Da quella Antologia si vede chiaro come noi ci contentiamo spesso delle parole e poco dei fatti. Vuole il De Amicis collaborare con me a questi Fasti? Se il procuratore del re ce li lascerà stampare, gli assicuro che saranno un bel libro.
IL MONTE SANTO DI DIO
Non c’era più nessuno in biblioteca, ed il bibliotecario, appollaiato sulla scaletta a pioli, sfogliava rabbiosamente un volume.
Sappiate che l’età sviluppa l’intelligenza ne’ libri come negli uomini. L’esperienza ammaestra i libri a temere l’uomo e difendersi da lui come possono, e se aprite un volume antico, sentirete come scricchiolano dolorosamente i cartoni, come geme il dorso, come si lamentano le giunture. Le carte si ostinano a rimanere appiccicate colla tenacità dell’ostrica che serra le valve al pericolo, ed annebbiano l’aria colla polvere, proprio come la seppia intorbida l’acqua coll’inchiostro per sfuggire al nemico. Si possono anzi notare certi fenomeni che confortano le teorie darwiniane e provano vera la sentenza che gli organi si modificano per adattarsi all’ambiente in cui debbono operare. Infatti la seppia allevata nell’acquario secerne meno inchiostro che quando è libera, e il volume nella domesticità della libreria privata secerne meno polvere che allo stato selvaggio, ossia nelle biblioteche del governo. Quanta sapienza c’è nei libri!
Il bibliotecario, sulla scaletta, leggeva brontolando con certi gesti d’impazienza che stimolavano nel volume la secrezione della polvere. Dall’alto della scansia il busto di Giustiniano guardava in giù e sorrideva con una certa malinconia rassegnata da far credere che pensasse piuttosto all’imperatrice Teodora che alle Pandette. In biblioteca non c’era di vivo che il bibliotecario, poichè l’_Anobium pertinax_ e l’_Anobium stratium_, non desti ancora dal letargo invernale, dormivano nelle Bibbie e nelle pubblicazioni del Ministero. Ma dai finestroni spalancati un fiume di luce allegra prorompeva nella sala, ed i raggi del sole primaverile, pieni di pulviscolo d’oro, strisciavano sulle scansie cercando inutilmente il lucido delle cornici. E col sole entrava l’eco di una battaglia di passeri sulle grondaie, il rombo lontano delle carrozze, il rumore delle voci, tutto il fracasso della città, rammorbidito, armonizzato dalla distanza. La vita era tutta fuori, la vita nuova del mondo e degli uomini, la primavera.