Part 35
Il filosofo giudica e prevede, ma non può ritardare un momento la fatalità che ci trascina tutti.
L’ipocrisia del linguaggio e della istruzione, la veggente forza del verismo avranno la loro catastrofe necessaria; ma non i filosofi, o i poeti, o le leggi potranno dominarla.
Le premesse del sillogismo sono poste, e la conclusione non può essere cambiata da forza o da ingegno umano. Sarà quello che deve essere.
Nel libro del Bovio la soluzione si travede, ma gli uomini che odiano la retorica sorrideranno. Sono uomini troppo pratici per credere quel che loro non torna conto.
DI UN GIORNALE ANNUO
Veramente se _giornale_ vien da giorno, sbagliano gli editori che stampano, per esempio, _giornale settimanale_; e il periodico che esce alla luce una volta all’anno dovrebbe dirsi _annuario_. Ma oramai _annuario_ ha assunto un significato così determinato di volume dove sono inscritti i fatti accaduti nell’anno, scientifici, statistico, ecc.; e d’altra parte la parola _giornale_ ha preso nell’uso comune un significato tanto largo, che non c’è nulla da dire sopra un _giornale_ che esce una volta all’anno.
Questo, di cui parliamo, è un giornale monarchico-costituzionale che deve uscire alla luce tutti gli anni nel giorno dello Statuto, a maggior gloria ed onore di tutti i suoi articoli, anche del primo; e s’intitola _Italia e Casa Savoia_. Chi proprio volesse dire che l’editore Zanichelli con quel fascicoletto annuo convertirà molti alla fede ortodossa dello Statuto, direbbe certo uno sproposito. È inutile: la coccarda azzurra che lo Statuto dichiara nazionale, non la porteremo più. E nemmeno da un periodo che porta quel titolo bisogna aspettarsi più di quel che promette, in riga di opinioni. È troppo facile capire che non è suo compito sostenere il suffragio universale.
Eppure, poichè bisogna esser giusti con tutti, ha un merito grande; quello cioè di non cadere, nel disegno se non nella esecuzione, in quelle scimunite cortigianerìe che ad altri avrebbero fatto compilare un fascicolo di liriche alla Corona od un volume di prose intorno al bene inseparabile. Il giornale vuol essere una pubblicazione storica e diplomatica, una raccolta di documenti o inediti, o rarissimi, o riprodotti dall’autografo; quindi è bene che se ne possa trarre una utilità non piccola, e che quelle pagine che potevano servire alla canonizzazione di una Carta male interpretata e peggio eseguita, servono invece ad impinguare l’archivio storico-nazionale.
Questo giornale, dopo gli inevitabili ritratti della famiglia regnante, contiene una serie di autografi, di medaglie e di illustrazioni agli autografi ed alle medaglie, che sono utilissimi e curiosi. Apre la serie una lettera di Luisa di Savoia, madre di Francesco I di Francia, diretta a Carlo V. A dir vero, in costei, se c’era sangue di casa Savoia, non c’era nulla d’italiano, e finì anzi col diventare francese affatto d’anima e di sensi, anche contro l’interesse della famiglia dalla quale era uscita. E nemmeno fu modello di donna, benchè fosse madre affettuosa sino al fanatismo. La dissero, forse non senza ragione, avara, crudele, ambiziosa e lasciva. Certo le apparenze non le sono tanto favorevoli, come da alcuni si volle, nel brutto affare di peculato che mandò il tesoriere di Francia alla forca; e certo poi il tradimento del conestabile di Borbone, così dannoso alla Francia, si deve imputare a lei, e forse alla sua libidine insoddisfatta. L’amore sviscerato che portò piuttosto alla grandezza della stirpe uscita da lei, che alla felicità dei figli, non basta ad assolverla.
Miglior figura è il duca Emanuele Filiberto, del quale abbiamo la firma a’ piedi di una lettera italiana dove si ordina al giudice di Moriana di rilasciare certi vassalli incarcerati contro giustizia. Questa almeno è faccia d’uomo, e d’uomo forte; questo almeno è un carattere. Si sa; il soldato che vinceva a San Quintino come avrebbe vinto un vecchio condottiero, cioè per interesse e non per fede, non poteva essere il modello de’ principi, se pure per costoro c’è modello diverso da quello terribile descritto dal Segretario fiorentino. Ei può dire che da Emanuele Filiberto comincia ad entrare in pratica la nota teorica che, bene applicata, riuscì ad imbandire il carciofo intero alle mense dei duchi di Savoia. Da quel tempo il Piemonte cominciò ad avere influenza sull’Italia e ad agognare quegli ingrandimenti successivi che lo condussero al trionfo. E quel che più vale, almeno la lettera di questo soldato di ventura è umana più di quelle di molti principi che non seppero mai di che colore sia il sangue.
Segue Carlo Emanuele I, soldato e poeta che sognò, a profitto proprio, l’indipendenza e l’unità d’Italia. Ma la santa parola non fu udita in questa terra di sciagure, a quei tempi di flagelli. Le vittime non avevano più orecchie per udire; o se udirono, non si fidarono di un principe. Il duca scagliava soldati e sonetti contro la Spagna, ma l’Italia guardava e taceva senza commoversi. Il medio evo le aveva insegnato la storia di _messire Renart_ e delle sue astuzie, ed ella se ne ricordava troppo bene.
Madama Reale, la figlia di Enrico IV e reggente dello Stato alla morte di Vittorio Amedeo I, fu la personificazione della scostumatezza, della bigotteria, della superbia e di parecchi altri vizi di simil risma. Nessun compiacente biografo l’ha potuta, non che scolpare, scusare. Con lei entrarono nello Stato la guerra civile e gli orrori di una lotta insensata e testarda.
La sua memoria è ancora maledetta in Piemonte ed a Torino dove si conserva l’originale dell’importante lettera riprodotta nel periodico di cui parliamo.
Il principe Tomaso di Carignano, capo del ramo ora regnante, segue con una lettera nella quale si congratula col padre per una vittoria. Vittorio Amedeo III, il primo re di Sardegna, scrisse una lettera di complimento alla fidanzata del figlio, che fu Carlo Emanuele III: del quale pure abbiamo una lettera diretta alla stessa. Ma l’autografo più curioso di tutta la raccolta è forse quello di Eugenio di Savoia.
Costui fu senza dubbio il miglior capitano del suo secolo, ed è peccato che l’ingegno suo fosse al servizio di casa d’Austria. Parve che non avesse patria, tanto che firmava in tre lingue, dicendosi _Eugenio von Savoje_. Ma basta vedere che razza di carattere ostrogoto, che razza di ortografia vandalica usava, per capire come la penna non fosse il suo forte. Fu uomo di spada, quantunque avesse cominciato coll’essere un povero abatino, magro, brutto ed impacciato; e Luigi XIV, che a Versaglia lo aveva canzonato quando lo sentì chiedere servizio nell’esercito, dovette ben pentirsi della canzonatura quando se lo trovò contro, capitano vittorioso, anzi primo tra i capitani del suo tempo. Non basta avere spirito per canzonare; bisogna averne anche per capire.
Di minore interesse sono le lettere di Maria Luisa regina di Spagna, e di Maria Adelaide duchessa di Borgogna. Queste due povere donne non ebbero influenza grande sulle cose del tempo loro e, tranne la curiosità, null’altro ci soddisfa in quei grandi scarabocchi.
La lettera di Carlo Alberto al Villamarina intorno l’invasione di alcuni croati ubriachi entro i confini, è già conosciuta. L’ufficiale austriaco è accusato di aver commesso una rodomontata, ma davvero non sapremo se un po’ dello stesso peccato non guasti la lettera.
Il dispaccio di Vittorio Emanuele a Cavour, scritto durante la campagna del 1859, ci fa capire come a ragione il Massari si vantasse di rizzare la grammatica degli altissimi scritti. Ce n’era bisogno, a quanto pare.
Chiudono le serie alcuni scarabocchi di Napoleone III a Vittorio Emanuele.
Lasciando a parte tutto quel che va lasciato da parte, la pubblicazione è utile assai per la storia e fatta bene. Di più offre il campo a molte riflessioni curiose. Per esempio, ci sembra trasparire da tutto, quel segreto felice che ha condotto casa Savoia a quell’altezza che era follia sperare: cioè la pieghevolezza pensata e misurata in tutto quel che riguarda la sovranità ed i suoi diritti, purchè giovi alla dinastia. I regnatori di questa Casa sanno cedere o dimenticare a tempo l’autorità suprema che non tengono in alto de’ loro pensieri e che non tengono sacra come sacerdozio; ma sanno far profittare alla Casa quel che perdono nella sovranità.
Così Carlo Alberto, che non era quel gran liberale che vogliono gli storici ufficiali, largisce lo Statuto e passa il Ticino, là dove Pio IX scappa a Gaeta. Così Vittorio Emanuele corre i rischi del 1859 o si ferma a Torre Malimberti, secondo dettano gli interessi della Casa. A questo modo vedremo presto Umberto I firmare il decreto che istituisce il suffragio universale, là dove Luigi XVI, convinto della sua sacra autorità, avrebbe posto il veto e perduta la testa sul palco.
Che queste pieghevolezze siano spontanee, che queste rinuncie siano fatte senza rincrescimento, nessuno lo vorrebbe sostenere. Ma intanto i principi insegnano al popolo come si fa a stare a galla in un mare burrascoso, come si fa a profittare anche di quella evoluzione, alla quale certuni preferiscono l’immobilità ed il domma.
NOTERELLE D’UNO DEI MILLE
Non si scrivono più epopee, ma per fortuna se ne fanno ancora; e l’impresa dei _Mille_ non ha nulla da invidiare alla conquista del Lazio od al trionfo delle _armi pietose_.
Il povero Nievo, che doveva narrarci la gloriosa storia, naufragò miseramente, e tra i _Mille_, se non erro, di veramente artista non c’era che lui. Ma ecco un piccolo libro che sotto il modesto titolo di _noterelle_ ci conduce dalla spiaggia di Quarto alle barricate di Palermo; ecco un documento, personale se volete, ma autentico e ben redatto, di un momento storico intorno al quale i posteri nostri cercheranno avidamente testimonianze che spetta a noi lasciare incontestate, sicure, provate.
Chi scrive, cerca di farlo senza cadere nel sospetto di volgare _réclame_; ma questa volta non può fare a meno si sospetti quel che si vuole, di raccomandare le _Noterelle di uno dei Mille, edite dopo vent’anni da G. C. Abba_ e stampate a Bologna or ora da Nicola Zanichelli. E’ un bel libro; e la certezza che i lettori saranno tutti dello stesso parere, mette in pace la coscienza di chi raccomanda e loda. Così capitassero spesso le occasioni di lodare senza esser sospettato!
Non è storia, ma un libro di memorie personali, intime, scritte veramente da uno dei _Mille_. La storia ufficiale, diplomatica o militare, oramai la conosciamo; quel che ci mancava era appunto la storia intima che il Dumas aveva romanticamente gonfiato, il diario del campo, l’impressione del volontario che segue il capitano senza saper dove si vada e galoppa alla carica ignorando se eseguisca un assalto o protegga una ritirata. Volevamo sapere gli affetti ed i pensieri di quella gagliarda gioventù italiana, che pur nata sotto leggi oppressive e corruttrici, si svegliò un bel mattino in piena guerra d’indipendenza e seppe trovare in sè il patriottismo e l’energia necessaria per scuotere il torpore insegnato e incoraggiato, prender l’armi lasciando ogni cosa più caramente diletta, gettarsi nelle battaglie della patria. I fatti li conoscevamo; dobbiamo ora conoscere gli uomini che compirono i fatti.
Partono in diciassette da Parma, di nascosto, come se andassero a commettere un delitto, e vanno forse a morire per una santa idea.
Sembra che il mistero delle congiure sia necessario per dare il sangue alla patria; sembra che la notte non sia abbastanza oscura per compiere un atto di eroica generosità. E quel ch’è peggio, tutti conoscono il segreto della congiura, tutti gli occhi ne parlano, tutti i gesti lo tradiscono; ma la ipocrisia che governa vuol che se non è segreto, almeno paia. Se la cosa va bene, si dirà che non solo il mistero era conosciuto, ma che fu sottomano promosso od aiutato; se la cosa va male, si rinnegheranno i filibustieri, e il capitano dell’impresa andrà in carcere al Varignano un po’ prima del tempo. Poichè i _Mille_ partono sapendo che la loro ricompensa sarà soltanto nella coscienza di un sacrificio tranquillamente compito, è ben giusto che il sacrificio profitti a qualcheduno. Anche questa è la teoria del carciofo.
«Biancheggiava una casina di là da un gran cancello in un bosco oscuro, nella cui profondità, pei viali, si movevano uomini affaccendati. Dinnanzi sulla strada che ha il mare lì sotto, v’era gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: Ecco! No, non ancora! Invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva al mare o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo più agitata, tacquero tutti; era Lui.
«Attraversò la strada, e per un vano del muricciolo, rimpetto al cancello della villa, seguito da pochi discese franco giù per gli scogli. Allora cominciarono i commiati... La barca sulla quale mi toccò montare, dondolava straccarica. I barcaioli, per farci stare che non si capovolgesse, ci pregavano di guardare verso Genova le luci verdi e rosse che splendevano nella notte, come se fossimo bambini. Verso le undici, da una barca già in alto, udimmo una voce limpida e bella chiamare: «La Masa!» e un’altra voce rispondere: «Generale!» Poi non s’udì più nulla.
«Intanto le ore passavano; eravamo cullati dall’onda e mi addormentai. All’alba fui destato e vidi due navi maestose, lì ferme dinnanzi a noi. Tutte le barche furono spinte verso quelle. Mi volsi addietro. Genova e la riviera apparivano laggiù incerte, in un velo vaporoso: ma i miei monti esultavano alti e puri dominando la scena. Una brezzolina increspava le acque: sulle navi si faceva un gran vociare; era una tempesta di chiamate, di apostrofi ed anche di sagrati che lasciavano il segno nell’aria come le saette. Fu una mezz’ora di gran furia a chi facesse più presto ad imbarcarsi, e anch’io potei finalmente agguantare una gomena e salire».
La storia dice tutto questo con una frase sola:—Garibaldi e mille volontari s’imbarcarono a Quarto per la Sicilia nella notte del 5 maggio 1860.—Lo storico più diffuso potrà aggiungere che il 5 maggio è l’anniversario della morte di Napoleone primo e ricordare l’inno del Manzoni; ma in verità non è da dolersi che sopra le aride date della storia vengano a sovrapporsi queste impressioni dal vero, queste testimonianze _de visu_ le quali ci fanno assistere alla scena, solenne, ci dicono tutto il dramma della partenza per l’ignoto, pel martirio forse. Così si comprende meglio il sacrificio eroico di coloro che furono poi compensati con cento lire al mese, lorde dalla ricchezza mobile, in pagamento adeguato dell’aver dato al Re di Sardegna la corona di Italia.
«M’ero fitto in mente che questo capitano del _Lombardo_ fosse un francese. L’aria, gli atti, il tono suo di comandare, lo mostrano uomo che in sè ne ha per dieci. A capo scoperto, scamiciato, iracondo, sta sul castello come se schiacciasse un nemico. L’occhio fulmina da per tutto: si vede che sa far tutto da sè. Fosse in mezzo all’oceano, abbandonato su questa nave, egli solo basterebbe a cavarsela. Il suo profilo taglia, come una sciabola: se aggrotta le ciglia, uno cerca di farsi piccino: visto di fronte, non si regge al suo sguardo. Eppure a tratti gli si esprime in faccia una grande bontà. Che capriccio fu quello di chiamarlo Nino?—_Bixio!_ Ecco il nome che gli sta: almeno rende qualcosa, come un guizzo di folgore...
«Il caporale P... si lasciò sfuggire non so che brutte parole, e Bixio giù, gli scaraventò un piatto in faccia. Ne venne un po’ di subbuglio. Come un razzo Bixio, fu sul castello gridando «tutti a poppa! tutti a poppa!» E tutti ad affollarsi a poppa, rivolti a lui ritto lassù che pareva lì per annientarci. E parlò:—
«Io sono giovane, ho trentasette anni ed ho fatto il giro del mondo. Sono stato naufrago e prigioniero, ma sono qui, e qui comando io! Qui sono tutto io, lo czar, il sultano, il papa, sono Nino Bixio! Dovete obbedirmi tutti; guai a chi osasse un’alzata di spalla, guai a chi pensasse di ammutinarsi! Uscirei colla mia uniforme, colla mia sciabola, con le mie decorazioni e vi ammazzerei tutti! Il generale mi ha lasciato comandandomi di sbarcarvi in Sicilia: vi sbarcherò. Là m’impiccherete al primo albero che troveremo; ma—e misurò collo sguardo lento la calca—ma in Sicilia, ve lo giuro, ci sbarcheremo!—
«Viva Nino Bixio! viva, viva, viva! E mille braccia si alzarono a lui, che stette lassù un po’ fiero; mai poi impallidì, gli balenarono gli occhi e ci volse le spalle...
«Un piccolo legno veniva da terra. Bandiera inglese. Bixio prese un foglio, vi scrisse sopra qualcosa, fece fendere un pane e ci mise il foglio. Quando il legno passò, quasi rasento a noi, gettò il pane che cadde in mare. Allora—gridò, facendo tromba colle mani—dite a Genova che il generale Garibaldi è sbarcato a Marsala, oggi a un’ora pomeridiana!—
«Sul piccolo legno fu un levar di mani, un batte d’applausi, uno sventolare di fazzoletti, evviva, viva, viva!»
Dite il vero, se qui non trovate la biografia di Nino Bixio, non lo vedete però vivo, più vivo che nella Vita del Guerzoni? Anzi, non è storia anche questa, storia colta sul momento dell’azione e parlante?
Così è tutto il libro dell’Abba, fino al 21 giugno, fino all’arrivo del Medici dopo la resa di Palermo. Non è egli degno di esser raccomandato e lodato? Non è egli da desiderare, da pregare l’autore che ci narri il resto della epopea santa, fin dove gli occhi suoi videro? Nessun dubbio che tutti siamo d’accordo. Aspettiamo.
FILOSOFIA
C’è un articolo nella legge Casati, e nelle successive, che dà facoltà al ministro della istruzione pubblica di nominare alle cattedre universitarie vacanti, senza bisogno del sacramentale concorso, gli uomini che siano illustri nella scienza di cui appunto è vacante la cattedra.
Questa è la legge: e, che io mi sappia, la legge non contempla il caso delle opinioni più o meno ortodosse dei professori. Ed alla legge, anche a quella firmata dal Casati, faccio tanto di cappello. Non si dirà che il Casati fosse un gran repubblicano od un ateo pericoloso.
Questa è la legge, ed un ministro del re ne usa in un senso che non piace ad una fazione politica o ad una setta filosofica. Ed ecco gli strilli, le proteste, i vituperi, come se il presente disordine di cose fosse in pericolo! Oh, si grida, con che autorità il ministro a giudicare di cose scientifiche? Il dar la patente d’illustre ad uno, è un ledere la libertà dell’insegnamento, perchè impone quasi ai professori le simpatie filosofiche del ministro. È un abuso, una illegalità, una infamia...
Calmatevi, bollenti teisti! Chi dà questo diritto al ministro è la legge Casati, e questo diritto fu usato cento volte da cento ministri. Solo che, quando si trattò di nominare i seguaci della metafisica del Mamiani, nessuno mosse bocca, e si che le celebrità si potevano discutere. Ma ora che una nomina non va a versi a tutti quei centomila preti male spretati che insegnano la filosofia ufficiale nei Licei e nelle Università italiane, le rane gracidano ed invocano da Giove un re assoluto.
Il ministro ha questo diritto _per legge_, e se non vi piace, fate mutar la legge. È strano poi che in questo caso si è voluto di una questione di diritto fare una questione personale, obbedendo ad animosità piccine che dovrebbero avere il pudore di nascondersi quando si tratta di cose ben più elevate che una biliosa ira tra ministri vecchi e nuovi. Non ho mai visto il Baccelli, non temo e non spero gli avversari: ma quando la legge gli dà ragione, io sono zero via zero, ma gliela do anch’io.
Dirò poi che lo stato della filosofia in Italia oggi fa vergogna. La scuola più audace è la hegeliana che regna nel mezzogiorno, una scuola che altrove è stata sorpassata e sepolta da lungo tempo. Nel resto d’Italia, specialmente nell’Italia superiore, un nugolo di abati disabatati insegna un giobertismo mal cucinato, un rosminismo messo in passo coll’Indice—insomma una vergogna. Qua e là, qualche ingegno forte studia le cose moderne, si mette in corrente, osa parlare di positivismo, di Comte, di Darwin, di Spencer, di Haeckel, di Hartmann; osa notare la rivoluzione che l’intelligenza delle scienze naturali ha portato nei canoni della filosofia: qualcuno osa ripetere il vecchio grido galileiano: _fisica, salvami dalla metafisica!_ Ebbene, queste sono le pecore segnate. La mafia metafisica imperante sino ad oggi, ha tenuto in briglia questi puledri non castrati, ed ora, che s’è un po’ rotto il chiuso, le strida vanno al cielo.
Dunque chi non insegna la filosofia ortodossa non può esser illustre, anche se ha scritto quel che ha scritto l’Ardigò? Perchè è curioso lo studio degli strilloni: fingono di credere che l’Ardigò sia il primo professorucolo capitato, il cui nome non sia mai uscito dalle pareti della scoletta! Oh, no! Questi professori, più oscuri della notte e più ignoti che Carneade a Don Abbondio, bisogna cercarli tra i metafisici ufficiali dei licei e delle università i più cari alla setta teista. Ora i filosofi veri, quelli soli che possiamo mettere avanti senza arrossire, dobbiamo cercarli nei gabinetti scientifici, non sulle cattedre, disonorate la maggior parte da un cretinismo che non ha riscontro altrove.
Il papa, che la sa più lunga di tutti questi strilloni che aspettano il boccone che chiuda loro la bocca, il papa ha capito dove era il pericolo, e s’è messo con giudizio a riformare l’insegnamento della filosofia nelle scuole ecclesiastiche. Ha capito che al positivismo non si potevano opporre che le argomentazioni del tomismo.
Ha capito che non si poteva far altro che risuscitare la scolastica co’ suoi sillogismi tentatori per imbrogliare un po’ le carte in mano a coloro che traggono deduzioni dai soli fatti. Ma avesse dovuto pensare alla sola Italia, senza dubbio non avrebbe mosso foglia. La filosofia che s’insegna ufficialmente non ha bisogno di confutazione, poichè nelle menti dei discepoli il solo ebetismo dell’insegnamento è prova palmare della imbecillità delle scuole filosofiche. Così, mentre il papa pensa a provvedere ai guai che possono portare le scuole positiviste, da noi si grida all’unissono col papa e si vitupera un ministro perchè a norma di legge ha premiato un filosofo reo d’esser positivista.
Non solo è da passar sopra a questi strilli femminili di una mafia che teme di veder finire la sua potenza fondata sull’asinità generale, ma è da provvedere fin dove si può a questa ridicolezza degli studi filosofici in Italia. E dico ridicolezza per non dir peggio.
Che il Filopanti, che fa scuola a sè, e che è puro di ogni sospetto, e che parla secondo profonde convinzioni, che non divido ma rispetto, dimentichi il diritto del ministro e protesti; lo intendo.
Ma non intenderò che una setta, cresciuta di potenza appunto in forza della legge Casati, gridi contro un ministro che operò secondo la legge stessa; non lo intenderò se non supponendo un basso calcolo ed una vergognosa camorra. Amo quindi supporre che gli strilloni avessero in quel punto dimenticato la legge.
Via, non basta l’esempio dato a proposito dell’Ardigò; ce ne vogliono molti altri. Una filosofia, italiana passi; una filosofia pontificia, mai.
FINE
INDICE
Primo passo _pag._ 5
Santo Natale » 10
Neve » 13
Biblioteche » 17
Delle biblioteche » 21
Per una guida » 26
Monte Coronaro » 32
Proprietà letteraria » 38
La proprietà letteraria » 43
Il monte Santo di dio » 49
Le poesie di Angelo Viviani » 54
L’ultimo amore » 61
Le Memorie del principe di Metternich » 68
Metternich » 72