Part 34
«Oh, di questo non si può dubitare! Lo è sempre stato; sotto la restaurazione, come sotto Luigi Filippo!
«Ebbene, io vi dico invece, che costui non è repubblicano. Che! Per aver detto dieci, venti, trenta anni addietro.—Io sono repubblicano—e non esserci creduto obbligato a qualche cosa di meglio, uno si crede repubblicano e gli imbecilli gridano: Egli è repubblicano; repubblicano della vecchia razza! Che direste di uno che scrivesse a lettere d’oro sulla sua bottega: Fornaio, e che non avesse pane in bottega, ma balocchi, gingilli e conterìe? E se lì vicino fosse aperta una bottega senza insegna, ma dalla quale uscisse un buon odore di pane fresco e ben cotto, steso sui banchi a profusione, seguitereste voi a correre dal primo? Io vi dico in verità, colui non è repubblicano. La repubblica obbliga. Costui ha trovato i posti occupati nelle altre aristocrazie che non l’avrebbero voluto. Egli è un aristocratico senza impiego che si è fatto repubblicano, e che è aristocratico nella repubblica. Vi basta che un liquido sia rosso per dirlo vino? Allora, peggio per voi: bevetelo, e se non ha nè profumo, nè sapore, se non vi da forza, se è una bevanda insipida e malsana, peggio per voi».
Parole più vere del Vangelo, poichè si può provare che le repubbliche sono quasi sempre perdute dalla aristocrazia prepotente dei triumvirati e dei direttorii. Quando un presidente ha una corte per sè e per la presidentessa, il re è vicino. Enrico V era più vicino alla Francia durante la presidenza Mac-Mahon che durante la presidenza Grévy.
Dopo la rivoluzione del 1848, a detta del Karr, c’erano in Francia molti vecchi repubblicani che di repubblicano non avevano che il nome, mentre molti repubblicani nuovi ne avevano la qualità. Certo gli avvenimenti regolano le opinioni delle maggioranze, e molti che oggi sono convinti unitari e fieri monarchici non cominciarono ad esserlo che nel 1859. Così se domani il popolo italiano si convincesse che la sua salute sta nella repubblica e nella federazione, molti diverrebbero repubblicani convinti e federalisti accaniti. Questo dipende dal non essere le forme di governo cose assolutamente buone o assolutamente cattive, ma più o meno adatte a soddisfare gl’interessi dei più, secondo esigono i bisogni che cambiano spesso. Non v’ha dubbio che in questi casi molte conversioni sono figlie dell’ipocrisia, dell’ambizione o della paura; ma questo non toglie che l’esser repubblicano dalla nascita voglia dire esser buon repubblicano.
Alcune righe del Karr sembrano scritte apposta pei nostri progressisti saliti al potere dopo quella che fu detta rivoluzione parlamentare. «Speriamo che questa non sarà soltanto una rivoluzione politica, ma altresì sociale; cioè che non consista soltanto nel mandare a casa cento impipati grassi per nominare cento di magri che ingrasseranno alla loro volta a nostre spese. Speriamo che abbia una influenza sui costumi e che distruggerà il funesto effetto della massima così profondamente immorale del Guizot: Arricchitevi.» Ma purtroppo è inutile sperare: l’affarismo santificato dal Guizot noi l’abbiamo portato tanto tanto in alto, che presto ci cadrà addosso. Chi morrà sotto le rovine è facile prevederlo.
Il libro del Karr, che non è in fondo che una autobiografia aneddotica, non parla di politica che per incidente. Il più ed il meglio riguarda le relazioni dell’autore coi più illustri letterati francesi contemporanei, e diventerà un giorno una sorgente inesausta di curiosità biografiche. Quel che può interessare noi italiani, in questo volume, sta nelle battaglie tra il Karr e la signora Solms, vedova Rattazzi. La signora c’è dipinta tutta, e nessun pudico scrupolo vola le relazioni della cugina dell’imperatore col Ponsard e col Sue. Un curioso plagio della dama letterata ritorna a galla e, poichè non c’è ragione di dubitare di quel che il Karr afferma di una persona vivente e che può rispondere, bisogna confessare che la signora non ci fa una bella figura.
Il libro non ha nessuna pretensione e non è che una lunga _causerie_ interrotta da parentesi, da chiacchere, da frizzi arguti che tolgono monotonia al racconto. Per tre quarti del volume, l’_io_, l’inevitabile _io_ di questa sorta di lavori, sa nascondersi tanto nelle disgressioni e negli incidenti, da allontanare quel non so che di antipatico che destano sempre i discorsi ed i libri troppo personali. Non già che questo sia un esempio di autobiografia ben fatta; ma tra la pesantezza dei ricordi del Bufalini, l’aridità di quelli del Pacini, la poca chiarezza di quelli, lodati troppo, dell’Arrivabene, pare che potrebbe, anche tra noi, entrare quel fare spigliato, ameno, piacevole, che Massimo d’Azeglio aveva indovinato. Un libro di ricordi non è un trattato, non è un manuale di storia, ma deve farsi leggere da molti, anche da quelli che leggono per passatempo. Non si leggono questi libri per acquistare cognizioni varie e profonde, ma per conoscere un uomo; ed un uomo si conosce meglio dalle chiacchere in veste da camera, che dalle orazioni in toga.
Ma c’è una difficoltà. Per giudicare senza passione della vita e degli avvenimenti trascorsi, bisogna esser lontani dalle battaglie politiche e letterarie, bisogna insomma esser vecchi e pochi sanno conservare nella vecchiaia quel brio giovanile che si fa leggere volentieri. Il vecchio vuol essere grave, vuol insegnare, diventa pesante e pedante, e sbaglia quindi spesso la propria autobiografia, che, come si vede, non è lavoro per tutti.
Speriamo almeno che i molti uomini saliti in alto in quest’ultimo ventennio e mescolati alle vicende italiane gloriose e dolorose, vogliano e sappiano darci molte di queste curiose storie, di queste utili rivelazioni, di queste narrazioni di ciò che accade tra le quinte, necessario a sapersi quanto ciò che accade sul palcoscenico.
L’EVASO
L’Evaso (_l’Evadé_) è un nuovo romanzo di Enrico Rochefort; di quel Rochefort che anche ieri fece parlare di sè mezza Europa pel suo duello col signor Koechlin.
Il duello ha fatto più rumore del libro. Infatti quello scontro sanguinoso pareva concludere una vita piena di turbolenze, una vita di _bohémien_ politico delle più arrischiate.
Nel Rochefort c’è tutto il carattere del parigino ribelle ad ogni autorità, canzonatore argutissimo e spietato, scettico nella buona fortuna e stoico nella cattiva. Solo la civiltà europea, anzi, latina, può produrre questi strani e magnifici tipi che da loro soli intraprendono una lotta contro un impero e lo uccidono a forza di spirito, di epigrammi, di punture di spillo. E quando l’Impero è a terra e la canea affamata gli irrompe addosso per mordere impunemente e strappare il brandello di carne viva, quando la tromba suona la _curée_ immortale dei giambi del Barbier e i vili si pascono nelle stragi dei forti, il satirico ostinato, l’epigrammista inesauribile volge le spalle ai magri che accorrono ad ingrassare, sdegna di sferrare il calcio del’asino al nemico morto, e cerca un’altra causa da far trionfare coi frizzi, un altro trionfatore da fischiare in pubblico, un altro nemico da esasperare senza misericordia.
Così il Rochefort si trovò dalla parte della Comune, senza per questo risparmiare le frustate agli inetti ed ai birbanti. Ci fu anzi un momento in cui sarebbe stato più sicuro a Versaglia nelle carceri della repubblica conservatrice. Ma, nel giorno della repressione cieca, quando un tenentino uscito allora di collegio faceva fucilare senza opposizione chi gli capitava davanti senza le mani lavate, e le commissioni militari, preparando le rivincite dell’avvenire, mandavano i vinti al palo di Satory, anche Rochefort fu cacciato in una barcaccia ed inviato alla Nuova Caledonia. Egli non potè essere mai co’ vincitori.
Lo memorie del Mayer ci narrano che cosa sia la deportazione alla Nuova Caledonia. Caienna e Lambessa, le due vergogne del secondo impero, furon più miti soggiorni, ed almeno le commissioni militari che designavano e condannavano le vittime del colpo di Stato non si coprivano ironicamente dell’autorità popolare e repubblicana, ma agivano scopertamente in nome di una persona e di un padrone. Erano soldati che condannavano secondo la consegna data dal superiore, non erano repubblicani che infierivano nella reazione in nome della libertà. I famosi _interessi conservatori_ ispirarono ben male i loro neofiti quando il fecero seminare tali odii che vogliono essere soddisfatti, tante oppressioni che vogliono esser vendicate. L’uomo non cambia, e se Blanqui non fu potuto eleggere a Lione, non per questo i vinti d’oggi non saranno i vincitori di domani. Sarà un male o sarà un bene? Qui ciascuno potrà rispondere secondo le proprie convinzioni.
Intanto la repubblica conservatrice, quella repubblica che apertamente spianava la via al ritorno di Enrico V, cacciò il Rochefort a Numea. A traverso di quante avventure romanzesche sia egli passato nella sua fuga, non è qui luogo a narrare, basta che un giorno la repubblica conservatrice, seppe, tutta spaventata, che non Enrico V, ma Enrico Rochefort ritornava. Egli era già in Svizzera e stampava quella _Lanterne_ che aveva scottato tanto i Napoleonidi. Ed eccolo oggi con questo suo romanzo, dove senza dubbio non mancano le osservazioni personali e gli studi dal vero.
Il Rochefort cominciò ad entrare nella letteratura per la porta del teatro, e di lui furono applauditissimi alcuni _vaudevilles_ ricchi di spirito. Ma, strano a dirsi, per uno che ha cominciato coll’essere autore comico, mentre lo spirito abbonda nel suo romanzo, l’invenzione non si alza dal livello del comune. Che anzi lo spirito sembra un po’ inacidito. Non è più l’umore caustico della vecchia _Lanterne_, che con una goccia levava la pelle, ma qualche cosa che sa di fiele, che sembra bile. C’è in ogni bizzarra frase un fondo di amarezza che non vi lascia bene, e mentre una volta egli si compiaceva di scudisciare i nemici in pubblico con lo scopo ultimo di muovere le grasse risa degli spettatori che perdevano così la venerazione, la paura ed il rispetto ai frustati, ora sembra voler ferire, non frustare; sembra che non si contenti più d’infliggere il ridicolo, ma che voglia eseguire un’opera di giustizia, una repressione quasi fisica e qualche volta brutale.
Ma non per questo cessa il Rochefort d’essere uno dei più spiccati rappresentanti dell’arguzia francese e parigina. Tutto il primo capitolo, tutta la descrizione sarcastica dell’isola di Numea, e la narrazione di quella infame tratta di selvaggi che viene esercitata da svergognati corsari senza repressione del governo, è forse la parte più arguta del libro. Ma la favola, come dicemmo, lascia da desiderare. Si può riassumere in poche parole.
Una fanciulla, che ha il padre deportato, viene a convivere con lui e s’innamora di un giovane anch’egli confinato nella penisola Ducos. Un agente di polizia circuisce la fanciulla e trova occupazione a lei ed al padre per essere informato di quel che si trama dai deportati, ma la giovane se ne accorge e lo inganna con relazioni false, all’insaputa di tutti. Una fuga per mare, alla quale la fanciulla con suo padre debbono rinunciare all’ultimo momento, non riesce, e l’amante dell’eroina è incarcerato. Dal processo risultano le relazioni della fanciulla con la spia, e l’amante sospetta di lei.
Ella non si smarrisce d’animo e macchina per liberarlo di carcere. Entra in relazione coi selvaggi ribellati, e, profittando dei loro tentativi per liberare un capo incarcerato e dell’amore da lei inspirato ad un povero coscritto, riesce nell’intento. La fuga spiega tutto e riconcilia gli amanti, che partono per l’Australia, quindi per l’Europa. Questa è la tela del romanzo.
Come si vede non è gran cosa, tanto più che il Rochefort tende piuttosto alla polemica che all’arte. Emilio Zola ed uno scrittore della scuola sua troverebbero forse questa tela troppo complicata, essi che cercano di dipingere piuttosto che di polemizzare, di scolpire piuttosto che di combattere. Il Rochefort cerca di cattivarsi il lettore col sistema stesso col quale l’autore comico cerca di tener desto il pubblico, cioè tenendolo sospeso agli avvenimenti che si risolvono poi nella catastrofe: sistema, questo, portato fino agli estremi limiti nei romanzi giudizari del Gaboriau, e al di là dei limiti, fino quasi alla parodia, dal Ponson du Terrail. Ma il Rochefort, che ha scritto il romanzo suo con un intento, ha dimenticato egualmenten l’arte squisita dello Zola nel rendere i luoghi, gli ambienti e le persone, e l’ingegnosità degli scrittori di romanzi di avventure, figli fecondi del fecondissimo Dumas padre. Ci sono dei punti nei quali l’autore si compiace della situazione immaginata e trovata, e per un poco ridiventa artista, e cerca o il cuore o la curiosità del lettore. Ma presto la tesi ricompare, e davanti a lei si ecclissa l’artista.
Non si dice con questo che il Rochefort abbia fatto un brutto libro; si vuoi dire soltanto che, tolta l’arguzia, tolta l’ironia, tolto il sale che l’autore sa mettere nelle cosa sue, il romanzo, come tale, non si stacca dalla comune dei romanzi che stampa il Dentu a quattro per volta. Si direbbe un lavoro tirato via, pensato in frotta e scritto in furia per qualche appendice di giornale.
Per questo, il romanzo del celebre agitatore ha fatto meno rumore del duello.
LETTERE DI E. D. GUERRAZZI
Il primo volume dell’epistolario del Guerrazzi, curato dal Carducci ed edito dal Vigo a Livorno, oltre ad essere uno splendido documento letterario è altresì un interessante libro politico.
Sono calde ancora le ceneri del Ricasoli e non è spenta l’eco delle orazioni elogiastiche declamate sul suo sepolcro. S’era detto che il Ricasoli non era stato un buon cattolico; ed ecco, alla sua morte, i giornali conservatori hanno svelato al mondo, che non se ne importava, gli atti della sua profonda religiosità, ed in Santa Croce i sacerdoti hanno largito al catafalco del fiero barone l’acqua santa e l’incenso benedetto. Nè bastava, poichè l’epistolario del Guerrazzi viene anch’esso a turbare la solennità dell’apoteosi, rimescolando quei fatti poco belli che iniziarono e compirono la restaurazione toscana del 1849 e dei quali il barone fu, più che parte, attore principale. Così, un giorno dopo la morte, cominciano già a prodursi i documenti sui quali la storia giudicherà gli uomini e le azioni loro.
Certo, a giudicare la condotta della Commissione governativa ed a sentenziarla losca, doppia e peggio, non importava questo epistolario. Volevano il loro granduca e i tedeschi, e li fecero tornare in modo da non poter nascondere, come avrebbero voluto, le loro simpatie. L’avvocatuccio livornese inceppava l’opera e d’altra parte offendeva l’amor proprio magnatizio dei nobiloni fiorentini: l’avvocatuccio fu quindi soppresso. Tornato il granduca, bisognava dimostrare che la sua fuga era stata giustificata dal pericolo, e si processò l’avvocatuccio livornese. Ma non si trovò terreno molle. L’avvocato non era tale per nulla, e si difese ed offese e strappò maschere e sbugiardò chi lo accusava. Il conto non fu fatto bene, e chi salì la gogna non fu l’accusato. Regnando il granduca, si poteva far tacere i pettegoli che ciarlavano delle birberie passate e credere che i posteri si potessero accontentare delle biliose menzogne del Gualterio battezzate per storia. Ma venne il giorno in cui si potè parlare, venne il tempo in cui si potè sfondare il muro di ferro e di ghiaccio che i conservatori avevano costruito intorno alla verità, ed oggi oramai ognuno sarà retribuito secondo le sue opere.
Che cosa non è stato detto del Guerrazzi? Segno di amore indomito e d’odio inestinguibile, nessun adulazione nessuna calunnia gli furono risparmiate. Il suo nemico peggiore, il suo detrattore più accanito e crudele fu la setta moderata: non quella d’oggi, non quella italiana che oggi platoneggia nelle associazioni costituzionali, ma quella che provocò le restaurazioni, anzi specialmente quella toscana che mal coprì il clericalismo taccagno con una ostentazione di scetticismo macchiavellico spesso ridicolo e sempre maligno. A che cosa, in linea politica, siano ridotte le classi dirigenti la Toscana e specialmente a Firenze si vede pur troppo; e non ci vuoi molto a capire che quelle morbose condizioni derivano appunto dall’indirizzo dato alla coscienza politica del loro paese da questi moderati dalla coscienza elastica, i quali per un vantaggio finanziario promesso alla loro città mutano partito così facilmente come si muta vestito. Contro quei moderatucoli imbevuti delle comode dottrine degli Scolopi, contro quei machiavellini minuscoli che suscitarono una Vandea piccolina per restaurare i lorenesi, combattè duramente il Guerrazzi e ne ricevè calunnie, persecuzioni, prigionia, processi, esilio. E più tardi, nel 1861, nel proemio alla sua difesa, il Guerrazzi gridava così:
«La setta moderata, senza grandezza, cocciuta e dispettosa, non piegherà se prima gli eventi non l’acciuffino pel collo. Frattanto ella ride, perchè a mente dello Spirito Santo il riso abbonda sulla bocca degli stolti, e sè e la patria conduce al verde. Quando di passo in passo, sua mercè, verrà precipitata alle condizioni in cui si trovò la Francia nel secolo scorso, che farà ella? Come i fanciulli e le femmine strillerà accusando uomini e Dei, sè perfidiosa scolpando, e speculando il tempo per farsi il covo in ogni nuova fortuna.
«La setta, perduta l’Italia e Roma, non fia che reputi perduto nulla dove dalle rovine possa costruirsi un casotto e, ceduti i primi seggi, tenere l’ufficio di zecchiere dove non si coniano più le monete ed i sopracciò agli studi dove non s’insegna nulla. Signore! barattaci la setta moderata colle sette piaghe di Egitto e, se vuoi, mettici per giunta l’ottava, ed esalteremo il tuo santissimo nome. Certo io comprendo che la passione qui vince l’intelletto, ma io mi agito e smanio per la patria che miro ad occhi veggenti trascinata all’abisso. La empia setta rovesciò nelle anime la maledizione della stupidità, nei corpi la peste dell’inerzia: melensa ride e fa ridere melensa, sè ad altri avvelena coll’erba _sardoa_, donde la morte per riso sardonico.»
Da queste parole e da molte altre che si potrebbero raccattare nelle opere del Guerrazzi tanto da farne un volume, si discerne l’odio che scorreva tra l’illustre livornese e i moderati. Certo il Guerrazzi trascese nel giudizio e nell’invettiva in certi momenti di profonda irritazione, ma non può negarsi che in somma non abbia dette di gran verità.
Assodato così questo cardine dell’esistenza politica del Guerrazzi dopo la restaurazione, colla scorta dell’epistolario si può studiare il periodo d’incubazione di questa _rabies_ contro i moderati. Si può vedere quanto questi odii fossero giustificati e come l’indignazione abbia scaldato l’arte. E se non vi dispiace, un’altra volta lo vedremo assieme.
UOMINI E TEMPI
Uomini e tempi fu il titolo di un opuscolo che il deputato Giovanni Bovio stampò alcuni mesi sono e che ora ristampa riveduto, ampliato e diventato volume presso il Zanichelli di Bologna. Lasciamo a parte la politica, della quale è inteso che chi si occupa di lettere non deve parlar mai. Un ministro, amico mio, tutte le volte che tentavo di mettere il discorso sulla politica m’interrompeva dicendo: _Fa’ dei sonetti!_ Ma che diavolo è dunque questa politica, alla quale non debbono scendere nè le muse belle nè le brutte? È così sozza materia da lordare i loro candidi calzari? Veramente oggi non è difficile persuadersene.
Per fortuna il Bovio parla anche del linguaggio, dell’istruzione e dell’arte. Si può dunque parlare del suo libro.
L’ipocrisia del linguaggio è diventata una buona qualità nell’oratore parlamentare. Non solo certe idee, ma certe parole fanno sorridere a Montecitorio. Si è trovato un nome che bolla tutte le nobili aspirazioni, tutte le frasi calde, tutte le parole proprie, e se un oratore accenna di allontanarsi dalle meschine considerazioni dei _gruppi_ o dalla disciplina imposta dai capi papabili, gli si grida dietro _retorica_! Parlare dei problemi che fanno paura, ricordarsi che fuori dell’aula c’è qualcheduno o qualche cosa, è _retorica_. Tutta una storia di generoso patriottismo è derisa coll’_elmo di Scipio_, forse perchè l’autore dell’_elmo di Scipio_ è morto per la patria e non per i _gruppi_. Un discorso di Mirabeau, il celebre grido _Catilina è alle porte_, farebbe ridere gli onorevoli, anche se il cardinale Ruffo, Mammone e Frà Diavolo fossero a porta San Giovanni.
Siamo giunti a questo, che in Parlamento la parola _patria_ provoca l’_ilarità_. Bisogna dire _il paese_. Appena la Corona può permettersi la parola _popolo_. Un deputato che la dicesse, richiamerebbe in mente il _popppolo_ dei giornali umoristici. Perchè la Camera non scrosci di risa, bisogna dire: _i contribuenti_.
Dolersi dove duole il basto, dire che ci sono degli affamati, è retorica. Predicare la dispensa di minestre, far ballare le donnine scollate a beneficio di qualche Comitato, è _filantropia_, _generosità_, ecc. Così il dolore è retorica e lo scherno opera santa.
Questo non dice il Bovio, ma nota benissimo le applicazioni ipocrite che si fecero delle parole repubblicanismo, socialismo, internazionalismo, serietà, piazza, impopolarità, moderazione, ed altre, che potrebbero fare un bel dizionario ad uso dell’oratore parlamentare. E l’istruzione si è informata anch’essa a questa artificiosità, che è il peccato originale delle istituzioni basate sopra l’equivoco; e come prima era compito dei filosofi ufficiali l’annacquare generosamente le teorie giobertiane, tanto che ispirassero ai discepoli una noia ed una ripulsione salutare così poi si annacquò ufficialmente l’hegelianismo, ed ora in tutte le scuole si cerca di infondere nelle dottrine positive quel tanto di chiare, fresche e dolci acque metafisiche che bastino a rendere Littrè e Darwin innocui alle istituzioni ed alla santa religione cattolica. Non per nulla i quattro quinti dei nostri professori di filosofia sono preti spretati, frati sfratati od altri simili esempi di caratteri inflessibili e di convinzioni profonde.
E l’arte? Si vede chiaro che il Bovio deplora quel che oggi si chiama _verismo_, ma, più tranquillo nella sua fede filosofica che molti nelle loro teologie letterarie, se lo spiega e ne intende la odierna necessità. Pel Bovio non c’è solo una filosofia della storia, ma anche una filosofia della storia letteraria, e nell’una e nell’altra egli vede leggi certe che reggono le evoluzioni del pensiero e delle sue forme artistiche. Più acuto osservatore e ragionatore di molti critici di mestiere, egli ha inteso bene che la fortuna dell’_Assomoir_ è un fatto da tenersi a calcolo e non da giudicare con indifferenza allegando i soliti luoghi comuni della corruzione del gusto, della imbecillità pecorile dei lettori tirati dallo scandalo.
È la critica storica dei clericali, che non sa dire altro che _pervertimento_ e fulminare scomuniche, mentre il mondo va per la sua strada fatale. Dice il Bovio:—Chiaro è dunque che chi resta indietro maledica e chi va innanzi non curi; così muovesi la storia perchè così va il pensiero—e dice benissimo.
L’arte è sempre quale la domanda la società, e se questa è corrotta, lo è anche quella. I popoli hanno l’arte che si meritano: gli artisti non ci hanno colpa.
Certo può accadere, ed accade, che un’anima sdegnosa passi attraverso una folla briaca; ma le sue parole ed i suoi libri non fanno passare l’ubbriachezza a nessuno. La Divina Commedia non ebbe alcun effetto sul suo tempo, come Cassandra non convertì nessuno. Anzi si potrebbe dire che non ci fu anima sdegnosa che si opponesse al male di tutti, che un poco di quel male non guadagnasse anche lei; tanto difficile sottrarsi alle necessità del proprio tempo. Dante potè ben flagellare il cieco partigianismo dei suoi concittadini, ma non potè a meno di essere un caldo partigiano, come molti nemici del verismo finiscono col tingersi nella nostra pece.